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Il fascismo agrario nel fucino e la fine di Torlonia (1919-1951)

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Partendo da nuove ricerche raccolte in questo libro di prossima pubblicazione, occorreva far avvicinare con interesse il lettore alla storia locale e nazionale senza appiattire la linea del tempo, pur affermando che l’operazione si presentava come un rischio evidente. 

Da qui la necessità, come abbiamo inteso realizzare, di una trattazione sulla Marsica, l’Abruzzo e l’Italia del Ventennio fascista attuata «a ventaglio», con un’indagine sempre più aperta ai difficili problemi territoriali di rinascita socio-economica, strettamente connessi anche e soprattutto alla «questione del Fucino». 

Mussolini ad Avezzano nel 1938 e un manifesto per l’assegnazione dei lotti nel Fucino

La nostra analisi, pur continuando a svolgersi secondo la cronaca giornaliera, mantenendo un ordine solitamente cronologico degli avvenimenti zonali e nazionali, ha cercato di mostrare, anche all’interno di quest’assetto, una sistemazione per avvenimenti, per restituire vita al passato attraverso personaggi e aspetti di un territorio visto spesso a tinte fosche. Ovviamente, la scelta di questo particolare taglio espositivo, ha mostrato una migliore classificazione dei fatti e delle figure che influenzarono la vita pubblica dell’intero comprensorio marsicano e non solo. 

Tuttavia, pretendere di aver dato al fenomeno “rivoluzionario fascista” del Ventennio una più consona spiegazione è stata pura illusione, soprattutto quando dopo il 1922 nella Marsica il movimento si era presentato come una speranza di rinnovamento in tutti i campi, coinvolgendo sia la borghesia locale sia i ceti medi e forse rappresentò un rimedio estremo per uscire dal bolscevismo o da una vecchia visione politica democratica-liberale (vedi Giolitti e Corradini) che ottenebrava la rinascita dell’intero territorio dopo la catastrofe del sisma (1915). 

Sulla scia di pochi studi autorevoli sull’argomento, con gradi diversi e sotto forme svariate, abbiamo inteso raccogliere nuovo materiale non ancora noto, per chiarire ai lettori un periodo dove cortei, adunate di migliaia di persone, riti di benedizione dei gagliardetti e giuramenti solenni delle squadre in camicia nera, divennero anche nella Marsica uno spettacolo quotidiano, come simboli della “rivoluzione” fascista. Infatti, alla base del mutato atteggiamento, si vietò anche l’uso delle parole straniere e quello dei dialetti. Proprio perché: «Il dialetto popolare, sebbene innegabilmente nazionale, disturbava la retorica magniloquente di un regime che spesso si ispirava ai grandi fasti della storia, riprendendo il mito di Roma antica e dunque aspirava a un ideale di per sé imperiale della lingua che, per farsi degna dei radiosi destini, necessitava di elevatezza».

Tra l’altro, riportando un’ampia cronaca giornalistica legata al territorio in questione, spesso abbiamo appreso direttamente dalle parole dei protagonisti problemi e dispute che attanagliavano agricoltori, affittuari e semplici braccianti del Fucino alle prese con i contratti annuali e con le numerose vertenze in cui fu spesso invocata la partecipazione del «Ministero delle Corporazioni».

Come ben documentato, un ruolo essenziale, durante tutto il Ventennio fascista, svolsero la Romana Zuccheri e i principi Torlonia, fino alla loro caduta, che non fu certo indolore. 

Si tratta, dunque, di un groviglio d’influssi che può sembrare complesso nel quadro delle iniziative zonali, suffragate da zelanti podestà pronti a ridare importanza ai loro paesi e solennità ai festeggiamenti scanditi degli anniversari nazionali nelle crescenti «Case del Littorio». 

Da questi intricati e molteplici rilievi, possono notarsi anche periodiche lamentele e risentite critiche rivolte agli enti preposti per la rinascita, specialmente quando si rivendicò, dai territori marsicani ancora disastrati, un pronto e giusto intervento per nuove e necessarie strutture, con risorse che, però, furono quasi tutte convogliate sulla città di Avezzano, rispetto ai piccoli borghi del comprensorio. Oltremodo, risaltano anche personaggi di spicco molto attivi nella zona come: avvocati, notai, giornalisti e importanti parlamentari, che cercarono di rimanere sulla cresta dell’onda “fascista”, magari come segretari di partito, onorevoli o direttori d’importanti quotidiani asserviti al potere. 

Rielaborando l’operato dei protagonisti delle lotte contadine nel Fucino e selezionando i rapporti di causa-effetto storicamente più rilevanti, nell’intreccio tra fascismo e crisi della proprietà terriera, speriamo così di aver dato un modesto contributo per far emergere una corretta rappresentazione dei problemi fucensi «caratterizzati da una forte coscienza di classe e dalla chiara idea delle rivendicazioni» scatenate contro l’amministrazione Torlonia e poi contro la polizia di Scelba. 

In conclusione, tornando dunque alle domande iniziali poste da questo saggio riguardo alla «didattica della storia», tutta la narrazione degli avvenimenti ha cercato di fruire di vecchi e nuovi strumenti come modelli di comunicazione. Grazie ad essi abbiamo tentato di ricostruire nuove competenze, ampliando al contempo la conoscenza dei discenti, con il fine di mantenere la storia del territorio in un ruolo di corrette posizioni proprie, attive ma apolitiche, strumento indispensabile per leggere criticamente il passato e poter affrontare con metodi meno improvvisati il futuro. 

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