Alla scoperta delle origini dell’Uomo del Fucino



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Grotte, ripari rocciosi, villaggi primitivi e necropoli intorno all’ex Lago Fucino

Alla scoperta delle origini dell’Uomo del Fucino
 I primi uomini cacciatori-raccoglitori

Le più antiche tracce della presenza umana nella Marsica risalgono al Paleolitico inferiore-medio con il ritrovamento di strumenti di selce nella località “Le Moledi Avezzano (U. Irti 1980), di due raschiatoi e cinque schegge provenienti dai depositi fluvio-glaciali di Valle Majelama (A. M. Radmilli 1997) nel massiccio del Velino e  due raschiatoi in selce pura in prossimità della Serra di Celano (A. Ianni e G. Fegatilli 2021), a quota 1.221 m,  nelle vicinanze di una grotta di pastori posta sotto le balze rocciose del Monte San Vittorino. Ritrovamenti datati fra i 150.000-75.000 anni fa che provano il passaggio di cacciatori-raccoglitoririchiamati dalla presenza del Lago Fucino.

Grotte e ripari rocciosi sui rilievi montuosi intorno alla Piana del FucinoIl nomadismo stagionale dei cacciatori paleolitici risulta ben documentato con la frequentazione di grotte e ripari rocciosi che si aprono sui monti che circondano la Piana del Fucino. Le grotte hanno restituito alcune delle più antiche testimonianze della presenza dell’uomo in questo territorio, a partire dal Paleolitico superiore. Le prime scoperte a riguardo sono dovute agli scavi condotti a partire dagli anni ’50 del novecento, dalla Scuola dell’Università di Pisa, diretti dal prof. Antonio Mario Radmilli e dai suoi allievi G. Cremonesi, R. Grifoni, G. Radi, in accordo con la Sovrintendenza per i Beni Archeologici dell’Abruzzo, con il sostegno di studiosi locali. Le numerose indagini archeologiche hanno riportato alla luce resti scheletrici e utensili che hanno permesso di dimostrare come individui Cro-Magnon si stabilirono nelle numerose grotte e ripari rocciosi situati sulle montagne intorno al bacino lacustre.

Alla scoperta delle origini dell’Uomo del Fucino
Il prof. Antonio Mario Radmilli, scopritore della preistoria marsicana, che mostra il cranio dell’Uomo del Fucino

Le datazioni più antiche sono quelle provenienti dalla Grotta di Pozzo ubicata a circa 720 m s. l. m. nella parte meridionale del bacino del Fucino presso Ortucchio. Le annuali campagne di scavo hanno evidenziato una sequenza stratigrafica che risulta comprendere una serie di unità litostratigrafiche con datazioni che vanno tra i 23.000-14.000 anni fa.

La Grotta Tronci – Riparo Maurizio è una piccola cavità posta alla base del Monte Pisco Muratore di Venere di Pescina, vicino alla Rupe di Venere. I numerosi resti litici, la fauna rinvenuta e i focolari confermano l’utilizzazione continua per tutto il Paleolitico superiore fino alla prima età dei metalli. La Grotta Continenza è un’ampia cavità ubicata sulle pendici del Monte Alto di Trasacco a 710 m di altitudine, lungo la sponda meridionale dell’antico Lago Fucino. Gli scavi eseguiti nel suo interno hanno restituito materiali litici, ossei e ceramici dal Paleolitico all’età del Bronzo. In età Mesolitica fu utilizzata come luogo di sepoltura dimostrato dal rinvenimento di un cranio e una mandibola relativi a due individui maschili della razza Cro-Magnon. La ricerca stratigrafica eseguita all’interno della cavità ha portato ad individuare 47 livelli numerati dall’alto in basso. In questo sito e nel riparo attiguo, sono stati rinvenuti i resti scheletrici appartenenti a 36 individui riferibili all’Uomo di Trasacco databili a circa 14.000 anni fa.

La Grotta dei Porci è posta a circa 30 metri di altezza dalla Piana del Fucino in località Mesula, sopra il cimitero di Ortucchio. Gli scavi condotti al suo interno hanno restituito materiali litici, ossei e ceramici che coprono un arco di tempo compreso tra il Paleolitico e l’età del Bronzo. In età Mesolitica la cavità fu utilizzata come luogo di sepoltura, come testimoniano i resti ossei, in particolare un cranio completo privo di mandibola (Uomo di Ortucchio) appartenente ad un individuo femminile di circa 50 anni, datato con il metodo del radiocarbonio a circa 12.000 anni faLa Grotta di Ciccio Felice è ubicata alle pendici del Monte Salviano di Avezzano.  Le indagini svolte nel suo interno restituirono strumenti per la caccia e frammenti litici risalenti al Paleolitico superiore e all’Eneolitico che confermano come gli abitanti di questi luoghi erano dediti alla pratica della caccia al camoscio, alla marmotta e allo stambecco. Venne riutilizzata in età medievale come luogo di sepoltura.

Le prime genti avevano un’economia basata sulla caccia e la raccolta con vita semi-nomade: d’inverno rimanevano nelle grotte a valle, mentre nel periodo estivo si spingevano sugli altopiani per la caccia al cervo, allo stambecco, al camoscio e alla marmotta i cui resti furono trovati in grande abbondanza nella Grotta Achille Graziani a Villetta Barrea, un tempo conosciuta come Grotta dei Banditi.

Alla scoperta delle origini dell’Uomo del Fucino
Grotta Achille Graziani o dei Banditi – Versante settentrionale di Colle Santa Maria nel Comune di Villetta Barrea

I primi villaggi di pianura

Intorno ai 6.200 anni fa, ha inizio il popolamento umano per villaggi. L’uomo organizzato in nuclei abbastanza numerosi, scelse la sedentarietà. Una volta trovato un luogo sicuro vicino all’acqua, costruì veri e propri villaggi composti da capanne abitate da genti che lavoravano le ceramiche e oltre alla caccia e la raccolta praticava l’agricoltura, l’allevamento e la pesca utilizzando le grotte come luogo di sepoltura. Questo è confermato dall’insediamento di pianura di Cellitto risalente a 4.500 anni fa, rinvenuto nelle vicinanze di Paterno, da dove proviene la più antica testimonianza figurata umana a tutto tondo  italiana, rinvenuta nel 1978 dall’Archeoclub della Marsica. La statuetta, alta 7 cm, raffigura la parte superiore di un busto maschile con piccole braccia unite al petto.

Con la successiva età dei metalli, gli insediamenti di pianura diventarono più numerosi sia intorno al lago che nelle pianure e valli vicine, con genti legate ad una economia polivalente (agricoltura, allevamento, caccia, pesca, metallurgia). Con l’età del Bronzo gli insediamenti di piccole dimensioni si situarono sul fondovalle o alla base di pendii. Questo periodo si distingue soprattutto per l’evoluzione delle tecniche agricole: inizia il metodo delle rotazioni con l’introduzione di coltivazioni come la vite e l’olivo, resa possibile dalle caratteristiche climatiche e ambientali del lago. 

Insediamento-approdo lacustre Paludi di Celano

L’identificazione dell’area archeologica delle Paludi di Celano risale al 1984.  Nell’autunno di quell’anno, in seguito agli scavi eseguiti da Simplicio  Ciaccia per l’impianto di una “vasca” per la pesca sportiva, sotto la direzione dell’avvocato Umberto Irti, fu accertata l’esistenza di un approdo lacustre impostato su strutture paliformi (palafitte) databili a 3.700-3.600 anni fa.
Vennero riportata alla luce tre tombe a tumulo delimitate dalla caratteristica sporgenza circolare di pietre infisse nel terreno di una necropoli della fase finale dell’età del Bronzo, caratterizzate dalla presenza di un cassone ligneo (un tronco di albero scavato all’interno) entro il quale era stato deposto il corpo del defunto insieme al corredo personale costituito esclusivamente da oggetti in bronzo (fibule, rasoi, aghi).

Dopo una lunga interruzione i lavori di scavo ripresero  nell’estate del 1996. In questa occasione è stato possibile scavare una nuova tomba (la tomba 4) a tumulo (già individuata durante le precedenti campagne di scavo) e ampliare di circa 500 metri quadrati l’area di scavo esponendo, così, altre strutture lignee riferibili al villaggio palafitticolo. Nel 1998, infine, una ulteriore campagna di scavo ha consentito di individuare altre tre sepolture analoghe alle precedenti (la tomba 5, la tomba 6 e la tomba 7). L’unica tomba maschile della necropoli aveva come corredo un rasoio da barba in bronzo ed era segnalata da una stele in pietra posizionata verso ovest.

Le centinaia di pali di quercia, ancora conservati dal fondo melmoso della palude, segnalarono la presenza di passerelle, e forse di qualche edificio, non distanti da un insediamento posto più a monte. 

Necropoli intorno al lago

Nel corso della prima età del ferro (IX-VIII secolo a. C.) gli insediamenti di pianura posti sulle rive del lago e quelli collinari furono abbandonati.  L’aumento della conflittualità tra le genti, nell’area, portò alla nascita di centri fortificati d’altura racchiusi da cinte murarie composte da grossi blocchi di pietra calcarea i cui resti sono riconoscibili sul Monte Sècine di Aielli.

Nella vicina necropoli della località di Musciano-Cantoni provengono il disco-corazza di bronzo ed armi in ferro.La Chimera di Aielli è un disco-corazza in bronzo, risalente alla fine del IX inizio VIII sec. a.C. divenuto negli anni simbolo della Marsica e del suo popolo guerriero. Il reperto fu ritrovato ad Aielli, intorno alla fine del 1800, in località Musciano-Cantoni. Esso faceva parte del corredo funerario di un principe Marso. Il disco-corazza, o Kardiophylax, era un accessorio tipico dell’armamento difensivo dei guerrieri italici, in cuoio o metallo, dalla forma circolare che veniva indossato sul petto per proteggere il cuore in battaglia, da cui il nome. La Chimera era un animale fantastico che conferì al guerriero marso particolari poteri di vita o di morte. Oggi è custodita nel Museo Archeologico di Perugia.

Necropoli di San Castro e del Cantone – Insediamento italico-romano di Amplero Collelongo (IV – III sec. a. C.)
A partire dal 1968, con le campagne di scavo condotte dall’Università di Pisa, grazie all’interessamento della Proloco di Collelongo, fu riportato alla luce l’insediamento italico-romano di Amplero. Dallo studio degli inumati, dei resti animali e pollini rinvenuti sia nelle tombe che nell’abitato, risulta che Marsi di Amplero erano legati in età italica e romana ad una economia prevalentemente agricola con associato allevamento animale familiare. In questa località vennero alla luce le famose Gambe del diavolo (VI sec. a. C.), attualmente custodite a Chieti nel Museo Archeologico Nazionale d’Abruzzo. Gli scavi eseguiti confermano nell’area della Pietraia di San Castro l’esistenza di una necropoli arcaica documentata anche dal rinvenimento di corredi tombali databili dal VI alla fine del IV sec. a.C. Dalla tomba 14 della necropoli del Cantone, contenente più di 50 tombe, situata su una delle strade che mettevano in comunicazione il vicus con il lago e la Vallelonga, proviene il letto funerario in osso databile all’inizio del I secolo a.C.

Le necropoli di Aielli 

A partire dalla metà del I secolo a.C. e per tutta l’età Giulio-Claudia si svilupparono le necropoli lungo il Rio di Aielli e sulle pareti rocciose di Monte Sècine con tipologie diverse (fittili a cappuccina, a camera con copertura a volta e rupestri).

Necropoli lungo il Rio di Aielli 

Lungo il Rio di Aielli si trovano due tombe rupestri monumentali, con chiusura su cardini, ricavate su grandi massi erratici. La prima, posta sul lato sinistro in località Cannelle, presenta in alto apprestamenti, sedili e canalette ricavate nella roccia, legati ai riti funebri dei parentalia (festività romane a carattere prettamente privato che si celebravano ogni anno).  La seconda, posta più in basso al lato sinistro in località Vicciole a quota 675, è ricavata su un grosso masso erratico di calcare. Le tombe risalgono al I sec a.C.

Necropoli Monte Secine di Aielli

Risalendo dalle Gole di Aielli Celano verso la strada vicinale che porta ad Aielli Alto, dopo aver superato una masseria fortificata medievale, si notano sulle balze rocciose di Secine le aperture di 7 tombe rupestri di tarda età repubblicana e prima età imperiale romana. Si tratta di camere sepolcrali a soffitto piatto o leggermente arcuate ricavate nella locale roccia calcarea con doppi gradoni atti alle deposizioni interne,  con chiusure di due tipi: ad un solo battente incardinata su un lato e a saracinesca (cataracta) su due binari ricavati ai lati dell’apertura datate al I sec. a.C.

Necropoli di Prato Vecchio Celano In età repubblicana, nel III secolo a. C. sotto o a contatto dei centri fortificati si svilupparono le grandi necropoli con tombe di vario tipo. Poco distante da Paludi, in località Prato Vecchio, nel 2011 durante gli scavi per la costruzione di una centrale fotovoltaica, è venuta alla luce una necropoli di epoca romana (una delle più grandi mai scoperte in Abruzzo), 260 tombealla cappuccina, testimonianza importante di un insediamento produttivo rurale di tarda età repubblicana (II-I secolo a.C.) utilizzato fino alla tarda età imperiale romana (II-III sec d.C.). Un gruppo di fanciulle sepolte nella grande necropoli romana ha restituito la testimonianza di un costume funerario esclusivo, diverso dal resto della comunità. Le giovinette erano state adagiate nella tomba ornate da raffinati gioielli in oro e, in un caso, con indosso una parure completa e il capo cinto da un velo intessuto di perline preziose. Le giovinette, poco più che bambine, furono consegnate all’aldilà con pregiati materiali in oro tra cui orecchini, anelli con castone, una collana con vaghi in pasta vitrea, oltre a bracciali in bronzo deposti come elementi del corredo personale.

Una delle sepolture, accanto ai resti dello scheletro, conteneva un reperto di grande suggestione: una laminetta d’oro su cui era incisa una formula magica. Sulla laminetta che non era ancora srotolata, si distinguono chiaramente dei segni incisi, molto probabilmente in greco, riferibili ad una sorta di auspicio che accompagnava il defunto nel suo viaggio eterno.

Oggi a Paludi di Celano sorge il Nuovo Museo Preistorico d’Abruzzo, una struttura polifunzionale con spazi espositivi per mostre temporanee, laboratori di restauro e di antropologia, una sala conferenze e depositi antisismici.