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Trascurata dal punto di vista archeologico l'area del Parco nazionale d'Abruzzo
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Aquiloniam, Cominium, Velia, Palumbinum ed Herculaneum: dove si trovavano le località citate da Tito Livio?
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Due donne di Civita d'Antino ritratte nei pressi di Palazzo Ferrante dal famoso artista danese Kristian Zahrtmann nel 1904
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Banditismo e rivolte nel territorio marsicano (1587-1592)

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I banditi Marco Sciarra e Alfonso Piccolomini
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Il 19 aprile 1587 la popolazione di Colli di Montebove (allora solo Colli) chiese aiuto al vescovo dei Marsi perché tormentata lungamente da un gruppo di feroci banditi. A sua volta, il presule, diresse un’urgente richiesta di truppe al governatore di Roma. 

La supplica, scritta dai «Massari delle Colle» era del seguente tenore: «Per parte della Comunità della Terra delle Colle umilmente si espone qualunque have un solo Convento delli Padri Conventuali Cappuccini, chiamasi S.Francesco, un miglio discosto dalla Terra et vicino ad un bosco, per lo quale molte volte passano li Banditi di Cicoli, et hera stato disabitato da detti Padri per commission di Monsignore Regalissimo Governatore in ordine del Reverendo Procuratore, per essersi più volte in esso ricoverato il Curzietto Capo di detti banditi». In realtà, tutti i monaci furono da tempo trasferiti nella chiesa di S.Nicola, dentro il paese fino a «saranno estirpati li detti banditi». Si trattava del celebre Curzietto del Sambuco proveniente dalle zone del Cicolano (1).

Occorre precisare che in questo periodo la lotta ai fuorusciti non rispondeva soltanto alle finalità di ristabilire l’ordine pubblico, ma assolse spesso il compito politico di riaffermare l’autorità del potere centrale. Di lì a poco, anche la sollevazione di Marco Sciarra fu interpretata da alcuni storici sia come fenomeno di ribellismo contadino sia nel quadro più intricato dei conflitti tra economia agraria ed economia pastorale (2). Tuttavia, la formulazione autentica della ribellione andrà ricercata tra la prosecuzione e l’estensione anarchica della lotta contro la rendita e i benefici sinteticamente rappresentata da Marco Sciarra che si definì flagello di Dio e commissario «contra usurario set detinentes pecunias otiosas» (3).

In questo senso  ebbe particolare rilevanza l’invasione del famoso bandito Marco Sciarra che: «era capo d’una masnada di gente la più ribalda che mai. Suoi quartieri principali furono i monti e i folti boschi di Luco, Trasacco, Collelongo e Villa Collelongo» (4).

Il 25 aprile 1592 la banda di fuorusciti assalì Trasacco, pur trovando forte resistenza da parte dei cittadini che si difesero strenuamente, incoraggiati dai capitani Annibale e Aleandro Baronio di Sora. Poi, non potendo espugnare il piccolo paese circondato da mura resistenti, il capobanda diresse i suoi masnadieri all’assalto di Collelongo e Gioia dei Marsi, uccidendo e devastando ogni cosa. Le relazioni inviate al vescovo dei Marsi, ben descrivono con un linguaggio intriso di forti inflessioni locali quei drammatici avvenimenti: «Per la verità nell’anno 1592 se mal me ne ricordo vennero li banditi da qualche parte, e il capo per quanto s’intendea era Marco di Sciarra. Tra l’altro la mattina di Aprile passorno persone per la Terra di Trasacco con l’intenzione di intrarvici, che però vi fu scaramucciato per la pelle et poi non potettero intrare se ne partorno alla volta di Collelongo, e di Gioia, nella qual Terra di Gioia fecero grandemente danno d’arrobbo e ammazzar gente, e abbruciar case […]». Altre precisazioni tirano in ballo furono un sacerdote trasferito dalla diocesi di Rieti: don Baldassarre Quadrano (o Quatrano), un prete di Cese che si era unito ai banditi, guidandoli verso altri paesi marsicani a lui noti. Dopo furiosi combattimenti e carneficine, quando ormai il nucleo della banda sazio di bottino si diresse in altri luoghi il religioso, tornando carico di refurtiva verso il suo paese, fu catturato nei pressi del monte Labrone dalla squadriglia di Annibale Baronio, un energico capitano pronto a giustiziarlo. A questo punto della vicenda, Don Alessandro Febonio, Don Giovanni Apone, Leandro Febonio, Trifone Bonamico e Giovanni Antonio Catarinacci, con l’assenso di altre importanti personalità del luogo decisero però di salvarlo, traducendolo prigioniero dentro la chiesa di S.Cesidio, messo a disposizione del presule Matteo Colli per un serrato interrogatorio. Alcuni anni prima, il religioso era stato deferito all’autorità superiore e trasferito da Roma a Tonnicoda, dove compromise  ulteriormente la sua posizione mettendosi in combutta con i banditi Maria De Amicis (napoletano) e un tal Senecchia dello Stato pontificio, con Pacchiarotta, Petrangelo, La Morte ed altri ancora. 

Malgrado ciò, per intercessione dei suoi parenti che risiedevano a Trasacco, don Baldassarre Quadrano scampò alla forca. La conclusione di questa storia, viene lasciata al dettagliato rapporto di don Sutio Bartolucci, che terminò la lunga sequela di deposizioni raccolte, con una richiesta di grazia accolta in seguito. Infatti: «fu mandato carcerato in Avezzano e condotto in seguito prigioniero nella Rocca di Scurcola dove stette molto tempo, et per le preghiere d’altri, detto Vescovo lo fece scarcerare». Mentre, successivamente, giunse da Gioia dei Marsi il proprietario della «somara per ricuperarla, et trovò esser morta, per la fatica o per l’infermità», visto che aveva dovuto trasportato attraverso luoghi impervi il «prete-bandito» con tutta la sua refurtiva (5). 

Senza dubbio, le prospere condizioni di vita degli abitanti di Gioia dei Marsi, dovute alla ricchezza del patrimonio armentizio dei suoi ben trentanove Locati, attirarono l’ingordigia dei seicento e più ladroni condotti da Marco Sciarra. Gli stessi rilievi sono riscontrabili in una descrizione del 1600 dei gioiesi: «Sono gente di traffichi e d’industrie in la Puglia, per far pelli e bassette et viveno sottilmente. È di più Fochi et habitato di quello su dato in lista et le genti sono facoltose generalmente et per questo possono havere da 18 mila in 20 mila pecore in Puglia» (6).

NOTE

  1. Archivio Diocesano dei Marsi, Fondo B, b.57/151-153, Visite ad Limina 1590-1874.
  2. G.Sabatini, cit., pp.3-4; Nuovo Dizionario Istorico, ovvero Istoria in Compendio Di tutti gli uomini, che si sono renduti celebri per talenti, virtù, sceleratezze, errori, ecc., Tomo II Napoli MDCCXCI, p.109; Stanze sopra la vita et morte di Marco Sciarra, Raccolte dal Conte Lodovico Buzzato Padovano, in Roma, 1594; E.S.Serpentini, Marco Sciarra. Flagello di Dio e re della campagna, Demian Edizioni, 2012.
  3. R.Colapietra, Le insorgenze di massa nell’Abruzzo in età moderna, in «Storia e Politica», fasc.IV, 1980; fasc.I, 1981, p.587. Per la figura di Marco Sciarra si veda: Briganti Celebri Italiani, narrazioni storiche di Eugenio Rontini, A.Salani Editore, Firenze 1885, pp.21-31.
  4. T.Brogi, La Marsica antica e medievale, Tipogr. Salesiana, Roma 1900, p.347.
  5. Archivio Diocesano dei Marsi, Fondo C/6/179, Trasacco, Anno 1610; cfr., A.L.Antinori, Annali, vol.XXI, ff.5-6, Anno 1604. I massari di Trasacco: Carlo Febonio e Gentile Tarola, insieme a quelli di Collelongo, Angelo Cesta e Giocondo Gasbarro, confermarono e sottoscrissero con segno di croce la lunga relazione di Alessandro Febonio. Cfr. F.D’Amore, Un prete-bandito amico di Marco Sciarra, Estratto da: «Deputazione Abruzzese di Storia Patria», Pianella 1 giugno 1997, pp.39-44.
  6. Biblioteca Apostolica Vaticana, Archivio Barberini, Indice II, fascio 1944c, Anno 1595-1596, Nota di Ragguaglio della Città di Pisscina e delle altre Terre dello Stato, annessi e connesso cò detta Città nel modo infrascritto distintamente (L.Piccioni, La «Baronia di Pisscina». Due documenti della Biblioteca Vaticana, in «Bullettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria», a. LXXVI, 1986, L’Aquila 1988.

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