E’ possibile migliorare il clima del Lago del Fucino?



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LO SVUOTAMENTO DEL LAGO DEL FUCINO
Il Fucino è un altopiano, ubicato tra i 650 ed i 680 metri s.l.m., costituito da un’ampia depressione di circa 160 Km quadrati, circondata da alte montagne: Monte Velino e Sirente, a Nord e N. Est; Monti della Marsica e di Vallelonga a Sud e Monte Salviano ( sotto il quale passa il Canale Torlonia di drenaggio delle acque) ad Ovest. Su questo altopiano c’era il Lago del Fucino, l’antico Fucinus lacus dei Romani (chiamato dal XV° sec. anche Lago di Celano, dal nome del paese più importante della Marsica nord-orientale, ubicato vicino al Lago), che era per superficie il terzo lago d’Italia, dopo il Lago di Garda ed il Lago Maggiore. Diventava il secondo lago per estensione in primavera, quando scendevano dai monti circostanti le acque piovane e quelle del disgelo della neve caduta abbondantemente sui Monti Velino e Sirente. Infatti, il Lago non aveva emissari, ma solo 9 immissari, il più importante dei quali è il fiume Giovenco, che scorre nel paese di Pescina. Gli altri 8 immissari sono torrenti, che spesso prendono il nome dai paesi che attraversano: Aielli, Cerchio, Lecce, Cornello, Foce, S. Pelino, S. Jona, S. Potito. Di conseguenza, c’era una notevole variabilità del livello delle acque del Lago in base all’entità delle precipitazioni della primavera-inverno ed alla capacità degli inghiottitoinaturali, di origine carsica, di scaricare le acque. Il più importante è la Pedogna ( o Petogna), vicino all’attuale paese di Luco. I Marsi, attraverso una rete di canali di scolo, cercarono di convogliare le acque escrescenti del Lago verso gli inghiottitoi, per mantenere costante il livello idrico del Lago per salvaguardare le coltivazioni. Però, dato che gli inghiottitoi non avevano un alveo pervio ed inoltre, spesso, si otturavano per i numerosi detriti trasportati dalle acque torrentizie dei numerosi immissari, il livello del Lago frequentemente si alzava, allagando i campi coltivati. Il primo eccezionale aumento delle acque, documentato, si verificò nel 137 a.C. Le montagne intorno al Lago erano piene di boschi, che nel corso del tempo furono tagliati per procurare il legno necessario non solo per la realizzazione delle costruzioni nelle città, soprattutto Roma, ma anche per la costruzione delle navi. L’economia prevalente nella Marsica era la pastorizia, con l’allevamento soprattutto degli ovini (specialmente le pecore) e dei maiali. Molto diffusa era anche la pesca di varie specie di pesci di lago (trote, tinche, barbi…) e nel fiume Giovenco, che era il più importante immissario del Lago, si pescavano i gamberi di fiume. Il pesce era venduto in una vasta area geografica, lungo le principali vie di comunicazione, che univano la Marsica con Roma e la Campania. Era praticata anche la caccia agli uccelli acquatici, di cui si contavano circa 30 specie. Nei dintorni del lago, si coltivavano, gli olivi (che davano un buon olio), le viti (che davano un vino leggero e gradevole), varie specie di piante da frutta ( mandorli, fichi, i meli, peri…) e vari tipi di legumi e di ortaggi. Le acque del Lago, però, per il loro regime incostante, mettevano di continuo in pericolo le coltivazioni dei terreni rivieraschi. Pertanto, la produzione dei cereali era limitata alle zone lontane dal Lago, come l’Ager Albensis (il territorio della Colonia romana di Alba Fucens, fondata dopo la fine della “guerra sociale”, combattuta tra il 91 ed l’88 a.C.), in terreni che non erano mai invasi dalle acque. Nonostante il tentativo dei Marsi di controllare il livello del Lago, le escrescenze erano così frequenti, ed a volte notevoli, che essi, una volta diventati cittadini romani (dopo la “guerra sociale”) ed iscritti alla Tribù Sergia (insieme con i Sabini ed i Peligni), chiesero insistentemente
alle Autorità romane la “regolarizzazione” delle acque del Lago.
Il primo ad interessarsi del “problema” del Fucino fu, secondo lo storico Svetonio, Giulio Cesare, ma la sua tragica e prematura scomparsa (con l’uccisione nella congiura ordita alle Idi di marzo del 44 a. C.) gli impedì di realizzarne la soluzione.
Il suo progetto fu ripreso da Claudio, che, appena diventato Imperatore, nel 41, avviò i lavori per il prosciugamento di gran parte del Lago, affidandone la direzione al liberto Narciso, originario della Marsica, che era il Capo della Cancelleria imperiale, il quale però fu accusato dall’Imperatrice Agrippina di frode, per aver lucrato sugli appalti.
I lavori si protrassero per 11 anni (fino al 52), con l’impiego di circa 30.000 lavoratori, dei quali oltre due terzi erano schiavi e gli altri cittadini romani (artigiani: muratori, carpentieri, fabbri…). Lo storico Plinio visitò il Fucino mentre erano in corso i lavori erimase impressionato dalla grandezza dell’opera e dal numero enorme di lavoratori impiegati.
Le acque furono scaricate nel fiume Liri che scorreva vicino e più in basso di circa 20 m. rispetto al fondo del Lago, attraverso una galleria sotterranea di 5.650 metri, scavato sotto i Piani Palentini e sotto il Monte Salviano, che aveva una portata di 9 metri cubi di acqua al secondo. Il Canale claudiano aveva una pendenza del 0,15%, La differenza di quota dall’imbocco nella galleria (detta Incile) allo scarico nel fiume Liri, vicino all’attuale paese di Capistrello, era di 8,5 m..
L’opera fu inaugurata con una grande battaglia navale (naumachia), alla quale parteciparono,
secondo Svetonio, due flotte, composte ciascuna di 12 triremi. Invece, lo storico Tacito parla di 19.000 combattenti, per cui le navi dovevano essere un centinaio. Probabilmente, però, questi ultimi dati sono stati ingigantiti per rendere meglio l’immagine della grande festa fatta per l’inaugurazione dei lavori di prosciugamento del Lago.
Le terre prosciugate divennero proprietà imperiale. Claudio si fece costruire una grande villa nel villaggio marso di Supinum, sui resti della quale, è stata costruita nel Medioevo la basilica dei SS. Cesidio e Rufino (nell’attuale paese di Trasacco).
Gli ingegneri idraulici romani, a quel tempo, avevano capito che non si doveva prosciugare
completamente” il Lago, per non modificare il clima della zona. Avevano quindi previsto di lasciare un piccolo lago, detto Bacinetto, non prosciugando la parte più profonda del Lago, con una superficie di circa 7.000 ettari. L’esistenza del Bacinetto è provata dalla mancanza di ritrovamenti di strutture murarie antiche nella zona della depressione, quando fu prosciugata da Torlonia nel 1875.
La realizzazione della grande opera idraulica favorì lo sviluppo economico e turistico della Marsica.
Infatti, per il clima mite e temperato, i paesi rivieraschi e quelli ubicati nei dintorni del Lago
divennero ben presto luoghi di villeggiatura per i patrizi e per i benestanti romani, che costruirono numerose ville.
Il Canale claudiano, però, per mancanza di adeguata manutenzione ( tranne nel periodo
dell’imperatore Adriano), si otturò nel VI secolo (anche in conseguenza della fine dell’Impero
romano di Occidente nel 476), per cui il livello delle acque del Lago riprese a salire periodicamente come nel passato, minacciando di raggiungere alcuni paesi rivieraschi. Per molti secoli, non si fece nulla per risolvere il problema.
Nel 1240, Federico II, in seguito alla richiesta dei Marsi, ordinò al Giustiziere degli Ebruzzi di
ripristinare il Canale claudiano, ma i lavori non iniziarono.
Successivamente, anche gli Aragonesi, Sovrani del Regno di Napoli, pensarono di ripristinare
l’emissario claudiano, ma non se ne fece mai nulla per le ingenti spese che i lavori comportavano.
Finalmente, alla fine del Settecento, il progetto fu ripreso dal Re Ferdinando IV di Borbone,
quando, in seguito alla nuova grande escrescenza, verificatasi negli anni 1783-1787, durante lacosidde tta “piccola era glaciale” (nel periodo 1750-1860), il Lago si innalzò di alcuni metri sul livello ordinario. Però, i lavori di ripristino del Canale claudiano, iniziati verso il 1791, diretti dall’Abate Giuseppe Lolli e realizzati dai galeotti, furono interrotti dopo un paio di anni.

Nel 1816 si verificò una nuova forte escrescenza del Lago, raggiungendo la profondità massima conosciuta di m. 23.01, oltre 6 m. sopra il livello normale. Le acque invasero la zona meridionale tra i paesi di Ortucchio e di Venere dei Marsi, tanto che i pastori di Ortucchio dovevano portare al pascolo, sulla terraferma, le pecore con le barche. Anche l’abitato di Avezzano, spesso rischiò di essere raggiunto dalle acque.
Le popolazioni locali supplicarono Ferdinando I di Borbone, Re delle Due Sicilie, di intervenire. Il Re decise di ripristinare il Canale claudiano. I lavori iniziarono nel 1826, sotto il Regno del I e durarono circa 10 anni.
Intanto, nel 1835, si registrò il livello minimo del Lago, con una profondità di circa 10 metri.
Successivamente, il Canale claudiano si interrò di nuovo, in seguito a vari crolli. Pertanto, il Re Ferdinando II decise di affidare i lavori ad una impresa privata, per non gravare ulteriormente sulle finanze del Regno delle Due Sicilie.
Il 26 aprile 1852, il Re concesse l’affidamento dei lavori di prosciugamento totale del Lago a
Thomas D’Ajout (un francese residente a Napoli), che nel febbraio aveva chiesto di realizzare
l’opera a proprie spese, chiedendo di ottenere, come compenso, la proprietà delle terre prosciugate.
Le condizioni poste nell’atto di Concessione erano alquanto onerose: la Società doveva avere sede nel Regno; si doveva chiamare Società Anonima Regia Napoletana e doveva essere costituita entro un anno. Il progetto doveva essere presentato entro quattro mesi ed entro un anno dovevano iniziare i lavori, pena la decadenza della Concessione.
Come compenso per il lavoro, la Società avrebbe acquisito la proprietà delle terre prosciugate. Però gli “oggetti di antichità e belle arti” ritrovati durante il prosciugamento del Lago sarebbero stati consegnati all’Istituto dei Regii Scavi per essere portate nel Museo Archeologico di Napoli.
Thomas D’Ajout chiese ed ottenne il sostegno finanziario della Banca francese Degas, con sede a Napoli, e di altre Banche. La Società fu costituita il 2 giugno 1852 e la metà del capitale fu sottoscritto dal banchiere romano Alessandro Torlonia, proprietario della Banca Marino Torlonia.
Fu elaborato, con la consulenza dei più famosi ingegneri idraulici del tempo, di origine svizzera e francese (Montricher, Bermont, Brisse) un progetto per il prosciugamento del Lago, attraverso una nuova galleria, chiamata Canale Torlonia, realizzata allargando in gran parte il Canale claudiano.
Nella costruzione furono impiegati fino a 4.000 lavoratori al giorno.
Fu redatta la carta idrografica del Lago, con la collaborazione di alcuni Ufficiali di Marina messi a disposizione dal Ministro della Marina, il Principe di Ischitella.
Il 15 febbraio 1854 fu approvato il progetto. Poco dopo fu firmato il contratto e quindi iniziarono i lavori.
La Società si trovò subito in gravi difficoltà finanziarie, tanto da rischiare il fallimento, che fu
evitato da Torlonia, il quale acquistò l’altra metà del capitale, diventando così l’unico proprietario ed assumendosi tutti i rischi dell’impresa. È passata alla storia la sua famosa frase: “O io asciugo il Fucino o il Fucino asciuga me”.
L’opera per il Canale Torlonia proseguì con il Regno d’Italia e si concluse, dopo 22 anni di lavori, nel 1876.
Il Lago fu prosciugato in tre fasi. Il primo svuotamento iniziò il 9 agosto 1862 e si concluse il 30 settembre 1863. Il livello del Lago, che era in quel momento profondo 17,50 metri, si abbassò di circa 4 metri.
Prima di avviare lo svuotamento del Lago, si provvide, in base al Regio Decreto del 18 maggio 1862, alla ”delimitazione” del Lago, che fu effettuata il 22 e 23 luglio, dopo aver atteso la massima escrescenza delle acque, che arrivarono a lambire le case di vari paesi, allo scopo di acquisire la proprietà della maggior superficie possibile di terre prosciugate. Come “termine” (segno di confine), per segnare il livello raggiunto dalle acque, furono poste, in tutti i Comuni rivieraschi, delle statue in ghisa della Madonna (in modo che nessuno avrebbe osato spostare o distruggere quel “segno di confine”), con la seguente scritta : “A devozione di Alessandro Torlonia posta sulle sponde del Fucino. Anno MDCCCLXII”.

Nel 1864, la Direzione del Demanio avviò l’accatastamento, a favore di Torlonia (la Società era stata liquidata nel 1862), “in via provvisoria” delle terre che emergevano dal Lago, nonostante le proteste dei Comuni rivieraschi e delle popolazioni locali.
Inoltre, con il decreto del 21 novembre 1865, si concesse a Torlonia di occupare anche i terreni privati, pagando ai proprietari una indennità annuale corrispondente
“all’attuale valore locativo”.
Tutti i Decreti emanati a favore di Torlonia per l’acquisizione del possesso delle terre prosciugate, furono contestati dal Ministro dell’Agricoltura, On. Cordova, che ne mise in dubbio al legittimità.
Nonostante queste contestazioni, però, alcuni Comuni, in primo luogo quello di Avezzano con la Seduta straordinaria del Consiglio Comunale del 25 maggio 1865, concessero la cittadinanza onoraria a Torlonia.
Il secondo svuotamento fu fatto dal 28 agosto 1865 al 30 aprile 1868. Il Lago si abbassò di circa 8 metri e la profondità residua era di circa 5 metri.
Il terzo svuotamento fu fatto molto lentamente dal 1870 al 1875.
Mentre si stava concludendo lo svuotamento del Lago, il 17 gennaio 1875 il Re Vittorio Emanuele II, sentito il Consiglio dei Ministri, concesse ad Alessandro Torlonia il titolo trasmissibile di “Principe del Fucino” e gli assegnò una Medaglia d’oro come attestato di pubblica benemerenza.
Il Canale Torlonia, che scarica le acque del Lago nel fiume Liri, è lungo 6.301 metri, con una
pendenza media del 0,2% per i primi 250 metri e del 0,1% per il tratto restante. Ha un dislivello di circa 7 metri dall’imbocco del Canale allo scarico delle acque nel Liri. La portata è di circa 50 metri cubi di acqua al secondo.
Prosciugato il Lago, furono realizzate le opere di bonifica: 285 Km di canali; 41 ponti; 4 chiuse; 46 strade interne per 202 Km; la strada di circonvallazione (circumlacuale) di 52 Km. Inoltre, lungo i canali e le strade furono piantati filari di pioppi, salici ed acacie.
Il 1 ottobre 1878, gli ingegneri del Genio Civile, delegati dal Ministero dei Lavori Pubblici, fecero il collaudo dell’opera, scrivendo nella Relazione che era “perfettamente ultimata la grandiosa opera del prosciugamento del Fucino”.
Secondo il progetto, fu realizzato anche il cosiddetto Bacinetto, come luogo di raccolta delle acque in caso di riparazioni del Canale, di circa 2.270 ettari, con una capienza di 55 milioni di metri cubi di acqua. È circondato da una diga alta 2,5 metri e larga 7 metri, sulla quale c’è una strada lunga 18 Km.
L’opera di prosciugamento del Lago e la realizzazione di tutte le opere di bonifica (canali, ponti, strade, viali alberati…) è costata circa 13 milioni di lire del tempo.
Torlonia divenne proprietario di oltre 14.000 ettari, il 90% delle terre prosciugate.

ALCUNE CONSIDERAZIONI SUL PROSCIUGAMENTO TOTALE DEL LAGO
Nel 1871, il famoso Gregorovius scrisse: “Il re della Marsica è oggi Torlonia…per novantanove anni possederà la terra riscattata dal lago…ma sarà distrutta una grande opera naturale e l’Italia sarà vedovata per sempre di una grande meraviglia della natura…Io non so assuefarmi all’idea che questo solenne lago che per migliaia di anni ha specchiato nelle sue acque questi monti severi e maestosi debba scomparire per sempre”.
Quando il Lago scomparve nel 1876, i pescatori e gli abitanti della montagna si dolsero
profondamente nell’animo e alcuni maledissero il prosciugamento, anche perché temevano che avrebbe provocato dei disastri.
Nel 1882, l’avv. Giuseppe Cerri, membro del Consiglio Provinciale de L’Aquila, propose di
ripristinare una parte del Lago, nell’area del Bacinetto, come previsto nel progetto Torlonia. Al
riguardo presentò un Ordine del Giorno, approvato con 32 voti a favore e 3 contrari, nel quale è scritto: “Il Consiglio, ritenuto che l’essiccamento totale del lago ha prodotto tali alterazioni
climatiche da risultarne seria compromissione degli interessi generali di molta popolazione della Marsica, fa voti al Real Governo perché, in base al contratto, obblighi il principe Torlonia a è amaro il ricordo di quei empi felci e perduti!
…Ecco, in una notte spenti quei pingui oliveti, avvizzite e scolorite quelle apriche colline; ecco, dopo effimera fertilità, steriliti quei campi; ecco scomparsa ogni ricchezza di pesca e di caccia;
ecco il lutto e la miseria in quei si giulivi paesi; ecco quell’ameno giardino tramutato in triste
landa di volgare regione. Oh esemplare vendetta dell’oltraggiata Natura! Deh, sorga presto il
giorno riparatore dell’immensa ruina, ce quel giorno infallibilmente verrà…Si, quel giorno verrà e tu, Fucino mio… risorgerai trionfante e più fiorente di prima”.
Alcuni Comuni rivieraschi avviarono un contenzioso legale con Torlonia, davanti alla Sezione
Speciale “Usi Civici” della Corte di Appello di Roma, contestando in particolare la “delimitazione delle acque”, con le statue della Madonna, fatta da Torlonia nel luglio 1862, in base al Regio Decreto del 18 maggio 1862, durante la massima escrescenza del Lago, chiedendo che le terre intorno al Lago, che appartenevano alle popolazioni e che all’epoca erano “accidentalmente sommerse”, fossero dichiarate “beni demaniali” per essere destinate, come in passato, al godimento civico, e non fosse quindi riconosciuta l’assegnazione in proprietà ad Alessandro Torlonia. Chiesero inoltre, la liquidazione degli “usi civici di pesca”, riconosciuti alle popolazioni ripuarie con la Sentenza del 13 aprile 1810 della Commissione Feudale.
Dopo la Riforma agraria del 1951, con la costituzione dell’Ente Bonifica Maremma e Fucino, i
Comuni rivieraschi, contestarono di nuovo la “delimitazione delle acque” , con le statue della
Madonna, fatta da Torlonia nel luglio1862, con una “memoria” presentata nel 1953 al Commissario per la liquidazione degli usi civici in Abruzzo, nella quale si faceva presente che la delimitazione era stata fatta nel luglio 1862, quando il livello delle acque aveva raggiunto la quota di metri 32,17 mentre per la delimitazione si doveva considerare il livello raggiunto dalle acque al momento della firma della Concessione alla Società, fatta dal Governo borbonico il 26 aprile 1862, quando il livello delle acque era alla quota di metri 28,36. In questo modo, Torlonia aveva avuto la proprietà di una superficie di terre prosciugate molto superiore a quella legittima, basata sull’alveo naturale del Lago.

IL TERREMOTO DI AVEZZANO DEL 1915
Il 13 gennaio 1915, alle 7,52 si verificò nel Fucino un disastroso terremoto, con una magnitudo dell’undicesimo grado della Scala Mercalli, equivalente al settimo grado della Scala Richter, che causò circa 30.500 vittime, la maggior parte delle quali ad Avezzano, che fu l’epicentro (per questo motivo il sisma è stato anche chiamato terremoto di Avezzano), dove morirono circa 11.700 abitanti su 13.00 (il 90% della popolazione). Negli altri paesi della Marsica, la percentuale degli abitanti deceduti risultò decrescente, mano a mano che aumentava la distanza da Avezzano.
La scossa fu avvertita in gran parte del nostro Paese, dalla Pianura Padana alla Basilicata. Anche a Roma fu sentita molto forte. Nonostante ciò, il sisma fu segnalato con estremo ritardo ed i soccorsi partirono soltanto la sera del 13 gennaio e giunsero sul posto il giorno seguente per la impraticabilità delle strade e della ferrovia a causa dei crolli di molti ponti.

L’opera di soccorso procedette molto lentamente, nonostante l’impiego di circa 9.000 persone, soprattutto militari, i quali furono in gran parte ritirati dopo pochi mesi, con l’inizio della Grande Guerra, il 24 maggio 1915. Pertanto, l’On. Erminio Sipari, eletto alla Camera nel Collegio di Pescina, contestò duramente l’azione del Governo.
Quando l’Italia entrò nella Guerra Mondiale, l’On. Giovanni Torlonia-Borghese, genero di
Alessandro Torlonia, Deputato dal 1904 nel Collegio di Avezzano (divenne Senatore nel 1930), propose alla Camera di non concedere l’esonero dal servizio militare agli uomini in età di leva residenti nella Marsica, che erano sopravvissuti al terremoto, per non togliere ad essi l’onore di partecipare al conflitto per la conquista delle “terre irredente” del Trentino e della Venezia Giulia.
Il Canale Torlonia non risentì del terremoto, ma nel 1920 si decise, per prevenire eventuali danni, il rifacimento dei tratti della galleria considerati a rischio di crollo.
Alcuni studiosi hanno collegato il sisma con il prosciugamento totale del Lago. Al riguardo, il Prof. Raffaele Maccalini, che aveva auspicato la “resurrezione del Fucino”, scrisse che la eliminazione di milioni di metri cubi di acqua avrebbe favorito il bradisismo nel Fucino e quindi il terremoto del 1915.
Anche un altro avezzanese, Giuseppe Pernazza, scrisse nel 1915 che il terremoto era stato la conseguenza della “ira della Natura” per il prosciugamento del Lago.

LE CONSEGUENZE DEL PROSCIUGAMENTO TOTALE DEL LAGO
In seguito al “prosciugamento totale” del Lago si sono verificate alcune gravi conseguenze.
Innanzitutto, cambiò rapidamente l’economia della zona del Fucino, con la trasformazione forzosa di centinaia di pescatori in contadini, costretti a lavorare a giornata, come “braccianti”, che peraltro erano mal pagati perchè non avevano esperienza di lavori agricoli.
Inoltre, molti contadini non volevano lavorare le terre prosciugate, già ubicate nel fondo del Lago, perché avevano paura (anche per la loro scarsa cultura) che si potevano verificare delle catastrofiche inondazioni, che avrebbero risommerso tutto, ricreando il bacino lacustre.
Dopo la realizzazione del Canale Torlonia, gli abitanti dei paesi della Valle del Liri hanno
denunciato il Principe Torlonia perché l’aumento della “portata” (volume delle acque) del fiume Liri, nel quale si scaricavano le acque del Lago, nelle vicinanze del paese di Capistrello, causavano frequenti inondazioni. Infatti, il Canale aveva una portata massima di 50 metri cubi di acqua al secondo.
La conseguenza più grave, però, fu il profondo cambiamento climatico, che, nel corso del tempo, si è acuito continuamente ed ha causato molti gravi danni.
Infatti, sono aumentati, non solo nell’ex bacino lacustre prosciugato, ma anche nelle zone limitrofe, i fenomeni meteorologici estremi, con precipitazioni più intense e temperature più basse durante l’inverno ed estati più secche e calde, con il raggiungimento di alte temperature, in passato non registrate.
Queste forti escursioni termiche sono confermate dalle registrazioni della temperatura, effettuata giornalmente dal 1854 al 1873 (quindi nel periodo di prosciugamento del Lago) e poi, ogni 10 giorni, fino al 1906, ed anche dalle registrazioni effettuate dall’ARSSA(Agenzia regionale per i servizi di sviluppo agricolo, in seguito incorporata nell’Assessorato all’Agricoltura della Regione Abruzzo) dal 1951, nella stazione meteorologica di Borgo Ottomila, ubicata al centro della conca del Fucino.
Questi cambiamenti climatici sono ben conosciuti da tutti gli abitanti della Marsica.
Inoltre, nei giorni di nebbia (non solo in inverno) si ha l’impressione dell’esistenza del Lago, dovuta all’illusione ottica.
Le variazioni climatiche si sono aggravate negli ultimi decenni, tanto che nel 1985 si è registrata la temperatura minima di ben -23 gradi a Borgo Ottomila e nella zona di Telespazio (sembra anche che si è raggiunta la temperatura di -32 gradi, che però non è stata confermata ufficialmente).

In seguito ai cambiamenti climatici, gli abitanti dei Comuni della Vallelonga (specie Collelongo) lamentarono l’essiccamento degli olivi, delle viti e degli alberi da frutta.
Anche i grandi possidenti terrieri della Marsica (Cerri, Letta, Mattei…) denunciarono, anche con esposti al Governo ed al Consiglio Provinciale de L’Aquila, il profondo cambiamento climatico, che aveva causato gravi danni alle loro colture, con conseguente forte diminuzione della produzione agricola.

COSA FARE PER MITIGARE IL CLIMA?
Innanzitutto, le Autorità nazionali, insieme a quelle regionali e locali, e con la Collaborazione delle Università interessate, dovrebbero organizzare un Convegno internazionale, con i climatologici più famosi, per esaminare la situazione e vedere cosa è meglio fare a medio e a lungo termine.
Probabilmente, sarà necessario ripristinare, gradualmente, un piccolo lago, eventualmente nella zona del Bacinetto, come era stato già previsto sia dagli ingegneri romani al tempo del
prosciugamento effettuato sotto l’Imperatore Claudio, sia nel progetto attuato da Torlonia.
Inoltre, anche in alternativa al ripristino del piccolo lago, sarà necessario realizzare delle zone
boschive, di ampia estensione, eventualmente con alberi a rapida crescita
(come i pioppi) per sfruttarne la produzione della cellulosa.
Inoltre, sarebbe utile anche il rimboschimento delle pendici dei monti intorno al Fucino.
Siamo sicuri che, dopo aver trovato la soluzione migliore, si riuscirà a mitigare il clima nel Fucino, in modo che gli abitanti della Marsica non solo possano vivere meglio, ma possano anche coltivare di nuovo gli olivi, le viti e gli alberi da frutta, come si faceva in passato.
Siamo inoltre certi che i paesi della Marsica torneranno ad essere, come dopo la “bonifica
claudiana”, luogo di amena villeggiatura per i cittadini, non solo romani, ma anche di altre Regioni e, speriamo, di altri Paesi europei.

Scritto da Giorgio Giannini
Fonte: mondosabino.it




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