Terre Marsicane
La voce della Marsica

ROCCA GENOVESE  NELLA MARSICA

 

Passo del Diavolo, autunno. Verso la fine di ottobre, alla metà del secolo XVIII, ci sarà stata una grande animazione,  quando  “ si calavano nel Tavoliero, soggette alla Reggia Doana di Foggia”,  le novecento pecore e le duecento capre di Simmone  Gallotti; le cinquecentoventi pecore, le sessanta capre  e  i trenta asini di Giovanni di Salvio, ‘Padronale di pecore’; le duecentoquarantanove pecore e centoventisette capre di Angelo Buccella; le quaranta capre, le ventisei bigliastre e i venti zappi di Bartolomeo Simonicca, per citare solo alcuni fra i tanti ‘Padronali di pecore’ che Lecce annoverava nel 1753.[1] Bigliastre, caprette; zappi, becchi.

  Poiché anche questo articolo tratta dell’ origine e del significato dei nomi, interessa, seduta stante, l’etimologia di zappi, caproni?  Za, accadico ša, pronome dimostrativo quello che, aramaico zi;   appi,  accadico  appu cima, vetta, punta. E’ il caso di accennare al fatto  che  il linguaggio degli strati inferiori  si caratterizza per il modo di pensare visivo e successivo, prossimo in questo, alla mentalità infantile e ai cosiddetti popoli primitivi e alla mentalità dei poeti. [2] I caproni,zappi,    più grandi e più forti delle capre, sempre irrequieti, sempre in  perlustrazione dalla testa alla coda del gregge, soprattutto al tempo degli afrori,  vengono visti dai pastori, dai pastori,  da chi sennò, come  ‘ quelli che stanno in testa, in cima, i più forti’.  Il nome che coincide con l’essere…

Aveva inizio in autunno, dunque, al Passo del Diavolo,  la  transumanza delle greggi del Castello di Lecce.

Avresti visto scendere allora,  per la via della Parruccia,   il massaro  (accad.  massû capo, guida, e accad, āru giovane,  ) che dal suo cavallo da sella, fra imprecazioni e attributi ai santi,    dava  ordini; avresti visto asini ‘ad uso della massaria’: questo carico di paletti e reti che , a sera, sarebbero serviti per approntare il recinto dove custodire il gregge per la notte,  quello che aveva, assicurate con una fune alla varda, il basto, (accadico warû, porto, reco, guido; da<ša, pronome dimostrativo quello, in posizione anaforica, la varda, quella che porta) le secchie e il  càccavo  (accadico kukkubu, greco κακκάβη), grosso caldaio in cui far cagliare il latte ;  quest’ altro ancora, tenuto per il capestro da un  varzëvacchië , (accadico wardu servo,š(a) quello,  agû (dell’) acqua),  carico di  barili per l’approvvigionamento dell’acqua; e quindi avresti visto seguire  tutto  il gregge, con alla testa  e alla coda più d’un pastore  e una muta di cani. Ti avrebbe colpito vedere due, tre   bëscìne, ragazzi dell’età scolare,  avviati  a fa’  lë  pëquërarë.   Doveva imparare presto il mestiere, lë bëscìnë, incominciando dai i piccoli servizi alla massaria: ramazzare la capanna, ammucchiare la legna secca per il fuoco, dare il siero ai cani, sciacquare le secchie, stare agli ordini, pena bastonate;  quanto prima   gli sarebbero state affidate le bigliastre da portare al pascolo.

Compito principale del bëscìnë era quello di radunare le pecore nello stazzo all’ora della mungitura  e indirizzare ogni singolo animale  a   lë vadë,  angusto  passaggio fra due paletti, che interrompevano, interrompono la recinzione,  dove il pastore, seduto su uno sgabello  con la secchia  fra le gambe, e imprigionata la pecora con una forcella al collo, procede alla mungitura;   bëscìnë,  da accadico pīšu,   bocca ( intesa come apertura, ingresso) –inë  suffisso aggettivante, (lat)inum  nel senso di  dimorante, abitante, stazionante, da accadico īnu (‘lord’). C’è un che di tenero nel termine bëscìnë, sumero peš, germoglio, rampollo.   Misero il rampollo di Leone Cornacchia  che la Parca attende al varco in quel di Boiano.[3]

Memori dell’impegno preso al termine della passeggiata del ventitre di giugno,  eccoci di nuovo qui, fra queste alture, culla di scorrimento verso il Molise e la Puglia;  per questo  diavolo, da accadico idu, greco dià, con idea di separazione, penetrazione a traverso e divisione in due (Rocci) e accadico wūlû , altura ( il diavolo non ha niente a che vedere!).[4]  Carta topografica dell’IGM  alla mano, partiamo per la nuova escursione.   Consultando la mappa, saltano all’occhio i seguenti nomi: Sorgenti del Sangro, Spineto, Fonte delle Salere, Vallone delle Salere, Fonte Acquarilli, Fonte  la Cicerana, fonte la Spina;  tutte in basso e di fronte alla Parruccia. E’ lampante nel termine Parruccia,  sumero par,  essere alto, para elevato, luvio parri  alto;  –uccia,  accadico agû acqua; ‘in alto all’acqua’  è, allora, il significato di  Parruccia. La località  contraddistingue  tutto il  fianco sud est  del monte Turchio. Maestosa  torre,  troneggia sul Fucino  e  sembra che voglia  sfidare  il dirimpettaio Velino, a nord ovest; ma non c’è  confronto.  Salire  sul monte Turchio,  rispetto alla scalata del Velino,  “ è come andare su un’ autostrada !”, ci ripeterebbe la guardia comunale al demanio di Lecce,  il compianto amico Lione,  che conosceva   ogni più piccolo sentiero, ogni anfratto, a palmo a palmo, queste montagne. Con lui e con il medico condotto e con altri carissimi amici che ci hanno lasciati, abbiamo condiviso le  tante ricreazioni che queste montagne offrono in tutte le stagioni.

Turchio,  fortezza della zona, questo ci dice il nome; da accadico durum oppidum  e accadico iku argine, territorio di sbarramento (Torre-). Alla  Parruccia, in direzione della vetta,  ci sono le Navëcèllë; il toponimo non è riportato sulla carta;  fu Lionë  a farci conoscere, un giorno, sia il nome sia in che cosa consistessero, queste vallette  piane dove, proprio in quella stessa occasione, riempimmo una busta di  piccoli ombrelli, mazze di tamburo ( non avevamo il cesto perché non eravamo andati a funghi, e  l’obbligo di avere il ‘tesserino’  non c’era ancora ).  Sono in alta quota: 1548, 1598, 1717, 1724, le Navëcèlle, questi prati, accadico nawû,    e accadico –ellû, elû alti.

E così discorrendo delle vecchie ‘uscite d’un tempo’, perveniamo alla fonte della  Spina; debbo fare   ancora il nome di Leone il quale, tra un falcata  e l’altra, con calma affermava che  “ la fonte della Spina è la prima sorgente del fiume Sangro”;  ché lo aveva sentito dire da un generale della  Forestale durante un’ispezione ai  boschi di Lecce.

Certo, nel passato la fonte della Spina non era nelle condizioni in cui l’abbiamo trovata un anno fa  flebile filo d’acqua che si disperde in basso e va a formare delle pozzette là dove hanno affossato  le zampe un cervo, un daino, i sempre più invadenti cinghiali ( l’orso no, ormai è diventato cittadino e a Lecce siede a tavola,  proprio non gradito ospite ),  ed è dubbio che, almeno in epoca storica, per quel che si può dedurre, alimentasse la corrente del Sangro; la fonte fa parte, comunque, del bacino imbrifero del fiume; quest’appartenenza forse voleva intendere  quel  generale, avendo presente che l’altra fonte, la Sorgente le Prata, dalla buona portata e che contribuisce a dissetare Lecce e Collelongo,  fa parte  del versante opposto.  Spina da accadico  şīpu inondazione  e accadico īna, inū semitico ‘ain fiume, sorgente.  Però… come per ‘vino alla spina, birra alla spina’ s’intende alla cannella,  all’origine, che ci sarà di verosimile nell’affermazione del generale?

Di fronte alla sorgente della  Spina, c’è la Cëcërana,   in alto a Fossa Përronë.   Francesco Gentilotti vi possiede  un territorio di coppe quattro giusta (vicino) li beni di Pietro Zarini e il Rio ( dal Catasto  ) e “ Giulio Gervasj, pastore di capre, di 26 anni, possiede  coppe tre e puggelli quindici  giusta  li beni di Bartolomeo Barile ai due lati e il Rio . Fermiamo l’attenzione sul fatto che a  Fossa Përronë, accadico būru cavità, pozzo, stagno e accadico enu, sorgente, fiume, ‘Rio’,   nel 1753,  scorreva  un ‘Rigo’, un ruscello,  poiché vi fa riferimento un nome,  Vagnëlitte,  di cui parleremo fra poco dopo esserci occupati della fonte  Cëcërana. Nella sua opera, alla sezione “Il messaggio etrusco”, trattando dell’antico fiume Caecina, Giovanni Semerano scrive:  Caecina è nome che deriva dalla particolare configurazione geografica  dell’ambiente in cui il fiume svolge il suo corso, in alto, in una vasta depressione fra le alture. La prima componente Cae- corrisponde alla base che il Tagliavini notava in gai, -,  go-, geu-, anche nel senso di “burrone”. Il nome Caecina definisce la sua natura di “ avvallamento fra i monti”; semitico, ebr. gaj- depressione, avvallamento.

Al posto di Caecina potremmo leggere  Cëcërana  perché il luogo, che dà il nome alla fonte   è anch’esso  “ in alto, (1555 m.) , in una vasta depressione ( Le Prata),  tra le alture ( Turchio e  Costa dell’Ortella) ”;  in più  c’è da notare che nel nostro nome  rivive  il termine  accadico  reĥu, fluire, scorrere,  che si addice bene a una fonte.

Torniamo ora al rio di Fossa Përrone  della cui parvenza, un rigagnolo,  posso dare conferma per aver notato il fatto durante un’escursione avvenuta all’inizio di una primavera di qualche anno fa, al disgelo delle nevi,  e a Vagnëlittë.  Raccoglievo da lë Dachë,  soprannome del pastore  di cui a l’orso cavallino nel precedente articolo, ( Dachë, accadico daqqu, il piccolo, il fanciullo, perché di bassa statura) queste parole:  “ A Fossa Përronë, cë nascë la bërtonëca, na jèrva,    i  lë  Vagnëlittë zë la fëméva”. Occorre qui fare una considerazione.  A Lecce,  che fu oppido marso  sul Colle di Peppa, a Forca Trëvella di Cirmo (accadico tīru, costruzione, abitazione, e accadico ellû alto)  nel V-IV sec.a.C., vico al tempo dell’imperatore Augusto,  Castello  turrito con tre porte dall’anno mille in poi, abbandonato dopo il prosciugamento del Fucino,  a Lecce, dico,  rivivono,  pari pari, parole accadiche come, ad  esempio:  leccese darassë,   respingi! allontana! indietro! Dio ci scampi! accadico darasu,  leccese javvë(ta),  nome di una località,  che viene poco prima del vecchio borgo,  dove in una piccola vasca ricavata ad arte si raccoglie acqua che trasuda dalla roccia, semitico jaum giorno, tempesta; tëconë ( parola ormai scomparsa perché nessuno più lo alleva  ) il maiale, per la sua capacità riproduttiva da accadico tēku, tīku, getto, versamento;  Barracca, soprannome, nell’antichità nome proprio,  accadico Bur-ru-qu, dagli occhi fiammeggianti, Rosso (proprio  come lo ricordiamo).  Il fatto, allora,  che a Fossa Perrone scorresse un Rio e  che  un ‘tipo’  andasse a cogliere una certa erba, la bettonica  che appartiene alla stessa famiglia della salvia,  su quelle pendici   e di cui evidentemente conosceva le proprietà, per fumarla alla pipa (potremmo testimoniarlo),  fece  ricacciare da un antichissimo fondo linguistico che si conserva, come abbiamo visto, nella  memoria collettiva di Lecce, le parole   (v)agnë, semitico ‘ain, fiume,sorgente e ittu : confine,limite, itti accanto, vicino, per caratterizzare quella persona, lë Vagnëlittë,  dall’abitudine  tanto particolare. Il termine semitico ‘ain, fiume,  alla cui citazione ci ha portati il nostro fumatore di bërtonëca, fa venire in mente anche un altro termine che ha a che fare con  fiume:  Pëllangonë,   da accadico  palgu, canale, fiume, pelago nel senso originario di “fiume”, e  accadico enu, signore; la casa di Pëllangonë è stata abitata fino agli anni cinquanta del secolo scorso ed è, fra quelle che sono a quella costa, la più vicina al torrente Latavana.  Solo per rimarcare certi legami, che non possono essere a caso, citiamo  il nome di Pelegone, figlio del fiume  Assio. (Iliade,XXI,141) Pelegone: signore, uomo del fiume; Pëllangonë, uomo (che abita vicino) al torrente (Latavana).

Ora potremmo incamminarci per il Vallone di Lampazzo e raggiungere abbastanza presto la nostra meta; ma il posto di ristoro che è qui vicino, sulla destra  non lontano  dalla fonte,  è troppo allettante per non fare un salto a gustarvi qualche sorso che qui, in questo Eden, altro che fiato ti ridà!  Cambiamo perciò itinerario; faremo il Vallone di Lampazzo al ritorno, in discesa.

E’ notizia recente che la località di Campo di Mërrëcénte, qui a monte della Cicerana, è stata dichiarata patrimonio dell’umanità; che?  non ci andiamo?

In breve  perveniamo a un bivio, la Croce di Pëccionë. Il posto è chiamato così  perché qui,  secondo leggenda, sarebbe morto, nessuno sa dirti quando, nessuno sa dirti come, ma tutti lo affermano anche chi è nato ieri, un certo Piccione. Sempre secondo la leggenda  una croce di ferro, in sua  memoria, sarebbe stata piantata ai piedi di un  faggio e inchiodata al  tronco; di questa croce non c’è traccia e non si sa che fine abbia fatto; c’è chi  arriva a dire che il faggio, crescendo, l’abbia incorporata ed ora starebbe sotto la scorza del tronco.  E’ dura a morire questa storiella  giacché qualcuno è arrivato a sostenere che un  tal Piccione sia stato ucciso durante l’epoca del brigantaggio,  un secolo e mazzo fa. Ecco, invece, come stanno le cose:  a quest’incrocio,  nei periodi non caratterizzati da siccità, come quest’anno, sorge acqua; in un’area di picnic nei boschi di Subiaco, c’è la fonte di Piccione. Trattasi dello stesso Piccione? Al Corno del Fucino, quando il lago ‘faceva i capricci’, l’acqua arrivava  alla  ‘Cisterna di Corno’,  nome  che troviamo nel Catasto del Regno di Napoli ed è abbastanza eloquente.   Pietro Terra (riprendo sempre dal catasto)  il quale, come tanti altri fortunati che a quei tempi potevano vantare di possedere terreni alla piana,  era proprietario  di un piccolo appezzamento a  Pié’ di Coste d’Artecchia, seù (latino sive, seu ‘o’)  Pagliaio d’Oviddio,  giusta (vicino) gli beni degl’ Ettorre (sic), cioè all’ingresso dell’attuale abitato. Nei  paesi le persone spesso hanno un soprannome  che li identifica  in base ad una caratteristica fisica, a un  comportamento, alla provenienza,  al luogo di dimora,  come abbiamo visto per  Dachë,  Vagnëlittë  e gli altri.  Quando, dopo il terremoto  del tredici di gennaio del 1915, che distrusse le case,  al sicuro sulle alture di Tarotë,  Sierrë,  Vallëmora,  Castëlluccë,  il possessore del terreno che fu di Pietro Terra ( ci sarà stato un qualche passaggio di proprietà) scelse di costruirsi la casa nel sito, ai piedi della Costa  d’Artecchia  ( da accadico arittu, dritto, perpendicolare, e accadico egû acqua) per i compaesani, che conoscevano bene la storia del lago,  ‘si stava  facendo la casa’ alla  bocca dell’acqua.  Da allora divenne  Pëccionë,   da accadico ,  bocca, apertura, inizio e accadico  enu, inu, sorgente, fonte, acqua.  Ai discendenti, tuttavia,  piace raccontare un’altra storia  secondo la quale “la massaia di quella casa una volta  scrollò la tovaglia, con le molliche di pane, davanti alla porta di casa ( forse sarà stato giorno di festa, perché solo nelle grandi occasioni si apparecchiava la tavola con il ‘bancale’)   e  në pëccionë  andò a beccarle;  per questo ‘cë rëcaccirnë ( le ricacciarono, le appiopparono )  Pëcciona’.   Accanto a Pëccionë , alla  Cittadella,  questo il nome del piccolo quartiere di Lecce alle Coste d’Artecchia ( si noti ellû , in alto ),  si stabilirono, dopo il terremoto,  anche Papittë , accadico appu, cima, punta, nel senso di altura , e accadico itti, accanto, vicino,  e Canë Pintë, accadico qanu, territorio, e accadico bamtu, costa montana.    A proposito della Croce di   Piccione c’è da aggiungere che  l’11/8/2008 chiesi a Felice Macera, ( che viva ancora a lungo!)   se  sapeva qualcosa di Pëccionë. Ecco cosa mi disse:  “  Në favë, addò štéva appëccëcata na crocë dë ferrë  dëllë  patrë chë lochë  z’éva mortë, lë fecë tajjà kë tutta la crocë Saliacionë, lë fijjë dë Pëccionë. Chi sa addò šta attëttrata!”  ( Il dialetto di Lecce è abbastanza comprensibile, traduco tuttavia alla lettera: “  Un faggio, dove stava attaccata una croce di ferro del padre che lì era morto, lo  fece tagliare con tutta la croce Saliacione, il figlio di Piccione. Chissà dove sta gettata! ”  Al lettore ogni ulteriore considerazione.

Dalla Croce di Piccione  a Campo di Mërrëcéntë la distanza non è poi molta. Presto incontriamo un ostacolo; un faggio secolare, sradicato dal vento, ci sbarra la via; per proseguire dobbiamo aggirarlo deviando a monte; più avanti, un secondo nell’identica posizione  e poi un terzo, discosto. Sul tronco di un’altra pianta, una scalinata di récchië, così viene chiamato qui il Pleurotus ostreatus, parte dalla metà del fusto fino alla diramazione, segno che l’albero non gode di buona salute. Il silenzio agevola  la riflessione: questi giganti abbattuti richiamano alla memoria, la favola di La Fontaine,  “Le Chêne et le roseau”:  la  superba quercia  che viene sradicata dal vento e l’umile canna, per la quale uno scricciolo, un roitelet, ‘në rëtëlicchië’ ’ è un pesante fardello, che invece si piega alle raffiche e  la scampa.

Discutendo sul modo migliore di cucinare le recchie ( non ci facciamo venire l’acquolina in bocca) arriviamo a Campë dë Mërrëcéntë ; ci arrestiamo di fronte a una barriera di sassi che interrompe il  sentiero; sarebbe più appropriato chiamarlo via perché qui, sulla destra,  sembra adatto al passaggio di un autocarro; sì, qui passava il  camion  quando c’era la  “Merrëca”,  così veniva chiamata la zona da Lampazzë a Campë dë Mërrëcéntë, intorno agli anni cinquanta del secolo scorso per via dei proventi che  non solo il Comune ma anche i privati cittadini  ricavavano dalla vendita della legna di questa zona; era il periodo della ricostruzione post bellica; ai cittadini veniva assegnato un certo numero di piante che, fatta la provvista di casa, poi commerciavano; l’America  però c’era solo per  quelli che possedevano i muli e il carretto,  non per coloro che  possedevano solo una  Giulia, una Mirella, una Carolina,  per dire: solo un asinello ( la mia asina si chiamava Mirella, e io, dell’età di un mancato bëscìnë,  le parlavo e la portavo a bere alla fonte  e al pascolo e le mettevo la pastora e non mi ha fatto mai cadere quando nonostante i divieti mi ci mettevo a cavallo a pelo   e siccome una mamma   non aveva il latte per la sua creatura portavo il latte di Mirella a quella mamma che lo doveva dare alla sua cëtëlélla; mi manca Mirella, son cresciuto con Mirella;  la terza mia sorella;  quando venne in casa una giovane Mirella l’accolsi con il cuore, ma non fu  lo stesso bene; forse non ero  io più  lo stesso…).   La chiù fortë rédëna la tëneva Guëštavë ,‘le redini più forti’ nel senso che con i suoi muli e il suo carretto era sempre al lavoro, non si fermava mai, era instancabile, Gustavo.  E’ rimasta a testimonianza della ‘Merrëca’  all’imbocco della via  per la Parruccia,  la fossa rettangolare in cui era alloggiata la bascula.  Ci destreggiamo fra gli spuntoni di roccia che fanno da corona a tutto  Campo di Mërrëcéntë, e ammiriamo l’ampia depressione che si para alla vista; ci sembra di stare alla bocca di un vulcano; non un albero cresce nell’avvallamento; erba e sassi ne sono il manto. Considerata la vastità del ‘Campo’ e considerato che Lecce si è mantenuto con i proventi del bosco e delle le morre di pecore ( ‘le greggi’ di pecore ;  la morra canonica,  è costituita da duecentoquaranta capi, retaggio del sistema di conteggio per indigitazione )   per  deformazioneprofessionale ( parolone, ma è quello giusto) qui  si è portati a credere che cento morre di pecore potessero  alloggiare in questo campo; cento per tante. Le cose invece, anche qui,  stanno diversamente e il fatto è che, a Campë dë Mërrëcéntë ci sono tanti (centë!) grandi  sassi, wàwwëzë, mérgë. Nel Lazio meridionale morra è la roccia, ma non è necessario andare in prestito dagli Ernici che sono peraltro nostri vicini, quando a San Benedetto abbiamo  i morroni, a Lecce il monte Morrone  che, se lo guardi bene, è tutto una roccia, e i mergë , grandi sassi dovunque.  Per Campo di Mërrëcentë, quindi, occorre intendere Campo dai tanti sassi, dalle  tante morre,  come le bianche pecore, al pascolo su un declivio, appaiono alla vista.  Sembra  tuttavia il caso di accennare appena alla fola, secondo la quale in questo campo sarebbe avvenuto uno scontro fra due gruppi  ( quali? per quali motivi? quando?) con la conta, alla fine dello scontro di una vera ecatombe  ( giusto cento  mor(i)-ti ).

Mërrëcéntë, come Murge, da accadico mūruku, con base accadica di arku, alto, lungo. A Tarote, luogo alto di Lecce, di fronte all’insegna ‘Via Andrea de Litio, al muro di casa che fu di Lëponë Lupë dë nottë ( perché mai?) c’è una scritta  con vernice nera, risalente  forse a cento anni fa, a dopo il terremoto,  in cui si legge(va) Largo Murgia.

Ed ora ci aspetta… la sospirata Rocca Genovese.  Vorremmo che fosse ancora  qui fra noi Lione ; Ci farebbe raggiungere, di nuovo, la vetta per l’autostrada più conveniente e,  come per  Fonte la Spina, forse avrebbe qualche  primizia da regalarci su Rocca Genovese.

Genovesi qui, nel Parco Nazionale d’Abruzzo?

Lo storico francese Camille Jullian nella sua opera Histoire de la Gaule,  avanza la seducente teoria che l’Occidente europeo è stato popolato e civilizzato dai Liguri.  Secondo la tradizione tucididea, tre secoli prima dell’arrivo nell’isola dei Greci e dei Fenici,  i Siculi,  di origine ligure,  verso l’anno 1000 a.C.  attraversarono la Penisola,  e si stanziarono in Sicilia. Dobbiamo dedurre  che  a Rocca Genovese ci sia stata una presenza di Liguri o di Siculi?

Certo è che fra  gli Italici dell’Italia Meridionale fu diffuso un linguaggio comune, come attestano i nomi di Anxa dei Marsi  ( Anxa vuol dire bastione ed è difficile credere che lo fosse  Luco,   che si affacciava all’acqua, per cui il nome:  accadico luĥmu, palude, laguna, pantano;  è logico  supporre invece  che Anxa dei Marsi si trovasse  in alto all’attuale San Pelino,  da identificare nei resti rinvenuti a colle Lanciano),   Anxa dei Frentani (Lanciano),   Anxa  nel Salento ( Gallipoli ), Anxa dei Lucani (Anzi),  Anxur dei Volsci ( Terracina ). Di  rocca, si è detto più volte nel precedente articolo, da accadico arku, alto, lungo;  genovese, che dal punto di vista etimologico non ha nulla a che fare con il termine Liguri,  da accadico gennû, montagna, sumero gen, monte, come per l’ oppidum preromano  Genua, su un poggio ripido al mare;   –ese, accadico āşû, che si leva, che emerge, che esce, come  greco έως, eos, l’aurora , uscita della luce. Che ognuno ammiri, da questa altezza le meraviglie che la Natura  ci ha date,  che ognuno si lasci andare alle proprie riflessioni. Qualcuno, preso dall’entusiasmo dei 1900 metri,  propone  di raggiungere   l’Ortella. – Eh! no, non è in programma; e poi chi ci arriva, ora, a quella costa? Tanto quando saremmo arrivati  lì,   ci sentiremmo  dire  che,  in questo nome  rivive accadico arittum dritto, perpendicolare e accadico ellû alto-, è l’osservazione. Non tanto contrariato,  per la verità,  sarà pure un po’stanco,  l’autore della proposta si allontana di qualche metro;   sfila dalla tasca un’armonica a bocca, e guardando lontano, intona un motivo.   Riconosciamo “  So sajjutë a ju Gran Sassu…”, questo inno alla montagna abruzzese;  ci avviciniamo all’  ‘artista’ e,  forse per la prima volta,a Rocca Genovese, canta un coro.

E’ l’ora di discendere. Imbocchiamo il vallone.   Allo Stazzo delle jastrelle, le pecore al di sotto di un anno,  quota 1632, mi viene chiesto  perché il vallone si chiama  Lampazzo. Parto da lontano con il dire: – Amici, sentiamo ogni giorno fare il nome  dell’isola di Lampedusa;  non ha qualcosa in comune con il  vallone?  Debbono  necessariamente avere, allora, lo stesso significato, con qualche leggera sfumatura.  Parliamo dll’isola: essa  non galleggia come la leggendaria Delo;  si leva  dal fondo marino  e affiora  in forma allungata. Nel nome  è da vedere, nell’ordine: accadico alāpu, allungare ,diramare ,aggrovigliarsi, accadico edûm, sumero adéa, acqua, nel suo aspetto di onda e accadico aşû uscire‘esce sinuosa fra le onde’, Lampedusa, come Venere. In  Lampazzo,   la seconda parte del nome,   che ritroviamo   in: altopiano di  Arcinazzo, Përazza[ 4]  è più vicina all’originale  aşû uscire, levarsi, sorgereLampazzo  quindi, che si allunga e si leva in alto: Visto da qui poi…, non è così?. Soddisfatti?- C’è silenzio. Una poiana volteggia su di noi.

A metà vallone notiamo gli effetti di una valanga che c’è stata parecchi decenni fa:   per fortuna non poteva esserci qui nessuna costruzione. Arriviamo alla fine del vallone.   Risalita la breve costa, ci troviamo  al punto di partenza, proprio a pochi metri dalla pesa installata ai tempi della Merrëca.  Mi accorgo che non ho parlato né della fonte delle Salere né di Spineto che sono all’inizio della costa che abbiamo appena lasciata. Vi accenno ora: per Salere, non bisogna intendere che qui ci fosse una cava di sale, ma accadico salā’u, bagnaresalum, innaffiare,  e harrum  fosso,’vallone’;   per Spineto, come per fonte la Spina accadico, accadico  sīpu inondazione e accadico etû,confine, vicino. Il fiume scorre al di là della strada. Stanchi e soddisfatti scendiamo al piano.

 

NOTE

[1]Catasto  sottoscritto il 14 Gennaro 1754 da: Don Francesco Leone deputato ecclesiastico, Don Matteo d’Andrea deputato ecclesiastico, Lorenzo Cornacchia deputato del 1° ceto, Angiolo Buccella deputato del 1° ceto, Marino Iannitti deputato del 2° ceto, Bartolomeo Simonicca deputato del 2° ceto, Pasquale Ciarlino deputato del 3° ceto, Venanzio Cacchietta deputato del 3° ceto, Giovanni Chiola, sindico (sic), Domenico Macera sindico, Basilio Petrucci sindico.

[2]  Havers, W., Handbuch der erklaerende syntax.

[3] Ecco la sorte toccata ad un bëscine  durante la transumanza del 1841.

Anno millesimo octingentesimo quadragesimo primo, die decima mensis Decembris, Dominicus filius Leonj Cornacchia et Antonia Borza coniugum huiusTerrae Litii, aetatis suae annorum doodecim (sic) in C.S.R.E. ( Communione Sactae Romanae Ecclesiae n.d.r.) repentino morbo percussus animam Deo reddidit in territorio Civitatis Bojane cuius corpus aquarum impetu in flumine dictae Civitatis sepultum fuit, uti mihi relatum fuit a  testibus  fide digni.

Ego Dominicus Macera Economus curatus.

L’anno 1841 il giorno 10 del mese di Dicembre, Domenico figlio di Leone Cornacchia e di Antonia Borza coniugi di questa Terra di Lecce, all’età di 12 anni, in comunione con Santa Romana Chiesa (battezzato), colpito da improvviso malore rese l’anima a Dio nel territorio di Boiano; il suo corpo venne travolto dalla forza della corrente del fiume di detta città, come mi è stato riferito da testimoni degni di fede. Io Domenico Macera, parroco.

[4]  Vedi anche in  “ IN CAMMINO ARCHIPPII A PASSO DEL DIAVOLO”

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