I nostri grandi conterranei: il genio abruzzese



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La nostra generosa terra ha dato i natali a molti personaggi che si sono distinti per arti, scienze, politica e santità. Non tutti hanno raggiunto la stessa fama ma ognuno di loro ha eccelso nel suo settore, portando il nome dell’Abruzzo nel firmamento delle grandi terre d’Italia. Credo sia doveroso nominarne alcuni senza nulla togliere a chi rimarrà fuori dall’elenco da me stilato.

Andrea Argoli nacque a Tagliacozzo nel 1570 e morì a Padova il 27 settembre 1657. Fu un matematico, un astronomo e un medico. Studiò all’Università di Napoli medicina, matematica ed astronomia. Nel 1621 si trasferì a Roma e suo mecenate fu il cardinale Lelio Biscia. Nel 1622 ottenne la cattedra di matematica all’Università di Roma la Sapienza. A causa della sua passione per l’astrologia fu costretto a trasferirsi a Venezia. Nel 1632 ottenne la cattedra di matematica all’Università di Padova Raggiunse grande fama tra i contemporanei per la sua erudizione, scrisse molte opere e fu detto l’Euclide dei Marsi.
Il Senato Veneto fu tanto soddisfatto del suo insegnamento da conferirgli l’onorificenza dello “Stemma di San Marco”. Nel 1648, ancora vivente fu scolpita in suo onore una lapide nella Cappella del Tesoro della Basilica di Sant’Antonio di Padova che dice:”… Andreas Argolus S. C. Eques Divi Marci, et in Patavino ginnasio publ. mattheseos prof. pro familia sua inter Marsos jamdudum clarissitna, non magis quam pro republica astronomica…. pene laboribus per functus, animum aeternae quie¬ti advertens V. S. L. M. anno aetatis 77 red. Mundi MDCL VIII…”.
La sua casa natale si trova Piazza Obelisco di Tagliacozzo, dove ha dato il nome all’istituto onnicomprensivo.

Filippo Angelitti nacque ad Aielli il 10 maggio 1856 e morì a Palermo il 25 gennaio 1931. È stato un astronomo italiano. Laureatosi in matematica nel 1878, per oltre 20 anni (dal 1878 al 1898) lavorò all’osservatorio di Capodimonte a Napoli. Fu anche direttore dell’osservatorio di Palermo e professore di astronomia dell’università di Palermo.
Giovanni Canale, detto Giovanni Artusi Canale o Il Piscina, nacque a Pescina intorno all’anno 1610 (secondo alcune fonti il 16 aprile 1609) e stando ad alcuni registri parrocchiali del paese natio morì il 21 febbraio 1676.Figlio di Andrea e Felicita fu il terzo di sette figli. È stato architetto, scultore, incisore, fonditore e inventore di strumenti musicali.
Da giovane, dopo i primi anni di studio, si trasferì a Roma dove, sotto la protezione dei genitori del noto diplomatico pescinese Giulio Raimondo Mazzarino, Pietro Mazzarino e donna Ortensia Bufalini, frequentò la prestigiosa scuola di Gian Lorenzo Bernini. A Pescina tra il1640 e il 1648 innalzò la facciata con pregevole lunetta della chiesa di San Francesco (in seguito intitolata a Sant’Antonio da Padova) abbellendo anche gli interni con artistiche decorazioni e statue. Nel 1658 realizzò due candelieri di bronzo per la cappella di Santa Maria del Popolo. Il maestro Bernini lo volle con sé per la realizzazione del colonnato della basilica di San Pietro in Vaticano e delle opere interne. Giovanni Canale ebbe il compito di lavorare e di fondere in bronzo gli intagli della cattedra dal 1663 al 1667.

Lavorò alla gittata in bronzo della mole berniniana a Roma. Collaborò con ogni probabilità dopo il 1668 con lo scultore Cosimo Fancelli per la realizzazione dell’altare disegnato da Pietro da Cortona per la chiesa barocca dei Santi Luca e Martina al Foro Romano. Secondo una leggenda l’artista incaricato dal Bernini a consegnare a Londra una statua al re d’Inghilterra, Carlo II, subì dal despota una morte atroce dopo che questi aveva ordinato di fargli ardere le mani. Da questo momento i suoi compagni italiani lo soprannominarono Artusi. Una sua opera rimasta è l’altare della Chiesa dei Santi Luca e Martina a Roma.

Pasquale Di Fabio nacque a Civitella Roveto nel dicembre 1927 e morì a Roma nell’aprile 1998, è stato un pittore e scultore italiano. Egli inizia a disegnare, dipingere e scolpire da giovanissimo. Durante la seconda guerra mondiale, nel 1943, appena sedicenne, dipinge uno dei suoi primi quadri Gli sfollati e realizza diverse sculture in pietra e in legno. Tra gli anni quaranta e gli inizi degli anni cinquanta il suo lavoro è stato improntato ad un realismo sociale dopo aver frequentato e partecipato alle lotte contadine nel Fucino e disegnato e dipinto opere come Disoccupati e Piccoli operai. Dopo questa esperienza figurativa, incomincia ad intuire nuove esigenze, nuove forme geometriche, aniconiche, che lo porteranno verso la fine degli anni cinquanta ad una ricerca materica neo-futurista. Dopo gli studi compiuti al liceo artistico di Roma, si è dedicato a varie ricerche.

Dagli anni settanta inizia una produzione improntata sulla lucida e rigorosa analisi della luce che lo farà approdare alle geometrizzate pitto-sculture come le Piramidi e le Compenetrazioni, per arrivare infine alla serie dei Convessi, Doppi Convessi e Grandi Tondi. Ha ottenuto diversi premi ed ha realizzato molte opere pubbliche, tra cui il monumento all’astronomo Filippo Angelitti ad Aielli, l’obelisco del memorial del terremoto del 1915 alle pendici del monte Salviano ad Avezzano, il monumento alla libertà per tutti i popoli in piazza della Resistenza ad Avezzano, la scultura in acciaio Struttura-Luce, a largo Pasquale Di Fabio in Avezzano, il monumento ai caduti a Luco dei Marsi, il monumento ai caduti di Venere dei Marsi, il bassorilievo Struttura di palazzo Torlonia ad Avezzano e la Pietà, facciata della chiesa di Borgo via Nuova ad Avezzano. Numerose sono le sue opere conservate in musei, enti pubblici e in numerose chiese[1].

Muzio Febonio nacque ad Avezzano il 13 luglio 1597 e morì a Pescina il 3 gennaio 1663, è stato uno storico italiano. Religioso e storico abruzzese, completò gli studi a Roma dove ottenne il dottorato in giurisprudenza prima di intraprendere gli studi teologici e la carriera ecclesiastica. Arrivò, nel 1626 ad ottenere la carica di protonotario apostolico. Divenne abate della chiesa di San Cesidio a Trasacco nel 1631 ed amministratore del patrimonio della famiglia Colonna nella Marsica. Qui iniziò a dedicarsi agli studi storici e geografici della sua terra giacché carente di sintesi storica e documentazione.
Nel 1648 si stabilì prima a Sulmona, dove ottenne l’incarico di vicario generale della cattedrale e, nel 1651, presso quella dell’Aquila. Durante l’inquieta permanenza aquilana ricevette dal vicario della cattedra di San Cesidio a Trasacco varie accuse, poi totalmente decadute, tra le quali quella di simonia e di omicidio. Nasceranno dissapori e contrasti con il nuovo vescovo aquilano, lo spagnolo Francesco Tellio de Leon, eletto nel 1654, che si riveleranno insanabili.
Dal 1660, dopo alcuni anni senza incarichi in cui affrontò con maggiore impegno gli studi eruditi, fu affiancato al vicario del vescovado di Veroli. La prima stesura della preziosa Historiae marsorum risalirebbe proprio al 1660, tuttavia l’opera, composta di tre libri, fu portata a termine tra il 1661 ed il 1662 e con ogni probabilità, pochi mesi dopo, la revisione con le correzioni stilistiche suggerite dallo storico Ferdinando Ughelli, ritenuto anche dal Febonio un maestro di erudizione. Egli trascorrerà gli ultimi anni della sua vita nella città natale come vicario generale della diocesi dei Marsi, infine in affiancamento al vicario di Pescina, dove morì dopo una breve malattia.

Antonio Pietrantoni nacque a Celano il 21 novembre 1874 e morì ad Avezzano il 24 marzo 1952, è stato un geologo italiano. Si distinse soprattutto nello studio del bacino imbrifero del Fucino e dei suoi possibili dissesti idrogeologici. Dotato di molteplici interessi culturali, si dedicò in particolare anche allo studio dell’arte rinascimentale. La Società Geologica italiana lo nominò membro onorario, pur non essendo lui laureato in geologia, per le sue attività svolte presso l’ufficio tecnico dell’amministrazione Torlonia, incarico al quale fu chiamato subito dopo il terremoto di Avezzano del 1915. Fu dedito infatti alla sistemazione del torrente Foce e la sua indagine scientifica fu alla base della bonifica del Fucino.

Il suo principale merito fu quello di intuire ed identificare il pericolo che incombeva sulla bonifica idraulica del Fucino e che, per l’azione di uno strato di argille spingenti, minacciava il crollo e l’ostruzione della galleria. Rintracciò la minacciosa lesione delle opere murarie e gettò il suo grido di allarme; ma il suo zelo fu interpretato come una stravaganza e soprattutto una denigrazione delle opere degli ingegneri del tempo.

Rischiò di perdere il suo ufficio, ma con la sua insistenza, sostenuta da studi e documentazione, indusse il Principe Giovanni Torlonia a consultare un tecnico di fama mondiale, l’Ing. Angelo Omodeo, il quale, esaminata accuratamente la galleria, concluse che il pericolo non solo esisteva, ma era grave ed urgente. Così fu provveduto, sotto la guida dell’Omodeo e con l’ausilio delle indicazioni di Pietrantoni, alle necessarie opere di riparazione dell’emissario, scongiurando il disastro che minacciava la Marsica. Il libro Il Fucino e il suo emissario che Pietrantoni scrisse in quegli anni – pubblicato a L’Aquila nel 1919, costituisce la testimonianza documentata della lesione presente e la appassionata dimostrazione della necessità di porvi rimedio, pena la distruzione della bonifica e delle terre marsicane. Nell’ottobre del 1934, incaricato dall’amministrazione Torlonia, accompagnò in giro per il Fucino Carlo Emilio Gadda, in veste di inviato speciale.
Proprio Gadda evidenziò la ricchezza intellettuale di Pietrantoni ed il suo amore per la Marsica, documentando tale incontro nel libro Le meraviglie d’Italia. La sua consuetudine quotidiana col Fucino, stimolò in lui – come testimonia la citazione di C. E. Gadda – sempre più larghi interessi scientifici, accumulando una massa ingente di cognizioni non solo geologiche, ma anche archeologiche, storiche ed agrarie.
Numerosi sono i suoi scritti che testimoniano la sua competente ed appassionata indagine di “fucinologo”. Oltre alla attività professionale ed agli studi di carattere scientifico, Antonio Pietrantoni coltivò numerosi interessi di carattere letterario ed artistico che lo rendono interessante come figura capace di muoversi tra le “due culture”, quella scientifica e quella umanistica. Fin da giovanissimo si applicò allo studio delle letterature straniere, in particolare di Baudelaire.
Il suo interesse per l’arte fu attratto soprattutto dalla pittura del quattrocento e cinquecento italiano. Nel 1932 tenne una conferenza sulla La Tempesta del Giorgione, conferenza che, per la ricchezza delle notizie, per la novità di talune interpretazioni, costituì una rivelazione; la sua pubblicazione non mancò di avere successo. Su Leonardo egli scrisse un’ampia opera, di circa settecento pagine a stampa, che – nonostante i riconoscimenti avuti da parte di illustri studiosi, non trovò un editore interessato a pubblicarla, come egli avrebbe desiderato, nel quinto centenario della nascita del pittore.
Sempre in merito alle indagini su Leonardo va ricordato che Pietrantoni nel 1939 formulò, ne La cifra paesaggistica di Leonardo; dal primo disegno alla Gioconda, la tesi che il paesaggio della Gioconda corrisponda alla Gonfolina, sia cioè sovrapponibile alla sponda sinistra dell’Arno, essendosi rinvenuta (con la costruzione della Ferrovia Leopolda) un’antica stampa il cui lucido si sovrapponeva fedelmente al profilo paesaggistico leonardesco. Sempre in materia di sue indagini artistiche va citato il dattiloscritto relativo al saggio critico La Trasfigurazione di Raffaello. Solo di recente la critica ha nuovamente iniziato ad interessarsi ai saggi sopra menzionati rilevandovi un notevole rigore metodologico e intelligenza di intuizioni.

Berardo dei conti dei Marsi nacque a Colli di Monte Bove nei pressi di Carsoli, dal conte Berardo e da sua moglie Teodosia, nel 1079 e morì a Marsia il 3 novembre 1130, proveniente da nobile famiglia abruzzese, fu stretto collaboratore di papa Pasquale II. È venerato come santo dalla Chiesa cattolica. Venne avviato sin dall’infanzia alla carriera ecclesiastica ed all’età di sette anni venne affidato ai canonici della cattedrale di Santa Sabina dei Marsi che ne curarono l’educazione. Dal vescovo Pandolfo, ricevette gli ordini minori, fino all’accolitato. Completò la sua formazione presso l’abbazia di Montecassino, dove soggiornò tra il 1095 circa e il 1102.
Papa Pasquale II lo ordinò suddiacono e lo scelse quale governatore della provincia di “Campagna”. A causa dei contrasti con l’aristocrazia locale, poco tempo dopo il pontefice lo richiamò a Roma e nel 1099 lo innalzò alla dignità cardinalizia, assegnandolo prima alla diaconia diSant’Adriano] e circa un anno dopo, promossolo all’ordine dei Cardinali Presbiteri, al titolo di San Crisogono. Nel 1109 venne eletto vescovo dei Marsi e tornò nella sua terra: il suo episcopato fu segnato dall’impegno nella moralizzazione del clero (lottò contro la pratica della simonia e del concubinato dei chierici) e dalla sollecitudine verso i poveri.
Resse la diocesi fino alla morte, che lo colse il 3 novembre 1130: venne sepolto nella cattedrale di Santa Sabina di Marsia (l’odierna San Benedetto dei Marsi) e nel 1361, prima del trasferimento della sede episcopale a Pescina, le sue reliquie vennero traslate nella futura cattedrale di Santa Maria delle Grazie. Tuttavia la traslazione definitiva delle reliquie avvenne nel 1631.
La venerazione popolare del vescovo Berardo iniziò subito dopo la sua morte: il suo culto fu approvato e confermato da papa Pio VII il 10 maggio 1802. In base alle ricerche condotte a metà del XVII secolo Berardo sarebbe stato prozio di santa Rosalia, patrona di Palermo e di tutta la Sicilia: la santa sarebbe stata infatti figlia del conte Sinibaldo delle Rose, membro della corte di Ruggero I e figlio di Teodino, fratello del cardinale dei Marsi. Lo scrittore Ignazio Silone di Pescina fu molto legato alla figura di San Berardo tanto da citarlo nei suoi romanzi di Fontamara e Vino e pane. Alla sua morte a Ginevra nel 1978, lo scrittore volle essere sepolto sotto il vecchio campanile di San Berardo, dove ancora oggi la sua lapide è meta di pellegrinaggi letterari.

Altri illuminarono la nostra Marsica e molti nasceranno ancora da questa terra così piena di cultura, e noi non faremo altro che applaudire ed essere orgogliosi di avere conterranei così geniali da salire sull’olimpo dei grandi nomi, sapendo che un po’ di quella genialità ci appartiene.




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