Le nostre montagne raccontano: le Gole di Aielli-Celano



Genesi, evoluzione morfologica, microclima e patrimonio floristico-vegetazionale

Le nostre montagne raccontano: le Gole di Aielli-Celano
Le nostre montagne raccontano: le Gole di Aielli-Celano

Genesi ed evoluzione morfologica 
Siamo in Abruzzo, all’interno del territorio del Parco Naturale Regionale Sirente-Velino. Qui, dove la natura è meravigliosamente selvaggia e incontaminata, si  trovano le Gole di Aielli-Celano. L’affascinante canyon naturale si sviluppa interamente lungo i confini dei territori comunali di Ovindoli, Aielli e Celano, tra i 1.330 m dell’ingresso di Valle d’Arano (Ovindoli) e gli 810 m di quota  dell’imbocco delle Foci (Aielli-Celano). 

La genesi e l’evoluzione morfologica delle Gole di Aielli-Celano vanno ricercate dai lontani tempi miocenici fino ai giorni nostri. Le imponenti pareti subverticali che solcano la compatta e tenace roccia calcarea sono state generate e modellate, nel corso di milioni di anni, da un insieme di fenomeni spesso collegati alle varie fasi dell’orogenesi appenninica. I fenomeni predeterminanti alla loro formazione furono i movimenti tettonici della crosta terrestre che si sono avuti sotto le spinte orogenetiche avvenute tra il periodo dell’Oligocene  e del Pliocene

L’erosione operata nel tempo dagli agenti atmosferici e dalle acque dell’antico Torrente Rio Foce sui fianchi dei rilievi rocciosi e i fenomeni di corrosione ed evorsione hanno lasciato impronte molto evidenti sulle pareti alte, in alcuni tratti, fino a più di 150 metri. Le Gole separano il Monte Sirente (2.348 m) dal Monte Tino (1.923 m), conosciuto come Serra di Celano. Esse danno il nome anche alla località che per il particolare microclima ha sviluppato un ricco patrimonio floristico-vegetazionale con elevata biodiversità.

Patrimonio floristico-vegetazionale
Lungo i bordi della strada che dalle ultime case dell’abitato di Celano porta al piazzale sterrato dell’imbocco delle Foci, si possono ammirare piante di Gigaro chiaro (Arum italicum), Sanguinella (Cornus  sanguinea), Biancospino (Crataegus monogyna)  e Rovo (Rubus ulmifolius).

Un po’ ovunque, si vedono rigogliose siepi formate da arbusti di Prugnolo selvatico (Prunus spinosa), Rosa di macchia (Rosa canina), Marruca (Palius spina-christi) e altri piccoli alberi con altri arbusti di Ligustro (Ligustrum vulgare), Fusaggine o Berretta del prete (Euconymus europaeus) e Olmo (Ulmus minor).

Sottobosco del querceto
Nel sottobosco del querceto di piante di Farnia (Quercus robur), che si estende fin sopra Colle Felicetta, crescono robusti ciuffi di Elleboro fetido (Helleborus foetidus) con numerosissime piante di Asparago selvatico (Asparagus acutifolius) e di  Muscari neglectum (Muscari neglectum) che fanno capolino nel terreno. 

Risalendo la ripida sterrata che porta sotto le tombe rupestri del I sec. a. C., nei pressi di una piccola risorgiva, colpisce l’attenzione un fitto e coloratissimo tappeto verde di Equiseto dei campi (Equisetum arvensis). 

Imbocco del Sentiero CAI 12
Preso il sentiero che dal piazzale sterrato porta fino a Valle d’Arano, tra le ripide pareti rocciose, la natura si presenta straordinariamente selvaggia e incontaminata. Si attraversa subito una suggestiva pineta di Pino nero (Pinus nigra), stazioni di Pino nero sono presenti anche sulla Via Romana, nei pressi del Monastero di San Marco  e del Castello-recinto medievale di Castelluccio. Nei lembi di terra che emergono dal greto ciottoloso del torrente, crescono piante di Pungitopo (Ruscus aculeatus) e, quasi nascosti dal tappeto di foglie si notano piantine di Ciclamino selvatico (Cyclamen hederifolium) nonché candide campanule di Bucaneve (Galanthus nivalis).

Alla base delle pareti rocciose 
Alla base delle pareti rocciose il suolo è ricco di materiale ciottoloso e ghiaioso in un ambiente fresco e umido dove si sviluppa il bosco di forra formato da Carpino nero (Ostrya carpinifolia), Faggio in forma arbustiva (Fagus sylvatica), Monete del Papa (Lunaria annua), con le rocce ricoperte da fitti grovigli di Edera rampicante (Hedera ilex) e robusti intrecci lianosi di Vitalba (Clementis vitalba).

Il fenomeno dell’inversione termica 
La morfologia delle Gole, pareti strette e profonde scavate e modellate dall’acqua, dove i raggi del sole arrivano solo in alcune ore del giorno, origina un fenomeno atmosferico che rende l’ambiente di forra molto particolare. Qui si registra un andamento termico verticale invertito rispetto alla norma: la temperatura dell’aria aumenta salendo di quota, anziché diminuire, per cui nella parte più alta della forra si trovano le specie che prediligono un elevato grado di insolazione, mentre alle quote basse si trovano le specie adattate a maggiore umidità e minore temperatura. In prossimità del corso d’acqua nel lembo di terra discontinuo, è presente una fascia di vegetazione ripariale costituita da Pioppo nero (Populus nigra), Salice bianco (Salix alba) e i tratti rocciosi sono ricoperti da Muscio e Felci

La vegetazione della forra
In estate nei pressi della Fonte degli Innamorati e dei ruderi del Monastero di San Marco è più fresco e più umido rispetto ai dintorni. Qui il terreno è ben alimentato dall’acqua, ricco di sostanze nutritive e di humus, in modo che lo strato erboso possa crescere rigoglioso. Le condizioni ambientali e microclimatiche della forra sono molto particolari, infatti la  vegetazione presente risulta  specializzata e di particolare pregio.

 

La flora al suolo è caratterizzata da specie con grandi lamine fogliari come la Moneta del papa (Lunaria annua), il Farfaraccio bianco (Patasites albus), la Dentaria minore (Cardamine bulbifera) e l’Actaria (Acteae rytrocarpa). 

Queste specie hanno ampliato la superficie fogliare per utilizzare meglio la luce che in questi luoghi, di difficile accesso, si riduce notevolmente.

I versanti rocciosi
Sui versanti scoscesi e impenetrabili, decisamente rocciosi e poveri di nutrimenti, dove il suolo è sempre ben drenato, il Carpino nero o Carpinella (Ostrya carpinidilia) è molto diffuso insieme all’Orniello (Fraxinus ornus) associati a Roverella (Quercus pubescens) e sporadicamente anche all’Acero montano (Acer pseudoplatanus).

Il limite della vegetazione arborea: la faggeta
Nella valletta posta fra il Monte Secine e il Monte Etra si snoda, a lunghi tratti ricavata nella roccia, l’antica Via Romana di età tardo-repubblicana. Dai 1242 m dei Prati di Cusano fino ai 1331 m della Fonte d’Arano, si trova una fitta vegetazione sul versante ben esposto al sole. 

Dopo una bella pineta di Pino Nero (Pinus nigra) si attraversa una caratteristica faggeta che diventa sempre più fitta e ombrosa fino ai 1331 m di Valle d’Arano.  

La faggeta si estende anche sui ripidi pendii prossimi al crinale: luoghi poco accessibili dove trovano dimora molti animali selvatici.  Tra Faggi secolari (Fagus sylvatica), ma anche più giovani e cespugliosi, si trovano specie di Acero riccio (Acer platanoides), Tasso (Taxus baccata), Frassino maggiore (Fraxinus excelsior), Sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia), Nocciolo (Corylus Avellana) e fino a quota 1.500 anche il Maggiociondolo (Laburnum anagyroides).

Il suolo della faggeta
Il suolo della faggeta è ricoperto da uno strato superficiale di lettiera formata da resti organici vegetali e animali. Lo strato inferiore, costituito da humus e materiale decomposto, si mescola al terreno del sottostante strato inorganico. Il sottobosco è costituito da piccole piante erbacee ed arbustive che riescono ad adattarsi in un ambiente fresco e con poca luce. Qui si trovano piante di Felci, Dafne laureolata (Daphne laureola), Fiordaliso montano (Centaurea montana) e Raponzolo (Phiteum ovatum).   

Le radure
Nelle piccole radure, dove la vegetazione si fa più rada fino ad essere del tutto assente, non mancano piante di Sorbo domestico (Sorbus domestica), Ciliegio degli uccelli (Prunus avium), Ciliegio canino o Ciliegio di S. Lucia  (Prunus mahaleb),  Perastro o Pero selvatico (Pyrus pyraster) e Melo selvatico (Malus sylvestris). 

Oltre il limite della vegetazione arborea 
Nella fascia vegetazionale tra il limite della vegetazione arborea e i pascoli del Sirente crescono diversi arbusti e cespugli di specie tipiche di questa fascia come la Ginestra dei Carbonai (Cystus scoparium), il Prugnolo (Prunus spinosa), il Biancospino (Crataegus monogyna), il Rovo (Rubus ulmifolius), il Ginepro (Juniperus communis), il Corniolo (Cornus mas) e la Rosa Canina (Rosa canina). Sono piante rustiche e frugali capaci di sopportare condizioni di aridità e scarso nutrimento, che ben si adattano in questo spazio degradato dove le sostanze nutritive e i sali minerali scarseggiano in quanto trascinati via dal dilavamento delle piogge. Si tratta delle cosiddette piante pioniere, cioè precursori del bosco. Queste piante spinose proteggono dalle aggressioni di animali erbivori e difendono altre piantine indifese che germinano tra le loro radici. Così le fronde spinose di queste specie offrono riparo dal vento, dal sole e dal pascolo. 

Alcune specie di orchidee rinvenute nel territorio in diversi tipi di habitat
Le orchidee sono piante erbacee perenni molto adattabili a diversi tipi di habitat (radure e sottoboschi) che fioriscono durante la primavera e l’estate. In questo periodo immagazzinano il nutrimento all’interno delle radici simili a piccoli bulbi che permettono loro di superare la stagione fredda sotto terra, per poi tornare a fare capolino nella primavera successiva. Orchidea Sambucina (Dactylorrhiza sambucinae), Orchidea piramidale (Anacamptis pyramidalis), Orchidea maggiore (Orchis purpurea), Orchidea maschia (Orchis mascula) e Ofride di Bertoloni (Ophrys Bertoloni).




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