Ad image

Storia della Marsica nel settecento

Fiorenzo Amiconi

La nostra sub regione marsicana durante il secolo XVIII, così come per i passati secoli, è stata sempre attenta ai diversi e molteplici accadimenti che fortemente hanno caratterizzato la Contea di Celano ( con la Baronia di Pescina) e, di conseguenza, il Regno di Napoli. Il ‘700 marsicano si apre, purtroppo, con una disastrosa e calamitosa morìa di pecore causata da forti ed abbondanti nevicate: “[…]A 7 8[otto]bre 1713 Pesch’Asseroli. Si fa piena, ampla, ed indubitata/fede a me so[ttoscri]tto Giuseppe d’Ad/dezio della T[er]ra di Pesch’Asseroli, a chi la p[rese]nte/vedere, o in q[ual]sivoglia modo sarra p[re]sentata, tam in iudicio, quam extra, etiam cu[m] iuram[en]to da rettificarsi toties, quoties opus fuerit Come nell’anno 1702/fu una, perdita generale d’agnelli, e pecore grosse, e poi l’invernata corrente/1703 seguitò a nevicare, e mali tempi, che fù una perdita grande d’agnelli, e pecore, e fu generale, e q[ue]sto à me costa p[er] essere ancora io andato in/q[ue]lle parti con le mie pecore, che ne persi una q[ua]ntità che in fede del ve-/ro, e p[er] cautela di chi spetta, ho fatta la p[resen]te, scritta, sottoscritta/di mia p]ro]pria mano, in p[rese]nza delli sottoscritti Testimonij. Datu]m] ut supra/Io Giuseppe d’Addezio fo fede ut supra/Io Francesco Petrella sono test[imoni]o/Io Carlo Petrella sono test[imoni]o manu mei infra[scri]pta N[otar]i de ordine su[prascri]pti Josephi et est talis, q[ua]lis se facit ed in/mei, et p[e]ctor testiu[m] subscr[i]pta[m] eius p[ro]pie manus. In quoru[m] fide[m] Ego Didacus/de Staio T[er]re Pesculi Asseruli Reg.[ia] auct[otirat]e N[otariu]s Adest Signu[m] in forma De Stasio[…]”(1) e da un terremoto registrato anche a Cerchio: “[…]Adì 14 Gennaro 1703 Dom[eni]ca 2 [seconda] dopo L’epifania verso un’hora, e mezza di Notte fu/similmente un T[e]r[ri]b[i]le terremoto che qui in Cerchio caderono alcuni travi in alcuni/tetti de par[tico]l[ari], et anco muraglie de Casaleni, e fu proprio il 3[terzo] anno dopo la Morte di Carlo 2° Rè,/ e Monarca di Spagna di casa Austriacha: Nel qual te[m]po terribilm[en]te si guerreggiava la d[ett]a Monar=/chia dal Go[vern]atore con il Duca d’Angiò Nipote di Luigi Rè di Francia con numerosis[sim]i Eserciti/d ambedue le diversi parti, e nell’istesso Anno il Sangue del Glorioso S. Gennaro in Napoli n[o]n fè il so=/lito miracolo della liquefatt.[io]ne del proprio sangue, q[ua]le diede gran timore a viventi: q[ua]le Ter[remo]to replicò/due altre volte in detta notte ma n[o]n così terrbilm[en]te cioè che a pena fu conosciuto[…]” (2) Tali eventi sismici, nella nostra contrada marsicana purtroppo, continueranno per tutto il secolo XVIII (3). Nel 1707, il duca d’Atri, Girolamo d’Acquaviva, seguitando la sopramenzionata guerra fra le truppe francesi ed austriache (conflitto che durò circa 14 anni), pose il suo quartiere generale in Celano: “[…]

L’Avvocato Francesco Corsignani, G. C. nel 1706, ritrovandosi Governator generale di Carsoli avea disteso quella parte confinante con lo Stato Ecclesiastico per mezzo del sua vigilanza degli invasori, Capo de’ quali era il q.[uonda]m Giulio Cesare de Santis, detto Scarpaleggia, famoso bandito, e ciò per ordine del Duca d’Atri allora Vicario Generale degli Abruzzi per gli Spagnoli, che vi mandò una Compagnia di Corazza comandate dal Capitano Santiago Spada. Nell’anno 1707 gli Alemanni su accostarono alla Fortezza di CELANO capo de’ Marsicani, 800 soldati comandati dal Colonnello Vallis, e dal capitano Baron con impadronirsi della suddetta Piazza dopo la partenza del lodato Duca, di D.[on] Filippo d’Arreta, del Preside dell’Aquila allora D.[on] Francesco di Gennaro, e di altri, i quali tutti erano stati soccorsi dianzi di veri comodi dalla nostra Casa: E perciò dopo il divisato ingresso degli Alemanni, Girolamo Corsignani, Nostro dilettissimo Genitore (defunto nel 1729 Alfiere del Senato Romano) fu per la divozione che ei professava ai ministri nel Castello di Celano, unitamente coll’Abate Dottore, canonico Luca suo Fratello con pericolo di loro vita; poi si composero col pagamento di molte centinaia (sic).

Nel 1715 si ravvivò una simigliante persecuzione per ordine del Vicerè Daun, e furono il sudetto Alfiere Girolamo, ed altri principali Marsicani, condotti ad uso di guerra nel Castello dell’Aquila con essere stato spedito da Napoli il Giudice Criminale di Vicaria D.[on] Cesare Benvicino, il quale dopo 1 avergli ritenuto per qualche tempo nel detto Castello, ordinò la di loro liberazione col pagamento bensì di grosse somme, siccome a tutti fu, ed è palese […]” (4) Nel 1707, ritornando al sopra riportato evento bellico apprendiamo ancora: “[…]afflitto di dieci mesi in quà per le soldatesche prima spagnole e poi Tedesche in Diocesi ( è la diocesi dei Marsi n.d.r.) se ben/rimaste poche oggi in Celano, e nella provincia d’Abruzzo//non senza danno degl’Abitatori del cu[….]/oltre la pretenz:[io]ne de Commandanti Tedeschi[….]/le contributioni dall’oratore di Trecento Tomole/di grano, quando rimase fà nè furono dat[e][……]/ta Tomole , cortesem[en]te richieste ad un Capit[an]o/che si portò a posta vedere il puoco grano/trovato nel granaro del vescovato, offertolo anco tutto/per servigio del presente Rè Carlo III[…] in occas[io]ne che l’Abb[at]e Colelli hà pratticato col S[igno]r Card[ina]l Girmani/e sua Corte, mosso da spirito Diabolico, non hà avuto ros-/sore di pormi in diffidenza della Sac:[ra] Mestà Cesarea/e del Rè Carlo n[ostr]o Monarca col dirgli haver io predic-/ato contro i Tedeschi, nè meno per ombra sognatomi colla/conferma dell’istesso Ingani, e Gimondi in modo che/entrati in Sora i Tedeschi con suoi commandanti, disero/essere il Vesc.[ov]o de Marsi Francese, e giunti in Avezzano, e Celano mia Diocese colla voce di Scarpaleggia unita, spar-/gevano tal voce; e fu qui in Palazzo il Capitan Bravori Te-/desco stantiante in Celano con dodeci soldati a Cavallo armati, col pretesto di veder il mio granaro, e minaccia di sfasciar/lo le fù fatto prontam.[en]te aprire da mio Ministro, e vedutolo/meno di quello immaginatesi, me ne chiese in prestito dieci//Salme (6), per le truppe, colla promessa di far[…]/no da me compiaciutole, per ogni buon fine […]sente di poca fede, e carità per non dir’a[…]/Di più altri Commandanti dopo venuti in q[ue]sta [Pro]vincia, ripetendo essere francese minacciavan[o][…]/contributione; da me s’argomenta L’iniquita[…]sar’avanti Lasciandone la cura , e la vendetta[…]amabilis.[si]mo Giesù Christo, mentre per altro poteva[…]/del male al Colelli, che quà sparlava del Re[…]/gnante con stupore, e Scandalo di chi, lo sentiva[…]/baldanza, notorio in Pescina, e fuori. Tutto per Su[…]tia secreta in corde suo”(7). Nel 1721, il 15 di maggio, avvenne nel paese di Cerchio una sommossa popolare guidata addirittura dai due massari (sindaci) del luogo. Gian Pietro Cicco e Luca Ciotti (8).

Episodio così eclatante ed audace da far rimanere stupiti perchè mette in evidenza, e non credo che sia il primo in tutto il territorio della nostra contrada marsicana, la vitalità delle cosiddette classi subalterne le quali osarono ed andarono contro la classe dirigente in quanto consapevoli dei loro diritti acquisiti nel corso dei secoli. Infatti, grazie alla recensione bibliografica dello storico abruzzese Giovanni Pansa (1865-1929) veniamo alla conoscenza del contenzioso “a prò del comune e cittadini di Cerchio”: “[…] Il lago Fucino lasciando di tempo in tempo parte dell’antico suo letto, usarono gli antichi Conti di Celano e Pescina concedere l’uso di quel terreno abbandonato dalle acque all’Università di Cerchio, assegnando alla medesima per confine le acque stesse del lago. La baronessa D.[onna] Geronima Mattucci Tomasetti che possedeva a lato dei detti terreni goduti dall’Università, altri suoi terreni, cercò di turbare il possesso ab immemorabile tenuto dall’Università stessa con atti di sopruso. Alla denunzia de’ quali presto addivenutasi fu iniziato ad istanza dell’Università il presente giudizio[…]”(9) La controparte immediatamente adì le vie legali dando anche alle stampe, il 23 settembre 1723 per il tramite del suo legale, Nicolò Pasca, le sue controdeduzioni: “[…]Possedendo adunque pacificamente D.[onna] Girolama la sua porzione di questo/prato, à quindici del Mese di Maggio dell’anno 1721 da subito furore/invasati gli Eletti (10)& alcuni Massaj (11) della terra di Cerchio unitisi nella/publica piazza stabilirono, che tutt’i Cittadini nel giorno seguente aves-/sero condotto in esso i loro animali a pascere, e così fu eseguito; im-/perocche la mattina de’ sedici, unitesi da cinquanta persone armate di pon-/telli e bastoni, facendo capo due Massaj chiamati Gian-Pietro-Cicco, e Luca Ciotti v’introdussero quanti animali poterono adunare;/ed avendo con seco condotti ancora molti sacchi, l’empirono dell’erbe,/che a gara avevano mietuto e lieti e baldanzosi la sera si ridussero a casa./E per=//E perchè parve à Capi della brigata; che i prati non fussero stati intera/mente devastati ordinarono à compagni, che la mattina seguente vi aves-/sero ricondotti i loro animali, e così fu fatto […]” (12). 2 Non sappiamo il risultato di questo singolare ed eclatante contenzioso (al momento non sono riuscito a rinvenire documenti utili al nostro discorso).

Sicuramente le parti addivennero ad una bonaria risoluzione e pacificazione. Leggendo attentamente tale documento sembra imbattersi in episodi che precorrono abbondantemente i tempi in terra fucense quando, negli anni ’50 del passato secolo, si lottava al grido di ” La terra a chi la lavora!”. In questa controversia legale chiaramente si evince che il secolo XVIII è stato, sin dall’inizio, il secolo del risveglio da parte delle classi subalterne verso una propria coscienza anelante la legittimità, o creduta tale, che rappresenta il primo vero passo verso la conquista della libertà e dell’emancipazione. Quasi settant’anni dopo, il 14 luglio 1789, in Francia, il popolo con la presa della Bastiglia, dà inizio, con il grido di ” Libertè, Egalitè, Fraternitè “, alla rivoluzione Francese spezzando definitivamente il lunghissimo retaggio medievale. E’ importante sottolineare, nella citata contesa, la maturazione politica raggiunta dal popolo verso i propri diritti : chi mai avrebbe pensato che un gruppo di persone di un piccolo paese del Sud: Cerchio, in Provincia dell’Abruzzo Ultra Ulteriore, che nel 1718 contava 479 anime ( nella terribile pestilenza accaduta nel 1656-57 morirono a Cerchio 254 persone (13) e nell’intero comprensorio marsicano 4080 furono le vittime (14) )avesse osato, guidato addirittura dai Massari dell’Università (Comune), andare contro il potere costituito rappresentato dalla baronessa Girolama Mattucci Tomassetti. In quegli anni, nel 1718-1723, per dipanare una violentissima disputa sorta per questioni ereditarie fra le potentissime famiglie Sforza Cesarini, Colonna, Giustiniani, Savelli circa l’eredità della Contea di Celano e Baronia di Pescina, fu inviato, per ordine del Sacro Regio Consiglio, il regio tavolario Donato Gallarano. Questi, come speciale tecnico “super partes”, valutò i beni che singolarmente ogni Università possedeva. Tutto sagacemente annotò nella sua pregevolissima e rarissima relazione (15) facendo così conoscere, da solerte e provetto “inviato speciale”, quale certamente egli fu, come vivevano e si “muovevano” i marsicani agli inizi del ‘700. Donato Gallarano portò a termine il suo delicatissimo lavoro il 30 settembre 1723 dandone immediatamente comunicazione ” All’illustrissimo Conte Signore Don Xaverio Pansuto Regio Consigliero e Commissario ” inviando un documento composto da 23 fogli ( è il sunto della citata relazione) da me pubblicato sul Bollettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, visto la sua innegabile importanza per la storia socio-economica-statistica-antropologica-urbanistica-descrittiva della Marsica relativa agli anni 1718-1723 (16). L’interminabile ed estenuante diatriba (17) delle numerose parti contendenti, ricca di colpi di scena definitivamente cessò: “[…] con una transazione stipulata il 15 agosto 1747 (atti Domenico d’Eustacchio di Napoli) tra don Filippo Savelli e il duca don Nicola Riario marchese di Corleto, per la quale il primo accordava all’altro la somma di ducati 10000 residuali da prendersi sul prezzo residuale di Celano, sempre però che il Real Consiglio ne desse con sentenza l’assenso[…]” (cfr.Celani E.:” Una pagina di Feudalismo La Signoria dei Peretti-Savelli-Sforza-Cesarini sulla Contea di Celano e Baronia di Pescina (1591-1806) per Enrico Celani”, Città di Castello, Tipografia dello stabilimento S. Lapi, 1893). Nel 1748 don Filippo Sforza Cesarini prendeva possesso, in pompa magna e alla presenza di un popolo festante, della città di Pescina: “[…]Il 16 ottobre 1748, di mercoledì, il duca don Filippo Sforza Cesarini successore di don Sforza nei feudi d’Abruzzo, prendeva personalmente possesso della città di Pescina. Incontrato dalla maggior parte dei nobili di questa città due miglia circa fuori di essa, fu ricevuto con suoni di campane e tamburi, sparo di cannoni e moschetti. All’ingresso della città dai sindaci Paolo Migliori, Pomponio Cerquigni e Benedetto Petrucci coll’intervento del luogotenente delle porte rappresentante il governatore gli si prestò il giuramento di obbedienza e gli si presentarono le chiavi della città. Si 3 portò quindi il duca nella chiesa cattedrale di S. Maria delle Grazie e nel portico vi fu ricevuto da tutto il capitolo, canonici e clero: entrato in chiesa adorò il Sagramento ed assistè alla messa pro gratiarum actione. Si portò poi al palazzo di Giannantonio Tomassetti ove fu nuovamente compiuto l’atto di vassallaggio, ammettendo i presenti al bacio della mano. Dopo il pranzo seguì la formalità della presa di possesso, uscendo il duca dalla porta delle Moniche e percorsa tutta intorno Pescina, rientrando da quella dell’Orologio[…]Poco tempo appresso e precisamente il 22 gennaio dell’anno seguente seguiva la presa di possesso di Celano.

Il duca don Filippo fu incontrato sino a Tagliacozzo, dal marchese Gianloreto Tomassetti, dal barone Giovanni Tomassetti e dall’abate Gaetano Tomassetti-Maceroni, da Alessandro Mattei dirigente il corteo di lettighe, carri e barocci, da molti cavalieri preceduti da don Angelo Corsignani, uditore generale degli stati di detto duca, Giuseppe Satriano, Lorenzo Colilli, Francesco Marozzi, Nicolò Ciofani, Ettore iperni, Simplicio Baloiva, Giovanni Antonio Coia e molti altri con una guardia composta di milizia urbana. Don Filippo Sforza scese in Tagliacozzo al convento dei padri di San Domenico ove venne a complimentarlo il rappresentante del contestabile Colonna, presentandogli un’offerta di vitella e frutta. Monsignor Brizzi, Vescovo de Marsi presentò gli omaggi del clero. La mattina dopo partì per Celano, ove fu ricevuto dal popolo festante e dalla milizia con triplice salva di moschetti. Appena in vista del castello furono da colassù scaricate le artiglierie. Giunto alla contrada detta la Starza salì a cavallo ed entrò in Celano per la porta di San Francesco ove erano ad attenderlo i rappresentanti la città che gli offersero le chiavi in un bacile d’argento, ed uno di essi recitò una orazione che ebbe la fortuna di venire inserita nel verbale di presa di possesso. Smontò il duca alla colleggita di San Giovanni, ove fu ricevuto dal preposto don Benedetto Mattei alla testa del capitolo e clero in paramenti sacri, e dopo aver orato salì al castello ove ammise tutti al bacio della mano. Per tre sere continue vi furono splendide luminarie in Celano e dintorni[…]Per la morte di don Filippo Sforza Cesarini, avvenuta l’anno 1764, gli stati passarono al secondo genito don Gaetano, non avendo il primo lasciato figli. Il decreto di ammissione al possesso veniva rilasciato dalla Gran Corfte il 7 gennaio 1765 e il 14 dello stesso mese presentato al luogotenente in Celano: l’avvocato Crescenzio Nicodemi e per esso Nicolò Ciofani erano stati dal duca Sforza delegati a ricevere il possesso. A questo assisterono oltre iol Ciofani il priore don Ulderico Moleani vicario dei monaci celestini sotto il tittolo di S. Angelo, il padre Domenico Antonio d’Innocenzo guardiano dei padri conventuali di S. Francesco, il padre Daniele da Montecchio guardiano dei padri di S. Francesco, il padre Lorenzo Carli priore dei carmelitani, il padre Benedetto Tagliacozzo guardinao dei cappuccini, con l’intervento di Giovanni Rocchi, Giovanni Antonio Biocca e Giovanni Maria Piperni allora Sindaci, Giovanni Lporeto e Giacomo Tomassetti, Stefano Totassi (Tabassi? n.d.r.). Michelangelo Corsignani, Giuseppe Porcari ed altri. Recaronsi tutti alla colleggiata di S. Giovanni, e nella chiesa fatta l’adorazione al sacramento fu riconosciuto per legittimo signore don Gaetano Sforza Cesarini. Dopo questo, siccome tutti i conti di Celano possederono il ius patronato sulla prepositura di detta chiesa, prima dignità della diocesi dei marsi dopo il vescovato e sopra tutti gli otto canonicati e tre mansionari che compongono il capitolo nella annessa abitual cura delle anime, il Ciofani passeggiò nel coro della chiesa, nella sacrestia e in tutti gli altri luoghi per la formula visibile del possesso. Portatosi poi al palazzo baronale, ne fu preso possesso << passeggiando per il medesimo aprendo e serrando le porte degli appartamenti e dei portoni maestri >> e facendosi consegnare le chiavi. In questa circostanza il duca Sforza graziò i rei Domenico del Fiano ( del Fiacco? n.d.r.) di Colle Armele e Alessandro di Riese Iacoboni ( Iacobacci? n.d.r.) di cerchio. Seguì il possesso della Città uscendo dalle porte e percorrendo le mura con tutte le solite formalità: e chiudesi il verbale con l’accettazione da parte del duca di tutti i contratti già esistenti e col riconoscimento dei diritti della università sanciti da leggi e precedenti concessioni baronali.

Fu preso quindi possesso dei borghi e di tutti gli annessi alla città di celano. Il possesso del Fucino feudale fu preso portandosi sulle rive del lago con reti e pescartori che già s’ erano precedentemente mandati e giunti ad un torrioncino dividente gli stati degli Sforza Cesarini da quelli del Contestabile Colonna, il Ciofani prese possesso, passeggiando per le rive, entrando nell’acqua con una barca pescareccia, facendo dai pescatori tirare in più parti le reti chiamate pennare e specialmente sui confini tra Celano e Paterno e sulla riva opposta tra il fondo rudtico di Santa Rufina apparftenente ai conti di Celano e Trasacco appartenente al Colonna e passò sotto la zona di S. Nicola dove si recò in barca, con tutta la suddescritta comitiva, poichè ne era impedito dell’acqua il cammino a piedi, in modo che ricevè il possesso della metà dell’intiero lago cominciando dal detto torrioncino e seguitando la circonferenza sino al punto detto S. Nicola: e ordinando a carlo e Barone Barbati allora affittuari di corrispondere al nuovo signore l’estaglio convenuto nei precedenti contratti. Il possesso delle montagne per la stagione cattiva e per essere il Ciofani oltremodo vecchio e carico di affanni fu fatto con semplice verbale di accessione di luogo, accessione che fu poi fatta per procura del Ciofani da Luigi Rappalli di Arpino[…] Morto don Filippo, il terzogenito don Sisto non volle essere 4 arrendevole verso don Gaetano, e gli mosse lite, accampando, che, quantunque il maggiorasco di Cencione e la primogenitura Cesarini fossero compatibili nella stessa famiglia, non lo erano nello stesso soggetto. Sosteneva innanzi al Gran Consiglio le ragioni di don Sisto luminare del foro napoletano, Giuseppe Paquale Cirillo , professore di diritto nello Studio. E fu splendido lo svolgimento di questa causa nella quale si mostrò e campeggiò tutto lo splendore della scuola civilista napoletana che era allora nel suo migliore periodo[…]il Gran Consiglio ritenne infatti buone le ragioni di don Sisto e si accordò il passaggio dello Stato di Celano e Pescina. Con questo ramo principiava la nuova linea dei duca Sforza Cabrera Bobadilla. Don Sisto ebbe in moglie la marchesa donna Giacinta de’ Torres, figlia di Gaspare e Laura Alfieri, morta in Celano ai 9 dicembre 1820. Da questo matrimonio nacque Francesco che fu marito a donna Elisabetta Arezzo e fu l’ultimo conte di Celano, essendosi verificato, nell’anno 1806, esso vivente, l’abolizione del feudalismo[…] ( Celani E.: ” Una pagina di Feudalismo op.cit. ” )

Infatti con la nota legge emanata da Napoli da re Giuseppe Napoleone, il 2 agosto 1806, veniva abolito il lungo retaggio legato alla feudalità ( ” (N. 130) LEGGE, con cui si abolisce la feudalità” ): il primo vero passo per l’emancipazione delle classi cosiddette subalterne. Finalmente gli afoni potranno far sentire, anche se timidamente, la propria voce. Per arrivare verso la totale affrancazione però ci vorranno ancora molti anni comunque,la prima impronta verso il pianeta del riconoscimento dei propri diritti è stata, indelibilmente, impressa. Negli anni 1728 e 1729 la sempre attenta classe dirigente marsicana si attenne scrupolosamente ai dettami di papa Benedetto XIII (Pier Francesco Orsini [1649-1730] papa dal 1724 al 1730) passato alla storia come il papa archivista. Con la costituzione apostolica “Maxima vigilantia” da lui emanata il 14 giugno 1727 ordinò che ogni chiesa avesse il proprio archivio, e, di conseguenza, ogni responsabile prontamente si attivò a far redigere da esperti agrimensori e provetti ” apprezzatori ” il relativo ” Inventario de Beni Mobili, e Stabili, ed altri suppellettoli diversi ” delle varie chiese e delle varie compagnie e confraternite ” per servarsi nell’Archivio, Secondo la S.[anta] M.[ente] di N.[ostro] S.[ignor] Papa Benedetto XIII feliciter. Amen”. Grazie a questi precisi, concisi e rigorosi inventari apprendiamo notizie importantissime quali, per esempio, la descrizione delle chiese, oramai distrutte sia dai vari terremoti, saccheggi, incendi accaduti sia, purtroppo, dall’incuria di chi doveva fare opera di conservazione; veniamo anche alla conoscenza di personaggi che con amore e pietas donarono alle proprie chiese arredi utili ed artistici; veniamo alla conoscenza del culto dei santi facenti parte del loro particolare panteon infine, veniamo alla conoscenza dell’allora sistema di misura: insomma riusciamo a comprendere, seppur velatamente, la vita dei nostri antenati di quel tempo: un piccolo mondo antico che, grazie a questi speciali documenti, torna a nuova vita. (Amiconi F.:” Storia delle chiese e confraternite di una comunità dell’entroterra abruzzese: Cerchio (Aq) attraverso gli inventari conservati nell’Archivio della Diocesi dei Marsi in Avezzano (1728-1729)”, pro manuscripto, 2018. Vedi anche il mio: “L’inventario della Compagnia del Santissimo Sacramento di Cerchio nel 1729″, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 14, Anno I, 1998). Dei quindici inventari realizzati per le chiese e confraternite di Cerchio, conservati nell’archivio diocesano dei Marsi, ben sette recano la firma del sopracitato Luca Ciotti. Nel 1731, il 31 luglio, per volontà del re di Napoli, Carlo III di Borbone, veniva inviata la ” patente d’Offitiale Estrardinario della regia Dohana d’Apruzzo” al “magnifico Giuseppe Degni di Pescina ” da parte di ” D.[on] Francisco Onofri Gubernatore Camerale della Regia Doganella ” (19). Il re delle due Sicilie per meglio organizzare l’immenso lavorìo legato al mondo della pastorizia provvide a dare una salda organizzazione affinchè tutti i locati, i ricchi proprietari di armenti, avessero congruamente assegnati i pascoli nelle locazioni del Tavoliere di Puglia. Il primo agosto 1447, re Alfonso V il Magnanimo (1396-1458) codificò con la prammatica ” Dogana Menae Pecudum “, l’annuale esodo pastorale, gli antichi ” 5 itinera callium “, verso terre più adatte per il pascolo, dove i pastori abruzzesi dal mese di settembre al mese di giugno lasciavano il paese natìo per portare a termine il proprio lavoro. Celeberrima e struggente è la famosa poesia che il vate abruzzese, Gabriele D’Annunzio (1863-1938) scrisse per i “suoi” pastori: ” Settembre andiamo. E’ tempo di migrare/Ora in terra d’Abruzzo i miei pastori/lascian gli stazzi e vanno verso il mare[…]”.

Nel 1445 furono registrati nella Dogana di Foggia 424.262 pecore, nel 1474 ne registrarono 1.700.000, nel 1583 furono 4.479.128, nel 1605 furono 5.552.305 i capi ovini registrati per raggiungere, nel 1784, l’acme, ben 7.558.798 pecore (20) furono annotate: un vero belante e straripante fiume di ovini che insieme con i pastori, cani, cavalli, asini ed altri animali contribuiva fortemente ad animare i tratturi ed i luoghi ove questo singolare esercito passava e, ad ogni stazzo, la sera e la mattina, veniva invaso dai poveri questuanti di latte ai quali il buon pastore sempre elargiva loro bicchieri e caraffe colme del generoso caldo latte appena munto: per tutti, insomma, questa straordinaria, variopinta e speciale carovana itinerante rappresentava non solo un momento di festa che rendeva gioiosa, anche se per poco, la loro grama e grigia esistenza, ma era anche motivo di future relazioni sociali ed economiche. Nella seconda metà del ‘700 (8.9.1779) nella nostra sub regione marsicana ben 402 erano i possessori di pecore (locati), nella città di Pescina ve n’erano 29: era il secondo centro per importanza dei locati battuto solamente dal piccolo paese di Aschi il quale ne annoverava ben 33 (21). Ed ecco spiegato, come già detto, visto un così alto numero di locati marsicani, il motivo perchè nel 1731 fu assegnato, per ordine reale, alla città di Pescina, la sede della Regia Doganella, anche se, di fatto però, per un periodo abbastanza lungo, quarant’anni, per i più svariati motivi, nessun Regio Luogotenente risiedé in quel di Pescina come risulta nel voluminoso carteggio, conservato nell’Archivio di Stato dell’Aquila (22), riguardante la figura del cerchiese regio luogotenente la Doganella di Pescina, dottore “in utroque jure”, Geremia d’Amore (1742-1797). oggetto di uno studio più approfondito da parte dello scrivente (23).

Questi durante il suo mandato triennale (1779-1781) riuscì con sagacia ed intelligenza, argomentando le sue scelte, ad esercitare l’onorevole carica di Luogotenente nel proprio paese natìo, come, del resto, avevano fatto sempre i suoi predecessori. Dal 1781, finito il mandato del Nostro, finalmente, i regi luogotenenti risiederanno nella città di Pescina, fino al 1806, anno della soppressione del citato ufficio infatti, con la legge n. 75 del 21 Luglio 1806: ” Legge sul tavoliere di Puglia”, furono abolite le doganelle degli Abruzzi: ” […]25. A contar dal giorno 26 novembre prossimo resta abolito il dazio dell’allistamento su gli animali grossi, quello della fida sulle pecore rimaste e finalmente quello delle doganelle degli Abruzzi; il Ministro delle Finanze presenterà fra quindici giorni un progetto su i mezzi, onde riempire il vuoto che detto soppressioni produranno nel regio erario[…]” La seconda metà del secolo è attraversata da forti tensioni socio-politiche, da gravi eventi atmosferici, da una calamitosa invasione di grilli oltre ai già citati eventi sismici. “[…] Il crollo della produzione cerealicola avutasi nel 1759 aprì nel Regno di Napoli una fase di instabilità e di crisi che, com’è noto, raggiunse le forme più acute con la carestia del biennio ’63-64. I tradizionali equilibri economici e sociali già fragili di per sé, vennero messi a dura prova dagli ingenti meccanismi di speculazione e di contrabbando che scattarono in tutto il Regno, senza che il governo avesse nè la forza nè la capacità di opporsi in modo adeguato. La miseria dilagava dappertutto, generando tensioni e malcontento. Mentre a Napoli il popolo ogni giorno faceva ressa davanti ai forni e << rumoreggiava >>, << nelle province- scriveva il ministro Tanucci (24) era [è] poco differente l’estremità >>. La povera gente si vedeva costretta a mangiar di tutto. In varie parti del regno gli abitanti non riuscivano a cibarsi d’altro che di erbe […]

Del resto, notizie di rivolte e tensioni sociali, in quel terribile 1764, si avevano anche da altre zone degli Abruzzi. A Sulmona, ad esempio, già dal mese di marzo << al numerosissimo popolo sovrasta[va] l’inedia >> e per la città non si sentivano che << gridi, schiamazzi, e continui pianti >>. Invano i sindaci e il mastro giurato, si adoperavano per procurare quelle quantità di grano che nell’annona << fussero bastevoli >>: ogni loro opera alla fine risultava << infruttuosa per il pieno dello genere>>. Ottennero da un certo punto 96 some di grano 6 dalla marchese di Pescina di casa Malvezzi, bolognese, ma i << naturali >> di quel luogo si opposero all’ <>. Anche i << luoghi pii >>, come pure gli altri paesi si ribellarono ad ogni forma di rastrellamento, trovandosi tra rivolte e violenze, si protrasse in questo importante centro dell’Abruzzo Ultra fino al nuovo raccolto. Una vasta sommossa si ebbe nel mese di maggio a Celano. Nel loro esposto al preside dell’Aquila sindaci e deputati denunciavano l’impossibilità di provvedere all’approvvigionamento annonario per il fatto che i proprietarj, anziché versare le loro quote di frumento pensavano ad incettarlo per poi rivenderlo a << prezzi alteratissimi >>. Ed aggiungevano che << taluni altri poscia si sono avanzati a far negozio sovra lo stesso pane con estraerlo dal paese, e con rivenderlo a forestieri più del doppio >>. Ma la cosa peggiore – a detta dei poveri amministratori di Celano – era che il << popolo ignorante >> si era talmente esasperato da prendersela addirittura con loro, che pure non avevano la << menoma colpa >>, essendosi <<dì, e notte affaticati per lo stabilimento dell’annona suddetta >>. In quel << continuo tumultuare >> le masse non solo tentavano di aggredirli col << risoluto animo di ucciderli >>, ma giunsero ad un certo punto anche a privare alcuni di essi del quel poco di grano che avevano per il sostentamento proprio e della famiglia, << senza lasciargliene tampoco un acino, e senza volergli far prendere il pane del forno >>[…]” (25).

Grazie all’interessante manoscritto del notaio Filippo Buccella (1749-1823) di Ortona dei Marsi (AQ) dal titolo : ” BRIEVE RI/STRETTO DI/alcune cose per Noti=/zia de Posteri/Accadute dentro la metà del/secolo dell’ 1700/cioè/Dall’Anno 17quaranta/nove in avanti ” (26) veniamo maggiormente edotti dei vari eventi legati alla formidabile carestia avvenuta nel 1764 nella Marsica : ” “[…]1764. Anno al certo calamitoso e di gran Care=/stia, che viene denominato Anno dell’Annona./Fù di tanta scarsezza di grano, che non/ostante la corte venisse stabilito il prez-/zo a docati quattro, e due Carlini la Salma, ascese non ostante a vendersi a docati/ventiquattro la Salma; Oh che orrore! Oh che stranezza! Il mondo era sotto sopra/non vi era pace, non vi era quiete; Usure; Omicidj, e pareva/ che fusse l’Anno prossimo alla fine del Mondo.//Ed il Mondo potea uguagliarsi sen=/za iperbole all’inferno; Ubi nullius, Sed/sempiternus orror inhabitat. In d:[ett]o Anno gl’Avari moltiplicarono li Ori, accrescerno gli Ave=/ri ed ambliarono le Possessioni, in Somma chi/era povero, divenne Ricco colle altre sostanze./ E se fusse lecito parlare de soggetti in/particolare, ò quanti, e quanti se ne potrebbero mettere in veduta, q[ua]li s’infrangono/di orrende prave, ed orribili iniqui=/quità, e dopo pochi anni p[er] giusti, giudizy di Dio/sono passati all’altro Mondo a Renderne Conto./In detto Anno molti poverelli, per non aver un/poco di pane, si azzuffavano a mangiare/quella semola Schifi, ove stanno mangiando i porci, stanziavano quelle Erbe p[er]/la Campagna, che solevano mangiare gli/Animali medesimi, cosicche p[er] la fame avreb=/bero mangiato le pietre ancora; Ne deri=/vava poi che detti Cibbi non adattabili/al genere Umano, cadevano morti p[er] le/Campagne, come in fatti in questo Paese/di Ortona (dei Marsi ndr) più persone furono trovate/estinte p[er] fame, e frà queste alcune/tenevano la bocca piena di erba. Detto/Anno fu//formidabile p[er] tutto il Mondo[…]” (27). Carestia che continuò nel 1766 e maggiormente l’anno successivo, come riportava ancora il Buccella: “[…] 1767. Fù più formidabile la Carestia in quest’Anno/67 di quella del 64; il grano si vendè a/gravissimo prezzo, e li Avari finirono di Fa=/bricarsi il Gran Palazzo di Fuoco, a Casa del/Diavolo. In questo sopradetto Anno in molti/Paesi, et signanter in questo di Ortona, quelle famiglie che aveano un poco di grano, ò de=/naro, accrebbero il Loro Patrimonio, col fare ac=/quisto de Territory, che i poveri possedevano. Ve=/nivano questi obligati di venderli, per un vil prez=/zo, quanto che in tempo si stipulavano i Contratti/faceno apparire di essere statti pagati il giusto/valore, anzi senza un principio di Religione/Cristiana//procuravano malis arti=/bus, che quella tal Persona, dovesse disfarsi/di quel Podere che il Mondano usurajo avea/ mira di acquistare[…]” (28). Straziante, in quel frangente, fu la missiva del fornacaio cerchiese Emidio Campomizzo che inviò, sicuramente agli inizi del 1773, al vescovo dei Marsi Monsignor Benedetto Mattei ( vescovo della Diocesi dei Marsi dal 15.2.1761 al 24.6.1776 ): ” Debitore/Illustrissimo e Reverendissimo Signore/Il povero, e miserabile Emidio Campomizzo della terra di Cerchio fidelissimo Diocesano di Vostra Signoria Illustrissima con me Supplicante Rappresenta, come anni dietro nelli anni della sterilità, il quondam Domenico di lui Padre, non trovò a vendere li lavori si trovava fatta nella fornace nè 7 tampoco trovò a fare debbitto luj patri con otto figli Pupillj alcuni giorni due sue picciole ragazze una sera riportorno un poco di grano senza dire nè che nè dove lo avevano preso, che le medeme due figlie avevano da un buco delle porte del granaro della Chiesa Cavato il grano e li medemi supposero fosse intelligenza di esso quondam Padre, e sfuggire li rigori della Corte, che pella sua notoria povertà e prepotenza convenne fuggirsene nelle Campagne di Roma, e per quanto poj intesero, che trovassero mancante tre salme di grano, e le addossiorno tutto ad esso quondam suo Padre, senza riflettere, che la introduzione di esse piccole figlie, potea essere provveduto dalla operazione di altre persone e così deve credersi. E perche colla dimora in quelle Campagne di Roma il povero supplicante à Perso Padre, Madre, e cinque trà fratelli e Sorelle, à penzato rimpatriare nelle medema terra di Cerchio, sì pella loro salute, come pure per lavorare nella fornace, à tal’effetto non à curato cercare una tal’eccezione se sì, o nò potea seguire tale trafugazione di grano di tanta quantità, a fatte sentire alli Procuratori, che vorrebbe accollare a sè tutto, su di ciò anno detto, che senza Vostra Signoria Illustrissima non ponno muoversi. Pertanto supplica non meno la pia carità, che l’innata gentilezza di Vostra Signoria Illustrissima; e pelle viscere di Gesù Cristo a voler compiacersi abilitarlo in parte della predetta, ma, qualcune non si voglia, in tutto, attenta la sua notoria povertà, e miseria vivendo colle misere braccia, e sostenere le due sorelle nubile coll’onore e dicciò, che a Vostra Signoria Illustrissima parerà quello à dover pagare, che li Procuratori si compiaccino ridurle in paghe, e che più non li faccino molestare nè da far dare molestia per qualsivoglia prevenzione annesso la Corte che il tutto. ” E con altra grafia segue : ” Quante volte sia vero l’Esposto, ordiniamo agl’annuali Procoratori Surriferiti, che ammettano il Supplicante alla dilazione che chiede, esigendo dal medesimo le trè Some di grano, che deve restituire in due anni, e non le molestino altrimenti. Dato in Avezzano dal nostro palazzo, li 5 Febbrajo 1773. Benedetto Vescovo de Marsi, G. Ettorre Segretario ” (29).

Quasi ad un secolo di distanza, nel 1888, l’arciprete di Cerchio, don Beniamino Pietroiusti (1818-1908) inviò al vescovo dei Marsi Monsignor Enrico De Dominicis (vescovo dei Marsi dal 1884 al 1895) la seguente lettera nella quale si evidenziava che la popolazione di Cerchio di Cerchio era afflitta, a causa delle condizioni avverse, da una fame nera: ” Cerchio, 4 aprile 1888, Eccellenza Ill[ustrissi]ma Nella prossima Domenica in Albis la famiglia del cavalier D[on] Benedetto D’Amore (30) solennizza una festa in onore di Maria S[antissi]ma sotto il titolo della Pietà. A detta festa interverrà il P[adre] Domenico da Onna Minore Osservante stato per molti anni superiore in questo Convento delle Grazie (31).Pregò la carità di V[ostra] S[ignoria] Ill[ustrissi]ma e R[everendissi]ma Autorizzare, il Padre Domenico ad ascoltare le sacramentali confessioni. Anche con i Casi riservati, se lo Crederà opportuno, per ajutare i fedeli per l’adempimento del S[anto] Precetto colla Scarsezza de Confessori passati. Per la questua ordinata dal Santo Padre per i bisogni di Terra santa da farsi nel Venerdì Santo profittando della facoltà data ai Parrochi di farla in altro giorno se lo crederanno ben fatto, in detto giorno fu omessa. Ora prego l’E[ccellenza] V[ostra] R[everendissi]ma a dirmi come debbo regolarmi. Qui il popolo è afflitto da una fame nera. La raccolta è stata infelice, ed insufficiente a pagare i pesi governativi e Municipali. La stagione piovosa e nevosa ha privato la popolazione per quattro mesi delle risorse del lavoro e senza guadagnarsi nulla. Ha dovuto pensare a tutte l’esigenze della Vita.

Specialmente, vitto e fuoco – se io tentassi far questa Colletta nei tempi che corrono, sarebbe una mormorazione senza ottenere neanche un centesimo. perciò farla nel prossimo Settembre, qualora V[ostra] S[ignoria] l’approvi, altrimenti mi dica come debbo regolarmi, ed io obbedirò all’E[ccellenza] V[ostra] R[everendissi]ma, ed al S[anto] Padre. Baciandola con rispetto e venerazione il S[anto] Anello, implorando la S.[anta] Pastorale benedizione, riprotesto la mia Sudditanza all’ E[ccellenza] V[ostra] Ill[ustrissi]ma e R[everendissi]ma. U[milissi]mo e D[evotissi]mo Serv[itor]e e Suddito Beniamino Arci[pre]te Pietroiusti ” (32). E ancora così riportava, nella sua narrazione, il Buccella: “[…] 1774[…]Non si deve tralasciare di far comprendere, che/li Pescinesi sono stati sempre persecutori de/Vescovi, p[er]che questa è una razza di gente/che penza di far male, e vendicarsi/contro il prossimo[…]In tempo, che viveva/la f.[elice[ m.[emoria] di Monsig.[no]r Brizj (33); A questo buon/prelato non gli fecero passare un giorno in/pace, con esporre al real Trono, ed alla S.[anta] sede cose non vere, essendo d:[ett]o Prelato un Uo=/mo Pio, dotto, e Santo. In quest’anno 1774/Li Pescinesi principiarono a bersagliare la f.[elice] m.[emoria] di Monsig:[no]r Mattei (34), capizzandolo con re/plicati Ricorsi presso S.[ua] M.[aestà], e presso Sua santità, e presso la Sac.[ra] Congregaz:[io]ne 8 de Vescovi regolari; Le Famiglie di Pescina, che/lo controdiavano furono quella del Barone/D.[on] Gian And[re]a Tomasetti (35) quella di D.[on] Ale=/sandro Cambise, e quella del ca=/nonico D.[on] Pietro Colantony, senza che il d.[ett]o buon Pre=/lato avesse commessa la reità alcuna/Non/era capace di commettere una cattiva/azzione, mà eccedeva più tosto nella dopo=/Caggine, e nella bontà, che in altro, sicchè a torto lo persequirono[…]1780. E’ stata mai sempre malvagità somma de Pescinesi di bersagliare i Vescovi ingiusta=/mente; e fra li altri vi fù il Not.[ar] D.[on] Pietro Cambise (36) che prese le mire più inique/per inquietar Monsignor D.[on] Francesco//Vicenzo Layezza (37) odierno vescovo de Marsi, accusandolo replicate volte d’ideali impo=/sture presso il Re, come costa dal Real Dispaccio//qui allegato in data 24 Giugno 1780 (38); Colla/potente mano del Barone D.[on] Gian Andrea Tomassetti,/il quale aveva tutto il principale impegno di perse=/quitare il detto Vescovo; essendosi il Cambise portato in Napoli, giornalmente esponeva al real trono conto di quelle, cose non vere, come la Maestà sua manifestò/con il sopradescritto Reale Dispaccio. Il Vescovo all’/incontro faceva Le sue difese, procurando che il/Calunniatore Cambise con il suo Principale B[aro]ne Tomassetti venissero a restare nel fango delle loro in=/quità, come già gli sarebbe riuscito, de dal Barone/non si fusse profuso molti Oro, p[er] far ponere in Sopp=/piatto i delitti Commessi in vita sua.

Le Somme che/si spesero furon considerevoli le quali passando per/le mani del Cambise in Napoli, questi se ne andava a/spese del Barone approfittando nel tempo stesso/colle Ragalie che faceva ai Ministri, e Cavicchi del=/la Corte si faceva largo, ed acquistava maneggi, e/protezzioni, Frà di tanto il Ba[ro]ne sudetto in Pescina/facea debiti di Migliaja. Il Vescovo Layezza spe[n]dea poco denaro in Napoli, perchè non temea delle/Calunnie addossategli, cercando di difendersi, e nel tempo stesso vendicarsi contro il Tomassetti, il quale come/correva voce, andava nel rischio di essere condanna=/to//in un perpetua pandelleria. Le odiosità trà di loro/furono grandi, supponendosi da tutti di non doverci essere/in futuru[m] riconciliazione e pace trà di loro. Dopo po=/chi anni calmò lo sdegno colle interposizioni di Persone/di Vaglia della Città di Napoli, e benche seguisse la pa=/ce, questa era finta, ed affettata, p[er] parte del Barone,/restando nel suo interesse qualche passione./Veniva odiato il sud[dett]o vescovo de Marsi, perche faceva/il suo dovere, e riprendeva i vizj[…]1789 Infinità di ladri p[er] le strade, ben che in tutti li Anni antecedenti non siasi di questi fatto discorso, pur non di meno deve restare ogn’uno accertato, che in ogn’Anno si sono intesi furti, Ladrociny, ed Assassiny tanto p[er] le campagne, quanto nelle Case, e specialm:[ent]e in questo pese di Ortona, sono familiariss[im]i detti vizy[…]E’ corsa una grande infermità nei Fanciulli, specialm:[ent]e in questa terra di Ortona, che hà avuto origine da male di Gola, perlocche giornalm:[ent]e ne sono morti, ed è arrivato il numero di 93 che hanno occupate tanti gloriosi sedili in Paradiso […]”.

Nel citato manoscritto apprendiamo anche le prime notizie pervenute dall’al di là delle Alpi intorno alla Rivoluzione Francese: “[…]Fin d’allora (1790 ndr) si inoltrarono le malvagità de Francesi, che sono stati, e sono la luttuosa Scena di tutto il mondo[…]” Alcuni anni prima, ancora una volta, accadde nel paese di Cerchio un altro eclatante episodio. Il 16 marzo 1776 per volontà del re di Napoli, furono espulsi i frati del convento degli Agostiniani Scalzi di Roma stanzianti nel convento del citato paese in quanto “[…] per il loro tenore di vita sono di pubblico scandalo a quella gente […]” e anche perchè “[…]tal Conventino non abbia che quattro religiosi e come tale venga proibito dalle Regole Monastiche e dalle Costituzioni Pontificie, le quali fissano il numero di dodici religiosi, oltre il Superiore Locale […]” (39) Al momento non sono riuscito a rintracciare documenti utili per capire meglio i motivi che porteranno alla chiusura del citato convento. E’ innegabile che ciò si incuneava nell’opera riformatrice che stava portando nel regno di Napoli il ministro Bernardo Tanucci (1698-1783) il quale (vedi nota 29) voleva: “[…] affrancare- come dice il Coletta- l’impero dal sacerdozio e sogettare all’impero (cioè all’autorità del regno). Così trasformò e riscattò le decime, fece definire il matrimonio ” contratto civile per natura “, proibì ai vescovi di occuparsi 9 dell’istruzione pubblica, ridusse il numero dei monasteri, abolì l’inquisizione, e con i ministri di altre corti borboniche affrettò la soppressione dei Gesuiti. Abolì anche abusi, combatté privilegi di classe, riorganizzò l’amministrazione della giustizia[…]” (40) e non perchè quindi oggetto di scandalo come si intende oggi. Sicuramente, forse, la classe dirigente del paese non vedeva di buon occhio, dato i tempi tristi della carestia, la “ricchezza” dei frati di Cerchio e, di conseguenza, pensò farne partecipe della agiatezza dei quattro frati di stanza a Cerchio la corte di Napoli la quale agì drasticamente sopprimendo, ipso facto, il suddetto convento. Con susseguente atto reale emesso il 9 aprile 1785 si comandava: “[…] per promuovere il vantaggio di quella popolazione, che al Seminario della Diocesi dei Marsi si aggreghi l’abolito convento col giardino adiacente, col peso di mantenere esso gratis un’alunno povero della Terra di Cerchio a nomina e scelta della Maestà Sua. Che dal Tesoriere Provinciale si liberino all’Università di cerchio le rendite tutte esistenti presso al medesimo ritratti da fondi del suppresso Convento da impiegarsi pe l’ultimazione della Chiesa parrocchiale (41) col mezzo di due deputati laici i più probi, e benestanti da eligersi in publico parlamento (42), e di un depoutato Ecclesiastico (43), con obligo a costoro di dover dar conto della loro amministrazione e con legge che la fabbrica proseguir si debba coll’intelligenza dell’Ordinario, il quale col solito suo zelo invigilare, che il tutto si esegua con puntualità ed esattezza. Che dalle rendite annuali del Convento debbansi dare al Parroco ducati Cento annui per congrua, con togliersi ed abolirsi tutte le decime e tutti i dritti funerarj. E che seguendo la vacanza di tale Parrocchia, l’utile possessore di quella terra Conte Cesarini si astenga dal nominarvi il successore (44) ma credendo egli appartenergli dritti di Padronato, ricorra dalla Mestà Sua per risolversi se a lui, che nulla contribuisce per il mantenimento di quella Parrocchia, ne spetti la nomina o alla Maestà Sua che ora la dota. E che infine si si corrispondano dalle stesse rendite annui ducati venti ad un Economo Curato da scegliersi dal vescovo ed annui ducati trentasei ad un Maestro di Scuola (45) per solo leggere, scrivere, abaco, e Catechismo. E che il resto delle rendite si dia all’Università attenta la povertà di lei per poter supplire a pesi fiscali, ed a debiti de quali è gravata, e anco in compenso delle fabbriche anticamente dalla medesima donate ai medesimi Padri Agostiniani Scalzi e delle largizioni di tempo in tempo fatte da quei naturali a pro de Frati medesimi. Partecipo a V.[ostra] S.[ignoria] I.[llustrissima] e all’Udienza di Real Ordine questa sovrana benefica determinazione, affinchè dia gl’ordini per l’eseguimento, ne prenda conti, e lo dia della Maestà Sua. Napoli 9 Aprile 1785. Carlo de Marco ” (46).

Episodi questi che sicuramente fecero grande scalpore non solo nel nostro centro bensì in tutto l’aquilano. Come non poteva, infatti, passare inosservato prima la soppressione del convento, poi l’inventariazione dei beni ed infine la vendita dei beni del convento all’incanto specialmente quelli che potevano deteriorarsi e degli animali mediante apposite aste, con bandi pubblici affissi e banditi a viva voce nelle pubbliche piazze dei vari paesi? Ecco come il più volte citato Buccella nel suo pregevole manoscritto riportò tale episodio, dando una sua colorita nota socio-religiosa-antropologica: “[…]Tutti li cittadini Pescinesi riportando nella memoria in tale occasione quella ch’è accaduto alla famiglia Maspoderosa del fu Fulgenzo d’Amore (47) della terra di Cerchio, paese da Pescina quattro miglia distante; Questo avendo auto la mano per la soppressione del Convento de PP.[padri] Agostiniani, sjtuato in essa Terra nell’Anno 1771 (sic); La detta Famiglia d’Amore benestante, e Ricca, la migliore di quel paese Oggi è distrutta; Quello che ha fatto somma ammiraz:[io]ne che d:[ett]a Famiglia era composta di Cinque Robusti Giovani, figli del Fulgenzo, i quali dopo che viddero, soppresso d:[ett]o Convento, che era il centro delle Operazioni Spirituali, morirono tutti l’uno dopo l’altro, ed il pingue Patrimonio del Fulgenzo, se lo divisero in quattro porzioni, le quattro figlie femine che avea; due delle quali p[er]che erano maritate pria della procurata soppressione del Convento, ebbero la discendenza, le altre due maritate dopo, non hanno, nè avranno discendenza[…]”. Come chiaramente si evince la società settecentesca marsicana è tutt’altro che immobile ed atona.

Questa è attraversata da forti tensioni socio-politiche; dalle immancabili mutevoli condizioni atmosferiche; dalle cicliche, purtroppo, calamità sismiche; dalle escrescenze e decrescenze del bizzoso lago Fucino ed, 10 infine, dalle mai dome avversità socio-sanitarie che inevitabilmente, inaspettatamente e ciclicamente si riproponevano contro una popolazione costretta ed assuefatta a sopportare con cristiana pazienza tutto ciò che la Natura ed il Fato proponeva loro. In questo poliedrico e variegato mondo sorretto, per fortuna, diciamo noi, dagli insegnamenti della dottrina cristiana con l’ausilio delle varie e benemerite confraternite, si muovevano le appena tratteggiate figure legate alle cosiddette culture subalterne: sono i personaggi delle “historiae minores” che, dopo secoli di oblìo, pian piano, dopo anni di totale ‘atonia’, cercano di riprendere il posto loro assegnato da Colui che tutto regola. Con il trasferimento della sede vescovile dall’antica città di Marruvium (dalle sue rovine è sorta l’odierna San Benedetto dei Marsi ) sempre più ormai decadente, al centro più organizzato e munito di Pescina quest’ultima, di fatto, assurge al rango di città specialmente con la nobile istituzione del seminario vescovile (48) (avversato all’inizio dai parroci di Cerchio e di Celano i quali, l’11 luglio 1567, volevano che fosse istituito in Celano e non in Pescina ) attraverso il quale la maggior parte delle famiglie marsicane potevano permettere ai loro figli, di almeno 12 anni, di erudirsi nelle “humanae litterae” (49) e nella disciplina ecclesiastica. Grazie al più volte citato manoscritto del Notaio Filippo Buccella sappiamo anche in parte, purtroppo, come si svolgeva la vita scolastica nel seminario di Pescina nella seconda metà del ‘700 e, grazie ai suoi protocolli notarili, apprendiamo anche i fatti più eclatanti e cruenti accaduti in Pescina, Ortona dei Marsi ed in altri centri: “[…] LA RIVOLUZIONE E CONTRORIVOLUZIONE/PESCINA ED ORTONA/NOTAR BUCERLA (sic) Filippo di Ortona. (50)1786 a Nativitate. In questo protocollo leggesi la seguente notizia storica: << Nel giorno del 10 febbraio 1799 prima domenica di Quaresima circa le ore 23 e mezza, si sollevò molta gente vile e malnata di condizione in Pescina, col fanatismo che in detta Città molti erano Giacobini ( questo nome per altro di Giacobini da tutti se ne sa proprio il termine, ma non se ne sà il significato) (51) col loro capriccioso fondamento di ammazzare, di assassinare o di rubare, si portò come un fulmine nel Palazzo degli Eredi di quondam Barone D.[on] Camillo Tomassetti sita nella pubblica Piazza di detta Città di Pescina ove trovarono il disgraziato Duca di Santa Candida D.[on] Gianfrancesco Malvezzi della Città di Matera, Nipote del detto D.[on] Camillo fu padre della quondam D.[onna] Teresa Tomasetti madre dello stesso Sig.[nor] Duca, che da più anni erasi portato e domiciliare in Pescina, lo assalì detta gente malsana improvvisamente, li rubò tutto il denaro che tenea, e lo ammazzò (52) indi spogliato, gli usò molte sevizie e fece di quel corpo molti orrendi striveri……..

Saccheggiarono il Palazzo, oltre di tutti i commestibili, che non erano pochi, ed un gran quantità di vino appropriando ad essa, portò via tutti i mobili, e quanto di buono si trovava in detto palazzo, facendovi restare le semplici mura, ascese il danno circa li 10000 ducati.//trovandosi molti contadini di queste terra di Ortona in detto buon paese di Pescina a lavorare e zappare le vigne de Pescinesi allora che commisero tali barbarie vennero li detti contadini ortonesi dei più vili, ed abbietti che potesse avere questa popolazione, insultati da detti Pescinesi a ritornare qui in Ortona ed a fare quello stesso, che loro fecero ai Giacobini di Pescina (53), perchè in Ortona vi erano più case di Giacobini, le quali dovevano essere saccheggiate, bengiare, ed ammazzare tutti delle famiglie, e che da questo era il zelo che si doveva esternare per l’affezione si portava al Sovrano, il quale se ne era dovuto fuggire dal Regno per i tradimenti fatti da Giacobini (oh iniqua invenzione del Regno di Napoli per rubbare alla scoverta!) Dal mal esempio ricevuto dai Pescinesi, e colle inquisizione fatte ai sopradetti Ortonesi precedente un complotto fatto di volersi portare anche loro in Ortona bene armati in unione, si risolvettero di abbracciare tali diabolici sentimenti, ond’è ubbricandosi ben bene in Pescina nelle cantine delle suddette famiglie saccheggiate fecero ritorno in questa terra di Ortona circa l’ora di mezzo giorno del lunedì undici del mese di febbraio; Pria di porsi a tale selvaggia impresa si portarono tre di essi nella casa de Sig.[nori] Fratelli D.[on] Luigi, D.[on] Filippo (54) e D.[on] Saverio Petroni (55), ove domandarono di volere le armi da fuoco senza fargli capire, che una delle case da doversi saccheggiare era la loro: a questa domanda gli fu risposto di non tenere armi, ma quelle poche che tenevano erano in difesa della loro casa non potendole dare ad essi. Quelli pensarono di ritirarsi coi loro soci, che si stavano nella piazza a saccheggiare la mia casa (1) e fare quello stesso che avevano veduta fare dai Pescinesi, e /(1) La casa del Notaio Buccella Filippo di Ortona//che gli aveva consiglio il Capo Massa di quei birboni un tal Mascioli. Fattosi dunque risoluti con istigazione vera diabolica dopo di essersi ubriacati in un osteria, tutti uniti si portarono circa l’ore 19 avanti la mia casa, circondandola intorno, ed armati 11 tutti chi con sciabola, coltelli chi con canciarri, baionette, e chi con accette, ed puntati acciai, tentarono di entrare senza alcuna resistenza a porte aperte, gridando che si fusse aperto da chi era dentro./OMISSIS/Fattosi finalmente notte, dopo che aveano crudelmente distrutto dissipato, ed esterminato tutto quello che nel interno della casa vi era, non facendosi rimanere i chiodi nelle mura, dopo di aver mangiato e bevuto, dispensandola chiunque V’interveniva de commestibili, e tutto il vino, che era in cantina circa le ore quattro della notte diedero fuoco ed una gran quantità di tavole dentro la casa medesima, affinchè restasse quella in tutto e per tutto distrutta./OMISSIS/Erano circa le ore 17 quando il popolo di Ortona principiò a conoscere l’iniquissimo attestato commesso, e la popolazione de la mia casa, che per altro motivo non si era patrato da quei selvaggi che essendosi suonati i bronzi a martello tutti con armi alla mano girando per il paese per trovare e sorprendere i delinquenti, ne carcerarono una buona porzione, alcuni se ne fuggirono; chi, fu ferito, chi fu ammazzato. La controrivoluzione ed il popolo sdegnato furon i motivi, che si restrinsero alcuni pochi mobili, che la maggior parte de cittadini e specialmente le donne avean portati nella loro casa; ed appropriati a loro stessi […]”(56) E, attraverso i documenti conservati nell’Archivio di Stato dell’Aquila e della Diocesi dei Marsi apprendiamo in modo dettagliato gli episodi truci, delittuosi e raccapriccianti accaduti il 10 e 11 febbraio 1799 in Pescina dove vennero uccisi, da un popolo inferocito e sanguinario, come riportato, il duca Gianfrancesco Malvini Malvezzi (57) e i fratelli Vincenzo e Giuliano Ferrante.

Tali tafferugli continuarono, sempre nella città mazzariniana, nei mesi successivi. Dal documento conservato nell’Archivio della Diocesi dei Marsi in Avezzano (C/59/1666) riusciamo a comprendere con le dovute cautele, i motivi che spinsero il popolo pescinese contro le famiglie ritenute giacobine, filofrancesi e quindi nemiche del legittimo sovrano Ferdinando IV il quale, l’8 dicembre 1798, da Roma, inviò il famoso proclama ” A’ Suoi Fedeli, Bravi, ed Amati Popoli degli Abruzzi” (58) dove sapientemente con accorte parole esortava: “[…] sostenete la Nostra religione; sostenete il nostro Padre; e Re, ch’espone per voi la propria vita; e ch’è pronto a sagrificarla per la vostra difesa, e per Conservare a voi quanto avete di più caro, la Religione, l’onore delle vostre mogli, delle vostre figlie, delle vostre sorelle, la vostra vita, e la vostra roba[…]coraggio bravi Sanniti, coraggio Paesani miei. Armatevi correte sotto i miei Stendardi – Unitevi sotto i Capi Militari, che sono nelli luoghi più vicini a voi. Accorrete con tutte le vostre armi. Invocate Iddio, Combattete, e siate certi di vincere […]” All’unisono tutti fecero proprio tale proclama: “[…] Fu quello editto quanto voce di Dio; i popoli si armano, i preti, i frati, i più potenti delle Città e dei villaggi li menano alla guerra; e dove manca superiorità di condizione, il più ardito è capo[…]” (59) Tutti, quindi, animati da sincero patriottismo prontamente si armarono ed andarono alla ricerca dei “traditori giacobini” o ritenuti tali e, così, accadde in Pescina in quei giorni “[…] tatto il Duca, che li Fratelli Ferranti, Melchiorre (60), ed il Chirurgo della Lamia aveano dato molti motivi, perchè aveano estrinsecato il veleno, col far leggere le costituzioni Repubblicane, ed anche in un giorno, il D.[on] Giuliano essendo andato da lui (è il vescovo dei Marsi Monsignor Giuseppe Bolognese che resse la nostra diocesi dal 1797 al 1803)(61) gli cominciò a fare un rimprovero, ebbe l’ardire di cacciarsi un foglio nella sacca, e gli disse ma non ci credi, ecco leggi, ma non volendolo sentire, lo rimproverò agremente, anzi, che d.[ett]o Monsig.[no]re fu richiesto da med.[esi]mi p[er] piantar l’albero della libertà, e che lui gli rattenni, essendosi ciò riferito in Napoli, gli uscì un decreto di morte, e che nel paese di loro azzioni erano divenute publiche perche si andavano assegnando le cariche della Municipalità, ed erano stati dal Publico dichiarati p[er] veri Giacobini[…]” 12 Sicuramente questo, insieme ad altri motivi (che al momento non conosciamo ma che è facile congetturare) spinsero i massisti pescinesi ad arrogarsi il diritto di difendere a modo loro il re, la reale famiglia, la religione ed i sacri confini del regno e, di conseguenza, agirono in virtù della sopracitata investitura reale e, secondo il loro modus vivendi, contro i nemici giacobini. Dal documento conservato nell’Archivio di Stato dell’Aquila (62) apprendiamo minutamente i fatti salienti ed eclatanti accaduti in Pescina per opera delle concitate masse filoborboniche pescinesi: “[…]Ill[ustrissi]mo Sig:[no]r Sig:[no]r Pa[dro]ne Col[endissi]mo/Manifestò V.[ostra] S.[ignoria] Ill[ustrissi]ma di q.[ue]sta Corte col suo pregiatissimo Foglio del dì 4/del prossimo passato Mese di maggio, che il carcerato Stefano Pera alias/L’Abbate Manduca era pervenuto in cod.[est]o forte, ove trovasi ristret=/to: Che le carte che aveva per lui rimesse con relaz:[io]ne de’ 25 dell’anteced.[ent]e Aprile le restituiva, coll’incarico di verificare in diligentiis per mezzo di sei persone probbe di q.[ue]sta Città qual condotta avesse tenuta per lo passato, e La generale opinione, che le corre; senza tralasciare nel tempo stesso maggiori e più accurate diligen-/ze, per verificare, se il nominato carcerato avesse con altri realizza/ta qualche unione per eseguire i suoi gravi disegni enunciati/nella denuncia contro del medesimo fatto, Locché sussistendo riferisce,/di nuovo subbito, anche per arresto, ad oggetto di dare Le convenevoli/disposizioni./Ed io sostenendo in q.[ue]sta Corte la carica di Luog.[oten]te p[er] l’assenza dell’ordinario di/Lei Gov:[ernato]re in pronta esecuz[ion]e de’ sopracennati suoi ordini, che colle car=/te mi pervennero non prima dei 12 del sud.[dett]o trascorso mese di Mag=/gio mi fò un dovere di rappresentare a V.[ostra] S.[ignoria] Ill[ustrissi]ma per poter verificare/quanto erasi degnata disponere sul rapporto di sopra divisato, Spedire//Ordine agli Amm.[inistrato]ri dell’Uni.[versi]tà di q.[ues]ta Città da quali con attestato ebbi in/nota sei persone, probe, oneste, e d’intera fede, per cui avendoli esaminati sulla soggetta materia, concordem=/[en]te han deposto per fatto publico,/e noto ad ognuno, che Stefano Pera, alias L’abbate Manduca nell’anno/1799, e proprio in un giorno il mese di Febraro uccidesse, con ap-/penzamento nel proprio Palazzo (ancora oggi in parte esistente ndr) a colpi di stocco, il fù Duchino D.[on] Gianfran=/[ces]co/Malvini Malvezzi della Città di Matera, che dimorava da anni prima in/q.[ue]sta Città di Pescina, e che poi in unione di altri della med=[esi]ma gli rubbasse molto/denaro, gran quantità di grano, vino, e tutti i mobili, che teneva nell’istes=/so Palazzo del fù Barone Camillo Tomassetti, perchè la di lui Madre D.[onn]a Te=/resa Tomasetti fu figlia del med.[esim]o B.[aro]ne, per motivo che esso Duchino/era aderente ai Francesi. Che la sera dell’istesso giorno, anche p[er] il med=[esim]o/motivo il Pera con altri Suoi Compagni Briganti, tutti armati, si por=/tassero in casa di D.[on] Giuseppe Melchiorre per ucciderlo, e rubarlo, ma che/siccome costui per timore di non perdere la vita se ne fuggì, così porzione/della robba, che in quella teneva glie la rubbarono, e porzione gli La in=/cendiarono.

Che nel giorno appresso altri Insorgenti, tra’ q.[ua]li Bartolo=/meo di Giovanni Ruggieri, cognato del Pera, Pasquale Pera di costui F.[rate]llo Carna=/le, Salvatore Simboli (63), alias Carbone, uno dei capi del Complotto, Giovanni/Tarquinj, alias Scarpone, Angelo di Michele Villanucci, Giuseppe di Panfilo/Mastrone, Rocco Ruggieri, Luigi di Nicola alias Mattiucci, Angelo di Salvatore Villanucci, alias Lattarino, Angelo Mattia del Rosso, ed altri/commisero moltissimi altri delitti, de’ quali in seguito se ne/accertasse L’Informazione da un Sub.[alter]no, di cod.[est]o Regio Tib[una]le chiama-/to//D.[on] Giuseppe de Letto; che altr’insorgenti del Paese uccidessero/nel med.[esim]o giorno li F.[rate]lli D.[on] Vincenzo, e D.[on] Giuliano Ferrante, tanto/vero che il Bartolomeo Ruggieri, recise con la sciabla un’orec=/chia al D.[on] Giuliano dopo morto, portandola poi in trionfo nella/punta dell’armatura, che q[ue]sti delitti furono da loro commessi/con Ord.[in]e e specialm[en]te dei capo Massa q.[ues]ta Pasquale Mascioli, Stefano/Pera sud[dett]o, e Domenico Parisse anche di Pescina. Che circa un/mese dopo lo stesso Stefano Pera con li prefati suoi compagni uccidessero pure con armi da foco, il fù Giacomo di Venanzio Ruggieri, alias Carciofano; e che nella fine di Luglio del medesimo sud.[dett]o anno/uccidessero ancora Giuseppe, e Giacomo F[rate]llj Carapelle, coll’opera di d.[ett]o Capomassa Domenico Parisse, il quale nell’istesso giorno uc-/cise parim/entj al colpo di schioppettata, e con appenzam.[en]to Domenico/Forte (64), nell’atto, che costui stava in Bottega, sita sotto, il soppresso Monistero de’ Silvestrini, ove lavorava da imbastaro; e che il Parisse co[m]mettesse tale delitto per vendicarsi dell’omicidio/commesso anni prima in persona di un di lui F.[rate]llo, dal Figlio di/esso Forte; motivo per cui tanto lo Stefano Pera, che il Parisse, e/che li nominati loro Compagni siano stati sempre tenuti, come/son tenuti, e riputati in q.[ue]sta Città per Uomini di male vista, e fa=/ma, capaci di commettere altri delitti senza impugnanza; come di fatti/non ostante che alcuni, di costoro fossero stati mesi dopo degli es=/pressati delitti da dove uscirono a dopo di 13 pochissimo tempo, pure si è detto, che abbia//no co[m]messi degli altri delitti./Han deposto in oltre p[er] essere Cosa publica, che l’Armata Francese entrò in q.[ue]sto/Regno (65) p[er] conquistarlo a nome di S.[ua] M.[aestà) (Dio Guardi), Napoleone Imperatore/ de’ Francesi, e Rè d’Italia, si disse, che li mentovati Capi Massa Stefano Pera , D.[omeni]co Parisse, e di Loro Compagni, nemici dell’attuale Governo,/minacciarono voler resistere in Massa non solo a d.[ett]a armata Francese,/ma di voler benanche uccidere; e rubare quelle persone da bene, ed oneste che diceano esser aderenti al Governo francese, e che/per tali oggetti si erano provisti di una buona quantità di/palle di piombo, giacchè il Parisse esercita L’arte di Ferraro,/per cui poteva facilm.[en]te formarle, e che si erano anche provi=/sti di Schioppi, pistoni, ed altre armature, per effettuare/i loro gravi disegni. Ma che, il Capo Massa Stefano Pera/essendo stato carcerato entro il Mese di Aprile del sud=/detto corrente anno da soldati Francesi, che dimorano in que=/sta prefata Città, per motivo che volesse usarsi in Massa co’/riferiti Suoi Compagni, per uccidere detti Francesi, ed altre per=/sone oneste, L’altro Capo Massa Domenico Parisse si appartasse/sul fatto da essa Città, per cui hanno i Testimonj pred.[ett]i con fonda=/mento cogli altri Loro nominati Compagni, per uccidere, non so/lo Li Soldati Francesi, ma ancora Le persone che credevano aderen=/ti all’attuale Gov.[er]no, e finalm.[en]te li med.[esim]i Testi[mon]j hanno deposto che il Pa=/risse//risse(sic) sia stato in seguito della Sua fuga arrestato nella terra/di Tocco per Ordine di quella Corte/che è quanto devo far presente a V.[ostra[ S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma in discarico del mio dove=/re di trasmettendole gl’atti sull’appunto Formati di carte/scritte numero ventitre (66) pieno di rispetto costantem=[ent]e mi rass=/egno/Di V.[ostra] S.[ignoria] Ill[ustrissi]ma Pescina li 6 Giugno 1806/Umil.[issi]mo Div:[otissi]mo Obl.[igatissi]mo Ser.[vitor]e/Giuseppe Cordischi/Sig.[no]r= Cav=[alie]re D=[on] Dionisio/Corsi/Preside del Reg.[i]o Trib.[una]le dell’Aquila.” Dal sopracitato riportato (in parte) documento conservato nell’Archivio della Diocesi dei Marsi del 9 novembre 1799 (67) apprendiamo altri importanti particolari di quei tragici eventi dove anche le appartenenti al sesso debole presero parte a quei cruenti, nefasti e nefandi accadimenti: ” Certifico io qui sottoscritto attuale Offiziale di q.[uest]o anno, rattrovandomi col subalterno q:[uonda]m D.[on] Giu/seppe D’Eletti, il quale incaricato p[er] l’informo/sul massacro, Saccheggio commesso al Duca Malvezzi/di Pescina, ed altro Saccheggio, e massacro ai F.[rate]lli Ferranti, non che degl’altri eccessi; così nel corso di/d.[ett]a informazione, d.[ett]o Sub:[alter]no perche si rattovava/infermo nel letto, Sentì varj testimonj in d.[ett]o esame de Testimonj, Si depose da varj, che nell’atto volevano Fuggire li/due Fr[ate]lli Ferranti, quali stavano nascosti den-/tro la di loro casa in un Sotterraneo, conforme/a me ivi anno raccontato la Sorella, e la Cognata,/perche si andavano cercando dalla gente della/massa da Potenziana Buffone/perche si gridò correte/che adesso se ne vanno li Giacobini, e tale voce/si proseguirono da una certa M.[ari]a Antonia Ca-/puzzi, ed Arcangela Simboli, ed a tale grida cor-/resse la Massa, li raggiunse; e gli massacrarono/ma pria del massacro la M.[ari] Antonia Capuzzi/Se mal non ricordo, Se fosse pria del massa-/cro, o dopo, rinvenisse due Piastre (68), perche d.[ett]i Ferranti buttavano il danaro p[er] non farle gridare/quale clausola, parmi, ma non mi ricordo, volle/non si dimostrasse d.[ett]o q.[uonda]m Sub[alter]no, ed un paio di/Scarpe anche di aversi prese dopo che furono/levate le fibie d’argento la d.[ett]a M.[ari]a Antonia.//In vista di tale deposizioni, diede l’ordine d.[ett]o Sub:[alter]no si/rattenessero in arresto, Poscia la di lui Morte, e furono p[er] ord:[in]e di Cotesta Reg.[i]a Udienza dell’Aquila/costà trasportata, di unita con tutti gli altri/Carcerati. Ma posso io certificare, che d.[ett]o Sub:[alter]no, essendosi portato da Monsig,[no]re ( è il vescovo dei Marsi Mons. Giuseppe Bolognese ndr) lo stesso narrò/che p[er] Scrupolo di sua Coscienza dovea dirli/che tutti li eccessi sebbene indoverosi, e puni-/bili perche contro le Leggi del Sovrano, e dell’/Umani-/tà ma tatto il Duca, che li Fratelli Ferranti, Melchiorre, ed il Chirurgo della Lama aveva-/no dato molti motivi, perche avevano estrinsecato il veleno, col far leggere le costituzio-/ni Repubblicane, ed anche in un giorno il D.[on] Giu-/liano essendo andato da lui, gli cominciò a fare/un rimprovero, ebbe l’ardire di cacciarsi un foglio/nella sacca, e gli disse, ma non ci credi ecco leggi,/ma non volendolo sentire, lo rimproverò agremente,/anzi, che d.[ett]o Monsig.[no]re fu richiesto da med.[esi]mi p[er] pian-/tar l’abero della libertà, e che lui gli rattenni,/essendosi ciò riferito in Napoli gli riuscì un decreto di/morte, e che nel paese tutte loro azzionj era-/no divenute publiche, perche si adavano assegnan-/do le cariche della Municipalità, ed erano Stati/dal Publico dichiarati p[er] veri Giacobini, e che tale/discorso gle lo faceva acciò avessi auto un po di/timor di Dio. Ma d.[ett]o Sub:[alter]no non me ne fu verun conto./E p[er] esser q:[uest]a la verità ne ho formato il presente cer14 /tificato da rattificarlo quatenus opus ad ogni magior Ca-/utela in fede Chieti il primo 9[novem]bre 1799/Io Giuseppe Papi off:[icia]le di Pes.[ci]na certifico come sopra/Che il presente certificato sia stato scritto, e sotto[scrit]to/da D.[on] Giuseppe Papi di proprio pugno, e/che sia tale q.[ua]le si fà, l’attesto Io Reg:[i]o Not:[aro] Francesco Saverio Pietropaoli di Moscufo, Dom:[icilian]te in Chieti,/e richiesto ho seg.[na]to L.[aus] D.[eus] (segue il tabellione del citato notaio ndr). Il sunnominato capomassa Stefano Pera, autore del delittuoso misfatto contro il duca Gianfrancesco Malvezzi ed altri venne arrestato insieme ai citati insorgenti e poi, in brevissimo tempo, rilasciato ” non nostante che alcuni di costoro fossero stati mesi dopo degli espressati delitti Carcerati, e tradotti nella priggione del sud.[dett]o Reg.[i]o Trib.[una]le da dove uscirono dopo di pochissimo tempo “. Come chiaramente si può ben vedere dai surriportati documenti veniamo alla conoscenza, anche se succintamente, perchè, purtroppo, esigui sono i documenti a nostra disposizione relativi alle insorgenze filoborboniche accadute in Pescina e nella nostra contrada marsicana, non abbiamo, come più volte ribadito, altri elementi utili al nostro discorso.

Non esistono, infatti, per quanto riguarda Pescina, le deliberazioni comunali relative ai periodi 1798-99 e 1806 in poi: un vero peccato! Per quanto riguarda il primo periodo (1798-99) abbiamo, invece, documenti relativi, importantissimi, al più volte citato vescovo della diocesi dei Marsi, Mons. Bolognese (1742-1803) che, a buon ragione, senz’altro, può definirsi il vescovo sanfedista. Dobbiamo registrare, purtroppo, secondo quanto afferma Diocleziano Giardini nel suo ” Pescina: l’Archivio Parrocchiale”, (69) la dispersione del ” Liber mortuorum ” relativo agli anni 1801-1822: una grave perdita in quanto non possiamo verificare gli atti di morte sia di quanti perirono in quel citato frangente sia di Giuseppe Monaco d’Introdacqua (70) e del figlio Pasquale che di altri, se ci furono, i quali presero parte attiva nelle insorgenze del 1806 e concluse nel 1812 ( cfr. Amiconi F.(a cura): ” La repressione del brigantaggio nell’Abruzzo Ulteriore II nel << Rapporto Storico” del capitano francese Alò (1806-1812)”, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, 2019) e, di conseguenza, quindi, la mia ricerca intorno a questi accadimenti è, purtroppo, lacunosa e dobbiamo, giocoforza, affidarci, sempre con le dovute cautele, a quanti prima di noi hanno scritto come per esempio Rosato Sclocchi (71) nella sua “Storia dei Marsi” (72): “[…] L’anno appresso (1800 ), ristabilito nel Regno di Napoli un certo ordine la spada della giustizia raggiunse l’assassino del Malvini Malvezzi condannando a morte pena che venne eseguita dopo averlo condotto per le vie di Pescina a suon di tromba e a colpi di frusta[…]” (sic) (73); Uberto D’Andrea nel suo ” Gli avvenimenti dal 1791 al 1806 nelle Valli dell’Alto Sangro e del sagittario e in alcune zone della Marsica e della Conca Peligna ” (74): “[…]un registro della chiesa parrocchiale di Pescina riporta: alla data del 10 Febraio 1799 l’uccisione da parte del popolo, del trentaseienne Giovan Francesco Malvini Malvezzi (figlio di Teresa dei Baroni Tomassetti) quale presunto giacobino; ed in data 11 Febbraio 1799 l’uccisione da parte del popolo, insieme al saccheggio della loro casa dei fratelli Giuliano e Avv.[ocato] Vincenzo Ferrante, figli del defunto notar Paolo ed anch’essi ritenuti per giacobini. Nel mese di Marzo, Aprile e Maggio dello stesso anno, si ebbero in Pescina, tre delitti dei quali si sospetta il movente politico, mentre per gli altri inconvenienti successi in paese uno speciale tribunale del popolo provocò il 28 luglio la fucilazione di tre persone[…]”; il già citato Pietro Bontempi; Guido Jetti (1932-2022) nelle sue ” Cronache della Marsica (1799-1915)” ( Luigi Editore, Napoli, 1978 p. 10, nota 10 di p. 52 e pag. 40 ) con dovizia di particolari mette nella dovuta evidenza ciò che accadde in quei drammatici giorni in Pescina: 15 “[…] sospinto dagli ecclesiastici sottomessi al vescovo Giuseppe Bolognese[…] che a Pescina impedì al << noto repubblicano Giuseppe Melchiorre, e gli accoliti Gianfrancesco Malvini Malvezzi duchino di S. Candida e Giuseppe Cordeschi, in pubblico contradittorio, di alzare l’albero della libertà spalleggiato dai canonici Marino Tomassetti, Cesidio Zazzara, e del nobile Vincenzo Mascioli Lusi[…] Il presule diffonderà a stampa << a tutti gli amatissimi suoi diocesani >> la lettera al sovrano esprimente voti per il ritorno, e la risposta da Palermo il 17 ottobre […] Nel resto della Marsica l’antagonismo dei giacobini e dei sanfedisti esplose. A Pescina il 7 (sic) febbraio i realisti assalirono il palazzo dei baroni Tomassetti di prezza, uccidendo il duchino di S. Candida, figlio di Teresa Tomassetti, e l’11 massacrarono i repubblicani Vincenzo e Giuliano Ferrante. Il 18 luglio 400 manifestanti sequestrarono Domenico Forte, che << stava ultimando una patroncina al Giacomo Carapelle, guarnita di fettucce tricolorate alla repubblicana, ed avendo il fratello Giuseppe fatto fuoco, la folla li uccise e ferì il giacobino Panfilo Cerimele[…]” ed infine il soprariportato Michele Ragusa. Da come ampiamente si può notare gli insorgenti pescinesi fecero proprio il “sacro oracolo” dell’8 dicembre 1798 ed immediatamente si unirono in massa per contrastare sia il nemico esterno che quello interno ben consapevoli che ” […]chiunque fuggirà, sappia che non eviterà il pericolo, anzi lo affronterà indubitamente perchè oltre alla perdita dell’onore sarà trattato dai Comandanti Militari, e Regj Ministri, come ribelle alla Corona e nemico di Dio e dello Stato[…] “.

Tale editto fu inviato, con lettera allegata scritta in Napoli il 10 dicembre 1798, dal principe di Cartelenza, al vescovo dei Marsi Mons. Bolognese: ” Ill[ustrissi]mo Sig:[nor]re/Il Re ha diretto un Proclama ai Suoi Ama/ti, e fedeli Popoli di cotesti Abruzzi, che/i Francesi minacciano d’invadere. Ne ri/metto a V.[ostra] S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma (spazio lasciato in bianco ndr) esemplari in/istampa affinchè Ella subito li trasmetta/a tutti gli Ecclesiastici della sua Diocesi,/con ordine di predicare in tutti i Luoghi/l’armamento, e la difesa. Faccia loro sen=/tire V.[ostra] S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma che i Ministri dell’Altare/sono i primi interessati ad impedire ogni/progresso del nemico. Dove i Francesi sono/penetrati, le Chiese sono state distrutte,/rovesciate, profanate, ed i ministri di Dio spogliati di tutto, e poi condannati ad una morte ignominiosa. Faccia V.[ostra] S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma/sentire ad essi tutte queste verità. Animi/i Pastori e gli Ecclesiastici tutti a predicare/col crocifisso alla mano. Faccia V.[ostra] S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma//che i preti predichino al Popolo le illusioni delle promesse ingannatrici, che i Francesi/fanno. Hanno promesso in fatti di rispet/tar tutto prima di entrare negli Stati, che/hanno invasi ma posto che vi hanno avuto il piede, niuna parola hanno mai serbato:/Hanno annientata la Religione: hanno tutto/distrutto , e saccheggiato: hanno tolto l’onore/alle donne; ed hanno uccisi e massacrati/tutti i buoni. Dia V.[ostra] S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma, col solito/Zelo per lo Stato, e per la religione, il primo/l’esempio della predicazione, e del coraggio/per la difesa di Dio, del Nostro Padre, e Re/dell’Augusta Sovrana e Real Famiglia e/di quanto abbiano di più caro, e di più Sa/cro. S.[ua] M.[aestà] confida in V.[ostra] S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma; e spera da/Lei ogni efficace provvedimento nelle attuali circosrtanze. La M.[aestà] S.[ua] Comanda inoltre che V.[ostra] S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma disponga i più bravi, e//probi Ecclesiastici Regolari, e secolari, che/accompagnino le Popolazioni, che si armano, e che vanno contro l’inimico; ani-/mando la gente, e predicando alla medesima./Sua Maestà vuole inoltre una distinta/nota da V.[ostra] S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma di tutti gli Ecclesiastici,/che si distinguano, attualmente nell’anima=/re il Popolo alla difesa, affinchè la M.[4stà] S.[ua] Comanda inoltre che V.[ostra] S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma palesi questa benefica intenzione/della Maestà S.[ua] a tutti gli Ecclesiastici della Sua Diocesi. nel Real Nome comunico tutto/ciò a V.[ostra] S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma pel sollecito, ed esatto adem=/pimento.Napoli 10 Dicembre 1798/Ill.[ustrissi]mo Sig.[nor]e/Il Principe di Cartelenza/Monsignor Vescovo di Marsi ” (75) Da come chiaramente si evince si può ben vedere che gli attori del ’99 pescinese: gli insorgenti ed il citato vescovo dei Marsi attivamente presero parte a tale sollevazione in massa ed ognuno svolse il compito loro assegnato. Non abbiamo purtroppo, per meglio tratteggiare l’ “Anarchia del 99 “, le deliberazioni comunali 16 nelle quali ogni “Università” del regno doveva deliberare atti attraverso i quali prendere le dovute decisioni per arginare l’esercito francese. In una fugace ricerca compiuta anni fa riguardante le deliberazioni dei comuni di Aielli, Avezzano, Cerchio, Tagliacozzo, Celano, Collarmele, Ortona dei Marsi, Ovindoli Pescina e Scurcola Marsicana relative ai, più volte, citati anni 1798-99 e 1806-1815, solamente dei primi 4 comuni sono riuscito a rinvenirli, però, purtroppo, relativi al solo periodo 1798-99: “[…]

Oggi li 19 Decembre 1798 Attese le presenti circostanze per esecuzione di sovrane oracolo signiato in Roma sotto il dì 8 corrente mese ed anno pubblicato in questa nostra terra il di ieri 18 detto mese convocatosi ed unitosi il pubblico tutto di questa nostra terra (è Cerchio n.d.r.) alla presenza del Magnifico Camerlengo per l’assenza del Governatore locale i magnifici sindaci Cancelliere e notati cittadini nella casa solita di questa Università sono stati proposti i seguenti Capi. Primo in quale maniera eseguirsi il citato Real Dispaccio per l’armamento generale e leva in massa. Secondo come provedersi di munizioni armi viveri e furaggi coloro i quali anteranno a formare la leva in massa per tutti quei giorni sorra necessari essere armati, ed accorrere a far fronte agli innemici[…] Al primo Capo si è da tutti di un animo Consenzo ad alta voce risoluto e stabilito che la spedizione della leva in massa proposta si esegua all’allistamento in Massa sotto la drizzione del Condottiere generale Don Lorenzo d’Amore (76) colla legge che restino eletti tre Contottieri per eseguirsi ripartitamente in egual numero con tre spedizioni. E i condottieri Dottor Don Venanzio d’Amore (77), Don Lorenzo d’Amore, ed il signor Nicasio Maccallini (78) i quali abbiano la faculda di Condurre seco il corrispondente numero di cittadini atti alle armi, che sono quelli dell’età dei quindici fino ai sessant’anni; e ogni Condottore debba condursi il Corrispondente numero di gente che dovrà prendere dal quartiere che gli resta assegniato cioè a Don Lorenzo d’Amore dalla Fontana alla Porta di Piazza; al Dottor Don Venanzio d’Amore gli abitanti che sono dalla di lui casa al orione sopra la Chiesa fino alla porta suddetta; al signor Nicasio Maccallini tutto il resto del paese che non avrà precedenti Condottieri, ed essendosi necessità ad ogni avviso debbano accorrere i tre condottieri colla loro compagnia. Al Secondo Capo si è da tutti risoluto che i sindaci passino in mano de i condottieri eletti i schioppi che trovanzi presentemente presentati colle palle di piompo che trovanzi esistente presso di loro restante ad arbitrio armare i restanti della cota che non sono armati di fucili a loro genio e piacere di altre armi bianche; Per la provisione poi da spedirsi de viveri e foraggi si risolve e stabilisce che per il grano si panizzi dal panattiere del pane a vendere il grano prenda ne granari del Università; il vino ed il formaggio si facci contribuire da qui sotto segniati benestanti Pasquale Iacobacci, Lorenzo Colantonio, Silvestro D’Amore (79), Magnifico Pasquale D’Amore (80), Basilio Fosca, Venanzio Ciofani, Cesidio Giansanti, Domenico Tuccieri, Simplicio di Simone, Sutero Cimini, Carlo Felice Pietrocicco, Luca Ciotti, Giuseppe Ciaglia, Gervasio Continenza (81), Dottor Don Vincenzo d’Amore (82), Signor Nicasio Maccallini tuttora a spese di questa Università che il pane debba essere del peso di Once (83) trenta per ogni giorno che il vino resti stabilito alla ragione di fogliette (84) due per ciascheduno al giorno che la carne stimando doversi spedire la prentano al pubblico macello come pure stimantarsi frutti, legumi ed altro tutto ad arbitrio dei proveditori restando in di loro arbitri obligare i possessori degli Animali e contribuirli con pagare loro la corrispondente mercede che i Providitori siano gli attuali Magnifici Sindaci Giuseppe Ciofani, Nicola Ciaglia ed il reverendo Canonico Don Francesco d’Amore (1769-1844).

Finalmente che resti in libertà de Condottori Suddetti lo spedir corrieri licenziare Individui e fare tutto ciò che credano più espediente e vantaggioso per la spedizione. Cesidio Giansanti Camerlengo Tommaso Giusti Cancelliere[…]” (Amiconi F.:” Cerchio dal 1798 al 1867″, Bollettino Deputazione Abruzzese di Storia Patria- Annata LXXXII (1992) (CIV dell’intera collezione), Litografia F.lli Cellamare, L’Aquila, 1994. Vedi anche Amiconi F.:” Storia di Cerchio dal 1798 al 1851″, Stampa MCM, Carsoli, 2006.). Tutti, all’unisono, immediatamente ed attivamente si organizzarono per la pronta difesa della patria: “[…]Avezzano li 16 Decembre 1798 Si è convocato pubblico Parlam.[en]to, prevj li soliti banni per ordine/di D.[on] Andrea Salvucci e Compagni, e coll’assistenza del Sig.[no]r Te=/nente Colonnello D.[on] Gennaro Marrijella, del Sig.[no]r Gasbare Or=/landi (85) Luogotenente, e principali Galantuomini di q.[ues]ta Città/D.[on] Ladislao Mattei, 17 D.[on] Aurelio Mattei (86), D.[on] Lanfranco Mattei, D.[on] Serafino Mattei, D.[on] Filippo, e D.[on] Gennaro iatosti, D.[on] Vincen=/zo(87), e D.[on] Gio:[van] Filippo Minicucci, D.[on] Felice-Ant.[oni]o Nanni, D.[on]/Girolami Mariani, D.[on] Ascanio Alovisj, D.[on] Francesco Porcari (88), N.[ota]r Felice Sorge (89), e dell’intiero popolo nella sala del/Convento di S. Francesco, e si è proposto, e medesimam.[ent]e/risoluto quanto siegue/ Primieram.[ent]e è letto un Proclama del Sig.[no]r Maresciallo D.[on] Francesco Federici riguardante la Leva in Massa dietro la lettura/del quale tutto il Popolo si è mostrato pronto a partire in/Massa, e l’Uni[versi]tà per mantenimento di ciascun indivi=/duo si è obbligata di somministrare a Ciascuno di Essi carlini (90)/due al giorno; da provedersi però su di una Cassa provvisio=/nale formata per li Cittadini più facoltosi, ed alli Medesi=/mi notificata, non potendo prendere somma alcuna dalli Fon=/di Universitativi per trovarsi li Medesimi affatto esauriti/per l’ingenti somme erogate, e che giornalm.[ent]e si erogano/per li bisogni attuali della Guerra; et nemine discrepan=/te si è formata la d:[ett]a Risoluzione//in secondo luogo si è proposta dal Sindaco D.[on] Andrea Salviucci/la riattazione delle Mura Castellane, e delle Tre Porte della/Città, onde difendersi da qualunque Nemica invasione, per/la di cui operazione si stabilì una tassa Civica di un Ta=/rì (91) a fuoco ( famiglia n.d.r.) alli benestanti, e di un carlino alli poveri, e tutti una voce/si sono uniformati, ed hanno Risoluto/che si faceva. Et sic fuit conclusum[…]” (92). Nel ” Libro de pubblici e privati parlamenti” del comune di Aielli ( restaurato per conto della Soprintendenza Archivistica d’Abruzzo, dalla ditta Fratelli Di Giacomo di Pescara ) si nota immediatamente fra i fogli 104v e 105r una brusca interruzione sia temporale si passa, infatti dalla deliberazione del 24 ottobre 1798 a quella del 23 magio 1799 (dunque una interruzione di ben sette mesi ) sia tematica infatti il brano della citata deliberazione del 24 ottobre finisce così: “[…]si cer-/ca dunque l’espediente a tenersi, acciò se non per doma-/ni pefisso (sic) giorno ad ogni modo per il 26 si incominci il tra=(sic) e la susseguente altra deliberazione inizia: “Ajelli 23 Marzo 1799[…]” Come mai non vi è continuazione tra le due deliberazioni? Cos’è accaduto? Erano deliberazioni compromettenti? O semplicemente gli amministratori di Aielli fecero propri, mi si perdoni il giro di parole, impropriamente e forzatamente il real rescritto del 16 gennaio 1800 ?(93) E’ impossibile che per ben sette mesi il comune di Aielli non adotti alcuna deliberazione. Dobbiamo arguire, quindi, che gli atti deliberativi del sopramenzionato periodo, ricco di vari e molteplici accadimenti, siano stati tolti ( è impossibile sapere quante deliberazioni e, quando, tale sottrazione avvenne con precisione) in modo palese e non di soppiatto, come in un primo momento poteva sembrare, perchè è impossibile che tutti, nessuno escluso, i maggiorenti del paese siano essi filoborbonici che filofrancesi non sapessero dell’avvenuta sottrazione o distruzione di tali pubblici atti. Ecco spiegato forse, il condizionale è d’obbligo, la difficoltà del rinvenimento dei registri delle deliberazioni comunali relativi al “Novantanove” ed al decennio napoleonico (1806-1815) nel Regno delle due Sicilie. E, quindi dobbiamo affidarci, per forza di cose, ai documenti conservati nell’Archivio della Diocesi dei Marsi e nell’Archivio di Stato dell’Aquila (che qui di seguito, data la loro innegabile importanza, si riportano) per continuare il nostro discorso. Un anno dopo, nel 1800, dato i tempi, il pastore dei Marsi, Mons. Bolognese, celebrò a sue spese, nelle dovute forme e con la pompa del caso, i solenni funerali del duca Giovanfrancesco Malvini Malvezzi: ” Pescina Città Fedelissima, ed Unica Capitale de Marsi/Da noi sottoscritti sindaci e Amm:[inistrato]ri, di questa sud.[dett]a Città di Pescina, come il nostro Degnissimo Vescovo, Monsignor D.[on]Giuseppe Bolognese facendo uso della sua sperimentata prudenza, per togliere li disordini ch’erano per insorgere, nelli dieci,/undeci, e dodici d.[e]l cor.[ren]te Mese di Febraro, nella Chiesa Cattedrale/di questa med.[esim]a Città, dal Re[verendissi]mo Capitolo, e dal 18 Clero, fece celebrare li funerali per il q.[uonda]m Ill.[ust]re duchino, D.[on] Gianfrancesco Malvini Malvezzi, a sue proprie spese, colla maggior pompa/possibile, giusta la condizione, e situazione d.[e]l Paese, e nell’istessa/maniera che per il passato s’era pratticato, nella Morte de Mag=/giori, di esso q.[uonda]m Ill.[ustr]re Duchino, a quell’effetto, fu impiegata Copiosa quantità di buona Cera, tanto nel Catafalco, eretto a/tal uopo, quanto di tutti gl’Altari esistenti nella predetta/Chiesa Cattedrale,, ed oltre le messe lette, Celebrate p[er] l’Anima/dell’espressato Defonto, in ogni giorno d[e]l triduo, vi fù Messa solenne cantata in Musica nella cappella d.[e]lla S.[antis]S.[i]ma Concez=/zione, di Padronato, dell’Ill.[ust]re Famiglia Malvezzi, essendo il tutto riuscito con bon ordine; E per essere tutto ciò, Cosa publica/e notoria tutti, per la verità Richiesti, abbiamo formato la p.[rese]nte, scritta dal Nostro ordinario Cancelliere da Noi so.[ttoscri]tta e/munita col solito Popular Suggello (è impresso al margine sinistro ndr) Dato in Pescina li 14 Feb.[rar]o 1800/Giovanni Sambenedtto Capo Sindaco/Giuseppe Morgani Sindaco/Berardo di Giandom.[eni]co Biondi Cancelliere […]” (94) Con gli altri due documenti conservati nell’Archivio di Stato dell’Aquila veniamo alla conoscenza di altre ulteriori notizie legate alla figura del più volte citato capomassa Stefano Pera: ” 1806/Da Apr.[il]e al 9[novem]bre (è scritto da altra mano n.d.r.)/Rapporti de Paricolari incaricati/Sul Brigantaggio ( più sotto a sinistra è posto il numero “2” circoscritto da un piccolo cerchio scritto da altra ulteriore mano ndr)/nel n.[umer]o di 83/C.C. 117″// Ecc.[ellen]za (al margine destro è riportato il numero “1” e, a quello destro, è impresso un sigillo ovale circoscritto da due rami di palma ed, all’interno, vi sono raffigurati una corona con sopra tre gigli sormontanti la seguente scritta: ” 1801/GRANI DUE” ndr)/Con sua venerata lett.[er]a del di 22 Corrente si com=/piacque, incaricarmi, perche riservatam.[ent]e l’avessi informata/su l’esposto di un ricorso, che le torno da’ Particol:[a]ri Cittadini di Pescina quali denunciavano una unione di sediziosi in d.[ett]a Città diretta a compromettere la publica tranquillità, e la sicurezza de’ particolari. Lessi non senza Commoz:[ion]e di animo La prede[ett]a Sua lett:[er]a p[er] la buona opinione, e fiducia di cui mi/onora, ed alla q.[ua]le corrispondo con i sentimenti dovuti a/tanta gratuita cortesia, e con l’impegno di meritarla./Lessi ancora con la dovuta attenzione l’indicato Ricorso, dalla/cui lettura si accrebbe in me maggiorm.[ent]e il desiderio di soddisfa=/re a pregiati suoi comandi, e di tener paghe le virtuose Sue/premure p[er] la pub:[blic]a sicurezza, e tranquillità. E quindi mi/sono portato in Pescina, dove ho avuto il piacere di tro=/vare, il Capo de’ sediziosi Stefano Pera, altrimenti det-/to l’Aba.[ate] Manduca,, erasi fatto arrestare da quel diligentiss.[im]o/Sig:[no]r Gov:[ernator]e locale; e spedito p.[er] la parte di Celano, nelle prigio=/ni di cod:[est]a Reg:[ia] Udienza. E senza punto palesare a d.[ett]o S.i[gno]r Govern:[ato]re/il riservato impegno nel q.[ua]le V.[ostra] E.[ccellenza] si era degnata farmi,//mi è riuscito di risapere da Lui, che aveva praticate le/diligenze giudiziarie su le sediziose macchinazioni, che for=/mano il soggetto del rapportato ricorso, e ne avea ac=/quistato molti lumi. Avendoli parlato delle perso=/ne denunciate nel Ricorso mi ha fatto comprendere,/che sopra le medesime versavano tali diligenze, e che/un nuovo indizio ne aveano dato con la fuga dopo/l’arresto dello Stefano Pera. E siccome nel ricorso si/enunciava il conpratico di d:[ett]o S:[igno]r Gover:[nato]re con il figlio/di Pasquale Pera, ha voluto informarmi come ciò fos=/se avvenuto, e l’ho trovato p.[er] un’avvenim:[en]to casua=/le, poiche essendo seguito il battesimo nella Rinnovaz.[ion]e/del fonte battesimale, fu da quel vescovo (95) chiamato/il Gov.[ernator]e che assisteva alla Fu.[n]zione, senz’acche alcuno di/essi sapesse che il battezzato era Figlio del Pera/con l’istessa prescritta Riservatezza, ed estragiudi=/zialmente mi sono informato della denunciata Se=/dizione, e l’ho trovata sussistente, e già estrinsecata/con atti vietati dalla legge, con armamenti, invi=/ti alla insurrezione, e minacce di massacro contro la/Gente Onesta, e l’istesso ottimo Vescovo, e il Gover:[nator]e non/erano risparmiato- Giuseppe Buffone uno de denunciati fece avvertire D.[on] Gio:[van]Batt.[ist]a Macarone (96) Cancell:[ier]e/delle Doganelle a starsi riservato, poiche la di lui vita/era in pericolo. L’istesso Buffone minacciò il sarto/Luigi Morgani (97), poiche nelle passare vicende era sta=/to persequitato come voluto Reo di Stato. Dal Can:[oni]co Cur:[a]to di questa Chiesa D.[on] Giand.[omenic]o Taglieri ho risaputo che/nel di 19 di questo Mese essendosi incontrato con un/Pescinese che […]faceva di veduta e che le disse esser (al margine destro è riportato il numero “2” ndr)/venuti p[er] affare di D.[on] Gio:[van]Filippo Pompei di Pescina/co lui li parlò della unione de sediziosi, e della dispo=/sizie nella quale erano d’insorgere, e di distrug=/gere, quelli che essi chiamavano Giacobini, mentre//le Truppe Francesi sarebbero state di breve scacciate, e sarebbe tornato il fu Re. Trovai finalm.[ent]e con=/stante la opinione in Pescina, che se non fosse se=/guito l’arresto dello Stefano Pera, e quei sediziosi/avessero potuto sperare qualche appoggio nell’ insu=/rezione di altro luogo, avrebbe 19 eseguito quanto/minacciato aveano. Il vedere poi, che li machi=/natori, e gli agenti de’ presenti attentati sono/gli stessi che commisero i massacri del 1799/enunciati nel Ricorso, e che veri sono: quelli che/sostituirono al rigor delle Leggi l’arbitrio, e l’anarchia, e che cercarono di portare in tutto questo/circondario gl’istessi delitti, e di distruggere ogni or=/dine publico, e del che disgraziatam:[ent]e fui io testimonio allora: che essi ora a tutto le prave in=/tenzioni criminosam:[ent]e esternate uniscono l’impe=/gno p[er] la Pro[d]dozione, mostrandosi disposti a fare/di tutto, onde questo Regno tornasse in mano del=/l’inimico dal q.[ua]le sperano impunità, e protezione,/farà conoscere alla illuminata intelligenza del-/l’E.[ccellenza] V.[ostra], che siccome la goduta impunità effetto di un governo in decadenza, che, tutte le cose, dispe-/rate, trar si doveva a queste esiziali conseguen-/ze, hanno animati gl’indicati malvaggi a nuovi//delitti, così l’espediente unico sotto un Governo/restauratore è di distruggere ogni lusinga di pote=/re essere scellerato impunentemente, con esemplari/punizioni. Questo mi sembra, che sia l’urgenza del momento e delle circostanze. Ed io sarò troppo/fortunato se avrò potuto con la mia Opinione un impulso al publico bene, ed alla E.[ccell3enza] V.[ostra]/una riprova de’ sentimenti di alta stima, Rico=noscenza, e Rispetto con cui ho l’onore Di V.[ostra] E.[ccellenz]a Ortona a Marsi il 27 di Ap:[ril]e 1806/Umilissimo Div.[tossi]mo Serv.[itore] Obb[ligatissi]mo/F:[rancesco] Sav.[eri]o Petroni ( al margine sinistro si legge: ” Sig.[no]r D.[on] Dionisio Cav:[alie]r Corsi/Colon[el]lo e Preside dell’Aquila” ndr) ” (98). ” Ill.[ustrissi]mo Sig:[no]r Sig:[no]r P.[ad]rone Col.[endissi]mo (al margine sinistro è impresso il descritto sigillo ovoidale da grani 2 e, a destra, è riportato il numero “3” ndr)/L’esistenza di Stefano Pera al.[ias] Abbate Manduca famoso/pel suo Nome non essendo nella neces=/sità di far procedere al di lui arresto. Egli tramava/il massacro d’alcuni Francesi che qui si trovavano, e di/tutti i Galantuomini: intanto per riuscire nelle sue mire/cercava Proseliti al suo partito. Egli vantava di tenere (al margine sinistro è riportato “f. Cop.” ndr)/molte armi, ma di lui non altro ho potuto avere, che/una lunga Baionetta spezzata, una borza di pelle con ven=/ti palle, ed una Canna di Pistone con fucile. Il colpo fù/prevenuto dalle precauzioni di q.[uest]a Corte. E poichè il d.[ett]o Stefano Pera trovasi trasportato in codesto forte, per=/ciò mi fo un dovere inviare a V.[ostra] S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma le carti scritte/num.[er]o dieci, che giustificano il di lui arresto, insieme colle/suddette armi. La prego di grato riscontro per mia sicurez=/za e con previa stima le bacio le mani/Di V.[ostra] S.[ignori]a Ill.[ustrissi]ma Pescina 25 Aprile 1806/D.[evotissi]mo Obb.[ligatissi]mo Serv.[itor] Giuseppe Strozzi Gov.[ernator]e ( al margine sinistro si legge: ” Sig.[no]r Cav:[alier]e D.[on] Dioniso Corsi preside di Aquila” ndr)//Locche sussistendo riferisca/subito che p.[er] espresso/p.[er] le convenienti disposizioni/a 4 Maggio 1806 ad (al margine sinistro è riportato: ” Si restituiscono le carte al Gov.[ernator]e Re:/latore affinche per mezzo di sei persone probbe della Città verifichi, in diligentiis, qual condott’ha tenute/per lo passato il Carcerato Stefano Pera, e la generale opinione, che corre al med:[esimo] # (è scritto sopra ndr)/rimanendo poi/prontamente le Carte p.[er] l’ulteriore procedimento di giustizia./ # senza tralasciare maggiorj/e più accertate diligenze p.[er] veri-/ficare se il carcerato avesse con/altri realizzate qualche unio=/ne p[er] eseguire i suoi gravi/disegni accennati nella de-/nuncia fatta contro di lui (a fianco, sotto, è riportato, dritto alla rovescia di chi legge ” Pescina- Maggio 1806/quel Gov.[ernatore] Contro Stefano Pera alias/l’Abb[at]e Manduca” ndr)” (99) ” Ill.[ustrissi]mo Sig.[no]r Sig.[no]r, e P.[adro]ne V.[ostr]o Col[endissi]mo (al margine sinistro è impresso il descritto sigillo ovoidale da grani 2 e, a destra, è posto il numero “6” ndr)/Mi lusingo poter scrivere ad onore passare all’intelligenza di V.[ostra] S.[ignoria] un tal Domenico Parisse come sospetto di allarme, e disturbatore dell’ordine/publico, giusta chè ne fui avvertito. Per giusti/ficare un tal da me dato, e per disca=/(al margine sinistro è riportato “f. Cop.” ndr)/rico di mio dovere ne versai relazione all’Il/lustris[si]mo Sig:[no]r Preside di q.[ue]sta Provincia dal quale/misi Communicare gli ordini di far Scortare/dalla forza armata il detto Carcerato in Cod:[est]o Reg.[i]o/forte. Io nell’atto che a tanto adempio Suppli=/co V.[ostra] S:[ignori]a Ill.[usstrissi]ma benignarsi Ordinare da chi si Con=/viene la formazione del ricevo di d.[ett]o Carcerato,/lusingandomi altresì attendere da V.[ostra] S.[ignori]a Ill.[ustrissi]ma/molti suoi pregiatissimi Comandi nel desiato//riscontro, mentre con sentim.[en]ti della più perfetta inal-/terabile stima resto costantem.[en]te ri-/protestandomi/Di V.[ostra] S.[ignori]a Ill.[ustrissi]ma Tocco 23 Maggio 1806 P.[ost] S.[criptum] Da una istanza presentata a q.[ue]sta Corte rilevasi/che il d.[ett]o Arrestato sia reo di molti Omicidj, e/di altri punibili attentati./Umilis-/simo Devostis.[sim]o ed Obb.[ligatissi]mo Serv.[ito]r Francesco Vico Gov.[ernato]re ( al margine sinistro si legge: ” Sig.[no]re Caval:[ier]e D:[on] Dionisio Corsi/Preside, nella Reg:[i]a Udienza/dell’Aquila” ndr)//Proposta in Trib:[unal]e la p.[resen]te Relazione si è ap=/( sopra al margine sinistro è 20 riportato il numero “7” ndr)/puntato di attendersi il Riscontro del/Governatore di Pescina relativam.[ent]e incarichi, che/porta presso quella corte l’enunciato/ Carcerato. E se reo (è stato cancellato n.d.r.) riscontri il Relatore/del ricivo del Carcerato/Aquila 2 Maggio 1806/Il Cav.[alie]r Corsi/Biondi Maffei/Graziani[…] Scuri”//Tocco, e/Pescina/23 Mag.[gi]o 1806/per il Carc[era]to Dom.[eni]co Paris (sic)(al margine sinistro si legge: ” Si attende il riscontro/del Gov.[ernato]re di Pescina/e se ne accusi al/ Rela.[tore] il Ricivo” ndr)”. (100) ” Molto[…]/

Questa mia Diocesi è stata Su le Armi,/e specialm.[ent]e q.[ue]sta Città, che sin da 15 X[decem]bre a/questo punto con spesa esorbitante di doc.[a]ti 30 al giorno ha sostenuto circa 100 indivi-/dui armati, e tutta via li Sostiene, de’ q.[ua]li circa 70 ne sono depau-/perati per prestare un ajuto agl’immensi dispendj. Lo stesso che ora intende formansi,/non servirebbe ad altro, che a guastare./L’ordine, che vi è p.[rese]ntem.[en ]te, e che è servito/si bene a difendere La Religione, e la/Monarchia. Io veggo tutta la mia Diocesi/depauperata a segno, che non sà come/potrà Reggere. Procuriamo di tenere/i Popoli costanti, ed Animati a difen-/dersi, in ogni incontro, come si è fatto/p[er] lo passato, ma non tutto quello, che/è bello si puole eseguire. Questi/sono i miei sentim.[en]ti, nel m[o]d[o] che, Resti bla ne Lug. (sic)” (101) ” Eccole il fatto del Vivaro (102) dal principio sin al fine, come ella/desidera=/La Sera del 25 del passato Aprile, i Francesi vi po=/sero l’assedio, e la domenica del 28 dello stesso cominciarono/a battere il Palazzo, dove si erano rifugiati quasi tutti i Viva=/resi di ogni sesso, e di ogni età, ma in quel giorno il fuoco//fù di poca considerazione: Lunedì 29 s’intese una continua=/to sparo fù di poca considerazione: Lunedì 29 s’intese un continua=/to sparo di cannone, e di bombe dalla mattina, fino alla sera/ chè non fù interrotto, se non per un ora, in circa, nell’arrivo della/Massa, chè custodiva il Cannone, ed il mortale./In tale attacco la Massa, ebbe un solo ferito leggermente, e co=/sa soffrisse il Francese non sisà; Al giorno appresso vi fù una/piccola scaramuccia nel piano, in cui rimase ferito un altro/della Massa nel ginocchio, e probabil.[men]te rimarrà stroppio ( è stato corretto n.d.r.)= La perdita dell’altra parte fù di tre, o quattro uomini Oltre/ molti feriti, frattanto il cannone sequito a far foco inter=pellata.[men]te contro il Palazzo, come fece ancora nel mercoledì/seguente, dal quale tempo plane silvit. E’ mirabile que=/sto fatto, che tanti colpi non smossero neppure una pietra/dalle Mura del Palazzo Medesimo, egli fecero sola=/[men]te pochissi=/mo danno nel tetto.= Il giorno poi 6 del corrente Magio fù/fortunata[men]te il decimo ed ecco il come. La massa in nu.[me]ro di/500 in circa situata in una altura del piano, che stà fra la/Selva di Oricola ed il Vivaro si divise in due collone una del=/le quali di 200 armati rimase nell’istesso posto e l’altra di 300/prese la strada di Petescie p.[er] essere al di sopra del Francese, nella Montagna, e purzione poco addisopra delle radici. Alle ore//17: cominciò L’attacco con quei di sopra alle prime fù battuto il Francese, eccedeva, ma giuntogli a tempo il soccorso fece fronte di nuovo, e dop=/po un combatti.[men]to di 2 ore incominciò quella parte di massa, a rin=/velare, e a poco, a poco di disperse tutta, la perdita dell’una e dell’al=/tra parte di questo fatto s’ignorava. L’altra massa restata nel pia=/no vidde tutto il successo, e vi fù chi consiglio a ritirarsi in un luo=/go più sicuro; ma prevalse l’opinione dei più, che vollero rima=/nersi in quel sito. In tanto alll’improvviso vedessimo comparire all’/osteria del Cavaliere un novo corpo di Francesi, con alcuni cavalli/provenienti da Lama, i quali colla magior sollecitudine cinsero al/di fuori tutta la selva di Oricola, di modo chè la massa rimaneva/in mezzo, a cui giunta questa notizia ognuno cercò di salvarsi/alla meglio, ma vi restarono uccisi nella Campagna dove la=/voravano. Nel giorno appresso il Vivaro si rese fù saccheggiato il/paese e Smantellato il Palazzo. Il più che abbia sofferto nella robba in questo riscontro, e stato Ori=/cola, che à perduto quasi tutta le vaccine, ed altri bestiami di/ogni genere, ed altri danni riceuti nel giorno 8 in cui sofferse un/specie di saccheggio.” (103) ” Se si crede proprio/Curati _ 2:=/Con[cura]ti di cattedrale, e/Collegiate _ 1:50/Beneficiati di ogni/specie _ 1:00/Preti semplici _ 1:=/Diaconi _ :60/Sud[diacon]i : _50″/Monasteri, secondo le facoltà “. (104) ” Ill.[ustrissi]mo, e R[everendissi]mo Sig:[no]re Sig:[no]re P.[adro]ne Col.[endissi]mo/Dalla Città dell’Aquila, e Sig.[no]r Generale Salomone (1759-1848. Cfr Amiconi F. (a cura): ” La Guerra de’ Paesani co’ Francesi L’Azione del capomassa Giovanni Salomone nell’invasione francese degli Abruzzi del 1799″, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, 2021) si è risoluto/formare un Reggimento per la difesa del castello, e del/nostro Apruzzo. Pel mantenimento si e progettata una/cassa militare, e si prende utile misure per impin=/guarla. Si è creduto formare delle Compagnie tra’/Marsi, col loro nome, e quelle che sono alla testa dell’/affare di sono degnati incaricarmi di avvalorare non/solo la leva, ma di 21 seriamente pensare al vantag=/gio della Cassa. Quanto partecipo ad V.[ostra] S.[igtnoria]/Ill.[ustrissi]ma, e R.[everendissi]ma, forse le preverrà da quella volta, ma/se mai mi ingannassi, avran creduto quei Sig:[no]ri, che/io adempivo ai miei doveri./La difesa finora sostenuta, e deve sostenersi, à di mira il vantaggio publico, ma specialmente quello/del Clero. Questo non à sofferta nella sua Diocesi, e/sarebbe un dovere che si prestasse per le straordi-/narie spese con un sussidio, dopo del proprio zelo,/e vantaggio.//Se dunque V.[ostra] S.[ignoria] Ioll.[ustrissi]ma, lo crede ragionevole,/e necessario, si degni di tassare ciascun individuo del Cle=/ro Secolare, e Communità Religiosa Mi farà perveni=/re nota distante de Conrati, e renderà inteso del=/la Somma totale il Sig.[no]r D.[on] Tommaso Falconj, a chi devo/essere risponsabile./Resti servita di aver di mira la sollecitudine troppo/necessaria per il piano formato nella Città dell’Aqui=/la. Potrà incaricare gli rispettivi Vicarj per uni=/re le Somme, e li medesimi trasmettermele resti/intesa de Sogetti che mostrano attaccamento, e di/quelli che odorano di poco zelo./Mi prendo la Libertà accludere copia di una notificazio=/ne, perchè si degni affidare l’esecuzione a chi/crede fervido per il publico vantaggio, con l’inte=/ligenza di adoperarsi nelle vicine Terra di Coll=/Armele, Ortucchio, Gioija, Cerchio e S. Benedetto. In/questi luoghi potrà sciegliere a suo piacere Persone/abili, quali resteranno considerate negl’impieghi,/e quello che in questa Città resta eletto da V.[ostra] S.[ignoria] Ill.[ustrissi]ma/e R.[everendissi]ma, avrà un posto de primi nella Compagnia/secondo il numero della leva sarrà per fare./Si degni farmene inoltrare, e rimettere da tempo/in tempo i nomi degli Aggregati per procedere all’/elezzione dell’Ufficialità, e rimetterli istruzzioni/più precise e consolanti intorno le Compagnie//Eccomi a venerati commandi pieno di vera stima,/Sup=/plicandola della P. B./Di V.[ostra] S.[ignori]a Ill.[ustrissi]ma, e R.[everendissi]ma Cappelle 28 Maggio 1799/ (più sotto, a piè pagina, si legge : ” Monsig.[no]r/V.[escov]o de Marsi/D.[evottissi]mo Se.[rvitor]e V.[er]o Ob.[ligatissi]mo e […]/G.[iovan]Batt.[ist]a Cardone//1799 Cardone cappelli/Su gl’affari Corr.[en]ti” (105) Ed infine si riportano le importantissime notizie, per quanto riguarda il Novantanove dell’intero aquilano sagacemente messe in evidenza dallo storico Giuseppe Rivera (1846-1923) (106) nel suo ottimo nonchè validissimo volume: ” L’invasione francese in Abruzzo (1792-1799): “[…] Nota de’ presi di Stato della Provincia di aquila che sono ristretti nell’Aquila[…] D.[on] Giuseppe Attilj di Ovindoli. Livio sacerdote Attilj di Ovindoli. Luigi Cesta di Collelongo, erano carcerati a Tagliacozzo sotto la custodia di Don Luigi capassini.

D’ordine del Sig.[nor] Visitatore furono condotti dalla sua partita nell’Aquila. Si ebbe rapporto che andavano liberi per l’Aquila, si è scritto al Sig.[no+r Preside di restringerli e se ne è chiesto conto del detto tenente[…]Intanto non terminarono le menifestazioni contrarie al ripristinato Governo. Nel più volte citato Diario napool.[etano] sotto le date del 7 maggio 1800 così leggesi: << In Apruzzo sono in armi due popolazioni chi dice l’uno contro l’alttra, chi contro il Governo andandosi gridando: Viva il re muoia il mal Governo. Quello che è sicuro parte per reprimerle il colonnello Caltanisetta con due squadroni di cavalleria >>. I forti abruzzesi che eransi dimostrati tanto fedeli al Re contro gli invasori stranieri non sopportano in pace le opposizioni di malconsigliati governanti[…]Nota de’ rei di stato che hanno goduto d’indulto nella Provincia dell’Aquila[…]Angelo Colantonio di Pescina (107)[…] Andrea Orlando Go. di Collelongo[…]Bernardo Sabatini (108) di Pescina[…] Camillo Campise (109) di Pescina[…]Domenico Petrucci di pescina. Dom.[eni]co Antonio Sambenedetto (110) id.[em]. Diodato tagliola id.[em]. Domenico Giammarco id.[em][…] Padre Domizio Jacobbi alias Fra papò di Ovindoli (è sicuramente padre Domizio Jacobucci di Aielli ndr)[…]Francesco Sabatini di Pescina[…]Filippo Campise (111) di Pescina[…]Francesco del quondam Vincenzo Bisegna di Collelongo[…]Giuseppe di Poggioginolfo. Giovanni Michele di Canistro[…]Gaetano Colantonio Giuseppe Barbati (112) di Celano[…]Giacobbe Pietrantonio (113) di Ovindoli. Giuseppe Piccone id.[em]. Giacobbe Ranaldi (114) id:[em][…]Gennaro Pace di Antrosciano[…]Luigi Morgante di Pescina[…] Nicola Ranaldi (115) di Ovindoli[…]Semplicio Giuliani di Carsoli. Serafino De Michele di Canistro[…]Stefano Bisegna di Collelongo[…]Vincenzo Fontana di Ovindoli[…]Vittorio Bisegna di Collelongo. Vincenzo Melone di Pescina[…]Vincenzo Botticelli di Collelongo[…]Individui dipendenti della Delegazione del Visitatore Consigliere Ferrante per le tre Provincie di Chieti, Aquila, e Teramo[…]Aquila[…]Giuseppe Cesta (116) di Collelongo[…]Pietro Masciarelli di Magliano, Giovambattista Masciarelli (117)[…]per gli altri individui della famiglia Masciarelli di Magliano ci riserbiamo di dichiarare, o no compresi, nel presente Indulto, pervenuti, che saranno le convenienti dilucidazioni del Visitatore Ferrante[…]” (118). 22 I violenti, cruenti ed esecrandi episodi accaduti in Pescina nel mese di Febbraio 1799 si incunenano nel solco degli eventi storici avvenuti durante l’invasione delle truppe napoleoniche nel regno delle Due Sicilie all’indomani del citato ” sacro oracolo ” dove Ferdinando IV chiamò alle armi per la difesa di quanto avevano più caro, tutti i suoi leali e fedeli sudditi. Il popolo di Pescina, così come tutti i paesi marsicani, fece proprio tale proclama e, di conseguenza, secondo il proprio modus vivendi, interpretò i dettami del citato proclama. L’eccidio di Pescina dove furono barbaramente uccisi il duchino Giovanfrancesco Malvini Malvezzi, i fratelli Vincenzo e Giuliano Ferrante, Giacomo di Venanzio Ruggieri, alias Carciofo, i fratelli Giuseppe e Giacomino Carapelle ed, infine, Domenico Forte, non è cosa onorevole: quale onore si ottiene uccidendo persone inermi da una popolazione tumultuante composta da circa 400 persone ( in quel frangente la popolazione di Pescina unita con la popolazione di S. Benedetto dei Marsi contava 3004 abitanti) e sicuramente avvinazzata ed accecata da malumori, rancori ed odi? Altrimenti come spiegare tali episodi? Sicuramente alla base di questi esecrandi accadimenti vi sono rancori ancestrali, ingiustizie ( o ritenute tali ), di qualsiasi genere che la maggior parte della popolazione ha dovuto perennemente e senza pietà subire ed ingoiare come rospi amari. L’ordine costituito, la giustizia, la tanto decantata giustizia non era e non è mai stata dalla parte dei diseredati, degli ultimi bensì era stata sempre appannaggio degli appartenenti alle classi dei “Signori”, dei cosiddetti “Galantuomini”: << Vaj’ a chied’ Grazia i trov’ Giustizia!” era la trita e ritrita frase degli appartenenti alle classi degli umili che tristemente e con sopportazione pronunciavano quando cercavano di difendersi dai soprusi subiti adivano le vie legali perchè ciecamente ed ingenuamente credevano di essere loro nel giusto ed i loro sogni di giustizia molto spesso, quasi sempre, violentemente cozzavano contro lo strapotere ab immemorabile costituito dalla classe egemone locale. Potere costituito e rafforzato da sapienti matrimoni (nulla era lasciato al caso) tutti dovevano uniformarsi al volere del capofamiglia che tutto indirizzava alla “convenienza” del clan famigliare e, di conseguenza, quindi, era impossibile per gli appartenenti alle classi deboli imparentarsi con i clan più abbienti: era considerato una vera eresia! Gli ultimi erano relegati da un Fato ingiusto ad essere perennemente succubi del potente di turno: erano gli appartenenti alle classi dei vinti ai quali nulla era dovuto se non, come novelli schiavi, a lavorare per impinguare il benessere del padrone. E, di conseguenza, quindi, in questo coacervo di cose dette e non dette, pensate, malcelate, sottese, covate sotto la cenere appena c’era un impercettibile bagliore di legalità (o ritenuta tale ) prepotentemente esplodeva con inaudita violenza ed era, è e sarà, cosa nefastissima verso coloro che tale incontrollabile rabbia era ( è e sarà ) diretta: << Trist’ a chi c’ cap’ta!>> (E’ cosa molto triste e nefanda a chiunque, senza distinzione di sesso, età o di ceto, capiterà subire tale incontrollabile rancore mal sopito). Come mare impetuoso, come vero tsunami tutto violentemente spazza via al suo passaggio. La furia della rivoluzione popolare è incontrollabile persino ai capipopoli. I nostri antenati erano consapevoli dei terribili e cruenti episodi accaduti durante la Rivoluzione Francese e sapevano benissimo dell’incessante lavorìo svolto dai boia francesi per mezzo della terrificante ghigliottina. Tra i numerosi tragici episodi accaduti nell’anarchia del ’99 degno di nota è senz’altro quello descritto nell’articolo pubblicato dal quotidiano del Lazio meridionale ” L’inchiesta ” dal titolo : ” I monaci martiri di Casamari sono stati proclamati Santi ” (www.linchiestaquotidiano.it del 10 maggio 2021).In questo articolo vengono messa in evidenza le raccapriccianti uccisioni dei frati operate dalla soldataglia francese: sette furono le vittime sacrificali a causa dell’insano furore transalpino. Questo orrendo misfatto, dopo gli opportuni itinera, ha fatto sì che Papa Francesco potesse dare ai fedeli nelle giornata di sabato 17 aprile 2021, il lieto annuncio della proclamazione dei Santi Martiri di Casamari e, la domenica successiva, 18 aprile, durante l’Angelus di mezzogiorno, in Roma, in piazza San Pietro, è avvenuta la solenne cerimonia della proclamazione in cui venivano elevati agli onori degli altari i citati Santi Martiri. 23 Un similare episodio era accaduto nella città dell’Aquila circa due mesi prima, nella Santa Pasqua di quell’anno: 23 e 24 marzo 1799 (119) dove, purtroppo, dentro la chiesa di san Bernardino, furono uccisi 27 monaci più altre 22 persone: “[…]Sabato Santo e le Festività della Pasqua sono state qui un specie del giorno del giudizio. Se avessivo veduto questa strada maestra il Sabato e la Domenica ed il Lunedì della Piazza grande fino a Capo, vi avrebbe fatto scappare le lacrime. Vi giacevano sparsi da quindici e più cadaveri e forse più e non vi era chi si fidasse toglierli e portali alla Chiesa e seppellirli. Il lunedì dopo le 20 furono levati e portati alla Chiesa.

Dentro S. Bernardino il sabato ne furono uccisi quarantanove, cioè ventisette Frati e ventidue Villani, e la chiesa era talmente piena di sangue che ancora non si può finir di lavare, tanto vero che sta sospesa e non si può aprire se non si ribenedisce, perch’era consegrata, nè vi è un Vescovo da qui che possa fare tale funzione[…]” (120) E altri episodi simili, dobbiamo arguire, accaddero in altri luoghi. Le truppe francesi sfogarono i loro rancori contro tutto ciò che rappresentava la Tradizione: la Religione e l’Ordine costituito ab immemorabile. I rivoluzionari francesi erano considerati atei e fedeli adepti della dea Ragione: tutto ciò che cadeva sotto i propri sensi era Verità e non altrimenti. Da qui lo scontro era inevitabile in quanto la maggior parte della popolazione era formata da persone umili, buone, ubbidienti e fedeli alla religione ed alla legittima casa regnante: la religione cristiana era per loro sacrosanta così come sacrosanto, era il loro legittimo re Ferdinando IV di Borbone. E, quindi, la fazione della Santa Fede, guidata dal cardinale Fabrizio Ruffo (121) fortemente si adoperò alla strenua difesa della religione e del re e, quindi, di conseguenza, gli scontri furono inevitabilmente aspri e cruenti, specialmente nel primo periodo, nell’anarchia del ’99. In questo frangente gli insorgenti filoborbonici prendono finalmente coscienza di riscattarsi con l’arte della guerra, vogliono anche loro, finalmente, essere partecipi a pieno titolo di tutto ciò che riguarda la Cosa Pubblica. Finalmente sono, o forse è meglio dire, si sentono emancipati anche se non ne sono pienamente consapevoli. Sarà per loro chimera o realtà? In una società dove l’uomo è lupo dell’altro ci sarà posto per i sognatori, per chi ama la pace, la libertà, la giustizia e la fratellanza? O saranno sempre succubi del’l uomo forte del momento? Per i marsicani, e per coloro che difesero a spada tratta tutta la casa Borbonica è giusto a duecento anni e più da quegli eclatanti episodi chiamarli ancora oggi briganti? E gli autori degli eccidi di Pescina come bisogna etichettarli? E i filofrancesi? Di primo acchito ai primi, mi scuso per il giuoco di parole, che entusiasticamente annuirono al più volte citato editto dell’8 dicembre del 1798, senz’altro bisogna tributare loro, come novelli patrioti, il giusto encomio: hanno combattuto strenuamente, a costo della vita, per la difesa del proprio territorio e del proprio regno. I secondi, invece, che si sono macchiati di nefandi e nefasti omicidi meritano il giusto castigo e la pietas cristiana: nessuno, per qualsiasi motivo, al di là di vuote e sterili demagogie, ha il diritto di negare e togliere la vita al proprio simile quantunque le contingenze belliche spingano i guerreggianti ad aspramente annullasi vicendevolmente usando la malvagità che è, purtroppo, una delle doti negative dell’uomo a cui, spesso volte, anche se è stato creato a somiglianza di Dio, ricorre, rinnegando così, di fatto, alla sua vera essenza che è quella di porsi al servizio del proprio simile e non altrimenti ad annichilirlo: ” Chi è senza colpa scagli la prima pietra!”. Finalmente per i Vinti c’era, in fondo al tunnel della disperazione nuda e cruda, un barlume di luce. I Vinti ai quali tutto è stato negato; a coloro che la sorte, forse è meglio dire la malasorte, ha tutto privato: la casa, la terra ed, agli ultimi degli ultimi, quelli che sono posti da un ingrato Destino in fondo a tutto, anche la famiglia; sono stati, addirittura, per la loro condizione sociale e psico-fisica, privati anche di formare una famiglia! << N’ pitta mangh’ a ju catast’! >> Era la malvagia risposta rivolta ai nulla tenenti: >> Non figura iscritto neanche al catasto in quanto indigente!>> I diseredati senza arte nè parte, coloro che sono assuefatti, loro malgrado, alla inattuabilità del periglioso percorso della vita che nulla o quasi offre agli ultimi, ai vinti, a coloro i quali per diritto di nascita essendo nullatenenti, a ciò, al Nulla, debbono aspirare: 24 Nulla o Niente sono e, quindi, Nulla o Niente debbono diventare, essere. Sono gli assuefatti alla pura e mera indolenza: per loro non c’è Nulla di nuovo all’Orizzonte. Con la chiamata alle armi da parte del loro legittimo sovrano sentono, percepiscono, è la prima volta, che qualcosa di nuovo, di straordinario, sta accadendo ed allora fanno proprio il più volte citato “sacro Oracolo” dell’8 dicembre 1798.

Hanno intravisto che, anche loro, gli appartenenti al volgo senza volto, agli atoni ed afoni, possono aiutare personalmente, singolarmente, il proprio amato sovrano che accoratamente, con il cuore alla mano, li chiama a se affinchè lo aiutino alla difesa della loro comune patria: “[…] sostenete la Nostra Religione, sostenete il Vostro Padre, e Re, ch’espone per voi la propria vita; e ch’è pronto a sagrificarla per la vostra difesa, e per conservare a voi quanto avete di più caro, la Religione, l’onore delle vostre mogli, delle vostre figlie, delle vostre sorelle, la vostra vita, e la Vostra roba[…]Coraggio bravi Sanniti, coraggio Paesani miei. Armatevi, correte sotto i miei Stendardi. Unitevi sotto i Capi Militari che sono nelli luoghi più vicini a voi. Accorrete con tutte le vostre armi. Invocate Iddio, Combattete, e siate certi di vincere[…]” Anche per la controparte filofrancese così come per i citati filoborbonici esistevano nelle loro file due categorie di uomini: gli avventurieri che senza scrupolo si avventano sotto mentite spoglie, in nome del cambiamento, contro tutti e tutti. Sono i livellatori animati da un atavico rancore commisto ad un incoercibile odio verso i detentori del potere, della ricchezza e di coloro che avevano una certa agiatezza sia fisica che psichica: volevano ( e vogliono) a tutti i costi, costi quel che costi, livellare, pianificare e, quindi, di conseguenza, bisognava togliere a questi il potere, la ricchezza, l’agiatezza e, perchè no, ad arbitrio loro esclusivo, anche il bene più prezioso: la vita. La livellazione era per loro un diritto in quanto affermavano perentoriamente, senza diritto di replica, tutti davanti all’Essere Supremo, per i credenti, o davanti alla Dea Ragione, per gli atei, erano e sono uguali e, quindi, i ricchi, i proprietari, i possidenti, i benestanti dovevano pagare il fio del loro status simbol: anche loro dovevano toccare con mano e vedere con i propri occhi, con i propri sensi, che cosa significasse la miseria, la povertà, la malattia contro la quale, i diseredati nullatenenti, dovevano forzosamente sottostare in quanto nulla potevano se non aspettare, solo questa era graziosamente loro concesso, chi con pazienza, chi con terrore, l’evolversi dell’inarrestabile corso del morbo fino al compimento dell’opera cioè quando l’essere immondo, dalla lunare falce, non poneva fine a quella miserevole e miseranda esistenza con il fattivo annichilimento dell’essere: la morte che, ironia della sorte, era ben voluta e ben accetta perchè con essa, i parìa, riuscivano, almeno per una volta nella loro deprecabile esistenza, a solennemente imporsi contro l’atavica malasorte: ora si che potevano, finalmente, essere pienamente soddisfatti, riposarsi e, per i credenti, era il primo passo verso l’agognata e sognata ad occhi aperti Vita Nuova:era una vera conquista, almeno nel mondo dei più erano degnamente considerati e, quindi, benedetta la morte apportatrice di giustizia e pace. Per gli atei invece la morte rappresentava un passo dovuto e allo stesso tempo importante verso il riposo dei giusti ed auspicabile a tutti in quanto non bisognava temerla perchè quando c’è lei noi non ci siamo e quando noi ci siamo lei non c’è. Perchè dunque temere la morte? E’ dello stolto temere una cosa inesistente. Gli altri filofrancesi parteciparono entusiasticamente alla “singolar tenzone” spinti da un gran voglia di cambiamento, di mutare, sovvertire l’ordine costituito ab immemorabile di una società stantìa, decrepita, incartapecorita ed immobile da vari secoli, incapace, perchè lesiva ai propri interessi privati, a guardare verso il nuovo che arriva rimanendo, purtroppo, sorda all’inevitabile corso della storia che tutto fagocita e tutto trasforma alle proprie voglie.

Senz’altro tutti furono ( e sono) uomini, in quanto tali, da essere rispettati in quanto per molti, per i puri, sia dell’uno che dell’altro avverso fronte, tale scelta di combattere fu dettata esclusivamente dalla propria coscienza e, per questa, per questi ideali immolarono, quando furono costretti a scegliere, anche la propria esistenza. L’uomo degno di questo nome è colui che rispetta il proprio simile, appartenente a qualsiasi formazione politica, religiosa, culturale, razziale, di sesso e che rispetta ed aiuta i portatori di handicaps e, 25 che, infine, sa ascoltare con animo pio chi soffre: chi fa proprie queste regole di vita può senz’altro essere annoverate nella lista dei nobili di animo, dei veri eroi, dei giusti. Bisognerebbe fare uno studio meticolosissimo per avere esatta contezza di quali e quanti crimini, entrambe le fazioni avverse, purtroppo, commisero ed in quali luoghi. Mi è sembrato utile collocare in appendice al presente lavoro le inedite relazioni (122) conservate nella Biblioteca Metropolitana ” De Gemmis ” di Bari, del pescinese barone nonchè canonico e storico Marino Tomasetti (123) e del baretano Antonio Mosca (124). Relazioni queste importantissime per capire il fenomeno migratorio aquilano del XVIII secolo. Alla fine del ‘700, il re di Napoli, Ferdinando IV, diede incarico, per essere edotti da questo nuovo e singolare flusso emigratorio, ad un illustre ed apprezzato storico napoletano, Maria Giuseppe Galanti (125) affinchè questi con una indagine seria, meticolosa e scrupolosa potesse darne un giudizio super partes attraverso il quale cercare di capire quali erano le spinte propulsive di tale fenomeno per poi cercare di porre rimedi che, purtroppo, alla fine del secolo seguente avrà una portata allora inimmaginabile. Questi nella sua fondamentale opera ” Testamento forense” sagacemente descrisse il fenomeno dell’emigrazione verso l’agro romano degli abitanti dell’Abruzzo aquilano dove, durante la visita generale da lui effettuata nel 1795, poté constatare, riportando addirittura, quasi paese per paese, in un singolare specchietto riassuntivo, il numero degli emigranti (126). Secondo le stime del Galanti relative al surriportato anno 1795 gli emigranti della provincia dell’Aquila raggiungevano: “[…]numero rotondo di 13.000 a cagione de’ riveli infedeli[…] mentr’invece secondo le stime di Antonio Mosca riportata nella sua citata relazione del 12 aprile 1790, gli emigranti dell’aquilano erano: “[…]Intorno a Ventimila Persone si portano ogni anno dalla Provincia dell’Aquila alla Campagna Romana, per impiegavirsi chi alla Coltura de’ campi, chi all’asciugamento delle Paludi, ma la maggior parte alle costruzioni delle strade. Il tempo della loro dimora nello Stato Pontificio è ordinariamente dal mese di Novembre insino a Giugno[…]” Marino Tomasetti metteva in risalto, nella suddetta e lucida relazione, come era solito fare, del 22 dicembre 1793 che, l’emigrazione di: “[…]Questa povera gente[…]è totalmente fatta in alcuni tempi e non già nociva[…]” Il Nostro si raccomandava che, tale esodo “[…]non si facesse in tempi pericolosi, e di aria sospetta, essendo allora il pericolo delle Malattie quasi sicuro[…]” in quanto, di conseguenza, riportava ,purtroppo, il contagio, al ritorno, nel proprio paese e stigmatizzava che “[…]Nel corso del Male [gli emigranti] consumano il denaro lucrato, e se non basta fanno debiti[…]” E quindi constatava “[…]Per quanto siasi parlato contra questa emigrazione, non è stato possibile farla dismettere, onde sarebbe necessario, che il Governo la proibisse, con vigorose pene: E dovrebbe anche vietare quelle, che si fanno in altri Pesi in tempi sospetti[…]” e suggeriva quindi molto lucidamente e con cognizione di causa, che 26 “[…]Ad evitare questa emigrazione in qualsivoglia tempo sarebbe desiderabile che conclusasi la qualità de’ rispettivi territorj, s’introdussero nella Coltura quei generj de’ quali territorj sono suscettibili, essendo veramente Riprensibile, che da queste parti non si conoscan’altri generi, che il grano, e poche specie di legumi, che per seminarsi in terreni, non atti per essi, nett’ampoco danno la sussistenza col Raccolto[…]” Ed esortava che, per sopperire alle carenze del luogo, bisognava aiutarsi con il lavoro degli artigiani, delle arti minori e con l’introduzione anche delle fabbriche per la lavorazione dei panni. Metteva in risalto, con la sua solita intelligenza, che l’industria dell’allevamento bovino il quale in alcuni paesi era degno di nota bisognava diffonderlo nei centri sprovvisti o carenti con, anche, la trasformazione dei prodotti tipici quali il formaggio e la lana. Il Nostro poi, infine, descriveva con dovizia l’ << Origine, corso, qualità delle acque e dei pesci>>. Mettendo in risalto la pesca usata nel lago Fucino (127) e gli uccelli, che “[…] Nell’inverno vi vengono da diversi Paesi Le foliche, le Oche di diverse specie, le Anatre di molte specie diverse, i Corvi, le Gavie ed altri uccelli rari, e tal volte i Cigni. Sulle sue ripe vi capitano moltissimi uccelli palustri rari, ma sono frequenti gli Ajroni, le Cicogne, i Pivieri, le Paoncelle, le pizzarde, o siano beccaccine, ed altri[…]” L’inedita relazione di Marino Tomasetti è attenta, scrupolosa, meticolosa, precisa e concisa: sembra quasi un’analisi dei nostri giorni ed, a più di duecento anni, è ancora valida. Per debellare il fenomeno dell’emigrazione non è forse utile, come il Nostro esortava, la trasformazione in loco dei prodotti tipici locali e la sapiente vendita specialmente ora che tutto il mondo è globalizzato usando le moderne tecnologie quali ad esempio, la vendita on line? Non è forse lo studio attento e meticoloso del proprio territorio che permette la vera affrancazione ed emancipazione delle zone rurali? Non è l’agricoltura la fonte primaria della nostra sub regione marsicana? Non è giusto forse che questa sia a passo con i tempi con studi seri, sagaci e proiettati verso il futuro abbandonando definitivamente un inutile e retrò provincialismo? L’intero agro marsicano non può essere sapientemente trasformato ed essere ” a la page”? Anche nell’inedita relazione di Antonio Mosca vengono messe in evidenza le varie problematiche legate al fenomeno migratorio ed i possibili rimedi per poter arginare tale esodo: “[…]si crede che tanta povera gentte vada colà a procacciarsi qualche pane, che una Patria Sterile, ed ingrata prr loro che rfiuti: che il miglior partito possa prendere un Contadino Abruzzese per non lasciarsi opprimere dalla miseria, sia parso di là da Confini: insomma che il povero Potosi dell’Abruzzo, quello che gli somministra non solamente la sussistenza, ma un certo grado di ricchezza, e di commodo, sia lo Stato Romano[…]” cercando di spiegare l’inutilità di tale esodo migratorio ed il male che esso provoca all’intera provincia aquilana “[…]Dimostrerò il primo quanto la emigrazione notabilmente pregiudichi alla pubblica, e privata Economia ed alla universale prosperità dell provincia[…]E per tralasciare que’ motoivi, che una savia, e moderna politica ci detta, è tale la fertilità del nostro Suolo che possiamo eserciatere collo stato medesimo un Commercio sommamente per noi vantaggioso. ma che si voglia mandarvi Uomini, invece di derrate, che ci crede di arricchiere un Paese spopolando la maggior parte dell L’anno, e privando degl’Istromenti stessi dell’Opulenza quali sono le braccia, essa è una contradizione Economica[…]” 27 mettendo in risalto che molti emigranti “[…]Siccome essi si conducono nello stato Romano molto prima di quell’età, in cui l’Uomo arrendendosi ai dolci Stimoli della Natura va in cerca di una Compagna, giunti poi, che vi sono, una Donna Romana sodisfa le loro ricerche ugualmente che una Donna Abruzzese, e forse la prima viene a quest’ultima preferita. Quindi il numero dei maritaggi diminuisce nella provincia, e quindi ancora addiviene che molti lasciano per sempre la Patria[…]Ma il colpo fatale, che la Emigrazione dà a quella Provincia si è una morte immatura che arreca a tanti DSuoi individui. L’aria della Campagna Romana è generalmente infetta[…]Al che si aggiugne, che molti lavori a’ quali sono addetti que’ Contadini, si fanno accanto alle maremme ed in luoghi paludosi ove si respira un Aria Sempre velenosa e micidiale[…]Sono ancora aperte le paighe, che ricevè Pizzoli dalla fiera Epidemia del 1783 , non da latra causa prodotta, che da una maligna infezione, che i Suoi Cittadini contrassero ne’ lavori delle Pontine, e che poi Comunicarono a tutto il resto de’ Suoi infelici Abitanti. La emigrazione togliendo ogni anno alla Provincia dell’Aquila un numero non indifferente di Uomini nuoce direttamente alla sua Popolazione, e vi cagiona tutti que’ divisati mali economici; ella non lascia ancora di produrvi degli inconvenienti politici e morali[…]qual attaccamento potranno avere per la Patria que’ Cittadini, che per due terzi dell’anno, ossia ch’è lo stesso ripetere, terzi di tutta la loro vita ne resteranno lontani? Che importa a me, sovente io ho inteso stesso ripetere da quacheduno di loro, che importa a me, se si risotri o nò il Ponte, e la Strada Pubblica, se si accomodi o nò l’acquedotto? nè l’acquedotto, nè la Strada publica, nè il Ponte danno da vivere a me, e alla mia Famiglia. Che vantaggio ricavo io da così fatti lavori, che neppure mi posso godere? Sono i lavori di Roma quelli ch unicamente mi danno il vero profitto[…]Ne diasi a credere ad alcuno che molti Paesi degli Abruzzi mediante una tale industria ritraggono dallo Stato Romano un annua considerevol Somma di danaro capace di produrre la loro ricchezza[…]Asteniamoci dunque da credere, che il denaro Papale faccia l’abbondanza di alcune contrade degli Abruzzi, e persuadiamoci ch’esso ne sia la vera ruina[…]E’ un dato certo, che ogni nostro contadino che và a impiegarsi ne’ lavori dello Stato Romano, suole ordinariamente tirare due Paoli al giorno. Supponendo che il Suo lavoro sia pèer] sei mesi continui la Somma del Suo guadagno sarà trenta sei scudi Romani; da cui se ne deducono le spese del viaggio, e del Suo mantenimento per otto (sic) mesi, e resteranno Venti Scudi framnchi. Il Caporaletto che presiede a’ lavoratori divisi in drappelli, se ne affrancherà il doppio. Il Capo finalmente, ossia colui che fa eseguire il lavoro a Suo rischio, potrà lucrare sino a cinquecento Scudi l’anno. Di questi ve ne sono assai pochi nella provincia: mediocre è il denaro de’ secondi: i primi fanno la parte maggiore. Che il contandino Abruzzese sodisfi cin questi venti Scudi a’ pesi Fiscali; che mantenga la Sua Famiglia per tutto il corso dell’anno, pagando a contante quegli stessi generi, che le sue braccia avrebbero potuto con poco stento ricavare dalla Terra, rimanendo nella Provincia[…]” mettendo in evidenza che “[…]un altro gravame notabile inconveniente, che la emigrazione fa pur troppo sentire in tutto que’ Paesi ove la medesima Si trova più esso, è certamente quello di mettere il Proprietario ed il Colono nella impossibilità di poter ben coltivare il loro Poderi, rincarandpo Soverchiamente il prezzo de’ rustici lavori. I più facoltosi fra quelli sono costretti a far venire con sommo di loro dispendio gli operaj Forastieri per la coltura delle vigne. Al rimanente poi de Proprietarj, ed è questo la maggior parte di impiegare le Donne ne’ lavori più pressanti dell’Agricoltura. vedere una povera Contadina, nata sola a maneggiarla, ed il fuso sottoporre alle sue deboli membra alle fatiche più dure della campagna e far degl’inutili Sforzi per supplire alle veci del suo Sconsigliato Marito Si è questo uno spettacolo ugualmente compassionevole e raro[…]” preoccupandosi anche, con ottimi consigli, di dare opportuni suggerimenti per la buona tenuta delle strade, per una più esatta difesa e somministrazione delle acque, per la salvaguardia ed il buon mantenimento dei boschi: “[…] Il bisogno cheha l Provincia del legname soprattutto pel fuoco, è uguale a quella del grano[…]” ed infine suggeriva anche il modo sia per la coltura del lino con la susseguente lavorazione mettendo in risalto che 28 “[…] questa pianta che serva alla Salubrità, alla nettezza, ed all’abbigliamento insieme del nostro Corpo, e che a ragione è divenuta nella Società un oggetto di prima importanza[…]contribuisce grandemente alla ricchezza delle Nazioni[…]esso vi giugne a una bontà, ed una bianchezza Sorprendente[…]comandò egli (è il re Ferdinando IV n.d.r.) nel Sup.[re]mo Consiglio delle Sue Reali Finanze, che i Fili della Provincia dell’Aquila, e qualunque manifattura co’ medesimi eseguita, andassero esenti da ogni sorta di dazio Doganale, si all’interno, che nello esterno traffico del Regno, e che si stabilisse un premio a chi vi si fosse segnalato o nella Filatura del Filo, o nelle Sue manifatture[…]” sia anche la coltivazione della preziossima pianta dello zafferano. Il Nostro si augurava che nella città dell’Aquila si stabilisse “[…] una Fabbrica di sale all’uso di Olanda[…]” in quanto questa “[…] sarebbe un tesoro per quella provincia, e rimarrebbe nel tempo istesso tutto il nostro Regno in istato da non dipendere così vergognosamente da Foraetieri in una manifattura si in uso tanto necessario, ed universale[…]” mettendo in risalto la mancanza delle “braccia” ed esaltando i “[…] salubri pascoli pel suo numeroso bestiame. Un aria finalmente purissima in un clima elevato, ed asciutto nel mentre che largamente dona a’ suoi abitanti la sanità, e la robustezza del Corpo, li rende nel medesimo tempo sodi, e penetranti d’ingegno, e disposti Specialmente ad ogni industria economica speculazione[…]” I ricchi proprietari di figli, loro malgrado, al di là dei buoni proponimenti del ventitreenne Antonio Mosca, furono costretti ancora e, purtroppo, per sempre, per arrotondare le loro misere entrate, ad emigrare, per la mera sopravvivenza, verso l’Agro romano come chiaramente si evince dagli interessanti documenti conservati nell’Archivio di Stato dell’Aquila (ASA, Intendenza, Serie I, Categoria 17, busta 4813 a) relativi all’ anno 1806. Qui, infatti, apprendiamo non solamente le notizie riguardanti la veemente insorgenza filoborbonica avvenuta, in tutto l’aquilano, il 26 marzo 1806 (addirittura nella città di Celano due furono le insorgenze popolari: la prima, il 26 marzo e , la seconda, il 19 settembre sempre dello stesso anno 1806 ) ma, veniamo anche alla conoscenza di notizie interessantissime, paese per paese, circa l’emigrazione dovuta, per la stragrande maggioranza, per lavoro verso la campagna romana e verso Foggia, solo uno è assente dal proprio paese per motivi di studio: l’aiellese don Clementino Berardi che si trovava in Napoli “p[er] causa di studio”; apprendiamo anche il periodo di tale emigrazione: dal mese di ottobre al mese di giugno. Sono, questi descritti movimenti anagrafici, gli antesignani delle oceaniche moderne emigrazioni che segnarono indelebilmente le nostre contrade specialmente alla fine dell’Ottocento ed inizio del Novecento. Nel 1806 dal paese di Forme, infatti, partirono per l’agro romano 4 persone ” […]come fin dalla metà del passsato ottobre corrente partirono da questa nostra Padria( forme ndr.)[…]p[er] andare a lavorare nell’Agro Romano p[er] guadagnarsi il pane, e ritorneranno, siccome il solito dentro il Mese del venturo Giugno 1807, più o meno. Siccome trovano il lavoro[…]”; da Cese 2 persone; un numero non specificato di abitanti di Oricola andò a lavorare nell’agro romano e anche ” […] il mag:[nifi]co Giacomo Mariani, per suoi affari risede in Roma[…]; da Pereto partirono per l’agro romano 5 persone; da Santa Iona partirono 6 persone come garzoni in paesi limitrofi quali Sante Marie, Avezzano ed Ovindoli; da Ortona dei Marsi partirono 27 persone “[…]Per l’Agro Romano p[er] soliti Lavori Agrarii[…]”; da Lecce dei Marsi “[…]Sono assai Li Cittadini abbitanti di questa Uni.[versi]tà li quali si sono portati porzione nell’Agro Romano, e porzione nel Reg.[i]o Tavoliere di Puglia[…]”; da Celano 6 persone sono “[…]partite per la Puglia a Lavorare[…]”; da Ortucchio “[…]sono assenti sei persone per andar a lucrar pane nell’agro Romano[…]”; 29 da Ovindoli una persona “[…]presentemente trovasi in Gioja al servizio di un locato[…]”; da Rovere “[…]sono assenti porzione a lavorare in Roma[…] 40 persone e altre 61 persone[…] nel Reg.[i]o Tavoliere di Puglia[…]”; da Aielli sono “[…]partiti in Foggia[…] di cui 4 erano proprietarj di pecore , e uno a “[…] D.[on] Clementino Berardi, che si trova in Napoli p.[er] causa di studio[…] e 8 “[…]si sono portati nella Campagna Romana a Lavorare[…]”; ed, infine, da Bisegna sono partiti 26 persone “[…] p.[er] portarsi nelle parti di Puglia in qualità di Bassettieri, ed altri addetti alla Pastorizia secondo il Loro solito p.[er] Lucrarsi il pane[…]”. Da come chiarametne si evince il record è detenuto dal paese di Rovere con ben 101 persone su una popolazione di 420 abitanti: quasi un quarto dell’intera popolazione. Dalla fine del Settecento al primo sessantennio del secolo successivo l’ex reame di Napoli fu teatro di eclatanti movimenti politici: le insorgenze del 1798-99 e quelle del 1806-1812, i taferrigli passati alla storia come i “Moti di Nola” (1820-21); gli eventi del 1848-49 che faranno concedere, nel 1848, da Ferdinando II, re delle due Sicilie, la costituzione ed, infine, la guerra d’Indipendenza (1860-61) che porterà definitivamente all’unificazione dell’Italia: eventi questi che faranno passare in secondo piano, per i più svariati e molteplici motivi, il fenomeno dell’emigrazione. Ma, all’indomani dell’agognata e sospirata unificazione italiana, nella seconda metà dell’800, si riinizia a movimentare il procrastinato esodo migratorio che, alla fine dello stesso secolo ed inizio del nuovo porterà a raggiungere, purtroppo, il primato italiano dell’esodo in massa dei “venditori di braccia all’estero”.

Fenomeno questo volutamente ostacolato dalla classe dirigente nel ventennio fascista e vigorosamente ripreso alla fine degli anni ’40 ed inizio degli anni ’50 del passato secolo protraendosi alla fine degli anni ’60. In questo periodo, denominato “boom italiano”, assistiamo anche ad una crescita del fenomeno migratorio interno infatti, gli abitanti del Sud Italia invadono letteralmente le città del Nord Italia contribuendo ad un forte ed inaspettato incremento demografico nelle città prese d’assalto. Esaurita l’emigrazione interna si inizia nuovamente, pian piano, specialmente in questi ultimi anni, a causa di una forte recessione, il flusso migratorio all’estero in special modo verso l’Inghilterra, Germania, Svizzera, Francia, Brasile e Stati uniti d’America. Ad una iniziale “fuga dei cervelli” non più con le logore e consunte valigie di cartone legate con lo spago bensì muniti di diploma e di laurea si è seguito ad un trasferimento di lavoratori senza qualifica: ad una iniziale esportazione di menti è seguita una emigrazione vecchia maniera ancora << venditori di braccia all’estero >> e, da Paese di emigranti siamo diventati anche Paese di immigranti. Gli italiani iscritti all’estero sono più di cinque milioni e, sempre all’estero, vivono ancora 60 milioni di oriundi italiani: un’altra Italia! Il primo documento dove apprendiamo notizie legate al moderno esodo migratorio è tratto dall’interessantissima deliberazione del consiglio comunale di Cerchio del 12 gennaio 1883 quando all’indomani del prosciugamento del lago Fucino, terzo lago d’Italia per estensione, i nostri avi addossarono a tale operato, come capro espiatorio, tutto ciò che arrecava danno all’agricoltura infatti, i nostri progenitori, auspicavano vivamente il ripristino di una parte dell’ex lago in quanto, secondo loro, il prosciugamento aveva inesorabilmente e drasticamente sconvolto per sempre, a 360 gradi, in modo irreversibile, la loro vita: addirittura anche la deficienza fisica alla visita militare di leva dei giovani di Cerchio nati nel biennio 1881-1882! In questa deliberazione si parla, è la prima volta in un atto officiale, anche del triste flusso emigratorio: “[…]La emigrazione sconosciuta per lo innanzi, è attualmente una piaga dolorosissima per questo paese (Cerchio ndr), che vede incolti gli estesi suoi campi, una volta feracissimi, essendo gli agricoltori sospinti altrove dalla fame; la quale piaga è comune coi paesi limitrofi, onde il prosciugamento del Fucino non ha punto assicurato la vita a quarantamila agricoltori, come erroneamente si asseriva nella esposizione mondiale di Vienna ( 1873 ndr), ma ha strappato il tozzo di pane a chi lo ritraeva dal proprio campicello[…]” 30 Come chiaramente si evince tutt’altro che felice era la vita degli appartenenti alle cosiddette culture subalterne nei paesi della Marsica alla fine del XIX secolo come viene stigmatizzato nella sopracitata deliberazione che, data la sua innegabile importanza, a chiusura del presente lavoro si riporta integralmente: “[…]Nella medesima seduta (12.1.1883 ndr)[…] Il presidente ( è il sindaco Venanzio d’Amore Fracassi il Giovane [18561940] ) ha esposto al Consiglio che la Onorevole Rappresentanza Provinciale nella seduta del dì 8 settembre ultimo scorso, penetrato dai gravi danni derivati alla contrada Marsicana dal prosciugamento del Fucino, e dalla incompleta bonifica delle terre emerse, faceva voto al Real Governo, perché in base al contratto obbligasse il principe Torlonia ( Alessandro Torlonia[1800-1886] ndr) a ripristinare, una parte del lago nella quantità necessaria a tutelare per lo avvenire gl’interessi generali delle popolazioni marsicane, ora seriamente compromessi. E perchè questo Comune è uno dei più danneggiati sì per la parte igienica, che finanziaria, propone, che//questa Rappresentanza comunale adempiendo al mandato che la popolazione le ha affidato, a quello del prelodato Consiglio Provinciale unisca anche il suo voto, perchè il Real Governo con speciale provvedimento faccia si che i deplorevoli disastri abbiano finalmente a cessare.

Il Consiglio: considerato che nella marsicana regione, dopo il prosciugamento del Fucino il clima è affatto cambiato, a tal fatto costante, per circa un decennio, in questa sola contrada, nelle condizioni speciali di essa deve averne la causa; Considerato che questo cambiamento ha cagionato disordine sommo nella economia animale, onde questa popolazione, vera erede della robusta fibra dei famosi Marsi, che per lo innanzi ha visto colle lontane anche le genti vicine vittime del Colera (128) e di altre epidemie epidemiche, rimanendone affatto immune, in questi ultimi tempi è travagliato continuamente dalle febbri malariche, nonchè dalla difterite e dal tifo, per cui ha dovuto implorare speciale sussidio dalla Provincia. Considerato che la generazione è in via di continuo deperimento, come si ha dimostrazione evidente nei consigli di Leva, per questo Comu-//ne negli due ultimi anni vi è stato un numero quasi doppio di riformati e rimandati, di quello avuto nel decennio 1862-1872. Considerato che l’economia della vita vegetale non è stata offesa meno dell’animale, onde i fiorenti oliveti sono scomparsi, i mandorli hanno affatto intristito, e la loro rachitica vegetazione va man mano spegnendosi per cui specialmente in pianura tra poco saranno affatto scomparsi; le viti dan prodotto tale da non potersi affatto rapportare a quello degli anni anteriori al prosciugamento, tanto per quantità che per qualità, e le piante di essa vanno morendo annualmente con una progressione spaventevole, i campi fecondissimi per i cereali, rendono meno del terzo del solito prodotto considerato che dalla mancanza delle produzioni campestri, questo paese essenzialmente, e solamente agricolo, in breve giro di tempo ha visto cadere in miseria tutte le famiglie della classe media, e la emi x (vedi più sotto ndr) Ritenuto, come è dimostrato dal fatto, che la morte delle piante è prodotta esclusivamente dalle nebbie continue ed ostinate; Ritenuto che in Italia e fuori, anche da coloro, che non lo avrebbero voluto, si è fatto credere che il lago Fucino era una palude stagnante, simile alle paludi//Pontine, e alle Maremme Toscane, sorgenti di insalubrità, e con sfrontato coraggio hanno incietato l’opera del prosciugamento, come si supremo interesse igienico, essendo invece della invidiata igiene marsicana la tomba; Considerato che le difficoltà propugnate dai servili adulatori del Principe circa la impossibilità del ripristino del lago sono insussistenti, dappoichè i paurosi crepacci verrebbero scomparendo gradualmente, qualora le acque gradatamente si rimittessero, e si facesse di nuovo lentamente maturare il terreno; Considerato che il fatto di un solo, di qualunque importanza esso sia deve cedere, allorchè viene in collisione con numerosi diritti altrui preesistenti, tanto nell’istesso ordine, che di ordine superiore. Considerato che il Governo delle ragioni sociali è chiamato alla tutela dei diritti dei cittadini; Con voto unanime Delibera di fare istanza al Regio Governo perchè accogliendo il voto della Rappresentanza provinciale provveda nel più breve tempo possibile ai danni cagionati alla Marsica dal prosciugamento del Fucino nel modo e coi mezzi dalle attuali condizioni richiesti// x grazione sconosciuta per lo innanzi, è attualmente una piaga dolorosissima per questo paese, che vede rimanere incolti gli estesi suoi campi, una volta feracissimi, essendo gli agricoltori sospinti altrove dalla fame; La qual piaga è comune coi paesi limitrofi; onde il prosciugamento del Fucino non ha punto assicurato la vita a quarantamila agricoltori, come erroneamente si asseriva nella esposizione mondiale di Vienna ( 1873 ndr), ma ha strappato il tozzo di pane a chi lo ritraeva dal proprio campicello[…]”(129). Ritornando al nostro discorso, il ‘700 marsicano, come più volte rimarcato in questo lavoro, che non vuole essere nel modo più assoluto esaustivo, è ricco di colpi di scena.

Il mio intervento è nato 31 32 esclusivamente per portare con le mie deboli forze un pò di luce all’ancora, purtroppo, nebulosa storia della nostra contrada marsicana ed anche per spronare quanti vanno alla ricerca delle proprie radici storiche, ad intervenire, con proprie ricerche, ad illustrare e far comprendere ai Novelli Diogeni, gli episodi cui i nostri antenati sono stati, volenti o nolenti, partecipi. Con grande umiltà dovremmo e, di conseguenza, dobbiamo studiare i molteplici fenomeni legati al mondo dell’arte (pittura, scultura, oreficeria, musica, poesia, scrittura ecc.), al mondo della scuola (quali e quante erano le scuole nella Marsica in primis la nobile istituzione del seminario diocesano; chi erano gli insegnanti degni di nota, se vi furono ); al mondo dell’arte oratoria e dell’avvocatura ( chi erano dove svolsero la loro professione legale); al mondo della religione cristiana ( quali, quanti e dove erano ubicati i conventi dislocati nel territorio marsicano ed a quale ordine appartenevano e, quali furono i prelati che con impegno onorarono la loro nobile missione cristiana); al mondo dell’arte militare, ecc. insomma, studiare la storia della Marsica a 360 gradi. Il metodo migliore, mi permetto di suggerire, dovrebbe interessare lo studio meticoloso di ogni centro della nostra sub regione marsicana : secolo per secolo ed anno per anno come i nostri antichi romani, Tito Livio docet, ci hanno insegnato: per “annales” e, per ogni secolo, di conseguenza, fare una esatta cronologia dei fatti più salienti affinchè ognuno di noi possa essere sufficientemente edotto della storia dei nostri progenitori.

Note e riferimenti storici

Trascrizione impaginata senza modifiche al contenuto originale.

Note 1) Archivio Diocesi dei Marsi, Civilia Opi 1713. Melchiorre A. :” Storia d’Abruzzo fra fatti e memoria”, Fortunato Ambrosini Editore, Penne 1989. Amiconi F.: ” Il Settecento cerchiese”, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 68, Anno XI, 2006.

2) Amiconi F.: ” Appunti di archeologia cerchiese”, Arti Grafiche Fratelli Palombi, Roma, s.d. (ma 1987). AA. VV.: ” 13 gennaio 1915 Il terremoto nella Marsica”, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1999, p. 265. Amiconi F.:” La musica sacra nella provincia dell’Aquila- La Marsica “, a cura di Gianluca Tarquinio, Ianieri Editore, Pescara, 2009, p. 290-291. Socciarelli A.M.: ” I terremoti nella Marsica precedenti il 1915 nella documentazione d’archivio”, Istituto Nazionale di geofisica e Vulcanologia, Roma, Quaderno n. 132, Anno 2016.

3) Socciarelli A.M.: ” I terremoti nella Marsica op.cit.”.

4) Corsignani P.A.: ” Della Reggia Marsicana “, presso il Parrino, Napoli, MDCCXXXVII, P. I, pp. 502-503.

5) Tomolo unità di misura pari a 1/3 di Soma ( o Salma) ed a 4 coppe, pari a Kg. 42.

6) Salma o Soma unità di misura pari a 12 coppe e, quindi, pari a kg. 126.

7) ADM, c 20/482, Stato/della Chiesa de Marsi, e del vigilantiss.[im]o di lei allora/Pastore e Vescovo Corradini/1707″.

8) L’agrimensore Luca Ciotta ( o Ciotti) nacque a Cerchio nella seconda metà del secolo XVII, da Domenico. Di questo personaggio non sappiamo nè la data di nascita nè quella di morte (vedi qui in appendice). Mio ottavolo in quanto la propria figlia Vittoria, nata a Cerchio il 2 giugno 1715, si unì in matrimonio, con il mio settavolo Giuseppe Continenza, nato a Cerchio il 10 maggio 1711, dal mastro Giovan Domenico, figlio del “romano” Marco. Giovan Domenico Continenza si unì in matrimonio a Cerchio, il 19 novembre 1692, con Giovanna Ramelli figlia di Giuseppe.

9) Pansa G.: ” Bibliografia storica degli Abruzzi- Supplemento dei supplementi, opera postuma pubblicata a cura di P. Aniceto Chiappini O.F.M., L’Aquila, Convento S. Bernardino, 1964, p. 245: “[…]CERCHIO/757. Ragioni a prò del Comune, e Cittadini di Cerchio. Contro la/Magnif.[ica] D.[onna] Girolama Mattucci Tomasetti. Da trattarsi a relazione del Regio consigliero Sig.[nor] Presidente del S.[acro] C.[onsiglio] In fol.[io] cc.[arte] 12 n.[on] n.[umerate]. L’autore Giacinto Faggioli che si sottoscrive in ultimo con la data di Napoli dì 15 Febraro 1723[…]”.

10) Eletti, consiglieri comunali: “[…]La detta Terra ( è Cerchio n.d.r.) si governa da due Massari e sei Eletti e per loro ministero, il Razionale, Cangelliero, e baglivo, li quali s’eliggono nel mese d’Agosto di cischedun’anno, e fatta l’elezzione, il magnifico Governatore, che interviene a tale elezzione piglia il giuramento delli nuovi massari de bene fideliter ecc. e dalli Predecessori se li consegna il sugello dell’Università, com’anche il Camerlingo; quale è tenuto ad assistere alli Consigli privati che si fanno in dies dall’Eletti, e può decidere le cause da Carlini 15 a basso ecc. come l’ha certificato la detta Università di Cerchio[…]” . Manna G.: ” Vertenza Cerchio- Collarmele” Parere Gennaro Manna, Aquila, Tipografia Sociale di A. Eliseo, 1894, p. CXXXII. Amiconi F.:” Storia di Cerchio nella settecentesca relazione del regio tavolario Donato Gallarano ( 1718-1723)”, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 10, Anno I, 1998.

11) Vedi nota n. 10. a relazione

12) Pasca N.:” PER/LA/Baronessa D. Girolama Matuc-/ci Tomasetti/COLLA/Università di/Cerchio/DA TRATTARSI/Nel S.R.C. del Re-/gio Consigliero Illustre/Marchese di Villabruna/Signor D. Francesco/Condè/COLL’INTERVENTO/Dello Spettabile Signor Reg-/gente Presidente/del S.R.C.”, Napoli 30 settembre 1723 (vedi qui in appendice). Amiconi F.:” Sommosse popolari nella Marsica agli inizi del ‘700″, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 46, A. III, 2000. Amiconi F.:” Il Settecento cerchiese op.cit. “.

13) Manna G.: ” Vertenza Cerchio – Collarmele op.cit.”. ADM, Fondo D/B.D/113. Amiconi F.: ” Spigolature cerchiesi (secolo XIX)”, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 100, A. XII, 2009. 33 14)ADM, Fondo B/162: “[…]obiere in 13 locis huius Diocesis in preterito contagio 4080[…]”. Peccato che il sunnominato vescovo dei Marsi Ascanio De Gasperis (vescovo della nostra diocesi dal 1650 al 1680 ) nella sua ” Relatio Status Ecclesie Marsicane anni 1658 ” non citi i paesi dove è avvenuta la peste che lui doveva ben conoscere in quanto il numero esatto di 4080 morti appestati da lui riportato non è altro che la somma algebrica di tutti i paesi dove sono avvenuti i decessi a causa del citato contagio. 15) ” Relazione ed apprezzamento dello Stato di Celano e Baronia di Pescina, e terre annesse a detti Stato e Baronia formato dal Regio Tavolario del Sacro regio Consiglio D.[on] Donato Gallarano coll’intervento del Regio Consigliero D.[on] Carlo Carmignano nell’anno 1718, di carte scritte n.[umer]o trecento” collocata col numero di inventario 698, Commissione Feudale, nel Grande Archivio di Stato di Napoli. Fondo questo andato completamente distrutto nel 1943 in seguito ad eventi bellici del secondo conflitto mondiale.

Una perdita, come ebbi a sottolineare nel 1993 in occasione della mia pubblicazione, nel Bollettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria, Annata LXXXI (1991) (CII) dell’intera collezione, Litografia F.lli Cellamare, L’Aquila, 1993, dal titolo: ” Una relazione tecnica nella Marsica del ‘700″, davvero grande per la storia demo-etno-antropologica della Marsica agli inizi del XVIII secolo. Nel 2003 la preziosa amica ricercatrice Adriana Gandolfi mi comunicò che un collezionista possedeva una copia ottocentesca della Nostra “Relazione” : dunque della creduta perduta relazione esisteva ed esiste, fortunatamente, una copia. Il nostro documento da me visto insieme con l’amico editore Antonio Maria Socciarelli è formato da 396 fogli ( in parte fotocopiato dal collezionista proprietario ed inviato alla Gandolfi la quale, in un secondo tempo, me ne ha gentilmente fornito una copia). Aspettiamo con impazienza la pubblicazione dell’intera relazione che, per quanto riguardano i “pezzi” di Cerchio e Celano furono pubblicati alla fine dell’ottocento. Il pezzo riguardante Cerchio fu dato alle stampe, come già accennato, dall’avvocato nonchè senatore del regno Gennaro Manna nella sua citata “Vertenza Cerchio op.cit.” e, quello di Celano, invece, fu pubblicato da Pietro Piccirilli nel 1899 con il titolo : ” Una relazione inedita intorno allo Stato di Celano ” edita in Rassegna Abruzzese di Storia ed Arte. 16) Amiconi F.: ” Una relazione tecnica op. cit. “. 17) Amiconi F.: ” Una relazione tecnica op. cit. “.

18) Carlo II di Borbone ( I, come duca di Parma ) (1716-1788). Figlio di Filippo V di Spagna e di Elisabetta Farnese; ebbe prima il ducato di Parma (1731), poi i regni di Napoli e di Sicilia (1734-1735). Con il nome di Carlo VII, Governò fino al 1759; costruì il teatro di S. Carlo, il palazzo reale, la reggia di capo di monte, quella di Caserta ecc. Morto senza eredi il fratello, Ferdinando VI di Spagna, C.[arlo] lasciò il regno delle Due Sicilie al proprio terzogenito, Ferdinando IV; e salì sul trono spagnolo: riordinò il paese, si alleò con la Francia (Patto di famiglia, 1761), combattè gli Inglesi, espulse i Gesuiti da tutti i suoi stati e dalle colonie (1767) e si acquistò fama di sovrano saggio e capace “. Nuova Enciclopedia Editrice Italiana di Cultura- II- C-E, Arti Grafiche >> La Moderna >>, Roma, 1966, p. 712. 19) ” CAROLUS DEI GRATIA/ROMANORUM IMPERATOR ET HISPANIARUM REX,& c/D.

FRANCISCUS ONOFRIJ GUBERNATOR GENERALIS REGIAE DOGANELLE MAENE PECUDUM/HARUM PROVINCIARUM APRUTIJ CITRA, ET ULTRA,/se bene da Noi sono ordinate molte provisioni intorno al conoscere delle cause de’/fidati di questa Regia Dohana, perche non siano devastati, nè maltrattati, tuttavia/dovendosi far provista di Officiale estraodinario nella Città di Piscina à Marsi- dico Piscina ( è scritto da altra mano ndr)/ e luoghi convicini, nella quale molti di detti fidati, e sudditi della regia Dohana dimora (al margine destro è riportato a mano : ” Fran:[ces]co Onof[ry]/Gov.[ernato]r G.[enera]le ” ndr)/no e pratticano, havemo perciò fatta elezzione della Persona vostra ” M.[agnifi]co Giusep.[p]e De/gni” ( è scritto a mano ndr) nella diligenza, & integrità della quale confidati, havemo fatto la presente, con/la quale vi dicemo, commettemo, e ordinamo, debbiate tenere particolar pensiere, e cu-/ra, che detti fidati, e sudditi della regia Dohana non siano angariati, nè maltrattati, & oc-/correndo frà di loro alcuna differenza, purchè sia da trenta carlini à basso, debbiate sen-/tirla, e deciderla in-/specta, e se per auventura (sic) fossero convenuti in altro Tribunale, e voi n’haverete notizia,/d

ebiate inibire in nome nostro à quelli Officiali, avanti de’ quali sarà mosso il giuditio,/che non s’intromettano, nelle dette cause, ma diano gl’atti originali à voi, gratis, con-/forme alli capitoli, e Privilegij di detta Reg.[ia] Dohana quale siete obligato darcene subito avviso, acciò pos-/siamo ordinare l’altre Previsioni, che pareranno necessarie, & in caso, che bisognasse pi-/gliare alcuna informazione, tanto min favore, come contro di detti fidati, le prenderete, e/carcererete i delinquenti, ricercando il Caso, della quale cattura, ci darete subito anche, l’aviso, 34 inviandoci, l’originale informatione, che per esecutione del tutto vi damo, e con-/cedemo l’autorità bastante, e necessaria: Volemo, che possiate godere di tutte le franchizie,/immunità e prerogative, che godono; e la prerogativa del foro, e siete franchi di servitij personali servata la forma dj det.[ti] Privilegij dando prima idonea plegeria de bene, & fideliter exercendo, del che/se ne debba far fede dall’infrascritto M.[agnifico] Mastro d’Atti di essa. E perciò ordiniamo, e co[m]mandiamo à tutti, e singoli Officiali regij, e Baronali, sindici, eletti, Camerlenghi, Ma-/strogiurati, & altri chi spetta in solidum, che vi tengano, e reputino per uno dell’Officiali/estraordinarij di questo Tribunale, vi diamo ogni aggiuto, e favore, vi provedano dei qua[n]-/to dispone la Regia Prammatica. Non si faccia da nessuno il contrario, per quanto si hà ca-/ra la grazia regia, e sotto pena di ducati mille Fisco regio, & c.

La presente valitura ‘p[er] un/Anno (è scritto a mano ndr) e resti [al] presente. Dato in Celano li 31 Lug.[lio] 1731 ( è scritto a mano ndr)/Fran[cesc]o Onofrij Gov.[enrato]r G.[enera]le (è scritto a mano ndr)( al margine sinistro è incollato un illeggibile sigillo ovale recante scritto ai quattro punti cardinali: ” R.[egi]a/Doh[an]a/Aprutij/31 July/1731″ e a fianco del citato sigillo è riportato: ” Reg.[istra]to fol.[io] X ” e al margine destro, scritto a mano, si legge: ” de Gizj Att.[uari]o Generalem” ndr)/Patente d’Officiale Estraodinario della Regia Dohana d’Apruzzo in persona del sud:[detto] Magnifico Giuseppe/Degni di Pescina” (ndr). Asa, fondo Regia Udienza Provinciale e Doganella. 20) Marino J.A.: ” L’economia pastorale nel Regno di Napoli”, a cura di Luigi Piccioni, Guida Editore, Napoli, presso La Buona Stampa, Ercolano, 1992. 21) ASA, Fondo Regia Udienza provinciale e Doganella. 22) Vedi nota 21. 23) Amiconi F.: ” Geremia d’Amore (1742-1797) ed il suo tribunale in Cerchio (AQ) nella seconda metà del ‘700 “, pro manuscripto. Il Nostro era cognato del dottor ” in utroque jure “Paolo d’Amore (vedi qui) e zio del dottor ” in utroque jure ” Venanzio d’Amo re (vedi qui ) e dei fratelli dottori ” in utroque jure ” Filippo e Vincenzo d’Amore (vedi qui ). 24) TANUCCI, Bernardo- Uomo politico ( Stia Casentino, 1698- presso Napoli 1783). Professore di diritto all’univ.[ersità] di Pisa, fu ministro di Carlo di Borbone re di Napoli.

Promosse importanti riforme nell’ambito di una politica laica e antifeudale, e riuscì a risollevare le pubbliche finanze. Fu reggente durante la minore età di Ferdinando IV, e fu tra i più autorevoli fautore della soppressione della Compagnia di Gesù (1773). Riordinò l’istruzione pubblica e liberò l’amministrazione della giustizia dalla dilagante corruzione. Per interferenza della moglie di Ferdinando II, Maria Carolina d’Austria, perse gradualmente autorità e dovette infine ritirarsi a vita privata (1776)”. Nuova Enciclopedia Editrice Italiana di Cultura, VI, S-Z, Arti Grafiche << La Moderna >>, 1965, Roma, p. 3727. Dall’interessantissimo articolo di Ulderico parente dal titolo: ” Politica sanitaria nel regno di Napoli/Silvano Franco analizza il periodo 17591767 e l’operato del ministro Bernardo Tanucci, attento alle fasce deboli “, pubblicato su ” La discussione”, 21Magazine del 2 giugno 2004: “[…] significative appaiono, a questo proposito, alcune considerazioni finali di Franco: << Ciò che più colpisce della visione sociale e statale di Tanucci, senza dubbio, è l’attenzione posta, anche se non sempre riuscì a trasferirla sul piano politico, nei confronti delle classi più deboli, degli umili, dei diseredati, verso i quali nutriva una pietas difficilmente riscontrabile in altri statisti del suo tempo, in ciò aiutato dalla formazione illuministica riformatrice, anche sul piano giuridico.

Forse la sua concezione paternalistica non gli consentì di andare fino in fondo; non va dimenticato, però che le sue idee si infrangevano specialmente nel periodo della reggenza, ed all’interno di essa, con membri che mostravano avere qualche pendenza….pel baronaggio e per l nobiltà napoletana. Il fallimento del riformismo napoletano dovuto anche e soprattutto all’impermeabilità dei “poteri forti”: di questo Tanucci ne fu talmente convinto da giungere a ritenere che l’intero suo operato era deludente, se non proprio nullo>>. 25) Felice C.:” Carestie e speculazione mercantile e sommosse popolari nell’Abruzzo del secondo settecento”, BDASP, Annata LXXIII(1983), Tipografia Labor snc, Sulmona, 1985. 26) Archivio Privato Buccella in Ortona dei Marsi. 27) Buccella G.: ” Ortona dei Marsi In una cronaca inedita del XVIII secolo “, Fratelli Palombi Editori, Roma s.d. (ma 1972), p. 29. Vedi anche Archivio Privato Buccella in Ortona dei Marsi. Si ringrazia l’amico editore Antonio Socciarelli il 35 quale mi ha gentilmente “passato” le fotocopie del citato prezioso manoscritto fotocopie queste graziosamenrte concesse a lui dall’erede Cesare Buccella. 28) Archivio Privato Buccella in Ortona dei Marsi. Vedi nota 27. 29) Archivio Parrocchiale di Cerchio ora in Archivio della Diocesi dei Marsi, Avezzano. Amiconi F.: ” Parasitt’ Il brigante che morì due volte”, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, 2015, pp. 27-28. 30) Benedetto D’Amore, nacque a Cerchio, da Giuseppe e Berardina Santoro, il 17 giugno 1807.

Nel 1831 conseguì nella città di Napoli due lauree ” dottrinali in Medicina e Chirurgia che egli meritò a 24 anni appena”. Svolse la sua filantropica opera prima a Cerchio, poi a Scanno ed infine, di nuovo a Cerchio. Fu eletto alla onorevole carica di sindaco del comune di Cerchio nel 1840-43 e nel 1860-61. Diede alle stampe, nel 1855, presso la tipografia Grossi dell’Aquila ” Raccolta de’ portenti e miracoli fatti dalla Madonna delle Grazie la di cui Sacra Immagine si venera nella Terra di cerchio compilata a sua devozione da Benedetto D’Amore “. Fu autore anche di una ” Memoria sull’Epidemia di Scanno ricorsa nel mese novembre 1835 fino a maggio 1836 del Dottore Benedetto d’Amore ” rimasta inspiegabilmente inedita fino a quanto non fu rinvenuta dal noto e amico ricercatore Giorgio Morelli. In seguito, è stata pubblicata dal medico Angelo Di Gennaro sul Bollettino della Deputazione Abruzzese di Storia Patria (Annata LXXXIII, 1993, pp. 307-340). Ora, il citato manoscritto, si conserva nell’Archivio Storico del Comune di Cerchio. La morte lo colse a Cerchio, il 15 gennaio 1898, alla veneranda età di 90 anni e, il suo corpo riposa a Cerchio nella cappella gentilizia che pochi anni prima aveva eretto per se e per la sua famiglia. L’amministrazione comunale di Cerchio, con apposita delibera di Giunta comunale, in occasione dei festeggiamenti del 150 anniversario dell’Unificazione d’Italia ha dedicato al Nostro un largo. Era il fratello del mio trisavolo Domenico Antonio D’Amore ( 1798 -1879) e di conseguenza quindi mio prozio.

Amiconi F.:” La carboneria a Cerchio e nei Distretti di Celano e Pescina – Fatti e documenti”, Edizioni Kirke, Cerchio, 2012, pp. 104-113. 31) “[…]vennero i citati frati il 2 Luglio 1858 e furono espulsi otto anni dopo, nel 1866[…]”. Amiconi F.:” Storia della Madonna delle Grazie in Cerchio e Giovanni Feneziani”, centro Stampa Graphitype, Raiano, 2003. Amiconi F.:” Storia della Madonna delle Grazie di Cerchio attraverso documenti editi e inediti”, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, 2018. Amiconi F.:” Storia della Madonna delle Grazie in Cerchio”, F. Failli, Roma, s.d. (Ma 1976). Amiconi F.:” Storia della Madonna delle Grazie in Cerchio (Aq)(documenti) s.c.e. (ma De Cristofaro Editore, Roma) s.d. (ma 1996). 32) ADM, C/90/2135. Nel retro è riportato, a una parte: “Cerchio/Questua di Terrasanta/Si può rimettere a tempo più/opportuno, ma non se ne dimentichi/6 aprile 1888″ e, nell’altra si legge: ” A Sua Eccellenza Ill.[ustrissi]ma/Monsignor D.[on] Enrico de Dominicis/vescovo de Marsi/Pescina”. 33) Monsignor Domenicantonio Brizii vescovo della diocesi dei Marsi dal 23 luglio 1741 al 14 settembre 1760, data della sia morte avvenuta in Tagliacozzo. 34) E’ l’avezzanese Monsignor Benedetto Mattei, vescovo della diocesi dei Marsi, dal 15 febbraio 1761 al 24 giugno 1776, giorno della sua morte avvenuta in Celano.

35) Il barone Gian Andrea Tomasetti è il personaggio, insieme al di lui fratello Marino Tomasetti (vedi qui) descritto dallo scrittore viaggiatore svizzero Carlo Ulisse de Salis signore di Marschlins (1728-1800) nel suo ottimo volume : “Nel Regno di Napoli viaggi attraverso varie provincie nel 1789 di Carlo Ulisse de Salis Marschlins”, V. Vecchi, Editore tipografo Trani, 1906 ristampata fotomeccanicamente, nel 1979, dalla Congedo Galatina e, recentemente, nel 2017, dalla benemerita Casa Editrice Kirke, Cerchio-Avezzano : “[…] Venni qui (è Pescina n.d.r.) con le lettere di raccomandazione per i due fratelli Baroni Tomassetti di cui uno secolare è un forte montanaro dal carattere franco ed espansivo (è il sunnominato Giovan Andrea Tomasetti n.d.r.) e l’altro ecclesiastico è uomo colto protettore delle arti e delle scienze e che subito s’intrattenne meco volentieri, svolgendo cognizioni dottissime sull’antica Marruvio e sulla sua posizione ( è il citato Marino Tomasetti vedi qui n.d.r.)[…]”. Il barone Gian Andrea Tomasetti morì in Pescina il 26 giugno 1794. 36 36) Di questi si conservano nell’Archivio di Stato dell’Aquila gli atti da lui rogati dal 5 febbraio 1774 al 3 gennaio 1800. Speranza U.:” Segnalazioni di Fonti Notarili inedite per la Storia della Marsica Anni 1506-1810″, BDASP, Annate LXLXII)= 1970-1972. XCI-XCIII dell’intera collezione, Tipografia Labor, Sulmona, 1974. 37)Monsignor Francesco Vincenzo Layezza, vescovo dei Marsi dal 9 febbraio 1777 al 31 ottobre 1792, data della sua morte avvenuta in Pescina.

Il suo corpo riposa nella cappella di Santa Restituta Martire eretta nella cattedrale di Napoli. Di Pietro A.: ” Catalogo dei Vescovi della Diocesi dei Marsi” ristampa anastatica del 1872, Edizioni Kirke, Cerchio, 2011. Amiconi F.: ” Il Settecento cerchiese op.cit.”. 38) Real Dispaccio del 24 Luglio 1780 riportato nel manoscritto del più volte citato Filippo Buccella. 39) Amiconi F.: ” Storia della Madonna delle Grazie in Cerchio (Aq) op. cit.”. 40) Grande Dizionario UTET, Tomo XVIII, 1972. Amiconi F.: ” Storia della Madonna delle Grazie in Cerchio e Giovanni op.cit.”, pp. 13-14. 41) E’ la nuova chiesa parrocchiale dei Santi Giovanni e Paolo Martiri definitivamente ultimata agli inizi dell’Ottocento. Alla fine del ‘700 gli stuccatori milanesi fratelli Pasquale e Giuseppe Mambrini, residenti in L’Aquila, su disegno dell’architetto Modesto di Lorenzo di Sulmona, eseguirono i lavori di stuccatura all’interno di questo sacro tempio (Amiconi F.: ” Storia di Cerchio dal 1798 al 1851″, stampa MCM, Carsoli, 2006, pp.

82-83 ) considerato: ” […] il più bello monumento di questi contorni, tanto che i nostri Maggiori lasciarono a di loro memoria un’opera a cui profusero immense migliaja di Ducati, quanto per la insigne architettura può dirsi l’unico pregio che ha in sostanza questo nostro comune (26.5.1865 n.d.r.)[…]un monumento unico oggetto preggevole che vanta questo comune da cui si scorgono gli effetti delle belle arti che si fan credere, protette […] ristauro dei stucchi della Chiesa Parrocchiale di questo Comune quelli che formano la finezza ammirabile, come i Conoscitori li ritengono per Capo lavoro, e come tali non meritano d’esser posti in dimenticanza colla dispiacenza poi vederli distrutti nella totalità[…]”. Amiconi F.: ” Gli atti deliberativi della Congregazione della Carità di Cerchio (AQ) 1863-1867″, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 69, A. IX, 2006. La premura dei nostri antenati purtroppo, risultò vana in quanto la citata chiesa venne completamente distrutta dal catastrofico sisma del 13 gennaio 1915: qui morirono la maggior parte delle donne del paese alle quali era stata loro riservata una speciale messa: anche i due padri officianti la Santa Messa, Padre Antonio Mirabelli e Padre Paolo Annessi in quel frangente trovarono la morte. Già prima i nostri antenati si erano preoccupati di “[…]accorrere al riparo di una non lieve lesione esistente nella Cappella che nel 1851 (è il 1850 n.d.r.) avvenne per causa di una spaventosa scossa di terremoto[…]”.

Amiconi F.:” Gli atti deliberativi della congregazione op.cit.”. Amiconi F.:” Storia di Cerchio dal 1798 op.cit.”. Vedi anche nota 2. 42) Sono i magnifici Gervasio Continenza ed il chirurgo don Francesco d’Amore. Amiconi F.:” Storia di Cerchio dal 1798 op.cit.”, p. 85. 43) E’ il reverendo canonico don Erasmo d’Amore, nato a Cerchio il 4 ottobre 1771 ed ivi deceduto il 22 aprile 1855. Amiconi F.: ” Il Settecento cerchiese op.cit.”. 44) Verrà eletto a tale carica don Angelo Nicola d’Amore, nato a Cerchio il 6 aprile 1734 ed ivi deceduto il 17 luglio 1820. 45) Verrà eletto il dottor in “utroque jure” Geremia d’Amore (1742-1797). Vedi qui. 46) Amiconi F.:” Storia della Madonna delle Grazie in Cerchio (Aq)- (documenti) op.cit.”.l 47) Fulgenzo Matteo d’Amore (è il mio sestavolo) nacque a Cerchio da Giovan Battista e Lucretia Letta di Aielli, il 10 ottobre 1701. Si unì in matrimonio, il 1 Giugno 1732, in Riofreddo, con Virginia Domenica Mancini. Il Nostro morì a Cerchio, all’età di 66 anni, il 9 dicembre 1767.

La sua numerosa famiglia era composta da 5 maschi e 4 femmine: il “Reverendo Canonico don Sinibaldo, nato a Cerchio il 2 Marzo 1733″; il ” Reverendo Sacerdote e Cappellano di Malta Signor Don Arcangelo, nato a Cerchio il 18 Marzo 1834″; il ” Signor Feliceantonio, nato a Cerchio il il 27 dicembre 1742 e il Signor Paolo “dottor in utroque jure”, nato a Cerchio il 31 maggio 1750; Lucrezia, nata a Cerchio il 11 Agosto 1739, unita in matrimonio con il “dottor fisico” Barlaam Maccallini di Aielli (mio quintavolo), l’8 febbraio 1756; Angela Teresa, nata a Cerchio, il 24 ottobre 1744, unita in matrimonio con Carlo Felice de Alexandris di Collarmele, il 16 maggio 1762; Domenicantonia, nata a Cerchio, il 2 Luglio 1741, unita in matrimonio, il 3 febbraio 1786, con il magnifico Geremia d’Amore “dottore in uttroque jure”, avvocato e maestro dei fanciulli in Cerchio e, poi, nel triennio 37 1778-1781, Luogotenente e Giudice della regia Doganella in Pescina ed infine, Angelica Mattia, nata a Cerchio, il 26 maggio 1746, unita in matrimonio il 30 novembre 1782, con il medico Ludovico Semperlotti di Castelvecchio Subequo. Amiconi F.: ” Il Settecento cerchiese op.cit.”.

48) Istituito nella città di Pescina dopo l’11 Luglio 1567, come chiaramente si evince in un documento conservato nell’Archivio della Diocesi dei Marsi (Fondo C/2/38), dove apprendiamo che i parroci di Celano e Cerchio volevano che questo nobile istituto, fosse eretto in Celano e non in Pescina: ” Tassa p[er] l’erez.[ion]e del seminario, giusta il Conc.[ili]o di Trento a 11 Luglio 1567/in Pescina, e non, come si pretese dalli Can.[oni]ci di Celano, e Cerchio, in/Celano, unitamente alli atti a tale riguardo”. Il citato documento è composto da 6 fogli di difficoltosa lettura in quanto l’inchiostro usato per la scrittura è passato anche nel foglio retrostante rendendo così molto disagevole la comprensione del testo. Il primo foglio presenta la sopramenzionata annotazione dove viene annotato la data dell’11 luglio 1567 con, riportato al margine sinistro : ” Pescina/716″ ed, al margine destro, scritto a matita da mano moderna il numero “1”; al centro del foglio è scritto da mano antica coeva ” N° 47 (è stato cancellato n.d.r.) 2° e, all’ultimo foglio scritto dalla stessa antica mano : “Tassa/la erez.[ion]e del Seminario di Pescina, e non in Celano, che si pretese p.[er] il Rat.se/da “(sic) e, sotto, alla fine del foglio, è riportato il segno “X”. A prima vista il su menzionato documento è composto da due differenti documentazioni che, molto probabilmente, facevano parte di un unico fondo purtroppo smembrato nel corso dei secoli a causa dei vari terremoti ed incendi accaduti nell’archivio della diocesi dei Marsi.

Il nostro documento, infatti,attualmente è composto dai due descritti fogli coevi e dagli altri quattro fogli contrassegnati a matita da altra mano antica, come chiaramente si evince, nel mese di dicembre del 1579 ( 12 dicembre e 16 dicembre) riportante al foglio 4r la seguente difficoltosa scrittura: ” X/Cerchio/procuratio pro Infrascriptis p.[re]sbi/teris di esprlo cugnuda[…]/comp.[aratio]ne p.[er]/[…]ad Tassa farla (è scritto sopra n.d.r.) pro semi-/nario In Piscina”. Al quarto rigo del foglio 3r si legge: “[…]ad instanti[am] p.[ro]curator asserti seminary erige[n]di in terra piscine[…]” e, quindi, come chiaramente si evince, alla data del 16 dicembre 1579 il seminario diocesano di Pescina risultava ancora “erigendi”. Durante la rivoluzione napoletana del 1647-48, passata alla storia come la rivolta di Masaniello ( Tommaso Aniello) molti documenti del nostro archivio diocesano furono incendiati dai soldati acquartieratisi nel palazzo episcopale: “[…] Ita qualiter de anno 1647 et 1648 tempore revolitionis popularis Neapolitanae, Sede Episcopali vacante ob mortem b.[onae] m.[emoriae] Laurentii de Maximis tunc Episcopi, steterunt in Palatio Episcopali diversae quantitates militum, qui majorem partem scripturarum Cancelleriae igni dederunt, quod teste sciunt, qui videreunt (si leggono queste parole nel citato processo) “. Così riporta alla nota 1 di pagina 179 Andrea Di Pietro nel suo “Catalogo dei vescovi op.cit.”.

In quel tempo venne annotato nel ” Graduale ante 1457 “, tra i tanti episodi accaduti a Cerchio ed ivi riportati, un terremoto “[…] Adì 19 di Gennaro 1648 La matina circa le 14 hore mentre si cele brava la p.[ublic]a messa fu un Terri[bile] Terremoto/più T.[er]ra di Celano Dal Pezzola per providere/Gente della Sere.[nissi]ma Repubblica di Napoli in d.[ett]a T.[er]ra di Cerchio 150 soldati ” ( cfr. Amiconi F.: ” I codici musicali di Cerchio e la loro importanza per la storia locale” in AA.VV.:” La Marsica sacra op.cit.”. Vedi nota n. 2. ù A quando l’erezione del Museo Diocesano dei Marsi e la fruizione al pubblico della biblioteca del seminario? 49) “[…] Poichè l’età degli adolescenti, se non viene rettamente educata, è proclive a seguire i piaceri del mondo, e, se non è imbevuta fin, dai teneri anni di età e di religione prima che le abitudini viziose prendano pieno possesso, non può perseverare nella disciplina ecclesiastica senza un grandissimo, direi quasi singolare aiuto dell’Onnipotente Dio, il Santo Sinodo ordina che le singole Chiese Cattedrali… sono tenute a mantenere, educare religiosamente, istruire nelle discipline ecclesiastiche un determinato numero di fanciulli… siano ricevuti in detto collegio fanciulli di almeno 12 anni che sappiano leggere, e scrivere convenientemente, l’indole e la volontà dei quali diano speranza che serviranno nei ministeri ecclesiastici in perpetuo, così che questo collegio sia sempre seminario dei ministri di Dio[…]”.

Amendola V.(a cura): ” Rievocazione storica del seminario vescovile dei Marsi”. Articolo pubblicato dall’allora Rettore del Seminario Diocesano can. Antonio Santucci oggi vescovo emerito di Trivento in occasione del quarto centenario del Concilio di Trento che decretò l’istituzione dei Seminari “, 2012. Melchiorre A.: ” Profilo storico della Diocesi dei Marsi”, pubblicato in occasione della visita pastorale di S.[ua] S.[antità] Giovanni Paolo II a Telespazio e alla città di Avezzano (19 Marzo 1985)”, Edizioni dell’Urbe, 1985. Melchiorre A..” La diocesi dei Marsi dopo il Concilio di Trento “, BDASP, Annata LXXV (1985), Tipografia Labor snc, Sulmona, 1986. 38 50) Ragusa M.:” Brevi cenni storici sulla Marsica”, Remo Sandron Editore, Roma 1924, pp. 65-67. 51) Giacobini. Membri della più importante associazione politica francese del periodo della Rivoluzione fondata nel 1789 a Versailles col nome di Circolo (club) bretone per società degli Amici della Costituzione. Sede dell’associazione era l’ex convento parigino dei domenicani (Jacobins), donde il nome. Ne fecero parte gli esponenti rivoluzionari più radicali ( Robespierre, Sant-Juste, ecc.). Il termine è passato a designare i riformatori politici intransigenti. Nuova Enciclopedia Editrice Italiana Di Cultura- III- El.H, Arte Grafiche << La Moderna >>, Roma, 1966, pp. 1685-186. 52) ” Anno D.[omin]ni 1799 die vero 10 M.[ensi]s Februarii Ill.[ustrissi]mus D.[omi]nus D.

Joannes Franciscus filuius Julii MALVINI MALVEZZI et q.[uonda]m Ill.[ustrissi]mae D.[omi]nae Theresae filiae q:[uonda]m Camilli Tomassetti, Dux S.[anctae] Candidae, Baro Pitraenicare et Mediae Noctis, incola Piscinae, ortus in civitatis Materae aetatis suae annorum 36, mensium decem ed (sic) dierum quatuordecim ut praesumptus Jacobinus in Palatio (plateis) huius civitatis a populo interfectus, et depopulatus est hora vigesima tertia; cuius corpus abseque ullis sacramentis associatum a Rev.[eren]do coadiutore Curato et Sacrista in tumulo occisorum est qui supra cum licentia episcopi”. Così riporta l’atto di morte del sopracitato Duca Giovanfrancesco Malvini Malvezzi lo storico Pietro Bontempi (1901-1991) nel suo ottimo volume: ” La Marsica nella Storia Modderna”, tipografia di Casamari, 1974, nota 2 di pag. 26. Data l’enorme difficoltà di contattare l’attuale responsabile dell’Archivio parrocchiale di Pescina, sono stato costretto, mio malgrado, di riportare pari pari la sopracitata nota del Bontempi. Per gli stessi motivi mi sono servito anche degli atti di morte dei fratelli Giuliano e Vicenzo Ferrante riportati sempre dallo stesso Bontempi, nella citata nota n. 2. Perchè non versare l’Archivio Parrocchiale di Pescina nell’Archivio della Diocesi dei Marsi affinchè i cultori delle patrie memorie possano proficuamente consultarlo per le loro ricerche?

53) ” Anno D.[omi]ni 1799 die vero 11 Februarii clarissimus D.[omi]nus Julianus filuis q.[uonda]m Notarii Pauli FERRANTE et q.[uonda]m Mariae filiae q.[uonda]m Francisci de Nicola aetatis suae annorum 45, mensius unius et diei unius, hora 11 dum aufugeret in via quae ducit in luogo detto la Luce prope domum Crispini del Paone et Nicomedus Catallj a populo uti Jacobinus interfectus fuit cuius corpus abque ullis sacramenti a R.[everen]do Coad.[iuto]re curato D. Costantino Simboli et a Sacrista delatum in Horatorio Divi Antonii Patavini in sepulcro occisorum sepultum est. Ita est Angelus Par. (ecclesiae) coadiutoralis curatus”. “Anno D.[omi]ni 1799 die vero 11 M.[ensis] Februarii Utriusque Juris Doctor Vincentius filuis q.[uonda]m Notarii Pauli FERRANTE, et q.[uonda]m Mariae filiae q.[uonda]m Francisci de Nicola, frater enunciati Juliani etatis suae annorum 42, mensium decem, et dierum septem hora 11, dum aufugeret in via proprie domum Crispini del Paone et Nicomedis Catalli a populo uti Jacobinus barbare interfectus, ac depopulatus est una cum sua domo; cuius corpus absque ullis sacramentis associatum in Horatorio Divi Antonii Patavini delatum, in sepulcro occisorum, sepultum est qui supra”. Vedi nota n. 52. 54) Francesco Saverio Petroni, nacque ad Ortona dei Marsi il 26 aprile 1766 da Giantommaso e Vittoria Sabetti di Tagliacozzo. Morì nella città di Chieti il 17 febbraio 1838 all’età di circa 72 anni. Fu un valente poolitico ed un fine ed attento studioso.

Per la sua precoce intelligenza fu inviato dalla famiglia, che sempre a cuore aveva l’amore verso le Belle Lettere, all’età di nove anni in Chieti e, qui, sotto la protezione del canonico de Vincentiis affinò la sua formazione culturale. Amici del Nostro furono Giuseppe de Thomasis, Giuseppe Nicola Durini, Giuseppe e Gennaro Ravizza e Nicola Nicolini. Nel 1787, all’età di 21 anni, nella città di Roma, si laureò in Filosofia e Legge. Appena laureatosi si trasferì in Napoli dove ritrovò l’amico Giuseppe de Thomasis e, con questi, intraprese l’attività legale. Il 27 aprile 1806, su incarico del preside dell’Aquila, Dionisio Corsi, curò (vedi qui) un’informazione intorno a vari cittadini pescinesi e dell’arresto, da parte del governatore di Pescina, del famoso Stefano Pera, alias l’Abate Manduca (vedi qui). Il13 agosto 1806, sotto i napoleonidi, il Nostro fu chiamato a svolgere le funzioni di Segretario generale dell’Intendenza della Provincia dell’Abruzzo Ulteriore Primo. Sei anni dopo, nel 1812, fu nominato segretario dell’Intendenza di Terra di Lavoro e, nello stesso anno, fu nominato Commissario regio per la divisione dei Demani del Matese. Con decreto reale del 16 dicembre 1813, fu nominato alla onorevolissima carica di Intgendente della Calabria Ultra, con sede in Monteleone. Continuò, data la sua integrità morale, a ricoprire tale carica anche quando tornano al potere i Borboni a Napoli. A lui bisogna dare la paternità della legge emanata il 1 Maggio 1816 concernente la 39 divisione della Calabria Ulteriore.

Il 14 maggio 1816, con regio decreto, fu nominato Intendente della Basilicata con sede in Potenza. Nel mese di marzo 1821 fu destinato provvisoriamente a ricoprire la carica di Intendente della Provincia di Abruzzo Ulteriore Primo con sede in Teramo. Nel 1823 partecipò ai lavori del Reale Isituto d’Incoraggiamento divenendo, tre anni dopo, nel 1826, socio ordinario. Fu socio della Reale Accademia Pontoniana. Nel 1831, il Nostro, fu richiamato in servizio da re Ferdinando II, come intendente di Chieti. In tale veste si impegnò per sostenere l’istituzione della Biblioteca Provinciale della detta città e, nel 1837, ebbe la concessione regia. In questo stesso anno, nel mese di dicembre, fu nominato consigliere della Gran Corte dei Conti di Napoli ma, ammalatosi non riuscì, purtroppo, ad iniziare tale onorifico incarico e, nella notte fra il 7 ed 8 febbraio 1838, nella sua abitazione, rese l’anima a Dio. Durante tutta la sua esistenza non abbandonò mai i suoi amati studi verso la filosofia e l’economia. Nell’abitazione natale del Nostro sita in Ortona dei Marsi (AQ) è stata posta, ad imperituro ricordo, la seguente elogiativa epigrafe: ” TIBI/DEUS OPTIME MAXIME/BONORUM OMNIUM/LARGITUR PROVIDENTISSIME/FRANCISCUS XAVERIUS I. C./ALOYSIUS VINCENTIUS PHILIPPUS FF/IUXTA AVITAS SEDES SACELLUM CUM ARA/VOLENTES DEDICANT/ANNO M CI ) I )CCXIV/I NOVELLINI COMPILATES TRIBULES/SACRIS HEIC FACIUNDIS/PURAMENTE ADSUNTO/PROFANI ET FACINOROSI HOMINES/HANC PROCUL ARCENTOR.

La fotografia di questi è riprodotta nell’ottimo volume di Giuseppe Buccella: “Ortona dei Marsi in una cronaca inedita del XVIII secolo”, Fratelli Palombi Editori Roma, s.d. (ma 1972). 56) ” OMISSIS/NOTAR FILIPPO BUCCELLA di Ortona/”. Nello stesso protocollo del 1786 leggesi: ” In nomine Domini amen/1786/Questo è il primo protocollo da me pubblico e Regio Notaio Filippo Buccella della terra di Ortona de’ Marsi fatto nell’anno di nostra salute Millesettecento ottantasei, il quale ebbe la disgrazia di essere interamente lacerato dalla iniqua, e barbara gente, che fu a saccheggiare la mia casa come innanzi si è dimostrato. A questo funesto caso vi sono capitati altri tre Protocolli, cioè quelloi degli anni 1787, 1791, 1792, che in ciascuno di essi gli si farà la memoria si è riformato di matrici, che per puro caso si sono potute rinvenire, mal ridotte e strapazzate, le quali erano state in detto anno 1786 protocollate. Ed affinchè ciò costi, ne ho formata la presente dichiarazione e per notizia de posteri, i quali sappiano il funesto successo del deplorabile saccheggio dato a detta mia casa. Oggi in Ortona de Marsi li 26 febbraio 1799. io pubb.[lico] Reg.[io] Not.[aio] Filippo Buccella come sopra mano propria. In fede mi sono col mio segno segnato Lode a Dio e alla Gran Madre Maria sempre Vergine ” (cfr. Ragusa M.:” Brevi cenni storici op.cit.”).

57) ” D.[EUS] O.[PTIME] M.[AXIME]/ Die Dominicae Quarto Idus Febru=/ary Anno Humanorum iniquitatum 1799/Illustris Dux Sanctae Candidae Matherae/Civitatis D.[ominus] Joannes Franc:[isc]us Malvezzi./calumniatus, Infratus uti Sacre Realis mae=/statis humanae Reus, depopulatus bar=/barbaro (sic) modo a Pescinensib[u]s Inter=/fectus.”. A.S.A., Notaio Filippo Buccella. Tale funebre epitaffio manoscritto è posto alla fine della ” Vendita fatta da Angelo Ottavio e Fe=/lice Tarquinio di San Benedetto di un/terreno Cannapinato in Cardito a fav:[or]e di S.[ua] E.[ccellenza] il Sig.[no]r Duca di S. Can.[id]a Malvezzi di Ma-/tera residente in Pescina” (18.11.1798). 58) ” FERDINANDO IV/PER LA GRAZIA DI DIO RE DELLE DUE SICILIE, DI GERUSA-/LEMME ec. INFANTE DI SPAGNA, DUCA DI PARMA, PIACENZA, CASTRO ecc.ecc. GRAN PRINCIPE/EREDITARIO DI TOSCANA ec.ec.ec./A’ Suoi Fedeli, Bravi, ed Amati Popoli degli Abruzzi./NEll’atto, che io sono qui nella capitale del Mondo Cristiano a rimettervi la/Sacrosanta Nostra Religione, che coloro, i quali dicono sempre di voler rispetta-/re, hanno distrutta e rovesciata dai fondamenti; i Francesi, coi quali ho fatto di/tutto per vivere in pace, minacciano di voler penetrare nel regno per gli Ab-/bruzzi. Io accorrerò tra breve con un forte e numeroso Esercito a difendervi;/ma intanto armatevi, ed opponete all’inimico, nel caso avesse l’ardimento di/passare i confini, la più valida, e coraggiosa difesa. Armatevi, e marciate contro/di lui.

Sostenete la Nostra religione; sostenete il vostro Padre, e Re, ch’espone per voi la propria vita; e ch’è pronto a sagrificarla per la vostra difesa, e per/conservare a voi quanto di più caro, la religione, l’onore delle vostre mo-/gli, delle vostre figlie, delle vostre sorelle, la vostra vita, e la vostra roba. Ri-/cordatevi, miei cari Abruzzesi, che siete Sanniti, e che avete sempre date chiare/ripruove del vosrtro valore, e della vostra fedeltà. Son sicuro che tutti, quanti/siete, vi difenderete bravamente: ma chiunque fuggirà, sappia che non eviterà il/pericolo, anzi lo affronterà indubitamente, perchè oltre alla perdita dell’onore,/sarà trattato dai Comandanti Militari, e Regj Ministri, come ribelle alla Corona,/e nemico di Dio, e dello Stato.l Chi hà coraggio non sarà mai vinto: ed i Francesi non hanno mai vinto che quei, che hanno dimostrato la più vergognosa ti-/midezza. Pensate che voi avete a difendere il proprio Paese, che la 40 natura stes-/sa difende colle vostre montagne, dove nessun’Armata si è mai avvanzata senza/trovarvi il Sepolcro. Pensate, Abruzzesi, che voi nelle vostre tre Provincie/siete settecentomila abitanti, e che non dovete farvi soggiogare da qualche mi-/gliajo d’inimici. Voi più che ogni altro avete dovuto vedere lo stato di miseria,/nel quale sono i Romani. L’inimico gli ha tolto tutto, niente gli resta che la/propria disperazione, e la fiducia, che hanno in Dio e in Me. Coraggio, bravi/Sanniti, coraggio Paesani miei. Armatevi, correte sotto i miei Stendardi.

Unitevi/sotto i Capi Militari, che sono nelli luoghi più vicini a voi. Accorrete con tutte/le vostre armi. Invocate Iddio, combattete, e siate certi di vincere. Dato dal/Quartier Generale di Roma li 8 Dicembre 1798./FERDINANDO. “. Amiconi F.:” La guerra de’ Paesani op.cit.”. 59) Coletta P.:” STORIA/DEL REAME DI NAPOLI/Dal 1734 SINO AL 1825/DI/PIETRO COLLETTA/CON UNA NOTIZIA INTORNO ALLA VITA DELL’AUTORE/SCRITTA/DA GINO CAPPONI “. TOMO PRIMO, TORINO/CUGINI POMBA E COMPAGNIA, 1852- NUOVA BIBLIOTECA POPOLARE. 60) Giuseppe Melchiorri, nacque a Pescina, da Paolo e Romana Migliori, il 3 novembre 1767 ed ivi morì alle ore undici del 7 febbraio 1835, all’età di 68 anni (Atto n. 3 del registro degli atti di morte del comune di Pescina conservato nell’Archivio di Stato dell’Aquila). Nella ” Lista de’ Maggiori Negozianti, e Commercianti della provincia” viene così riportato :”[…]Giuseppe Melchiorri- Pescina- Benchè non mostra coltivati interessi nella scienza è questo soggetto di meno di un giudizio aggiustato e capace, e di ottima morale[…]”(ASA, Affari generali, Categoria 19, Anni 1809-1811, 4584 B). Aveva una rendita annua di 1000 ducati. Il Nostro fu proposto quale candidato per il Consiglio Distrettuale di Avezzano:”[…]Osservazioni sulle proposte de’ candidati pel Consiglio Distrettuale[…]”D.[on] Giuseppe Melchiorre (sic)Pescina-334.12 (rendita annuale n.d.r.)[…]”(ASA, Intendenza, Cat. 19, Anni 1814-1818, 4586 A). Fu inscritto nella vendita carbonara del comune di Pescina:”[…]56. Melchiorrre(sic) Giuseppe.

Entusiastico[…]” (Amiconi F.:” La Carboneria a Cerchio e nei Distretti di Celano e Pescina”, Edizioni Kirke, Cerchio, 2012). Dall’opera dell’amico Giorgio Morelli: ” L’Abruzzo nei manoscritti della Biblioteca Apostolica Vaticana”, a cura di Giorgio Morelli, introduzione di Walter Capezzali, n. 14, Edizioni Libreria Colacchi, L’Aquila, 1999, tipografia G.T.E., srl, 1999, al quale si rimanda, apprendiamo, tra le altre cose in una lettera del 18 gennaio 1833: “[…] Colpito da qulle politiche vicissitudini dell’infausto anno 1799 dovetti fuggire per salvare la vita da questi luoghi resi anarchici e trapassando tutta la barriera dei monti che intercede tra questa Marsica e codesta Città di Roma a piedi scalzi, avendo abbandonato le scarpe che avea, calcando quattro palmi vescicali di neve, digiuno per ore 28, vi giunsi e ricoverato dal mio parzialissimo amico fu d.[on] Domenico Spedizionere Milanori, allora pretore del Pantheon, abitante alla Rotonda, presi il letto cangrenato nelle intere estremità. Dopo il corso di dieci giorni mi trovai in istato di esercitare la carica di capo Legionario sotto il Gen.[erale] Lasagna. E nell’ottobre di detto anno imbarcatomi per Marsiglia, proseguire il viaggio per Grenoble Lione, per dove ebbi la sorte per conoscere e stringere amicizia col risaputissimo modello di quella epoca fu degnissimo vostro Sig.[nor] Fratello Ennio Quirino[…]”. L’abate Giuseppe Melchiorri, fu un attento cultore della storia della nostra contrada marsicana.

Apprendiamo ancora dal citato Morelli che questi fu autore dell'” Opera istorica marsicana scritta ad effetto di confutare alcuni errori rapportati a danno e confusione di quel popolo cotanto celebre nei remoti secoli ed or quasi obliato” e che, lo storico pescinese Luigi Colantoni (1843-1925) possedeva gli scritti inediti lasciati dal Melchiorri ” Breve ragguaglio storico della antica regione e popolo de’ Marsi” opera questa che fu vista e citata da Teodoro Mommsen (1817-1903) in CIL, IX, p. 137. Il Nostro, da esperto archivista, riordinò, con amore e competenza, l’archivio della diocesi dei Marsi. Fu socio corrispondente dell’Istituto Archeologico di Roma nel cui archivio è conservato un fascicolo (B. 56) di lettere e scritti inviati dal Melchiorri all’Istituto dal 1830 al 1833. Vedi anche Cesare C.:” Ispettori ai monumenti op.cit.”. 61) Monsignor Giuseppe Bolognese, nacque a Chieti il 14 settembre 1742 dal dottor Giovanni Saverio e da Orsola Florenzi. Studiò in Chieti nel Collegio dei Padri delle Scuole Pie. Intrapresa la carriera ecclesiastica venne nominato canonico della cattedrale teatina. Diresse il conservatorio di S. Maria Maddalena e, più tardi, divenne rettore del seminario di Chieti, Nel 1779 divenne procuratore di S. Giustino insieme a Tommaso Durini. Traferitosi in Napoli si unì alla Compagnia dei Pii Operai e dei Missionari di quell’arcivescovado e qui fu eletto rettore del Reale orfanotrofio. Il 28 dicembre 1797 fu creato vescovo della diocesi dei Marsi.

Morì in Celano il 16 marzo 1803 ed il suo corpo fu seppellito nella cattedrale della diocesi dei Marsi in Pescina, dove attualmente ‘è ancora sepolto: “[…] Dal giorno 10 Febbraro dell’anno 1799 quando si sviluppò l’anarchia in Pescina, fino al giorno 13 Giugno dell’anno medesimo quando ebbe il suo termine la Repubblica Napoletana, sebbene incontrasse più volte il pericolo della vita, pure fu sempre fedele al Re 41 Ferdinanddo IV che si era ritirato in Sicilia. In conceguenza rientrate nel Regno di qua dal Faro le armi Borboniche sotto il comando del Cardinale D. Fabrizio Ruffo, animato da vera carità cristiana cercò di ricovrire molti delinquenti, ma non potè fare a meno di confessare ai Regii inquisitori mandati in questo Abruzzo, i rei principali carichi di deliti comuni che furono severamente puniti[…]In seguito poi e precisamente ai 16 di marzo dell’anno 1803, quando in Celano dove predicava nella quaresima, mentre mangiava nella casa dei Signori Tomassetti, da una lettera presentatagli conobbe la nuova occupazione del Regno fatta dai Francesi, forse temendo qualche ingiusta vendetta, risentì dispiacere si grande e vivo, che costretto a riporsi nel letto dove per malattia da più giorni era stato, cessò di vivere nel giorno medesimo. Questa si disse da molti ed anche si scrisse fosse la Causa della morte del buon Vescovo.

Del resto io che scrivo, avendo parlato con persone contemporanee, ho risaputo che lo zelante Pastore dopo aver pronunciate in Celano solo rtre prediche, fu assalito da una malatia che scorsi alcuni giorni sembrava volesse svanire, in modo tale che il paziente il quale disegnava pronunciare l’eloggio del patriarca S. Giuseppe nella propria festa, avea già date la commissione di molto mpesce di mmare per fare in quel giorno un complimento ai padroni della casa in cui abitava. Fu vano però il disegno, poichè essendo incredulito il malore munito di tutti i sacramenti, nel giorno descritto passò agli eterni riposi[…]”. Di Pietro A.: ” Catalogo dei vescovi op.cit.”. 62) ASA, Gran Corte Criminale di Aquila, Processi-Prima Serie- 147. 63) Salvatore Simboli fu allistato nella vendita carbonara del comune di Pescina: “[…]112. Simboli Salvatore- Bracciale- Carbonaro[…]”. Amiconi F.:” La Carboneria a Cerchio op.cit.”. 64) Il proprio figlio, Francesco, si unì alla masse degli insorgenti filoborbonici: “[…]corre voce però che colle Masse di Piccioli vada unito Francesco di Dom:[eni]co Forte di questa Città (Pescina n.d.r.), ma il med.[esim]o è un servo di pena fuggitivo dalle Galere dove per più Anni era stato condannato per suoi atroci delitti[…]”. ASA, Intendenza, SI, cat. 27, b 4813 A. 65) L’11 febbraio 1806, il generale Giuseppe Lechi al comando delle truppe napoleoniche entrò nella città dell’Aquila:”[…]entrarono i francesi per la volta dell’Aquila pacificamente senza incontrare veruna opposizione.

Posato appena nella piazza di quella città il generale francese smontato da cavallo si portò nel Castello: quel prudente castellano accettatolo con le più gentili maniere gli cedè’ le chiavi del forte. Informato il generale che in quella città risiedeva il notorio D. Giovanni Salomone il quale era uno de’ princiapli commissionati a raccogliere gente, e fare il tanto desiato corpo di milizie volontarie, ne fù ordinata la fucilazione. La sentenza si sarebbe eseguita se non fosse stata la mezzanità di quell’avveduto vescovo che ne trattenne l’esecuzione[…]”. Coppa-Zuccari L.:” L’invasione francese negli Abruzzi (1788-1810)”, Casa Editrice Vecchioni, Aquila, MCMXXVIII, vol. I. Amiconi F.( a cura):” La Guerra de’ Paesani co’ Francesi- L’azione del Capomassa Giovanni Salomone nell’invasione francese degli Abruzzi nel 1799″, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, 2021, p. 16. 66) Non sono riuscito a rinvenire tale fascicoletto. 67) ADM, Avezzano, C/59/1166. 68) Piastra moneta pari a 120 grana. 69) Giardini D.:” Pescina: l’Archivio parrocchiale”, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 15, Anno I, 1998. 70) Fu << Capitano delle milizie Provinciali nel passato Governo >> e << Colonnello de’ Reali Eserciti e Comandante del Corpo Volante >> nelle insorgenze del 1806. Venne ucciso insieme con il proprio figlio Pasquale, il 3 ottobre 1807, in un violento scontro a fuoco, avvenuto nei pressi di Pescina, nel passo di Forca Caruso: qui, sebbene accerchiati dalle truppe francesi, non vollero arrendersi e preferirono morire combattendo.

Amiconi F.(a cura):” La repressione del brigantaggio nell’Abruzzo Ulteriore II nel << Rapporto Storico >> del Capitano francese Alò ( 1806-1812 )”, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, 2019, nota 3, pp.41-43. 71) Il 7 dicembre 1823, alle ore undici, nasceva in Pescina, da Tommaso e Carolina Sanbenedetto, l’avvocato,scrittore e poeta, Antonio Rosato Sclocchi. All’indomani dell’unificazione del regno d’Italia, fu eletto alla onorevole carica di 42 sindaco del comune di Pescina carica, però, ricusata (al momento non sappiamo i motivi). Dal 1877 al 1883 venne eletto alla carica di consigliere e deputato provinciale. Nel 1887 venne rieletto a tale carica che mantenne fino al 1889. Tutta la sua vita fu permeata da un forte impegno verso le attività sociali fu membro, infatti, della Giunta Provinciale di Statistica (1887-1890); fu membro della commissione di vigilanza delle scuole di “Arte e Mestieri” dell’Aquila (18871910); fu regio commissario delle comunicazioni conservatrici per i monumenti e gli scavi di antichità. A noi piace ricordare il Nostro anche, quando, nel 1887, insieme ad altri 39 temerari, iniziò l’iter per la nobile fondazione della ” Società di Storia Patria Antonio Ludovico Antinori degli Abruzzi”. L’iter fu perfezionato l’anno successivo. Il Nostro risultava socio Fondatore con il numero di matricola 28.

Nel 1879 diede alle stampe, per i tipi dello Stabilimento Tipografico Grossi dell’Aquila, “Ai nobili sposi Marchese Antonio Cappelli e Marchesa Antonietta Antonini ode Epitalamica”; nel 1882 pubblica presso la Tipografia Amiternina dell’Aquila, il volumetto di poesie dal titolo : ” Sul prosciugamento del Fucino Elegie di Rosato Sclocchi”; nel 1902 diede alle stampe sul Bullettino della citata deputazione, Anno quattordicesimo: ” Terzo centenario della nascirta di GIULIO MAZZARINI 14 Luglio 1902″ (pp. 227232). Nel 1911 pubblicò presso la OFF.[ICINA] B. Vecchioni & Figli, AQUILA: ” Storia de’ Marsi dalle età più antiche fino al 1911″. La morte lo colse a Pescina, alla rispettabile età di 85 anni, il 26 gennaio 1913 ed il suo corpo fu tumulato, dove ancora si trova, nella cappella cimiteriale della Madonna del Rosario in Pescina. Nel 1914 furono pubblicate postume, dal nipote Mariano Jacobucci, presso la citata Officina Grafica, gli altri due volumi : ” I Marsi dal regno dei Goti al secolo 12 ” e “Avvenimenti dei Marsi nelle epoche regie e feudali “. Giardini D.: ” Rosato Sclocchi: Nota biografica”, BDASP, Annata LXXX (1990) [CII] dell’intera collezione, Tipografia Arti Grafiche Aquilane, snc, L’Aquila, 1992. 72) Sclocchi R.:” Storia dei Marsi”, III, Aquila B. Vecchioni, 1914. 73) Il punto interrogativo è d’obbligo in quanto l’acclarato omicida del duca Giovanfrancesco Malvini Malvezzi, Stefano Pera, alias l’Abate Manduca, il 6 giugno 1806, come abbiamo riportato, era vivo e vegeto.

A questo punto ,per forza di cose, Rosato Sclocchi o forse è meglio dire il di lui nipote, Mariano Jacobucci, che curò la suddetta pubblicazione dopo la morte del nonno ha confuso il periodo storico, come ben si evince dal più volte citato documento e, forse, molto probabilmente l’uccisore del duca Malvini Malvezzi, fu giustiziato, se così è stato, nel secondo periodo dell’invasione francese (1806-1815) . Al momento, purtroppo, non possiamo verificare quanto su detto perchè risulta disperso, secondo quanto afferma il citato Giardini, il ” Liber moruorum” relativo agli anni 1801-1822, dell’archivio Parrocchiale di Pescina. Giardini D.: ” L’archivio Parrocchiale op.cit.”. Quindi se è esatta la nostra congettura, ad un secolo di distanza della citata pubblicazione, molto probabilmente, sembra, sono stati confusi i due suddetti concitati periodi storici. 74) D’Andrea U..” Gli avvenimenti dal 1791 op.cit.”. 75) ADM, Avezzano, C/59/1166. 76) Lorenzo Domenico d’Amore, nacque a Cerchio l’8 giugno 1777 dal ricco proprietario Anselmo e dalla proprietaria Rosa Felice d’Amore. Si unì in matrimonio, il 18 gennaio 1812, con la propria nipote Margherita d’Amore Pompei, figlia del fratello germano, Filippo ( 1765-1837 ) dottore “in utroque jure” ( si laureò, nel 1788, all’età di 23 anni, presso l’Univesrsità di Napoli [ Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Dottori, b.

107]): il più ricco proprietario del comune di Scurcola Marsicana dove fu eletto per più volte alla carica di Sindaco: 1806, dal 1810 al 1814 e dal 1819 al 1821; dal 1824 al 1828 rivestì la carica di consigliere distrettuale di Avezzano. Il su menzionato Filippo, sicuramente in seguito a patti matrimoniali assumerà anche il cognome Pompei. Lorenzo d’Amore ottenuta la relativa e dovuta dispensa matrimoniale da parte del re, Gioacchino Napoleone, potè unirsi in matrimonio con la citata nipote: ” […] Copia- Napoli 5 Giugno 1811 Gioacchino Napoleone/Re delle Due Sicilie- Visti gli Art.[icol]i 163, e/164 d[e]l Cod.[ic]e Napoleone abbiamo decretato e decretiamo q.[ua]nto Siegue. Art.[icol]o 1° E’ accordato a Lorenzo d’Anselmo d’Amore del Comune di Cerchio in/Prov.[inci]a dell’Aquila di sposare La Donzella Margherita/di Filippo d’Amore sua nipote. Art.[icol]o 2°, il Gran/Giud.[ic]e nostro Ministro d.[e]lla Giust.[izi]a è incaricato d.[e]lla esecuz.[ion]e/d.[e]l presente Decreto. Firm.[at]o Gioacchino Napoleone./Da parte d.[e]l Re. Il M.[aest]ro Seg.[reta]rio di Stato Pignatelli./Per Copia Conforme. Il Gran Giud.[ic]e Ministro d.[e]lla Gius-/tizia. F. Ricciardi./Per copia Conforme/Il Regio Procu/ratore d.[e]l Trib.[unal]e/Civile di Aquila/D. Bianco[…]” (ASA, Stato Civile di Scurcola, 1812, b. 3804). Il Nostro 43 durante gli sconvolgimenti politici causati dall’invasione francese nel Regno di Napoli (1798-99) fu eletto, con apposito consiglio comunale, alla carica di “Capomassa” e di “Governatore e Giudice di Cerchio “.

Nel 1825-30 rivestì la carica di sindaco del comune di Cerchio. Il 29 dicembre 1840 fu eletto dal consiglio comunale di Cerchio alla carica di ” Maestro di Agricoltura”. La morte lo colse all’età di 75 anni, il 27 giugno 1852. Amiconi F.: ” Cerchio dal 1798 al 1867 op.cit.”. Amiconi F.: ” La Carboneria a Cerchio op.cit.”. 77) Venanzio Antonio Pietro Celestino d’Amore, nacque a Cerchio l’8 maggio 1772, da Pasquale e Maria Pressede d’Amore. In seguito al matrimonio avvenuto il 29 agosto 1795 con la tredicenne donna Rachele Fracassi di San Vincenzo Valle Roveto, assumerà anche il cognome della moglie, sicuramente in ossequio a patti matrimoniali, formando così il nuovo casato dei d’Amore-Fracassi che, ironia della sorte, si estinguerà con la morte del di lui nipote omonimo, avvenuta a Cerchio il 9 agosto 1940. Don Venanzio si laureò in “utroque jure”, presso l’Università di Napoli nel 1793, all’età di 21 anni (cfr. Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Dottori, Facoltà di Legge, Busta 111, c. 152 ). Nel 1797 venne eletto ” in pubblico parlamento” alla carica di avvocato e maestro dei fanciulli dell’università di Cerchio. Nello stesso anno e negli anni 1798, 1804 e 1816-21 verrà eletto alla carica di sindaco del comune di Cerchio. Dal 1821 al 1824 rivestì la carica di consigliere distrettuale di Avezzano e nella stessa carica lo ritroviamo anche dal 1828 al 1832. La morte lo colse a Cerchio, all’età di 82 anni, il 22 ottobre 1854. Su questo personaggio, nel corso degli anni, ho scritto vari articoli ai quali si rimanda.

Vedi anche Amiconi F.: ” Cerchio dal 1798 op.cit.”. Amiconi F.:” La Carboneria a Cerchio op.cit.”. Amiconi F.: ” Storia della Madonna delle Grazie attraverso documenti editi op.cit.”. Amiconi F. (a cura): ” La guerra dei Paesani op.cit.”. 78) Nicasio Benedetto Emidio Antonio Maccallini, nato ad Aielli l’11 luglio 1758 dal medico Barlaam e dalla ricca ereditiera cerchiese Lucrrezia d’Amore, figlia del più volte citato ricco proprietario di Cerchio, Fulgenzo. Il 17 settembre 1801 si unì in matrimonio, in seconde nozze, con Maria Domenica d’Amore, figlia di Silvestro (mio sestavolo), nata a Cerchio il 18 febbraio 1774. La figlia di questi, Maria Luisa Maccallini, nata a Cerchio il 22 gennaio 1810 ed ivi deceduta il 26 marzo 1851, si unì in matrimonio, il 17 febbraio 1832, con il mio trisavolo Stanislao Di Domenico (nato a Cerchio il 15.11.1807 ed ivi deceduto l’8.8.1872) quindi, la sunnominata mia prozia d’Amore Maria Domenica è anche la mia quartavola così come, di conseguenza, il proprio marito Nicasio Maccallini è il mio quartavolo. Questi è a sua volta anche lo zio dello storico aiellese Andrea Di Pietro (1806-1874) in quanto la madre, Carolina Maccallini (1772-1844) era la propria sorella e, quindi, lo storico Andrea Di Pietro era mio procugino. Nicasio Maccallini è anche il capostipite di tutti i Maccallini di Cerchio. Amiconi F.:” La carboneria a Cerchio op.cit.”. Amiconi F.: ” Cerchio dal 1798 op.cit.”.

79) E’ il sopracitato Silvestro d’Amore, nato a Cerchio il 31 dicembre 1732 ed ivi deceduto il 29 ottobre 1822, all’età di circa 90 anni (mio quintavolo). E’ questi il genitore del “carbonaro” Giuseppe Antonio (1768.18..) a sua volta padre del “carbonaro” Domenicantonio (1798-1879- mio trisavolo), dei sacerdoti Paolo ( 1794-1865 ) e Francesco (1805-1887) entrambi “carbonari ” e zio del ” Gran Maestro ” della vendita Carbonara del comune di Cerchio, Pasquale (Angelo Pasquale) d’Amore (1781-1850). L’altro figlio del detto Giuseppe Antonio, Benedetto (1807-1898) svolse l’attività di medico e fu anche scrittore e sindaco del comune di Cerchio. Amiconi F.: ” La Carboneria a Cerchio op.cit.”. 80) E’ il sopracitato Pasquale d’Amore. 81) Gervasio Continenza (negli Stati delle Anime dell’Archivio Parrocchiale di Cerchio è registrato come Germano Antonio ), nato a Cerchio il 14 luglio 1751 da Giuseppe Antonio e Vittoria Ciotti. Morì a Cerchio, all’età di 64 anni, il 10 novembre 1815. Non sappiamo al momento quando mutò tale nome e, di conseguenza, anche perchè.

Durante le insorgenze filoborboniche del 1806, in qualità di sindaco del comune di Cerchio non volle ricevere i soldati francesi impegnati contro le masse filoborboniche poste al comando del famoso capomassa Ermenegildo Piccioli di Navelli e del segretario padre Domizio Iacobucci di Aielli cosa che, invece, fece il sopracitato don Venanzio d’Amore Fracassi infatti, questi : “[…] si ha fatto un preggio di ricevere in sua Casa j Capi della Truppa francese senza il menomo interesse dell’Università, tutti gl’Uffiziali di trecento quaranta Uomini con li Comandanti Bliù, ed Alò, e supplì alle razioni di cento, e dodici Uomini, a quali mancò il sindaco Gervasio Continenza […]anche inimico di D.[on] Venanzio per aver questo avuto delle legnate per ordine del Comandante Bliù a cui il Continenza commise alcune mancanze[…]”. Amiconi F.:” Cerchio dal 1798 op.cit.”, pp.87-88. 44 82) Vincenzo d’Amore, nacque a Cerchio il 13.9.1767 dal ricco proprietario Anselmo e Rosa Felice d’Amore. Svolse l’attività di dottore in ” utroque jure”. Molto probabilmente si laureò presso l’Univesrsità di Roma in quanto il suo nominativo non risulta nell’elenco del Collegio dei Dottori dell’Università di Napoli come era, d’altronde, nella tradizione degli studenti di Cerchio e dell’intera nostra subregione marsicana.

Infatti, per quanto riguarda Cerchio, negli anni ’60 e ’70 del Cinquecento due studenti cerchiesi “Petrus Varianellus de Circhio” e “Bartoloomeus Petrocchius Circensi” frequentavano, insieme ad altri studenti marsicani, corsi giuridici presso lo Studium di Roma ( cfr. Conte E.:” Accademie studentesche a Roma nel Cinquecento. De modus docendi et discendi in iure “, Studi e Fonti per la storia dell’Univeristà di Roma, Roma 1985 in Socciarelli A.M.:” Al servizio dei Colonna Asdrubale Febonio e la sua casata tra Cinque e Seicento “, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, 2020). Famoso era a Roma nel XVII secolo l’avvocato: “[…] Giovam Battista Ciofani della terra di Cerchio fu Dottore delle leggi assai celebre in Roma, ed Avvocato. Fiorì egli nell’A. 1663, e fu Auditore de’ Duchi di Carpineto, e Principj Panfili, e Borghese, da’ quali ebbe in singolar stima. Istituì nella Chiesa di S. Girolamo della Carità ( è ubicata nel popoloso quartiere di Trastevere in Roma n.d.r.) una perpetua Cappellania con buone rendite di peculio e volle il Gius di nominare il cappellano spettasse perpetuamente alle eccellentissime Case Panfili, e Borghese coll’alternativa e con altre condizioni nel suo testamento dichiarato; Suo Rede dichiarò la detta chiesa di S. Girolamo dove fu seppellito” ( cfr. Pietro Antonio Corsignani ” Della reggia Marsicana op.cit.”). Per rimanere nel settecento sappiamo con sicurezza che il “dottor in utroque jure” Paolo d’Amore (1750-18..)

si addottorò presso l’università di Roma tenendo fede a ciò che il padre Fungenzo si auspicava nel suo testamento rogato il 19 novembre 1767 dal notaio Gaetano Pallotta:”[…]Item ordina ai detti suoi universali eredi che debbano de frutti ereditarj continuare a mantenere nello Studio di Roma ove ritrovasi il Suaccennato Sig. Palo d’Amore loro Fratello, che sarà arrivato a perfezionare ad ottenere la laurea[…]”(cfr. Amiconi F.:” Il settecento cerchiese op.cit.” ). Piace chiudere questa singolare carrellata degli studenti cerchiesi in Roma con la poliedrica figura dell’avvovato Dario Di Gravio (1925-2011), vero principe del foro di Roma, illustre figlio di Cerchio. Il Nostro infatti fu poeta, scrittore, avvocato, giornalista e munifico mecenate. Nel 1950 ottenne la laurea in giurisprudenza. Il suo intenso lavorìo lo porterà a raggiungere un grande successo sia in ambito professionale: famosissime sono le sue cause a favore di donna Rachele Mussolini, a favore della vedova di Ialo Balbo, a favore degli eredi Del Fante, a favore degli eredi CasatiStampa, a favore delle tv private solo per citarne alcune sia, di pari passo, nelle humanae litterae come, per citare alcuni suoi romanzi, ” La commare regina “(1965), finalista al premio Asti di Appello e “Mille lire a Salvatore” (1969) ambientati nel suo paese natìo: Cerchio. Oltre naturalmente le sue numerosissime opere di poesia e articoli pubblicati su varie riviste.

E’ stato direttore delle ” Occasioni giudiziarie “, presidente dell’Associazione Abruzzese-Molisana in Roma, vicepresidente dell’USPI e presidente dell’Unione Associazioni Regionali di Roma. Nel 2012, ad un anno esatto dalla sua morte, è stato insignito alla memoria, della “Toga d’Oro”, il massimo riconoscimento che un giurista possa ottenere. Per ritornare al sunnominato Vincenzo d’Amore nel 1812 fu nominato dal re delle due Sicilie alla onorevole carica di consigliere distrettuale del distretto di Avezzano. Rivestirà tale carica dal 1817 al 1830. Nel 1828, per le sue riconosciute qualità, svolse l’attività di Sotto Intendente Interino facente funzioni. Il 4 agosto 1800 si unì in matrimonio con la proprietaria Caterina Milanetti di Rovere e, sicuramente in ossequio a patti matrimoniali, aggiungerà al suo cognome anche quello della succitata moglie. La morte lo colse a Cerchio, all’età di 68 anni, il 16 ottobre 1835. 83) Oncia unità di peso pari a grammi 26. 84) Unità di liquidi pari a 1/60 di Salma (o Soma), pari a litri 0,75 ( 3/4 di litro). 85) Gaspare Orlandi fu sindaco del comune di Avezzano dal 5 settembre 1807 all’11 gennaio 1809. 86) Aurelio Mattei, nacque ad Avezzano dal facoltoso proprietario Ladislao e dalla proprietaria Anna Maria Minicucci intorno al 1763. Si unì in matrimonio con donna Chiara Colelli. Il 5 settembre 1806 il Nostro fu nominato, da Giuseppe Napoleone re di Napoli e di Sicilia, con Regio Decreto n.

162 ” Decreto, con cui si nominano i consiglieri d’Intendenza in undici Provincie del Regno ” consigliere d’Intendenza della Seconda (sic) d’Abruzzo ulteriore insieme con Andrea Gentileschi e Vicenzo Sardi. Il 10 settembre 1808 fu nominato, da Gioacchino Napoleone, re delle Due Sicilie, alla carica di presidente del Consiglio Generale della Seconda Provincia di Abruzzo Ulteriore. La morte lo colse ad Avezzano, all’età di 72 anni, il 22 ottobre 1835. Nella Marsica della fine del ‘700 ed inizio dell’ 800 fu un personaggio degno di nota. Amiconi F. (a cura) : ” La repressione del brigantgaggio op.cit.”,, pp. 45-47. 45 87) Vincenzo Minicucci ospitò nel 1789 presso la propria abitazione sita in Avezzano lo scrittore viaggiatore svizzero Carlo Ulisse de Salis Marschlins, autore del pregevole volume: ” Nel regno di Napoli attraverso varie provincie nel 1789″, a cura di Tommaso Pedio, ristampa fotomeccanica, Congedo Editore, 1979 (Galatina ) durante la permanenza in Avezzano. Nell’Archivio di Stato di Napoli si conservano del ” Tesoriere Vincenzo Minicucci”, i conti delle spese pel riattamento dell’Emissario di Claudio 1790 Mese di Novembre, vol. 11, s.d. Il 15 gennaio 1808 da re Gioacchino Napoleone fu nominato membro del Consiglio Generale della Provincia 2° Abruzzo Ultra. 88) Francesco Porcari fu sindaco del comune di Avezzano dal 13 aprile 1836 al 23 marzo 1839. 89) Del notaio Felice Sorge di Avezzano si conservano nell’Archivio di Stato dell’Aquila, gli atti da lui rogati dal 1799 al 1807.

Speranza U.:” Segnalazioni di fonti notarile inedite per la storia della Marsica- Anni 1506-1810 “, BDASP, Annate LX-LXII, 1970-1972, XCI-XCII dell’intera collezione, Tipografia Labor, Sulmona, 1974. 90) Carlino moneta pari a 10 grana. 91) Tarì ( o tarino ) moneta del valore di 2 Carlini pari a 20 grana. 92)ASA, Sezione di Avezzano: “Registro dei Consigli dell’Università di Avezzano (1785-1801) “. Amiconi F.:” Avezzano durante l’invasione francese (1798-99 e 1806-1813)”, pro manuscripto, Cerchio 25 maggio 2021.

93) ” Per condannare all’oblio finanche la memoria dell’estinta anarchia, che tendea a distruggere la Religione, e lo Stato, si è degnata Sua Maestà emanare la seguente Sovrana Determinazione Il Luogotenente, e Capitan Generale del Regno Principe del Cassaro con viglietto de’ 16 del corrente ha partecipato alla Real Segreteria di Stato, Giustizia, e Grazia, quanto siegue: Non convenendosi di far rimanere in mano de’ particolarj gli editti, manifesti, proclami, e collezioni di essi, ed altre simili abominevoli Carte formate in tempo dell’abbattuta anarchia dall’intruso sedicente Governo, dà Generali, e Commissarj Francesi, dalle varie commissioni, ed altri che avessero avuto parte nel Citato infame sedicente Governo, lo partecipo a cotesta Real Segreteria di Giustizia, affinchè disponga, un Editto da pubblicarsi, col quale venga prescritto a tutti coloro, che ritengano presso di se, forse per curiosità semplice, e non già per sinistra intenzione, tali sorte di editti, proclami, sanzioni, manifesti tanto sciolti, che in collezione ligati in volume, che fra un certo determinato tempo si esibiscano in potere della Giunta di Stato, o del Direttore Generale di Polizia, che per la Capitale, ed ai Visitatori Generali per la Provincia del Regno, colla commissione di gravi, e severe pene ad arbitrio di Sua Maestà contro quelli, che, elasso il termine, che verrà prescritto nell’Editto, continuassero a ritenere presso di loro le cennate carte.

Disponga inoltre che raccolte saranno, le carte suddette, per mezzo del Boja siano date alle fiamme ne’ soliti luoghi in pubblico, e dove la quantità fusse eccedente, dopo chè se ne avrà abbrucaita nel modo suddetto una porzione, il rimanente anche si faccia consumare dal fuoco, ma in privato, e nel miglior modo, che si crederà conveniente, ritenendone però una sola copia per ogni specie di tali editti, sanzioni, proclami, manifesti, e esse mi si rimettano. Nel Reale Nome la detta Real Segreteria di Giustizia comunica tuttociò a Vostra Signoria Illustrissima affinchè Ella disponga la formazione, e la pubblicazione ( nel modo solito ) dell’accennato Editto, spiegando in esso il tempo, che si stabilisce per l’esibizione delle suddette carte. Napoli 18 gennajo 1800. Emmanuele Parisi- Signor Visitatore Ferrante. Ordiniano intanto che che la suddetta Sovrana Determinazione pienamente si esegua, ed a tale oggetto prescrivano./I. che tra il termine di giorni quindici computandosi della pubblicazione del presente Editto, tutte le persone di qualunque ceto, e condizione, siano tenute ad esibire le carte enunciate nell’inserto del Real Dispaccio nella nostra residenza, o ne’ luoghi, ed alle persone, che Ne destineremo a tale uopo./II. Elasso il prefisso termine li detentori di somiglianti carte di Lor natura abominevoli, e da Sua Maestà prescritte saranno soggetti alle gravi, e severe pene all’arbitrio di Sua Maestà riserbate./III.

Che dopo raccolte le carte, come sopra divisate sarà destinato il luogo, dove per mano del boja saranno pubblicamente bruciate./Ed affinchè niuno possa allegare causa d’ignoranza, ordiniamo, che il presente Editto si pubblichi a suon di tromba in tutt’i luoghi soliti e consueti, e Casali di Nostra Giurisdizione. Si esibiscano per questa Provincia di Chieti. Le suddette carte in mano nostra in questa residenza di Chieti./IL CAVALIERE FERRANTE/Giuseppe Capezzi attitario[…]”. Coppa Zuccari L.:” L’invasione francese op.cit.”, pp. 412-414. Il 10 gennaio 1803 ed il primo novembre 1829 furono ancora emessi per volontà reale altri speciali editti tendenti alla totale distruzione di tutti gli atti relativi al quarantennio 1789-1829. Come chiaramente si evince un gravissimo danno per la Storia. 46 94) ADM, fondo D, busta 226, fascicolo 303. 95) E’ il vescovo della Diocesi dei Marsi mons. Giovanni Camillo Rossi che guidò tale diocesi dal 9 luglio 1805 all’11 luglio 1818. Morì in Portici il 16 luglio 1837 a causa di una epidemia colerica. 96) Giovan Battista Macarone fu allistato nella vendita carbonara del comune di Pescina: “[…]57. Macarone Giovan Battista. Cons.[iglier]e al regio Giuidicato- Entusiastico[…]”. Amiconi F.:” La Carboneria a Cerchio op.cit.”. 97) Luigi Morgani risultava iscritto nella vendita cabonara del comune di Pescina: “[…]63.Morgani Luigi-sarto- Entusiastico[…]”. Amiconi F::”[…] La Carboneria a Cerchio op.cit.”. 98) ASA, Gran Corte Criminale di Aquila, Processi (prima serie), Busta 147.

99) Vedi nota 87. 100) Vedi nota 87. 101) ADM, C/59/1166. 102) E’ la rocca dei principi Borghese ubicata tra i paesi di Collalto Sabina e Carsoli. Colapietra R.:” Per una rilettura socio-antropologica dell’Abruzzo Gaicobino e Sanfedista: Grandi della terra e notabili di paese”, Rivista Abruzzese, Anno XLV-1992, N. 3 – Luglio Settembre, pp. 149-156. 103) ADM, C/59/1166. 104) Vedi nota 103. 105) Il presente documento è conservato in fotocopia nell’Archivio della Diocesi dei Marsi in Avezzano. 106) Giuseppe Rivera nacque a L’Aquila il 13 maggio 1846. Studiò Letteratura e Filosofia nella città natìa specializzandosi ben presto, data la sua vivida intelligenza, come studioso delle vicende e dei personaggi delle famiglie aristocratiche della città di Napoli non tralasciando gli amati studi delle patrie memorie. Fu tra i fondatori della Società di Storia Patria degli Abruzzi nel 1888 e, in qualità di presidente del citato sodalizio, portò tale nobile istituzione al rango di “Deputazione”. Fu apprezzato storico ed araldista di valore. La morte lo colpì nella città natale dell’Aquila, il 23 novembre 1923, all’età di 77 anni. Fondamentale, per chi voglia avvicinarsi alla storia del “Novantanove” abruzzese, il suo ottimo volume : ” L’invasione francese in Abruzzo (1792-1799)” edito a puntate ,dal 1907 al 1909, sul Bullettino della Società di Storia Patria Abruzzese << Anton Ludovico Antinori >> e sagacemente riprodotto in un unico volume, nel 1981, dal benemerito “Studio Bibliografico Adelmo Polla, Cerchio, con lo stesso titolo.

107) Fu annoverato fra gli adepti della vendita carbonara del comune di Pescina : “[…]11. Colantonj Angelo- proprietario- carbonaro[…]”. Amiconi F.:” La carboneria a Cerchio op.cit.”. 108) Fu iscritto nella vendita carbonara del comune di Pescina: “[…]95. Sabatini Berardo- Brigadiere Forestale- Buona condotta, e morale[…]”. Amiconi F.:” La carboneria op.cit.”. 109) Fu allistato nella vendita carbonara del comune di Pescina: “[…]16. Camillo Cambise- Proprietario- Carbonaro[…]”. Amiconi F.:” La carboneria a Cerchio op.cit.”. 110) Fu iscritto nella vendita carbonara di Pescina:”[…] 99. Sambenedetto Domenico Antonio – Bracciale- Carbonaro[…]”. Amiconi F.:” La carboneria a Cerchio op.cit.”. 111) Fu rubricato nella vendita carbonara del comune di Pescina di cui era Gran Maestro:”[…] 19. Cambise Filippo – Proprietario – Gran Maestro del Dicastero di Celse[…]”. Amiconi F.:” La carboneria Cerchio op.cit.”. 47 112)Giuseppe Barbati, nato a Celano da Berardino e Rosalia Morisci di Pescina, il 18 settembre 1758. Si laureò in “utroque jure” presso l’Università di Napoli, il 3 maggio 1789 ( Archivio di Stato di Napoli, Collegio dei Dottori, 108, c. 99). 113) Fu iscritto nella vendita carbonara del comune di Ovindoli: “[…]32. Pietrantonj Giacobbe – Sacerdote – Carbonaro[…]”. Amiconi F.:” La carboneria a Cerchio op.cit.”. 114) Molto probabilmente è ” Rainaldi Giacomantonio- Proprietario- Oratore e 1° Assistente Antico[…]” iscritto nella vendita carbonara del comune di Ovindoli.

Amiconi F.:” La carboneria a Cerchio op.cit.”. 115) Fu registrato nella vendita carbonara del comune di Pescina: “[…]52. Rainaldi Nicola- Proprietario- Carbonaro[…]”. Amiconi F.:” La carboneria a Cerchio op.cit.”. 116) Fu allistato nella vendita carbonara del comune di Collelongo: “[…]8. Cesta Gius.[epp]e Croce – Brac.[cial]e- Carb:[onar]o”. Archivio di Stato di Napoli, volume 4121-I, Ministero di Polizia Generale, II numerazione. 117) E’ il futuro consigliere distrettuale del distretto di Avezzano per gli anni 1822-23 e 1824. Nel 1825 il Nostro venne eletto alla carica di consigliere provinciale. Nel 1827-28 svolse l’importante carica di Presidente del Distretto di Avezzano e, dal 1829 al 1834, fu eletto alla carica di consigliere distrettuale di Avezzano. Nel 1843 figura ancora come consigliere del sopraddetto distretto. 118) Rivera G.: ” L’invasione francese op.cit.”, p. 234. 119) Rivera G.: “[…] L’invasione francese op.cit.”. 120) Vedi note precedenti. 121) Fabrizio Ruffo nacque S. Lucido di Calabra il 16.9.1744 dal duca di Baranello, don Litterio Ruffo e da donna Giustiniana dei principi Colonna. Il 29 settembre 1791 fu creato cardinale in pectore ed, il 21 febbraio 1794 tale nomina venne resa pubblica. Nello stesso anno venne richiamato a Napoli e fu nominato intendente di Caserta con l’incarico di migliorare gli opifici di S. Leucio.

Dal 25 gennaio 1799 fino al 21 giugno dello stesso anno concluse, come capo supremo delle truppe filoborboniche, la campagna militare contro le truppe francesi e contro i repubblicani. Nel mese di gennaio 1806 viene nominato ambasciatore presso la Sente Sede e poi inviato a Parigi per tentare di evitare l’occupazione del Regno di Napoli da parte delle truppe transalpine. Nel 1810 partecipa alla cerimonia religiosa delle nozze di Napoleone con Maria Luisa, insieme al gruppo di cardinali chiamato, per aver potuto conservare il vestito di porpora, dei << cardinali rossi >>. Il 26 gennaio 1813 fu nominato da Napoleone Ufficiale della legione d’onore. Morì in Napoli, all’età di 83 anni, il 13 dicembre 1827. Battaglini M.(a cura): ” La lunga marcia del Cardinale Ruffo alla riconquista del Regno di Napoli”. Editore A. Borzi, Roma 1967, Collana di testi e documentari del Risorgimento. 122) Il rinvenimento di tali relazioni da parte dello scrivente è stato sofferto e lungo più di un ventennio. L’esistenza di tali importanti documenti fu da me appreso dalla nota 19 di pag. 209 dell’ottimo volume della storica aquilana Angiola De Matteis: ” Terra di mandre e di emigranti- L’economia dell’Aquila nell’Ottocento”, Giannini Editore, Napoli, 1993 dove appresi:”[…]Entrambe le memorie sulla emigrazione degli abruzzesi nello Stato Romano, di Antonio Mosca, del 12.4.1790, e quella della Società Patriottica, si trovano presso la S.A.B., Relazioni Galanti, m.ss., Cart. A, cfr.

anche in questa raccolta, la relazione di Marino Tomasetti da Pescina, del 22.12.1793[…]”. Immediatamente cercai di mettermi in comunicazione con la citata Angiola De Matteis, anche questo non è stato facile. Quasi quotidianamente telefonavo alla sua abitazione aquilana con la speranza di avere un contatto, un colloquio. Alla fine, dopo tanto penare, sono riuscito a parlarle e, quasi a bruciapelo, mi comunicò che tutto il materiale da lei usato per la stesura del sopracitato volume lo aveva, putroppo per me, distrutto e che, comunque, potevo senz’altro rivolgermi alla Soprintendenza Archivistica di Bari. Senza perdere ulteriore tempo immediatamente inviai una missiva all’allora soprintendente il quale, il 20 gennaio 1997, così laconicamente mi rispose: “[…] OGGETTO: Manoscritto Cartaceo ARelazioni Galanti Richiesta documentazione. Si è spiacenti di comunicare che questa Soprintendenza non ha compiti di conservazione di documentazione archivistica ma solo di vigilanza sugli archivi di enti pubblici esistenti nella regione 48 Puglia nonchè dei privati dichiarati di notevole interesse storico. IL SOPRINTENDENTE Dr. Porcaro D. Massafra”. dall’iniziale stupore e sbigottimento di tale lettera non avevo, però, mai perso la speranza del rinvenimento delle citate importanti relazioni.

Nello scorso mese di novembre stavo mettendo in ordine il mio epistolario quando è riapparsa la sopramenzionata lettera e mi sono detto fra me e me ” adesso scrivo nuovamente alla soprintendenza di Bari ” con l’intima speranza che vi fosse stato un avvicendamento nella direzione dell’importante Istituto Archivistico di Bari e, quindi, pieno di speranza, il 23 novembre 2017, ho scritto una lettera al Direttore della Soprintendenza Archivistica per la Puglia, chiedendo se era possibile una copia di tali documenti. Con lettera del 6 dicembre 2017 da parte del responsabile della più volte citata Soprintendenza ho saputo finalmente che tali relazioni erano conservate presso la sezione Manoscritti della Biblioteca ” De Gemmis “, con sede nel complesso di Santa Teresa dei Maschi in Bari. La gentilissima Soprintendente D.ssa Maria Carolina Nardella addirittura mi ha fornito anche l’esatta catalogazione: ” Manoscritti Galanti busta A cc. 187-192 Relazione Antonio Mosca; cc. 220-235 relazione di Marino Tomasetti “. A questo punto il gioco è fatto. Immediatamente ho scritto al direttore della succitata Biblioteca e, l’8 gennaio 2018, ho ricevuto la seguente gentilissima missiva: ” Gent.mo sig. Amiconi come da sua richiesta pervenuta e registrata agli atti con nota prot. 1201/2018 a seguito dei contatti telefonici intercorsi si inviano le copie richieste dei documenti appartenenti al Fondo De Gemmis, Manoscritti Galanti, Busta A, cc. 187-192 relazione Marino Tomasetti; cc. 220-235 Relazione di Antonio Mosca[…]”.

Finalmente dopo più di due secoli, e 27 anni di ricerche da parte mia, le citate relazioni avranno la gloria della pubblicazione. 123) Marino Tomasetti, nacque a Pescina il 17 marzo 1730 dal barone di Prezza Gio.[van] Antonio e da Domenica Masciarelli di Celano. La morte lo colse in Pescina, all’età di 72 anni, il 17 settembre 1802. Fu dotto storico del quale, purtroppo, nulla si conserva della sua vasta produzione letteraria. Grazie all’encomiabile lavoro dell’amico Giorgio Morelli ” Un dimenticato storico marsicano Marino Tomasetti “, pubblicato sulla rivista SAMNIUM, Anni XLI- LuglioDicembre 1968, pp.3-4 e da me ripubblicato, con lo stesso titolo, in Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 39, A. Anno II, 1999, questi così riporta: “[…] per il Tomasetti si ha sola una nota, pure del ’93, di Giulio Dragonetti. Questi durante una ricerca nella Biblioteca Vaticana trovò un gruppo di carte appartenenti a Vito Maria Giovinazzi, contenute nel Cod. Vat. Latino 9144 e tra queste carte, a f. 139, rinvenne una lettera del Tomasetti che ripubblichiamo: << Marino Tomasetti- scrive il Dragonetti- nacque a Pescina il 17 marzo 1730 da Gio.[van]Antonio, Barone di Prezza e Domenica Masciarelli di Celano. Morì il 17 settembre 1802. Fu pio sacerdote e diligente raccoglitore di memorie patrie >>[…]” Morelli nel suo citato articolo riporta quattro inedite lettere datate 14 Luglio 1795, 27 ottobre 1791, 25 Luglio 1788 e 17 Settembre 1778 e, riporta, in modo integrale, le inedite ” Notizie sul Monte Cedice”.

Giorgio Morelli altre notizie interessanti riguardanti il Nostro le riporta su ” << Manoscritti d’interesse Abruzzese nelle biblioteche romane >>, BDDASP, tipografia Labor snc, Sulmona 1982, dove alle pagine 20,21 e 164 si traggono le seguenti notizie: “[…]25, LAURENTI, Cardone, sec. XVIII./Tre lettere al barone Marino Tomasetti, Cappelle 25 Luglio; 17 settembre; 20 dicembre 1778,/2147 ss Carte Gerolamo Amati: Saggi di storia marsicana >>, ff.1-10,autografe,[…]”,p. 20- TOMASETTI Marino, 1730-1802./1) Notizie sopra il Monte Cedice./2) Decrizione dei Monti della Diocesi dei Marsi./2147 << Carte di Gerolamo Amati: Saggi di storia marsicana>>, sec. XIX, ff. 11-13,14-18./Il Barone Marino Tomasetti, nativo di Pescina, fu un uomo dottis-/simo e cultore di storia patria; raccolse nella sua villa, gran quantità/di oggetti di scavo, e compilò una << Storia della Diocesi dei Marsi>> andata perduta: di cui questi due scritti facevano parte di quella./Nel manoscritto non è indicazione d’autore, ma per quanto concerne/l’attribuzione al Tomasetti rimandiamo al nostro studio: Un dimenticato storico marsicano: Marino Tomasetti, in Samnium, XLI, 1968, n. 3-4 f.f. 1-13[…]”, p. 21 “[…]757- TOMASETTI Marino 1730-1802./Lettera a Vito Maria Giovinazzi, Pescina, 14 lug. 1795./Vat. Lat. 9144 del sec. XVIII, in B.S.S.P.A, IV,(1983), punt. IX, pp. 109-118./758.-Lettera al card. Stefano Borgia, Pescina, 27 ott./1791./Borg. Lat. 286, f. 127./ED MORELLI, Un dimenticato Storico marsicano: Marino Tomasetti (1730-1802), in Samnium, XLI (1968), n.

3-4, p. 164. E, dalla altra interessantissima opera sempre del Morelli: ” L’Abruzzo nei manoscritti della Biblioteca Apostolica Vaticana “, Colacchi, L’Aquila, Tipografia G.T.E. srl, L’Aquila, 1999, apprendiamo ancora: “[…]2189- Lettera al Sig. D. Vincenzo, Pescina, 17 settembre/1778/Vat. Lat. 9131, f. 276 r-v.l/ED. BUONOCORE, 1984, PP. 106-107./2190- Lettera a mons. Pier Luigi Galletti, Pescina, 6 Feb-/braio 1787./Vat. Lat. 8066 E, ff. 96-102/p. 502, 2191. Altre notizie riguardanti il Nostro si ricavano da ” I fondi pergamenaceo e cartaceo dell’Archivio della colleggiata di S- Cesidio di Trasacco” a cura di Alessandro Clementi, Maria Rita Berardi, Giorgio Morelli, Tipografia LABOR s.n.c., Sulmona, 1984, pp. 361,362, 368, 371, 372 dove vengono riportate le seguenti note<.”[…] (f. 82)/Lettera di Marino 49 Tomasetti all’abate De Gasperis, che chiedeva notizie su alcuni santi monaci. 22 Aprile 1766[…](f. 114) Lettera di Marino Tomasetti che chiede i laccetti. 7 Agosto 1767.(f. 119) Lettera di ringraziamento di Marino Tomasetti 17 Agosto 1767 (f. 123). Altra lettera del Tomasetti, circa i laccetti. 27 Ottobre 1767[…](f.128) Lettera di Marino Tomasetti, Pescina 20 Maggio 1767. (f. 220). Lettera di Marino Tomasetti sulle lagnanze del Mezzadri. 1771[…] (ff. 185-187) Corrispondenza con Marino Tomasetti sull’epigrafe esistente in Trasacco. Altre notizie di carattere archeologico. 1771-1778[…]”.

Anche il critico letterario Vittoriano Esposito (1929-2012) nelle sue ” Note di letteratura Abruzzese “, Edizioni dell’Urbe, Roma, 1982, a pag. 259, tratteggia un esilissimo profilo storico dal titolo. ” Un dimenticato storico marsicano Marino Tomasetti (1730-1802 )”. Vedi anche Castellani C.: ” Ispettori ai monumenti op.cit.”. 124) Antonio Mosca morì a Barete, in provincia dell’Aquila, il 13 Marzo 1854, all’età di 87 anni era nato, quindi, intorno al 1767, dal proprietario Stefano e dalla proprietaria Rosa Mosca. Con una missiva del 13 aprile 1810 inviata dal presidente del consiglio provinciale dell’Aquila, Giulio Dragonetti, all’intendente dell’Aquila, Simone Colonna de Leca, apprendiamo tra le altre cose che don Antonio Mosca poteva sostituire, quale membro del citato consiglio il proprio genitore: “[…]A Stefano Mosca di Barete potrebbe sostituirsi il figlio D.[on] Antonio, ex Visitatore delle Provincie di Abruzzo, di maggiore abilità del Padre che ha rinunciato[…]” (cfr. Archivio di Stato dell’Aquila, Intendenza, Affari generali, Categoria 19, Anni 1809-1811, 4584 b.). E, sempre da notizie ricavate dal citato archivio, sappiamo che il Nostro rivestì tale carIca anche negli anni 1812, 1817, 1818, nel triennio 1822-25, nel 1828; dal 1830 al 1835 ed anche nel 1839 ricoprì la carica di presidente del consiglio distrettuale dell’Aquila. Nel 1841 rivestiva ancora la carica di consigliere provinciale.

Personaggio, senz’altro, il Nostro degno di nota nella società aquilana alla fine del ‘700 e nella prima metà del secolo successivo. A soli 23 anni infatti, il Nostro, inviò la sopracitata relazione al re di Napoli spinto da “[…]una forza imperiosa, cui non posso resistere Senza dimenticare i Sacri doveri di Cittadino, e di Suddito, mi spinge ad umiliare questa memoria al Vostro Real Trono[…]”. Antonio Mosca, quindi, era senz’altro dotato di un ottimo ingegno e doveva godere di un’alta considerazione sia come “patriota” che come uomo di vasta conoscenza tale da essere prescelto alla onorevole carica di “Visitatore delle provincie dell’Abruzzo ” e, come abbiamo soprariportato per molti anni fu prescelto alla carica di consigliere provinciale, di consigliere distrettuale dell’Aquila e, addirittura, anche come presidente del citato consiglio distrettuale. “[…] Anche Antonio Mosca, figlio del citato Stefano, nominato dall’autorevole Dragonetti, non è un personaggio di second’ordine. Intelligente funzionario dell’ultimo periodo borbonico quando, allo schiudersi del nuovo secolo, è stato prima assessore della Visita generale per i rei di Stato in una zona turbolenta quale la conca di Sulmona, e poi visitatore economico e capace di rappresentare al segretario d’Azienda Giuseppe Zurlo un quadro quanto mai realistico sulle cause del disordine finanziario ed amministrativo delle Università e della provincia.

Egli si dimostra pienamente partecipe del nuovo spirito d’iniziativa dell’età napoleonica quando, nel 1807, presenta all’intendenza un progetto per istallare una fabbrica di vetro, industria mancante in provincia, chiedendo di essere aiutato a reperire il capitale iniziale di duemila ducati che si impegna a restituire in quattro anni. Non sappiamo se l’iniziativa abbia ottenuto un risultato, certo è che il Mosca rimane nella carriera burocratica divenendo funzionario di Polizia generale ed in tale veste lo troviamo a termine del periodo da noi considerato (1808-1830 ndr.) con l’incarico di ispettore di frontiera a Tagliacozzo, al confine con lo Stato Pontificio[…]”( cfr. Muzi P.:” La presenza borghese nei consigli generale e distrettuali di Abruzzo Ulteriore II (18081830)”, in AA.VV.:” Il Mezzogiorno preunitario. Economia, società, e istituzioni” a cura di A. Massafra, Bari 1988, p. 417. 125) Giuseppe Maria Galanti, nacque il 25 novembre 1743 a Santacroce di Morcone ( odierna Santacroce del Sannio ) da Giambattista e Agata Musaccio. Fu un grande personaggio nel mondo culturale del Regno di Napoli. Fu, infatti, economista, storico, politico, editore ed esponente di spicco dell’illuminismo napoletano. Diede alle stampe, nel 1772, in forma anonima ” Elogio storico del signor abate Antonio Genovesi” e, nel 1774, fu editata la seconda edizione. Nel 1780 pubblicò ” Dello spirito generale della religione cristiana” e, nel medesimo anno pubblicò anche ” Il saggio sulla storia dei Sanniti “.

Nel 1781 diede alle stampe la ” Descrizione dello stato antico ed attuale del contado di Molise”. Nel 1783 pubblicò il ” Saggio sopra l’antica storia dei primi abitatori dell’Italia “. Nel 1786 uscì il primo tomo della ” Nuova descrizione storica e geografica delle Sicilie ” (nonostante che dal 1786 al 1794 uscirono altri 4 volumi l’opera è, tuttora, incompleta) ed, infine, nel 1806, prima di morire, diede alle stampe a Venezia, in forma anonima, i due volumi del ” Testamento forense ” dove apprendiamo: “[…] L’Abruzzo aquilano forse per la metà riceve vita e sussistenza da 50 Roma e dalla Campagna romana. Questo paese di Abruzzo, se è scarsissimo in prodotti seminati, è il più adatto al bestiame ed a diverse manifatture. L’economia stabilita ne’ tempi andati così ne’ tributi diretti che nelle dogane, unita al difetto delle arti, è la cagione potissima delle temporanee emigrazioni. Tali emigrazioni non si osservano nel Teramano, si esercitano di gran numero nell’Aquilano, ed in minor numero nella parte finitima di terra di Lavoro. Nella mia visita generale del 1795, io non mancai d’informarmi dello stato di tali emigrazioni, in quali paesi si fanno, in quale numero, per quali contrade, per quanto tempo, e con quali lucri. In una materia così varia e complicata la mia diligenza è stata ancora frastornata dalla poca attività de’ mezzi e dalla malizia de’ rettori de’ Comuni, che diffidano ordinariamente delle operazioni del governo.

Ma se i rapporti a me fatti in parte infedeli, tutta volta danno un’idea generale dello stato di tali emigrazioni. Ora questi sono i paesi dell’Aquilano donde si fanno le emigrazioni, con avere escluse quelle che si esercitano per le messe, come oggetto poco interessante, sì perchè il tempo dell’emigrazione è circa di un mese, sì perchè è lucrativa senza produrre una effettiva bonificazione dello stato vicino. Pochi individui vanno in Orbitello e nel Fiorentino: il gran numero è per l’Agro romano. In novembre comincia tale l’emigrazione. Partono uomini, donne e fanciulli dopo i dieci anni, e si spandono nelle campagne romane. Si occupano a cavar fossi, alla costruzione delle strade, a zappar vigne, a seminare e nettare grani, a raccorre fieno, a segare legname, a fare carboni e calce. Moltissimi di Amatrice, di Civitareale, di Montereale stazionano perpetuamente in Roma, dove fanno gli osti, i bettolai, i facchini, i cioccolatieri. La maggior parte de’ lavoratori delle campagne viene assoldata da’ così detti <<caporali>>, che prendono in appalto dalla Camera apostolica, da’ principi romani i lavori delle strade, delle tenute, e per loro conto le fanno eseguire. Vi sono i <<caporaletti>> che presiedono a’ lavoratori divisi in drappelli. Sono, i primi, veri incettatori di uomini per un certo tempo. Fanno gran lucri, e non è raro l’abusare della necessità de’ poveri lavoratori. Le anticipazioni aiutano le emigrazioni.

La paga è di 20 a 25 baiocchi al giorno, la quale ordinariamente metà si spende per alimenti, metà rimane per lucro. Ora questo è lo stato che si potè avere colla vsita del 1795 di tali emigrazioni: Alfedena 250/Anversa 150/Arischia 500/Amatrice 2.000/Barete 300/Balzorano 40/Borbona 10/Canisero (Canistro? n.d.r.)/Canzano 50/Coppito 40/Camarda 30/Civitaducale 250/Civitareale 2.000/Campo di Giove 10/Campostosto 250/Capradosso 220/Collelungo 300/Civitella 650/Celano e suo stato 200/Campana 10/Fagnano 120/Fontecchio 20/Filetto 40/Goriano 40/Introdacqua 600/Lecce 120/Leonessa 200/Lucoli 30/Massa 10/Montereale 2.000/Ortona de’ Marsi 30/Ocre 80/Ortucchio 120/Pescina 40/Pescocostanzo 10/Pizzoli 500/Prezza 200/Pettorano 370/Popoli 20/Pentima 30/Posta 60/ Rocca di Mezzo Rocca di Cambio 250/Rocca di Cervo 30/Roccacasale 150/San Demetrio 120/Sant’Eusanio 120/San Benedetto 10/Tagliacozzo e suo stato 100/Scoppito 100/Tussio 40/Vittorito 20/Riducendoli al numeto rotondo di 13.000 a cagione de’ riveli infedeli, aggiungo che tale emigrazioni si esercitano dove per tre, dove per quattro, per sei, sino per otto mesi dell’anno. Si possono nel generale riguardarle per sei mesi dell’anno. I lucri sono relativi e vari, ma si possono calcolare ducati 10 che si porta ognuno alla casa, onde sul numero di 13 mila individui il denaro che costoro fanno entrare nell’aquilano può sicuramente valutarsi ducati 130.000 all’anno senza comprendervi il profitto delle messe che potrebbe valutarsi altri 10 mila ducati.

Con questo denaro principlamente si pagano i pesi fiscali ed i debiti. Le sanguisughe politiche, dette governatori, lasicano i paesi col partire che fanno gli Abruzzesi a novembre, e tornano col ritorno a giugno.[…]Non vi ha dubbio che tali emigrazioni sono utili, e pe’ luoghi montuosi di Abruzzo necessarie. Io ho trovato essere esagerate le malattie, le morti, le espatriazioni che si hanno da altri voluto mettere in prospetto. Solo nelle vicinanze di Fondi ho trovato che le Paludi pontine abbiano comunicato delle febbri di cattiva indole agli abitanti e che prima vi erano sconosciute. In molti paesi de’ mentovati Terra di Lavoro si è abbandonata la coltura de’ poderi per coltivare quello dello Stato romano, e la ragione si è che i proprietari nostri vogliono pagare poco, e nello Stato gli appaldatori pagano meglio. Se tali emigrazioni agli Abruzzesi riescono vantaggiose, sono poi nocive nel rapporto politico e generale del Regno. Abbiamo 17.500 uomini che per cinque mesi dell’anno travagliano a bonificare lo Stato romano, ch’è quanto dire del nostro naturale nemico. Questi uomini ci fanno introitare 180 mila ducati all’anno di ricchezza rappresentativa, mentre la bonificazione del suolo, che va al decuplo e che costituisce la vera ricchezza, resta al di fuori. Lo Stato romano aumenta la ricchezza e di forze con le nostre braccia; e mentre le nostre terre, sopratutto le nostrte spiagge, sono abbandonate e metifiche, quelle della Campagna di Roma diventano sempre più coltivate, produttive e floride.

L’aspetto di Terracina e di Fondi; le Paludi pontine colle campagne di Sessa, di Mondragone, di Patria presentano una sensibile differenza[…]Il supremo magistrato del commercio propose per espediente di confiscare i beni di coloro che espatriavano: e per decoro di questo tribunale sarebbe stato mestieri che non fusse questo espediente registrato tra le nostre prammatiche. Spediente più proprio era quello di erigere delle fabbriche di arti e di manifatture nell’Abruzzo, 51 così abbondante di acqua e di legna, con provvedere al tempo medesimo alla conservazione e riproduzione de’ boschi. Ma questo non basta ad impedire l’emigrazioni e la bonificazione dello Stato vicino. L’emigrazioni disposte dall’imperiosa necessità serbano le stesse leggi delle derrate e del commercio. Bisognerebbe occuparci della bonificazione delle nostre maremme quasi tutte coperte di acque stagnanti, chiamarvi a lavorare gli Abruzzesi e pagare la loro opera come si paga nello Stato della Chiesa[…]” (cfr. G.M. Galanti: ” Testamento forense”, Venezia, 1806, vol. II, pp. 191-198 in Villari R.:” Il Sud nella storia d’Italia”, antologia della questione merdionale, vol. 1°, Editori Laterza, 1966, pp. 32-37. Altri scritti del Nostro quali ” Lettera Filosofica ” e ” Della civile filosofia ” non sono mai stati pubblicati. Per il suo carattere prudente e per la sua fama di riformatore subì l’incomprensione sia da parte dei filofrancesi sia da parte dei filoborbonici. La morte lo colse in Napoli il 6 ottobre 1806 all’età di circa 63 anni.

126) Lo storico Rosario Villari, vista la sua innegabile importanza, così lo riporta nel suo ” II Sud nella storia d’Italia “, vol. I, Universale Laterza UL, Editori Laterza, 1966, pp. 33-35: “[…] Alfedena 250/Anversa 150/Arischia 500/Amatrice 2000/Barete 300/Camarda 30/Civitaducale 250/Campo di Giove 10/Campotosto 250/Balzorano 40/Borbona 10/Canisero(Canistro? ndr) 10/Canzano 50/Coppito 40/Ocre 80/Ortucchio 120/Pescina 40/Pescocostanzo 10/Pizzoli 500/Capradosso 220/Collelungo 300/Civitella 650/Celano e suo Stato ( i paesi che a quell’epoca componevano la contea di Celano erano : Celano, Aielli, Cerchio, Collarmele, S. Iona, S. Potito e Rovere ndr)/Campana 10/Fagnano 120/Fontecchio 20/Filetto 40/Goriano 40/Introdacqua 600/Lecce 120/Leonessa 200/Lucoli 30/Massa 10/Montereale 2000/Ortona à marsi 30/Prezza 200/Pettorano 370/Popoli 20/Pentima 30/Posta 60/Rocca di Mezzo/Rocca di Cambio 250/Rocca di Cervo 30/Roccacasale 150/San Demetrio 120/Sant’Eusanio 120/San Benedetto 10/Tagliacozzo e suo stato 100/Scoppito 100/Tussio 40/Vittorito 30. Riducendoli al numero rotondo di 13.000 a cagione de’ riveli infedeli; aggiungo che tali emigrazioni si esercitano dove per tre dove per quattro, per sei, sino per otto mesi dell’anno. Si possono nel generale riguardarle per sei mesi dell’anno[…]”. 127) Il lago Fucino, ex terzo lago d’Italia, nel 1876, dopo 22 anni di duri lavori, fu completamente prosciugato.

Colossale opera per quei tempi, fortemente voluta dal banchiere e poi principe Alessandro Torlonia ( 1800-1886 ) e realizzata dai valentissimni ingegneri Frantz Major de Montricher, Enrico Samuel de Bermont e Alessandro Brisse che, nel corso degli anni, si avvicendarono nel conseguimento di tale opera. 128) Il comune di Cerchio nel corso del XIX e XX secolo è stato martoriato dai seguenti eventi calamitosi, sismici ed epidemici: 1831, epidemia colerica; 1840 ” Epidemia reumatica inflammatoria e gastrica petecchiale”; febbraio, marzo e aprile 1844 ” Tifo tetanico apopletico”; 30 dicembre 1850: “[…] la disgrazia che si ebbe del forte terremoto avvenuto la mattina del trenta or caduto mese (dicembre 1850 ndr.) ha fatto si che non possa neppure questo fondo prendersi cosa alcuna, poichè ha rovinato quasi tuttte le Chiese di padronato di questo Comune fra le altre la parrocchiale cui la cuppola ha sofferto in più punti ed a bisogno di sollecitato riparo. In quella della Vergine Santissima delle Grazie deve nuovamente ricostruirsi tutta l’intera volta con il tetto la Chiesa del Camposanto con il camposanto istesso[…]” (cfr. Amiconi f.:” Appunti di archeologia op.cit.”. Amiconi F.:” Benedetto D’Amore Storia di medici nella Marsica del XIX secolo “, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 1, Anno I, 1998.Amiconi F.:” Storia di Cerchio dal 1798 al 1851 op.

cit.”); nel 1855 venne proibita, dalle autorità provinciali, la fiera di Cerchio sicuramente per motivi legati alla sanità pubblica ( ADM, D/113/394); il 4 settembre 1863 muore una persona per colera; 1867 Giovan Candido Bianchini morì in Ortucchio nel colera del 1867 ( 19 settembre 1867 “[…] Per essere in Pescina e Celano fulminante colera […]” ); 1868 Sotto le rovine della propria casa muoiono la sera del 19 marzo 1868, alle ore 3 e mezza, sei persone; 30 ottobre 1893 a Cerchio scoppiò, nei mesi di settembre ed ottobre una perniciosa epidemia colerica che durò per 35 giorni; dal 9 al 24 settembre 1911 morirono, a causa di una virulenta epidemia colerica, 10 persone; nel catastrofico terremoto del 13 gennaio 1915, 256 furono le persone che persero la vita; nel 1918, durante l’epidemia della “Spagnola” morirono 10 persone ed, infine, nell’epidemia tifo-paratifoidea protrattasi dal 1941 al 1948 morirono 57 persone. ( cfr. Amiconi F.:” Benedetto D’Amore storia op.cit.”. 129) Archivio Comuinale di Cerchio, ” DELIBERAZIONI/DEL CONSIGLIO/DAL 6 MAGGIO/1877/AL 31 OTTOBRE/1883, f. 1-211, 1-212, 1-213. 52 APPENDICE BIBLIOTECA METROPILTANA ” DE GEMMIS “BARI Manoscritti Galanti, Busta A Relazione Marino Tomasetti, cc. 187-192 ” f. 187r ( al margine destro è riportato, scritto a matita da mano moderna, il numero “187” e, sopra, scritto a inchiostro il numero “165” facente parte dell’antica numerazione e, quasi al centro, da altra mano moderna, scritto a matita,” Abruzzo ” ndr.)

Eccellenza Se tardi riscontro V:[ostra] E:[ccellenza] sulli quesiti, fattimi colla sua venera=/tissima de’ due del Corrente X[decem]bre, provenne dalla necessi=/tà di acquistare qualche lume opportuno a ben rispondere,/trattandosi di Cose sopra le quali poco ero versato, come alie=/ne de’ miei Scopi; ora dunque unicamente per ubbidirla/le rassegno ciocche ho pensato, e spero incontrar compatimen-/to presso la sua innata gentilezza, se ne corrisponderà alla/aspettativa di V:[ostra] E:[ccellenza], e dalla Persona, che lo richiese./Al primo quesito; quanto sia utile, o nociva l’emigrazione temporanea, che gli Abruzzesi fanno nelle Campagne Romane./Rispondo, che tal’emigrazione, attese le rispettive circostan=/ze de’ Luoghi, è totalmente utile, fatta in alcuni dati tem=/pi, e non già nociva; emigrando Soltanto le persone de’ Pae=/si, ne’ quali non possono impiegarsi in lavorare la Campagna,/non essendo dal Regno Coloro, che trovano ad industriarsi nel=/la propria patria: E’ vero, che molti di essi vanno a mo=/rire per le malattie, che contragono; ma ad eccezione di/qualche anno, in cui sono Sorpresi da epidemia, onde ne pe=/risce qualche numero, negli altri appena taluno. Questa po=/vera gente coll’andare nelle (è stato corretto n.d.r.) Campagne Romane a lavorare,/mirava alle proviste, che tengono, il Consumo, che farebbe/la propria bocca, e riporta a Casa il danaro per pagare/i debiti, che fanno, ed i Regj pesi; e se non vi andasse nul=/la lucrarebbe ed inutilmente consumarebbe quel poco, f.

187v ( al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “166” facente parte dell’antica numerazione ndr) che raccolse./Sopra quest’emigrazione per altro dovrebbe badarsi, che non si/facesse in tempi pericolosi, e di aria sospetta, essendo allora/il pericolo delle Malattie è quasi sicuro. Parlo coll’esperienza alla mano. Il territorio di questa Città, come V:[ostra] E:[ccellenza] ha/veduto, è Vastissimo, ed esiggerebbe un popolo più numero=/so per ben coltivarlo, onde niuno emigra nell’Inverno, tro=/vando la Gente ad occuparsi nella patria; Ma allettati dal/guadagno grande, che sogliono fare in pochi giorni, vanno/alcuni a servire all’aje nel battersi i grani, e stanno fuo=/ri circa un mese, partendo dappresso il fine di Giugno, e/tornando Circa i venti di Luglio: Sono rari gli anni, ne’/quali questi pazzi tornino Sani; per lo più vengono malati/e talvolta introducono L’epidemia nella Città; Nel Corso/del male consumano il denaro lucrato, e se non basta fan=/no debiti; Se giungono a superare il Male, rimangono/ostrutti, e di cagionevole Salute, onde poi non invecchiano,/e spesso, spesso soffrono altre malattie.Per quanto siasi parlato contra questa emigrazione, non

è stato possibi=/le il farla dismettere; onde sarebbe necessario, che il Go=/verno la proibisse con vigorose pene: E dovrebbe anche/vietare quelle, che si fanno in altri Paesi in tempi sospetti./Ad evitar questa emigrazione in qualsivoglia tempo sarebbe/desiderabile, che conosciutasi la qualità de’ rispettivi/territorj, s’introducessero nella Coltura quei generi de’/quali detti territorj sono scuscetibili; esserndo cosa veramen=/te Riprensibile, che queste parti non si conoscan’altri/generi, che il grano, e poche specie di legumi, che per semi=/narsi in terreni, non atti per essi, nettampoco danno la Sussi=/stenza col Raccolto. E per introdurre queste nuove 53 colture/sarebbe necessario, che il Sovrano mandasse Persone esperte/a Riconoscere il Clima, ed il terreno per la determinazio=/ne de’ generi da introdursi/Al/ f. 188r ( al margine destro è riportato, scritto ad inchiostro,. il numero “167” facente parte dell’antica numerazione ndr.) Al Secondo, Quali potrebbero essere le Arti da stabilirsi in questa/Provincia, e precisamente ne’ Luoghi, a quali il Cielo nie=/ga i suoi favori per un’estesa Agricoltura. Rispondo, che/questo è un Articolo, che deve regolarsi colli prodotti de’ re=/spettivi Paesi, che sono privi di territorio, atto all’Agricol=/tura.

In alcuni Luoghi vi sono prodotti naturali proprj/per certi lavori, che non furono a questo punto avver=/titi: Onde ritrovandosi in qualche Paese piante capaci/a Lavori, o a fasene estratti, o altr’uso, si dovrebbe in/esse introdurre l’arte, che per tali prodotti può con poca/Spesa avervi il materiale da lavorarsi; Così i lavori si/venderebbero a buon mercato, e perciò ve ne sarebbe esito,/come accade in Preturo, Terra che rimane nella Provin=/cia di Chieti alla radice della Majella, nella quale abbon=/dando il legno atto a far mestole, fusajole, cannelle/da botte, fiaschette, ed altri consimili lavori, vi si trova in=/trodotta l’arte del tornire, e coi lavori, che fanno, non so=/lo tengono commercio colle Provincie, ma benanche colla/Capitale, dove si trasportano in quantità. Se le miniere/di ferro, che per i segni trovati si credono possino essere/nel Monte Arunzo, in Campo di grano, e nelle Montagne/di Lecce, si verificassero, potrebbero dare pane a molti pae=/si convicini, e Levarli dalla necessità di emigrare nello/Stato papale./Non occorre pensare di Stabilire arti ne’ Luoghi, nelli quali/fiorisce l’industria della Pecora, giacchè in questi tutta/la gente necessaria alla pastorizia, ed attualmente vi sta im=/piegata; Onde deve badarsi di porle in quelli, i di cui Natura=/li ricavano la loro sussitenza coll’andare ai lavori dell’Agro Romano. Nelli grandi, e popolati si dovrebbe introdurre/le fabriche grandi di panni, o di altro per impiegarvi tutta la f.

188v ( al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “168” facente parte dell’antica numerazione ndr.) Popolazione; e a mio giudizio sarebbero necesssarie nelle Terre d’/Introdacqua, Pettorano, ed in altre, le persone delle quali van=/no a tagliar le Macchie, dove avendo occasione di trattare/con gente facinorosa, acquistano il mal Costume, e torna=/te in patria, commettono ogni sorta di delitti: E questo a mio/pensare sarebbe L’unico mezzo da tentarsi per toglierle dal/mal’oprare, e restituire la pace alla Provincia. Nei piccoli/poi si potrebbero introdurre arti minori, ed anche quelle/che si esercitano col girare, come di Spazzacamino, Arrotino,/Pettinaro, ed altre Consimili. Quasi tutti i Pettinari sono/dello Stato papale del Contado di Camerino, il di cui territo=/rio è sterilissimo, gli Arrotini, e Spazzacamini vengono del/le parti della Francia, e del Piemonte, col girare unisco=/no denari, e lo portano alle loro Case, questo denaro reste=/rebbe nel Regno, se tali Arti s’introducessero/Al terzo. L’industria delle Vacche, che fiorisce in Rocca di Mezzo, Rivisondoli, e Peschio Costanzo, ed in altre Contrade si proteb=/be diffondere, aprendosi uno scolo abbondante nel Vicino/Stato Pontificio?

Rispondo, che Roma non ha bisogno delle Vitelle del Regno, avendo moltissimi Procoj, che di continuo/danno le Vitelle Moncane, che si producono dalle Vacche Ros-/se, le quali pure danno il butiro, e il Cascio, e le provincie dello/Stato papale, che confinano col Regno, non ne hanno eziandio/bisogno; Stimo per tanto inutile simile tentativo colla mira di/trarne profitto dal d:[ett]o Stato; E resta a vedersi se aumentandosi una tale industria possa sussistere, ed essere utile alla/Provincia./E su questo penso, che difficilmente potrà accrescersi, giacchè fiorisce/ne’ Luoghi soprannominati per esservi il fieno in abbondanza da/poter alimentare le Vacche; Negli altri paesi non è così co=/pioso questo genere, che tutto si consuma dalle Pecore, che non Calano in Puglia, nè alli Regi Stucchi di Atri, o dalle Bestie/grandi addettte all’Agricoltura, e al trafico; e mi pare che/in questo modo il fieno vada meglio ad impiegarsi, e con mag=/gior/ f. 189r ( al margine destro è scritto ad inchiostro il numero “169” facente parte dell’antica numerazionre ndr.) gior utilità.

Oltre di che, non è sperabile, che le Vitelle, e i Casci riuscissero della squisitezza di quelle di Rocca di Mezzo./Per comprendere questa verità, deve sapersi, che nella piazza/di Foggia si distingue in tre specie di lana, cioè di prima Sor=/ta, ed è quella delle Pecore che pascolano le Montagne di/Lucoli; di Seconda, ed è quella delle Pecore della Montagna di Ce=/lano, e di terza, che la danno le Pecore degli altri Luoghi/Essendo stato Curioso di Sapere il Motivo pel quale si face=/va questa distinzione, mi fù risposto provenire dalla qua=/lità de’ pascoli Migliori, che fanno anche produrre miglior /lana¸essendo più fina, e piu perfetta l’erba della Monta=/gna di Lucoli, e in quella di Celano, e 54 questa di Celano Miglio=/re dell’altra delle Montagne, che qui abbiamo. Rocca di/Mezzo si trova situata tra Lucoli, e le Montagne di Celano/e godono perciò ottimi pascoli, dà eccellente Cascio, e pre=/ziosissima Vitella. Ed avrà ( è stato corretto ndr.)

V:[ostra] E:[ccellenza] notato, che non sempre le Vitelle riescono della Stessa bontà, e dallo stesso squi=/sito gusto; tal divario s’incontra quando il Vitellaro in=/vece di uccidere la Vitella nutrita colli pascoli di Rocca/di Mezzo ammazza, quella, che ha comprata in altri/paesi./Per non errare nell’introduzione dell’industria di un genere di Animali, conviene badare ai pascoli, in cui si porteranno./Nel Casino, che questa sua Casa tiene sopra la ripa del Lago/Fucino, vidde V:[ostra] E:[ccellenza], che vi è un’estesa prateria, quando/vi fummo assieme; Si pensò di situarvi le Vacche ad esem-/pio del Marchese Quinzj; ma il Baron D:[on] Filippo Durini/di Chieti, assai prattico di Simili Vacche per la dimora fatta/nelle parti di Milano, e de’ Svizzeri, dissuase per una tale indu=/stria sul motivo, che quelli pria che producevano L’Erba che/egli chiamava quadranella, qui nominata Voglietta, de=/candandola nociva alle Vacche; e diceva il vero; mentre/il fieno che si Raccoglie da essi non fa bene ai Bovi, indebo=/lendoli, e mandandoli a male; ma serve bene per gli Anima=/li da Soma. Durini esortò mettervi le Bufale, e fatti venire/da Roma due esperti di esse lodarono il Sito, ed il pascolo/ f. 189v (al margine sinistro è scritto ad inchiostro il numero “170” facente parte dell’antica numerazione ndr.)

per eccellenti, ma dissero, che era troppo ristretto, e che molto più/ampio si Richiedeva per farvi un piccolo procojo, e che oltre ciò vi/si doveva assegnare altro prato da tagliarsi per fare la provi=/sta del fieno, che bisognava nell’inverno; Fatti i Calcoli si vid=/de, che neppure si profittava colle Bufale, onde quelli prati/continuano a darci il fieno per le bestie da carico e non più si/pensa a Vacche, nè a Bufale./Per tentare di accrescere L’industria di dette Vacche, e palesar/tutto quello, che penso soggiungo, che come sopra ho detto, sa=/rebbe desiderabile, che il Re mandasse a riconoscere i Cli=/mi, e i terreni per vedere se in certi Luoghi si potesse intro=/durre la Coltura di nuovi generi, così anche ne’ montuosi/dovrebbero gli esperti fare le loro osservazioni per vedere se/nelle Valli, ed altri siti di essi Si potessero formare delle prate=/rie, che dassero fieni buoni, e fini, per introdurre in quelle con=/trade L’industria delle Vacche, e delli casci/Al Quarto. Origine, corso, qualità delle acque, e de’ Pesci de’ fiu=/mi della Provincia. Nel rispondere a questa domanda mi/restringo a quelli di questi contorni, che mi sono noti, non/potendo parlare di quelli che non so./Il Fiume Giovenco, che nasce nelle vicinanze della terra di Bi=/segna, e S. Sebastaino, passa per Ortona a Marsi, e per que=/sta Città, e diviso in più rami, ne innaffia la maggior parte/del territorio, e poi va a perdersi nel Lago Fucino.

Le sue ac=/que sono ottime a bere; produce de’ Gambari; produceva buone trotte della specie bainca, ma si dubita, che non ne da=/rà più, giacchè nel fine di Settembre dell’anno Scorso 1792, trovandosi una gran quantità di Calce preparata per certa/fabrica doveva farsi nella Chiesa di S. Sebastiano, la quale Chiesa sta/vicino al fiume, quando venne una dirottissima acqua,/la trasportò tutta nel fiume, ed ammazzò le Trotte, che in/moltissima quantità si Raccolsero morte per le Ripe del fiume,/e si venderono a vilissimo prezzo; e dopo ciò non si sono vedu=/ta/ f. 190r (al margine destro è scritto da mano moderna a matita il numero “190” e, sopra, è scritto ad inchiostro il numero “171” facente parte dell’antica numerazione ndr.) te più, onde con ragione si teme, che se ne sia persa la Razza./Nelli mesi di Maggio, e Giugno vi si pescano i Lattarini, specie/di piccolissimi barbi, che tengono dentro il latte, delicatissimi/a mangiarsi, che vi entrano dal lago Fucino, ma nel mese/di Luglio spariscono, nè più si vedono fino all’està dell’an=/no Seguente./Il Sangro nasce nelle vicinanze di Gioja, passa pel Peschio As=/seroli, Opi, Villetta Barrea, e Castel di Sangro, e prose=/guendo il Corso va a Scaricarsi nel Mare adriatico, vicino/Lanciano.

Le sue acque sono ottime ma se passato Castel di/Sangro conservino la loro bontà, non so dirlo; produce Capi=/toni, e Trotte, che sono della stessa Specie bianca, come quel=/le dell’anzidetto Giovenco./Il Liri nasce nelle vicinanze della Terra di Cappadocia, passa/per Castell’a Fiume, per Capistrello, Civitella, Balsorano, e/Sora proseguendo ad ingrossarsi con altri fiumi, che vi si u=/niscono, finalmente nelle vicinanze di Gaeta s’immerge/nel Mare Mediterraneo. Correndo per la Diocesi de’ Marsi, le/sue acque sono ottime, e produce delle buone trotte; ma nul=/la posso dirne dopo che abbandona detta Diocesi./Il Saldo (sic) nasce vicino la Terra di Verrecchia, e dopo aver corso poco/tratto si sprofonda in una voragine, chiamata L’otro di/Verrecchia , e si vuole che rinasca sopra i Mulini di Ta=/gliacozzo, da dove scorre per Corcumello, per la Scurcola,/ed uscito dalla Diocesi de’ Marsi, prima di arivare a Rieti,/si unisce nelle vicinanze di questa Città al Velino, e siegue/con questo, e col tenere il corso fino al Mediterra=/neo, come appresso dirò; Le sue acque sono poco (è stato corretto ndr.) a bevere, e poco 55 giovare all’Agricoltura per le ripe alte che/tiene. Si vuole che per prima producesse Trotte, ma ora/non le dà più per la pesca, che si fece colla Calce. Dicono,/che passata la Scurcola, dia ne’ mesi està le Rovelle./Il Turano riconosce la sua origine dalle diverse fonti, e fiumicel=/li, che scorgano dalle Montagne, che Sovrastano, e circondano il/ f.

190v (al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “172” facente parte dell’antica numerazione ndr.) piano di Carsoli, che coll’andarsi unendo formano questo Fiume,/che colle vicinanze della Terra di Poggio Ginolfo comincia a chia=/marsi Torano, e continuando il Camino per la Sabina, passa=/ta la Città di Rieti si unisce col sud:[ett]o Velino; al quale, come/si cennò, s’incorpora prima il Saldo; E così uniti detti tre/fiumi vanno a formare la Celebre caduta delle Marmore,/e s’immergono nella Nera, indi nel Tevere, e così pas=/sata Roma si scaricano nel Mare Mediterraneo. Uno/de’ fiumicelli, che formano il Torano è quello, che passa/per Carsoli, che produce Rovelle, barbi, e gamberi. L’al=/tro è quello chiamato Sesara , che passa per Poggio Gi=/nolfo, il quale dà Squari, e Gambari./Nelle vicinanze di Celano scorrono tre fiumi, cioè quello/dalla Valle di S:[anta] Iona, L’altro, che nasce nel giardino/della Corte, detto di Fontegrande , ed il terzo che vie=/ne dalle Foci, e passa sotto i Cappuccini.

Essi non dan=/no pesci e dopo aver corso, ed inaffiato il territorio/di Celano, entrano nel Fucino./Oltre questi fiumi, degni di considerazione, che nascono, e/scorrono per la Diocesi de’ Marsi, Stimo di Recare all’in=/telligenza di V:[ostra] E:[ccellenza], che il Sig:[no]r D:[on] Michele Torcia, noto/Viaggiatore ha publicato in Napoli nel mese passato/il suo Saggio itinerario nazionale pel paese de’ Peli=/gni , nel quale descrive il Corso del Fiume della Foce/di Scanno, spettante alla Diocesi di Solmona, e le am=/mirabili Cascate di esso/conchiudendo nella pagina/123:, che questo fiume potrebbe servire a varie fabriche colle sue Cadute. Sarebbe cosa degna del Sovrano, se/le facesse considerare per vedere, se vi si potessero situa=/re fonderie, ed altre officine, mentre oltre il vantggio/che/ f. 191r (al margine destro è scritto, da mano moderna, a matita il numero ” 191″ e, più a destra, è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “173” facente parte dell’antica numerazione ndr) che ne potrebbe avere il Sovrano colla costruzione delle/Fabriche, si renderebbe la Foce abitata, e non più reste=/rebbe soggetta ad essere infestata da Malviventi, che di continuo vi commettono de’ furti./In mezzo del piano de’ Marsi vi è il celebre Lago Fucino, che si/vuole abbia un circuito di trenta miglia, ora mino=/re, ed ora maggiore, secondo cresce, o decresce, essendo sog=/getto a questa fase.

L’imperador Claudio per minorarlo,/e porlo ad un livello certo, e stabile vi fece formare un/emissario che ne scaricava l’acque nel fiume Liri, oggi/chiamato il Garigliano ; Ma quest’emissario, trovandosi/da più secoli turato, ordinò il nostro Sovrano, che col/ripulirlo si Riaprisse; Ma cominciata una tal opera/ rimase sospesa per altercazioni insorte tra gl’Ingegne=/ri, che regolavano L’opera; e non si sa se nuovamente/verrà ripresa./Questo lago, che dà un considerevole fruttato colle pesche vi/si fanno, è soggetto benchè di rado a turbini, e tifoni,/ma Spesso a tempeste, che mandano a male le pesche,/e gli Ordegni di esse, e tal volta sommergono, o rom=/pono le navi, e fanno perire le Persone, che s’incontra=/vano a stare su delle medesimie./Vi si pesca la tinga, il barbo, la scardafa, o sia la Scardo=/ne, ed in eccedente quantità la Lasca, che qui chiama=/no antico , ed un pescetto piccolissimo, chiamato Spinarola ,/armato al di fuori di piccole pungenti Spine, il quale è di/poco, anzi di pochissimo conto; Vi si prendono ben’anche le Tro=te, che rientrano dal fiume Giovenco, e subito diventano/Salmonate, osiano laguste, che sono di una Squisitezza pa[r]-/ticolare ancorchè piccole, e non ingrassate, mentre aumen=/tano in bontà, ed esquisitezza coll’andar crescendo, capitan=/done/ f. 191v ndr.) (al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “174” facente parte dell’antica numerazione done tal volta di quelle che giungono al peso di 28 , e 30 li=/bre, ma sono rare. Più rari sono i Capitoni.

Mio Padre mi/raccontava che mentre era ragazzo ne fu preso uno, e da/quel tempo, dopo circa 70 anni, ne sono capitati altri quat=/tro, e non più, per quello che a me costa: Detto Capitone è te=/nerissimo, e molto delicato, e dò questo giudizio per aver=/lo mangiato due volte. Si vede dunque, che nel Fucino vi/sono i Capitoni ed intanto non si prendono spesso, perchè/manca l’arte di prenderli, ed anche per la profondità/del Lago, giacchè il Capitone sempre di sua natura/serpe nel fondo, e rare volte viene nella parte Superio=/re dell’acqua, dove per lo più rimangono in aria gli/ordegni delle pesche./Dal detto risulta eziandio, che ad eccezione delle Trotte, e Ca=/pitoni di specie nobili, di altri pesci nominati, 56 che si/pescano nel Fucino, sono dell’ infime razze de’ pesci di/acqua dolce, e che per accrescere di molto la rendita/del Lago, sarebbe necessario introdurvi altre specie di pesci nobili e delicati: Ma niuno si dà il bel pensiere./Il detto Lago produce alcune telline, in tutto simili a quello/che dalla Germania vengono piene di Colori, e taluno/le mangia. Vi sono ancora certe lumache delle quali/non si fa uso./Nell’inverno vi vengono da lontani Paesi Le foliche, le Oche/di diverse Specie, le Anatre di molte specie diverse, i Cor=/vi, le Gavine, ed altri uccelli rari, e tal volta i Cigni. Nelle sue ripe vi capitano moltissimi Uccelli palustri/rari; ma sono i fequenti gli Ajroni, le Cicogne, i Pivieri, le/Paoncelle, le pizzarde, o siano le beccaccine, ed altri/Ecco/ f.

192r (al margine destro è riportato, scritto a matita, da mano moderna il numero “192” e, sopra, riportato, scritto ad inchiostro, il numero “175” facente parte dell’antica numerazione ndr.) Ecco ubbedita V:[ostra] E:[ccellenza], che prego di bel nuovo compatire cioc=/che non è ben pensato, o non ben esposto, e volermi Ono=/rare con altri comandi, alfine possa sempre più conte=/starle, che veramente sono. Di V:[ostra] E:[ccellenza]/Pescina 22 X[decem]bre 1793/ Devotis:[si]mo Serv:[ito]r vero Obl[igatissi]mo/Marino Tomasetti”. 57 BIBLIOTECA METROPOLITANA ” De Gemmis ” Bari Manoscritti Galanti, Busta A Relazione Antonio Mosca, cc. 220-235 12 aprile 1790 “[…] f. 220r ( al margine destro è scritto a matita, da mano moderna, il numero “220” e, sopra, scritto, ad inchiostro, è riportato il numero “81” facente parte dell’antica numerazione e, sotto, scritto a matita, dalla stessa mano moderna, è riportato ” Emigrazione dell’Abruzzo” ndr.) S.[ua] R.[eale] M.[aestà]/Signore/Una forza imperiosa, a cui non posso resistere Senza dimenticare/i Sacri doveri di Cittadino, e di Suddito, mi spinge ad umiliare/questa memoria al Vostro real Trono.

Persuasi che i/nostri Popoli non sono da voi destinati, che ad essere tutti/egualmente felici, io ardisco di svelare alla M.[aestà[ V.[ostra] uno de’/più gravi abusi, che regna nella provincia dell’Aquila/e che vi produce effetti altrettanto funesti, quanto è rice=/vuto Sotto l’apparenza di un bene: io parlo, o Signore/della Emigrazione, che moltissimi abitanti di quella provin-/cia Sogliono fare ogni anno nel vicino Stato della Chiesa./Quanto si oppongono un tal Costume alle sovrane vo-/stre interzioni; quanto Sia in contradizione col zelo, e i/ f. 220v (al margine sinistro è riportato il numero “82”, scritto ad inchiostro facente parte dell’antica numerazione ndr.) lumi, del presente nostro Governo: e come possa darvisi/prontamente riparo, questo è ciò, che io mi sono adoprato/di esporre nella presente brevissima memoria. Se la/M.[aestà] V.[ostra] Si degnerà ascoltare dal Trono queste mie deboli/Voci, ma che son dettate dal più Sincero, e vivo deside-/rio di giovare comunque alla mia Patria, Sarò appi-/eno contento. Io son col più profondo rispetto=Napoli/12 Aprile 1790 = Umil.[issi]mo Fedel.[issi]mo Sud.[di]to Antonio Mosca/Intorno a ventimila Persone Si portano ogni anno dalla/Provincia dell’Aquila nella Campagna Romana, per/impiegarvisi chi alla Coltura de’ Campi, chi all’asciuga-/mento delle Paludi, ma la maggior parte alle costruzio-/ni delle strade. Il tempo della loro dimora nello Stato/Pontificio è ordinariamente dal mese di Novembre insino/a Giugno.

Si crede che tanta povera Gente vada colà/a procacciarsi qualche pane, che una Patria Sterile, ed in=/grata par che loro rifiuti: che il miglior partito che possa/prendere un Contadino Abruzzese per non lasciarsi op/primere dalla miseria, Sia passare di là da Confi-/ni: insomma che il povero Potosi dell’Abruzzo, quello,/che gli Somministra non Solamente la sussistenza,/ma un certo grado di ricchezza, e di commodo, Sia lo/Stato Romano. E’ ignoto chi Sia stato l’Autore di così ricca/Sco-/ f. 221r ( al margine sinistro è riportato il numero “83”, scritto, ad inchiostro facente parte dell’antica numerazione ed il numero “221” scritto a matita da mano moderna ndr.) Scoverta, ma si tiene per certo, che la miniera non abbia/incominciato a vergare dell’oro, che da un mezzo Secolo in/quà. Ecco in due parole la Storia dell’annuale Emigrazio=/ne degli Abruzzi, e tali sono i favorevoli effetti, che li si/ attribuiscono. Ardirò io di far vedere il contrario? Riuscirò/nel Combattere il primo un errore così/profondamente/radicato negli animi di tutta quella Provincia? Questi sono/almeno i miei voti.

Dimostrerò in primo quanto la emigra-/zione notabilmente pregiudichi alla pubblica, e privata/Economia, ed alla universale prosperità della Provin=/cia: e quindi proprio alcuni mezzi i più facili, onde rime-/diare ad un male così funesto, e distruttivo./Io non sono di avviso, che lo Stato Pontificio si abbia a riputare/quel geloso , e nemico vicino, come pure, che alcuni ci/abbian voluti dare ad intendere; che anzi io sostengo,/ che torna estremamente conto al nostro Regno di/mantenere con esso la più Stabile, e più perfetta armo-/nia. E per tralasciare que’ motivi, che una Savia, e mo/derna politica ci detta, è tale la fertilità del nostro/Suolo, che possiamo esercitare collo Stato medesimo un/Commercio Sommamente per noi vantaggioso. Ma che si vo=/glia mandarvi Uomini, invece di derrate, che si crede 58 di/arricchire un Paese Spopolando per la maggior parte dell’/L’anno, e privandolo degl’Istromenti stessi dell’Opulenza./quali/ f. 221v ( al margine sinistro è riportato scritto ad inchiostro il numero “84” facente parte dell’antica numerazione ndr.) quali sono le braccia, essa è una contradizione. E-/conomica, che ove abbia luogo, deve per necessità parto-/rire effetti totalmente contrarj./Non v’hà Scrittore di pubblica Economia, il quale non/raccomandi l’accrescimento, e l’impiego della Popolazio=/ne, come il Sostegno della forza, e della prosperità/di uno Stato.

A questo interessante Scopo Sono State/principalmente direttte le mire politiche de’ più rino-/mati Governi dell’antichità; ed a questo istesso veggon=/si premurosamente ricolote le presenti colle Nazio=/ni di Europa. Ora di un bene Sì grande, ch’è come/il primo Anello della publica felicità, viene appun=/to privata la Provincia dell’Aquila dacchè i suoi/Abitanti corrono per la maggior parte dell’anno ad/abbandonarla; nulla giovando, ch’essi ivi ritornino do-/po un dato tempo, dapoichè la Provincia non cessa/per questo di risentire tutti que’ danni, che la di lor/assenza doveva necessariamente produrvi. Scemandosi/dunque in alcuni Villaggi mancando totalmente la/classe più necessaria allo Stato, in quel tempo che/l’opera del Contadino si rende più preziosa pe’ la-/vori della campagna, l’Agricoltura, e le arti per difet-/to di braccia, e di consumo debbono essere nel massimo/Languore: il traffico pressochè estinto: i bisogni della Socie-/tà/ f. 222r (al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “85” facente parte dell’antica numerazione e, scritto a matita da mano moderna, anche il numero 222″ ndr.) tà mal Soddisfatti, insomma tutto deve annunziare l’avvili-/mento, e la decadenza della Provincia./Nè questa è la Sola memoria, onde l’assenza de’ Contadini Abruz-/zesi facendo un voto nella Provincia viene direttamen-/te a nuocere alla Popolazione, e quindi al ben essere//della medesima.

Siccome essi si conducono nello Stato/Romano molto prima di quella età, in cui l’Uomo/arrendendosi ai dolci Stimoli della Natura va in cer-/ca di una Compagna, giunti poi, che vi sono, una/Donna Romana Sodisfa le loro ricerche ugualmente/che una Donna Abruzzese, e forse la prima viene/a quest’ultima preferita. Quindi il numero de maritag-/gi si diminuisce nella Provincia; e quindi ancora addi=/viene che molti lasciano per sempre la Patria, e vi/rimangono colle loro mogli a domiciliar nello Stato. Ma il Colpo più fatale, che la Emigrazione dà a quella/Provincia si è una morte immatura, che arreca a tan-/ti Suoi Individui. L’aria della campagna Romana/è generalmente infetta, e di una indole tutta diver=/sa da quella più pura, ed elastica de’ nostri Abruzzi./Al che si aggiugne, che molti lavori à quali Sono ad-/detti que’ Contadini, si fanno accanto alle maremme/ed in luoghi paludosi, ove Si respira un Aria Sempre/velenosa e micidiale. Qual meraviglia dunque, che/ f. 222v (al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “86” dell’antica numerazione ndr.) una antecipata vecchiezza, Si legga nel volto de’ Suoi/Abitanti, e che Siano essi tanto lontani da quel grado/di robustezza, a cui la natura del loro Pese li ha/destinati, e che pur troppo a larga mano concede a/que’ pochi Uomini felici che ignorano una Siffatta per-/niciosa industria?

Qual meraviglia che tutto giorno/Si vedano tante Famiglie rimaner desolate, e ridotte ad/un tratto alla miseria, perchè il loro Capo, l’unico loro/sostegno animato da un malinteso interesse n’è rimasto/la Vittima infelice? Quanti umili Cittadini non costa/alla nostra Provincia il solo asciugamento delle Paludi/Pontine? Sono ancora aperte le piaghe profonde, che/ricevè Pizzoli dalla fiera Epidemia del 1783 ,non/da altra causa prodotta, che da una maligna infezione, che i Suoi Cittadini contrassero ne’ lavori delle/Pontine, e che poi Comunicarono a tutto il resto de’/Suoi infelici Abitanti./La Emigrazione togliendo ogni anno alla Provincia/dell’Aquila un numero non indifferente di Uomini, nuo-/ce direttamente alla sua Popolazione, e vi cagiona tutti/que’ divisati mali economici; ella non lascia ancora di pro-/durvi degl’inconvenienti politici e morali. Le leggi deb-/bono essere la norma del Cittadino, dirigendo i suoi passi/alla felicità Sociale, e che appena emanata dal Trono/ f. 223r (al margine destro è scritto a matita da mano moderna il numero “223” e, appresso, il numero “87”, scritto ad inchiostro, facente parte dell’antica numerazione ndr.)

dovrebbero comunicarsi ad ogni classe di Persone per la/di loro esatta osservanza; Le leggi, Specialmente quelle che/non son dirette alla buona amministrazione delle Università/del Regno, ad all’avanzamento della 59 pubblcia/Economia, S’ignorino pressochè interamente da que’/Cittadini infelici, che per un efimero guadagno vengono/a perdere i più nobili vantaggi della Società. Invano/o zelantissimi Ministri del mio Rè; invano meditare/voi i più Savi Piani per condurre alla felicità questo/Regno; invano i vostri utili Stabilimenti sono colla più/gelosa cura indirizzati a ciascuna Comunità: essi re-/stano la maggior parte inosservati. Un Cancelliere/li Seppellisce nell’oblio, ed i Cittadini assenti dalla loro/Patria sono così nella più nociva, e più detestabile/ignoranza di tutto ciò che dovrebbe formare il mas=/simo loro interesse./E’ un effetto di questa generale oscitanza per le cose pubbli-/che, che in que’ Paesi dell’Abruzzo, dove l’Emigrazione/è in uso, l’amor della Patria Si venga a scemar con-/siderabilmente. Io qui non parlo di quella nobile generosa/passione, che conduce il Cittadino, ch’è investito, all’Erois-/mo; L’Artigiano, e l’Agricoltore, non sono capaci di nutrire/in petto un fuoco così puro, e celeste. Parlo di quell’amore/che comunemente si porta alla Sua Patria/ f. 223v (al margine sinistro è scritto ad inchiostro il numero “88” facente parte dell’antica numerazione ndr.)

ch’è Figlio di quella naturale affezione al luogo/che ci vide nascere, e che vien Sostenuto da quell’uti-/le, e da que’ commodi, che i Genitori, e la Patria Stessa/così largamente ci Somministrano. Ma qual attaccamen=/to potranno avere per la Patria que’ Cittadini, che per/due terzi dell’anno, ossia ch’è lo Stesso ripetere, ter-/zi di tutta la loro vita ne staranno lontani?= Che importa a me,sovente io inteso stesso ripetere da qualche-/duno di Loro, che importa a me, Se si ristori o nò il Pon-/te, e la Strada Pubblica, se si accomodi o nò l’acquedotto?/Ne l’aquedotto, nè la Strada publica, nè il Ponte/danno da vivere a me, ed alla mia Famiglia. Che/vantggio ricavo io da così fatti lavori, che neppure/mi posso godere? Sono i lavori di Roma quelli ch u/nicamente mi danno il vero profitto= Ora se Uomi-/ni che pure in mezzo alle civili Società parlano a/questo modo, i barbari, ed il Selvaggi che faran mai? La Patria, lo Stato che Si potranno aspettare da loro?/Ne diasi a credere ad alcuno che molti Paesi degli Abruzzi median=/te una tale industria ritraggono dallo Stato Romano/un annua considerevol Somma di danaro capace di pro=/durre la loro ricchezza. Tuttociò, che in uno Stato si op=/pone all’aumento, ed alla Conservazione degl’ Individui/che/ f. 224r ( al margine destro è scritto a matita, da mano moderna, il numero “224” e, appresso, scritto ad inchiostro il numero “89” facente parte dell’antica numerazione ndr.)

che lo compongono: tutto ciò indebolisce il Commercio,/le arti, l’Agricoltura, vale a dire le Sorgenti stesse o/della opulenza: tuttociò che fa riguardare al Cittadi=/no con occhio indifferente la Patria, deve necessaria-/mente produrre la Miseria, anzichè la prosperità/ dello Stato. Sostenere il contrario Sarebbe lo Stesso, che/dire un assurdo Politico; sarebbe lo Stesso che rovesciare/i più Saldi, ed i più indubitati principj della civile Eco-/nomia. Asteniamoci dunque da credere, che il denaro/Papale faccia l’abbondanza di alcune contrade degli/Abruzzi, e persuadiamoci piuttosto, ch’esso ne sia la vera ruina./Per ragionare col fatto io prendo la mia Patria, ch’è forse quel-/la che più viene adescata ad un così velenoso guada-/gno. Barete situata alle piacevoli, ed amene falde di/un monte rivolta alla più favorevole esposizione del/mezzogiorno, bagnata qua, e là di limpidi ruscelletti,/che Scorrendo pe’ Suoi fertili Campi Sanno dar loro il/più grande valore. Barete che unisce tutti questi/vantaggi della natura ad una Somma attività de’/Suoi Abitanti, deve forse riconoscere il Suo florido Stato/dalla campagna Romana? Perche non conchiudere/con più ragionevolezza che i varj Squisiti prodotti delle/sue/ f. 224v (al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “90” dell’antica numerazione ndr.)

Sue Terre, Specialmente i lini, le frutta, i grani, i suoi Vi-/ni Siano la Sola la vera Cagione della Sua floridezza?/Ah (mi sia pur lecito il dirlo) questo abuso, questo gra-/vissimo abuso, che io ora combatto, è stato forse l’unico/ostacolo, o il più potente almeno, che la mia Patria/non abbia fatto finora quegli avanzamenti, a cui ha/ella il dritto di aspirare in ogni ramo di utile Economia./E’ un dato certo, che ogni nostro Contadino, che và ad impie-/garsi ne’ lavori dello Stato Romano, Suole ordinaria=/mente tirare due Paoli al giorno. Supponendo, che/il Suo lavoro sia p.[er] sei mesi continui (è stato corretto ndr.), la Somma del/Suo guadagno Sarà trenta sei Scudi Romani; da cui se/ne deducono le spese del viagio, e del Suo manteni-/mento per otto (sic) mesi, e resteranno Venti Scudi franchi./Il Caporaletto che presiede a’ lavoratori divisi in drap-/pelli, Se ne affrancherà il doppio. Il Capo finalmen=/te, ossia colui che fa eseguire il lavoro a Suo rischio,/potrà lucrare sino a cinquecento Scudi l’anno. Di/questi ultimi ve ne sono assai pochi nella Provincia:me/diocre è il denaro de’ Secondi: i primi fanno la parte/maggiore. Che il Contadino Abruzzese Sodisfi con questi/venti 60 Scudi a’ pesi Fiscali; che mantenga la Sua Fami-/glia per tutto il corso dell’anno, pagando a contante/quegli Stessi generi, che le sue braccia avrebbero potuto/ f.

225r (al margine destro è scritto a matita, da mano moderna, il numero “225” e, a fianco, è scritto ad inchiostro, il numero “91” facente parte dell’antica numerazione ndr.) con poco Stento ricavare dalla Terra, rimanendo nella Pro-/vincia; e poi mi dicano coloro stessi, che riguardano lo Stato/Papale come una miniera inesausta per l’Abruzzo, Se il Contadino viene ad arricchirsi, o se corra piuttosto/a gravi passi verso la desolante miseria. Ed oh piaces-/se al Cielo, che questa orribile Campagna non seguitasse/que’ Cittadini Sconsigliati! Molti, e molti Villaggi della/nostra Provincia, a quali la sete dell’oro Pontificio ha/persuaso l’abbandono del Patrio Suolo, nelle cui viscere vivamente potevano rinvenire la Sorgente perenne di/una commoda, e felice Sussistenza; non giacerebbero ora/nel più fatale, e più compassionevole avvilimento./Bisogna essere Spettatore di quella massima indolenza che han-/no tali pretesi industrianti per tutto ciò che riguarda la/Coltura, e la migliorazione delle Loro Terre per decidere/sull’istante della lor Sorte. Ritornano forse co=/lato nelle loro borse. Invece di applicarsi, al travaglio,/una serie non interrotta di passatempi, e di dissolutezze/li tiene quasi interamente occupati in tutto quello Spa-/zio di tempo, che passa fra il loro ritorno, e la partenza/per Roma: Di qui la necessità di prendere danaro, e/generi ad usura, e di ricevere finanche da loro Capi/una non picciola antecipazione del presso delle loro/future/ f.

225v ( al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “92” dell’antica numerazione n.d.r.) future fatiche, di quì l’ozio, e la Svogliatezza per la uti-/le occupazione; di qui finalmente la frequenza delle risse/o degli Omicidj e la generale Corruttela del costume./Tanto è Vero che il danaro all’or che non è il frutto di/un discreto, e continuo travaglio, diventa il più potente/veleno, il distruttore il più efficace di ogni Umana felicità!/Per la ragione medesima il lucro de’ Principali Negozianti/delle strade Romane, che come si è detto Supera, quello di tutti gli altri, non potrà mai fare la ricchezza loro, ne quella della Provincia. Tutto l’oro dell’Ame-/rica non è stato capace di arricchire, una delle più/vaste monarchie dell’Europa, e di produrvi que’ favo-/revoli effetti, che la industria de’ suoi Abitatori, il suo/Commercio, le Sue manifatture, e principalmente il/più alto grado di perfezione nell’arte di Coltivare/la Terra han saputo così bene produrre in una Isola/più fortunato pel suo Governo, che per la sua situa/zione. La Storia infelice di tante Famiglie, che la/mia Patria la vedute, ed inalzarsi, e cadere ad un/tempo istesso, è anch’essa la più Sicura garante di que-/sta verità. E se ella al presente conta molti commodi/Cittadini neppure une ve n’ha fra f.

226r costoro, che manten-/ga le sue facoltà col Solo negozio della Campagna/ ( al margine destro è scritto a matita, da mano moderna, il numero “126” e, di seguito, è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “93” facente parte dell’antica numerazione ndr.) Romana, tutti sono felicemente rivolti all’accrescimento/delle loro rendite Territoriali, l’unico, il più Saldo Soste=/gno così della pubblica, come della privata ricchezza/Un altro gravame notabile inconveniente, che la emigrazione/fa pur troppo Sentire in tutti que’ Paesi ove la medesi=/ma Si trova più in esso, è certamente quello di met=/tere il Proprietario ed il Colono nella impossibilità di/poter ben coltivare i loro Podderi, rincarando Soverchia=/mente il prezzo de’ rustici lavori. I più facoltosi fra /quelli Sono costretti a far venire Con sommo di loro di-/Spendio gli operaj Forastieri Spezialmente per la coltu=/ra delle vigne. Al rimanente poi de Pro-/prietarj, ed è/questa la maggior parte per non veder perire sotto de/propri occhi le produzioni de’ Loro Campi, che in ogni/tempo, ed in ogni Stagione invocano il Soccorso dell’Agri-/coltore per poter prosperare, Si contentano di impiega=/re le Donne ne’ lavori più pressanti dell’Agricoltura./Vedere una povera Contadina, nata sola a maneggiar-/la, ed il fuso sottoporrre alle sue deboli membra/alle fatiche più dure della Campagna e far degl’/inutili Sforzi per supplire alle veci del Suo Sconsiglia/to Marito e Si è questo uno Spettacolo ugualmente/compassionevole e raro.

Così i Proprietarj vengono a per/dere/ f-. 226v ( al margine sinistro è riportato scritto ad inchiostro il numero “94” dell’antica numerazione ndr.) 61 dere doppiamente, e col pagare a caro prezzo le/giornate degli Operaj, e col ritrarre dalle loro Terre/mal coltivate un assai tenue profitto./Basterebbe aver dimostrata, che la Emigrazione nuoce/agl’interessi de’ Proprietarj per poter con sicurezza con-/chiudere, ch’ella deve anche pregiudicare a quelli del/Fisco,atteso lo Stretto, ed immediato rapporto, che passa/fra loro. Ma evvi ancora un’altra ragione, onde/quella più direttamente confluisce a cagionare un vuo-/to nelle Reali Finanze. Sicome la industria delle/braccia è la più difficile a calcolarsi , così presso di noi/è Sempre, ed in ogni luogo la stessa. Il Bracciale, che/Lavora nella Campagna Romana tanto paga al Fisco se/guadagna come dieci, e quanto se guadagna come venti, e/per conseguenza il Regio Erario non viene a risentire alc[un]o/diretto vantaggio dell’Sumento del Suo lucro. Non così/avviene a colui, che resta nella Provincia: egli paga al-/lo Stato, non Solamente come Semplice Bracciale, ma/gli paga in ragione del consumo che vi fa in ragione/de’ prodotti, che fa nascere coltivando la Terra in ragio-/ne del traffico interno vhe vi mantiene co’ prodotti mme-/desimi, colle sue manifatture: in ragione di un mag-/gior numero di bestiami ch’egli nutrisce, paga in som-/ma in ragione di tutte quelle varie risorse, che la sua/indu-/ f.

227r (al margine destro è scritto a matita, da mano moderna, il numero “227” e, di seguito, è riportato scritto ad inchiostro, il numero “95” facente parte dell’antica numerazione ndr.) industria Sù procacciarli Questi Sono altrettanti mezzi/che tendono immediatamente all’accrescimento ed insie-/me alla facile distribuzione delle pubbliche Tasse, mezzi/che o in nessun conto, o assai Sommamente possono essere/somministrati da’ quei Cittadini, che rifondono tutta la loro/industria ne’ lavori dello Stato Romano./Se dunque La Emigrazione e diametralmente opposta a/più Sani principi della Politica economica S’ella è di/evidente ostacolo alla Popolazione ed alla pubblica felici=/tà della Provincia; s’ella maggiormente riesce agli Abruz-/zesi con quel lucro apparente, che loro procura; s’ella at-/tacca non solamente la proprietà, ed il commodo de’ Pro-/prietarj, ma impedisce ancora l’avanzamento delle Rea=/li Finanze, come potrà al Cittadino Sensibile riguardar-/la con occhi indifferenti, e non impiegarsi nella ricerca,/de’ mezzi per tenerla quanto più lontana dalla sua/Porta?/Io sono tanto alieno dal prog[…] una legge, che ristesse agli Abruzzesi La Emigrazione, per quantouna[…], e savia/legislazione deve abborrire simili mezzi Così faceva legge/non solamente riuscirebbe inutile per conseguire quel fi=/ne, ch’ella Si dovrebbe proponere, ma ripugna benanche/all’amabile carattere di quell’Augusto Sovrano, che ci/governa Sapendo egli, che l’arte grande è difficile di/regola-/ f.

227v (al margine sinistro è riportato, ad inchiostro, il numero “96” facente parte dell’antica numerazione ndr.) regolare la volontà, e le azioni degli Uomini consiste/principalmente nel manifestare il meno che Si può agli/occhi loro quest’arte medesima; e dice di condurli insensibilmen-/te, e senza ch’oggi se ne veggano allo Scopo prefisso, al/lontando da sè tutti que’ mezzi odiosi, che soverchiamne=/te restringono la libertà de’ Suoi Sudditi. Per secondare a/dunque queste adorabili mire, io altro non farò, che pro-/porre alcuni facili espedienti, che la civile Economia, e/le circostanze attuali di quella Provincia mi Somministrano./Non si potrebbe ideare un mezzo più valevole, e più Sicuro/per richiamare i nostri Abruzzesi dallo Stato Romano di/quello che Sia il presentar loro dovere della Provincia/istessa la opportunità d’impiegarsi, in un lavoro il più a=/nalogo alla loro attività, e assuefazione, anzi quello stes-/so che sceglierà continuamente eseguire nella Campagna/Romana, in meglio dire nella costruzione delle Strade. Non/m’impegno quì a dimostrare quando grandemente in-/fluisce alla universale ubertosità, e floridezza, L’aprire per/ogni dove di ampie, e commode Strade. Ciascuno deve es-/sere persuaso di questa verità, e l’accomodo che si sta/eseguendo delle principali Strade del Regno dimostra/chiaramente la premurosa cura che ne hà il nostro Go/verno. Debbo solamente riflettere che la parte Superiore/dell’Abruzzo ultra, che si estende dall’Aquila fino a/Lio/ f.

228r (al margine destro è scritto a matita da mano moderna il numero “228” e, di seguito, è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “97” facente parte dell’antica numerazione n.d.r.) Lionessa, dove confina collo Stato della Chiesa, è quella/precisametne che per la Sua Situazione in riguardo/allo Stato Sud.[det]to per la pessima qualità delle Strade la/maggior parte impraticabili nel Verno, e per la lonta=/nanza del mare marino piu di ogni altra questo soc-/corso. Egli è vero, che attualmente Si stà travagliando/alla Strada pubblica che passa per quella Provin-/cia, ma la lentezza con cui la medesima si ese=/que ed il piano Stesso onde vien regolata fanno sì,/che la Sudetta parte dell’Abruzzo, non ricevera al=/cun profitto Sensibile da cosi fatto lavoro. Senza/dunque 62 intero mese p[er] il proseguimento della Strada/ che dalla parte inferiore della Provincia, si è inco-/minciata, anzi agevolandone molto il disbrigo, dovreb-/be intraprendersi la costruzione del Ramo che ho divisato A detto oggetto Si avrebbe a permettere, che la/Somma delle tasse, che presentemente per la costruzio-/ne generale delle Strade: Si pagano da tutte quelle/Università che son comprese nella parte indicata/della Provincia dell’Aquila Sino a Lionessa, e per le/quali Siano a passare da premessa strada d’impiegarle/per la Sola costruzione di questo Ramo. L’abbondanza de’/materiali tutti che Servono a tal cezone, e altre si rinvengo-/no/ f. 228v n.d.r.)

(al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “98” facente parte dell’antica numerazione no in que’ Luoghi medesimi in dove hoggi a fare l’acco-/modo L’abilità, e la destrezza Somma con cui Somiglianti/lavori si eseguono, cotidianamente da que’ contandini nello/Stato Romano; ed una premura incredibile, che hanno tut-/te quelle Popolazioni di procurarsi un bene tanto per/esse prezioso, e Stimabile mi fanno con Sicurezza avanza-/re, che quella Strada, non solamente Sarebbe in brevissimo/tempo, e col minor dispendio possibile condotta a fine, ma/verrebbe certamente a sorpassare nella Solidità, e nella/perfezione qualunque altra, che stasi finora eseguita/nel nostro Regno./Con questo semplicissimo espediente gli Abitanti della Parte/Superiore della Provincia, quella che per la vicinanza/dello Stato Romano fanno la più considerabile Emigra-/zione trovandosi impegnati nella Stessa loro Prov.[inci]a ad/una occupazione per essi la più interessante, ed utile insi-/eme, non l’anderanno indubitatamente a cercare altro-/ve, esponendo la loro Salute a mille funesti accidenti./E senza contare gli altri vantaggi, che la loro presenza procurano a domestici affari; un qualche Ramo d’industria, ch’essi utilmente intraprendere in/quel tempo, che dalla Stagione fossero obligati a Starse-/ne in Casa; quelle attenzioni anche piccioli, che contempo-/ra/ f. 229r ( al margine destro è riportato solamente scritto ad inchiostro, il numero “99” facente parte dell’antica numerazione.

La moderna numerazione, scritta a matita in tutti gli altri fogli infatti, in questo, è mancante: il numero “229”, come doveva essere, non è stato apposto. Mentr’invece , tale numerazione, è stata collocata, al foglio successivo e, quindi, di conseguenza, è erronea tutta la numerazione susseguente e, da quanto su esposto, il Nostro documento non finisce a carta 235 bensì a carta 236r n.d.r.) raneamente al travaglio delle Strade. Sono essi in/grado di usare Sopra (è stato corretto n.d.r.) i loro Campi, e tal Governo/de’ loro Bestiami; il prezzo finalmente della loro ope-/ra presso a poco lo stesso, tanto ne’ lavori delle Strade/Papali che in quelle del Regno, saranno motivi più che/sufficienti a far loro abbracciare un impiegno più si/curo più lucroso, e meno incommodo nel proprio Paese, che in uno Straniero./Ma oltre a tutto questo, un altro Segnalato beneficio viene/a considerarsi mediante l’accomodo della Strada sud.[dett]a./Il Corriere che porterà a questa Capitale le lettere/d’Italia, e de Paesi Forastieri, presentemente deve pas-/sare per Roma, e per consequenza è obbligato a fare/un giro assai più lungo, e molto maggiore di quello, che/farebbe Se il medesimo da Spoleto entrasse immedia-/tamente nel nostro Regno per la parte dell’Abruzzo/ultra, e passando per Lionessa, Accumoli, L’Aquila ve=/nisse direttamente a Napoli: Nel primo Caso, cioè da/Spoleto sino a Napoli per la via di Roma, il Corri-/ere sud:[dett]o fa dugento venticinque miglia di Camino, e/nel Secondo da Spoleto a Napoli per la via degli Abruz-/zi/ f.

229v numerazione n.d.r.) ( al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “100” facente parte dell’antica zi non ne farebbe che cento settanta. Ora affinche/da Spoleto fino a questa Capitale potesse corrervi com/modamente la Posta per la Provincia dell’Aquila,/a loro non avrebbe a farsi, che l’accomodo della Stra-/da dell’Aquila sino a Lionessa giacchè quella del=/l’Aquila a Napoli ritrovasi la maggior parte in/ottimo stato, ed al presente se ne sta terminando il/lavoro./Ecco dunque come coll’accomodo della Strada proposta/Si porrebbe ad un tempo istesso rimedio alla Emigra-/zione: aprire una più facile comunicazione collo Stato/Romano per la parte superiore dell’Abruzzo ultra:/animare tutta la Provincia ad un traffico più sicuro,/e più esteso: rendere più Sollecita e più Spedita la/Posta d’Italia, e de’ Paesi esteri, ed arrecare anche per/questo verso un altro Stimabile vantaggio a quella stessa/Provincia, attirandovi tutti que’ Forastieri, che per Terra/si portano a questa Capitale./Non v’hà cosa, che tanto dimostrato il pessimo stato dell’Agricol=/tura in quella Provincia, quanto il vedere le acque che/in abbondanza vi scorrono lasciate in balia a stesse, e gene-/ralmente trascurate per mancanza di aquedotti, e di Canali/ 63 f. 230r (al margine sinistro è scritto a matita da mano moderna il numero “229” e, sopra, è riportato il numero “101” facente parte dell’antica numerazionre n.d.r.)

Se se ne eccettuano ben pochi Villaggi, i quali per altro Sen-/za verun’arte profittano in qualche modo delle acque,/che naturalmente abbondano ne’ loro Poderi, quasi tut-/ta la Provincia è nella massima, e poi supina igno/ranza della vera Economia delle acque per la irrigazione. Questa è la ragione per i Prati naturali non som-/ministrano ordinariamente, che pochissimi fondi; che gli/artificiali vi sono assolutamente Sconosciuti, e che una grande estensione di Paese montagnoso, che potrebbe/impiegarsi per allevare i Boschi, vien destinata a/Somministrare un pascolo assai scarso pel Bestiame. Ma/ciò che merita un attenzione maggiore Si è, che i pic-/cioli Torrenti, i quali si formano nel Verno, e nella pri-/maviera, per l’abbondanza delle pioggie, e delle nevi, che,/struggonsi dalle vicine montagne, vanno per difetto di di-/rezione, e di argini a Spandersi pe’ campi coltivati,ed/a Scaricarsi de’ banchi di sterile arena questi mede-/simi Torrenti unitisi col Fiume Aterno, ed aumentandosi a dismisura Sbloccano tali picciol corso del Fiume, e/cagionano immensi danni alle sottoposte Campagne./Per ovviare dunque a tale inconveniente, e ricavare nel tempo/stesso dalle acque della Provincia il maggior profitto pos-/sibi/ f. 230v ( al margine sinistro è posto il numero “102” facente parte dell’antica numerazione n.d.r.)

Sibile è necessario primieramente che si fissi, e si Slarghi do=/ve faccia duopo l’alveo del Fiume Aterno, rendendolo/capace di ricevere tutte le acque da’ Torrenti, che vi si/uniscono nel Verno, e nella Provincia. Così fatta operazio=/ne non può riuscire che facilissima, e poco dispendiosa, per che le acque che rimangono al Fiume nella State,/Sono in così picciola quantità, che permettono qualunque/lavoro voglia farsi per ampliare, e sistemare il suo alveo./In secondo luogo dovrebbero allacciarsi, e condursi dove/il bisogno delle Popolazioni e della Campagna più lo/richiegga tutte quelle acque che sorgono alle falde de’/Monti, e che al presente vanno interamente a disperder-/si, Senzacchè producano alcuno benche menomo van-/taggio. Or dopo che la Corte si fosse assicurata per/mezzo di un esperto Ingegnere Idraulico della possibi/lità, e facilità insieme delle sue divisate operazioni,/dovrebbe Senz’altro attendere, ordinarsene la esecuzione/a ciascuna Università per quella parte, che a proporzio-/ne del suo territorio le verrebbe a toccare, destinando-/si un’abile persona, la quale dovesse diriggere, e re-/golare il lavoro a norma del piano, che più si stime-/rebbe conveniente per potervi riuscire con sicurezza./ f. 231r ( al margine destro è scritto a matita, da mano moderna, il numero “230” ed, appresso, è riportato il numero “103” facente parte dell’antica numerazione n.d.r.)

Non fù di mestieri che io parli dell’utile grande, ed im-/mediato, che le proposte operazioni Sarebbero indubita/mente per arrecare, essendo, a tutti noto quali preziosi/vantaggi la irrigazione, e la Economica distribuzione/delle acque suole a dovizia produrre in ogni ramo di/Agricoltura. Per accertarsene colla esperienza, e far ser-/vire anche questo mezzo a tener occupata nella Provin-/cia quella gente, che ora va nella Campagna Romana. Dovrebbe farsene un Saggio in alcuno di que’ Paesi,/dove l’Emigrazione fa sentire maggiormente i suoi/pessimi effetti./Quantunque Sembri che la provincia dell’Aquila non possa/mancare di legname così pel fuoco, che per ogni altro/uso Economico, attesa la estensione, e la vicinanza/de’ Suoi Boschi, tuttavia se si rifletta alla poca, anzi/nessuna cura, che di quelli Suol aversi, e dall’altra parte, Si consideri la maniera universale, che si ha/di distruggerli, si conchiudeva di leggieri, ch’è un pro-/digio, come una qualche parte ne sia ancora ri=/masta illesa del furto desolatore del Contadino. Intan-/to quel terreno che prima era occupato dala Selva,/Si è creduto vantaggioso destinarlo alla Semina del grano/ f. 231v numerazione nd.r.)

( al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “104” facente parte dell’antica tutte le Speranze del Colono sono rimaste deluse./La Terra Vegetale che, per la Situazione Montagnosa/ed inclinata al pendio vi si ritrovava in picciola quan-/tità, ed avea bisogno di essere intrattenuta dalle radici della Selva, e rinnovata dalle sue frondi/per somministrare il nutrimento alle Piante, è/venuta poi ad essere facilmente trasportata via/dalle Piogge, ed il Terreno si è isterilito a segno/di farne finanche abbandonar la coltura. Io mi/guardo d’inferire da ciò, che Siesi fatto male/rendere Seminabile una parte delle nostre Mo[n]/tagne, che prima erano tutte boscose, e solamen/te condanno, che ciò facendo non si sono prese/le dovute misure. Il bisogno che ha la Provincia/ha del legname 64 soprattutto pel fuoco, è uguale/forse a quel del grano; quindi non si deve mai te-/mere di aver troppa di Selve; ed il terreno da que-/ste occupato può eccedere presso di noi di quella quan-/tità che dalli Scrittori della Campestre Economia si/richiede nella partizione generale delle Terre./ f. 232r ( al margine destro è scritto, a matita, da mano moderna il numero “231” ed, appresso, è riportato, scritto ad inchiostro, il numero ” 105″ facente parte dell’antica numerazione n.d.r.) Ma se il male non va oltre prima ad inoltranza, si risolva fin da ora a regolare la Economia de’ Boschi in quel-/la Provincia, io crederei, che tutto in pochi anni potesse/rimettersi in paro.

Che dunque ciascuna Università per/mezzo di due Periti i più esperti del Paese faccia ri-/conoscere esattamente tutti i Suoi Boschi, per quindi/venire in cognizione, se quelli stanno in tanta quanti-/tà, che possano essere, o nò Sufficienti, si dovrà pensare ad averne tutta la cura,perche non vengano distrutti, e dan=/neggiati, facendone la ripartizione in modo che nel/mentre una parte del Bosco Si sottopone al taglio/le altre ne siano assolutamente difese e Che se i Bo-/schi vi saranno in picciola quantità, e vi siano nel tem-/po stesso de’ Luoghi adattati, e favorevoli pella pro-/pagazione de’ medesimi in questo caso la Università/adoprerà i più pronti espedienti per allevarne de’ nuo-/vi, e non far passare alcun’anno senza avere pianta/to un certo numero di alberi da legno Secondo che le/ f. 232v ( al margine sinistro è scritto ad inchuiostro il numero “106” facente parte dell’antica numerazione n.d.r.) circostanze, e la sud.[dett]a Popolazione domanderanno./Io mi lusingo che non altrimenti Si potrebbe/arrestare un male tanto pernicioso, e che avan-/zandosi sempreppiù fa temere la Scarsezza del/legname in quella Provincia./Un’altra non meno interessante, che utile occupazione/potrebbesi ritrovare da nostri Abruzzesi nella coltura/del lino, e nelle sue diverse manifatture.

Queste pre-/ziosa pianta, che più di ogni altra dimostra sin do-/ve giunga L’accortezza, ed il talento dell’Uomo nel/mettere a profitto la primitiva e semplice produ=/zione della Natura, combinandole col suo trava-/glio in mille differenti forme, e dotandolo di/quelle vane qualità che gli sono più grate, e più vantaggiose; questa pianta che serve alla Salubrità,/alla nettezza, ed all’abbigliamento insieme del nostro/Corpo, e che a ragione è divenuta nella Società un/oggetto di prima importanza, questa pianta infine/che formando un ramo di commercio il piu interessante/ f. 233r ( al margine destro è scritto a matita, da mano moderna, il numero “232” e, appresso, è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “107” facente parte dell’antica numerazione n.d.r.) Contribuisce grandemente alla ricchezza delle Nazioni, questa utilissima pianta cresce così volentieri,/e come a tal perfezione in quella Provincia, che mal-/grado tanti errori, che si commettono nel prepararla,/e nel tirarne il filo, tutta/volta esso vi giugne a u=/na bontà, ed una bianchezza Sorprendente. Per-/fezionare un ramo d’Industria, che in tutto il Regno/è nella massima negligenza, e che sembra a portata di/quella Provincia. Egli è questo il più grande beneficio, che/possa mai farsele Ma lode a chi regola la sorte di questi/Regni! Il primo passo è già dato verso un così nobile, e glo-/rioso sostegno.

Non ha guari, che il nostro Sovrano conoscendo/opportuna, che da troppo onerosa Sogliono ritardare l’aumento,/e la perfezione di ogni industria, e che questa non viene/animata, ed estesa, se non dall’aura favorevole della li=/bertà, e de’ Premj, comandò egli nel Sup.[re]mo Consiglio delle Sue/Reali Finanze, che i Fili della Provincia dell’Aquila, e qua-/lunque manifattura co’ medesimi eseguita, andassero esenti/da ogni sorta di dazio Doganale, Si all’interno, che nello e=/sterno traffico del Regno, e che si stabilisse un premio a chi si fosse/ f. 233v numerazione n.d.r.) ( al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “108” facente parte dell’antica segnalato o nella Filatura del Filo, o nelle Sue manifatture./A compiere dunque un’opera Sì Vantaggiosa, altro per av=/ventura non resta, che Stabilire nella Città dell’Aquila una/Fabbrica di sale all’uso di Olanda. La spesa che occorre/per tale stabilimento potrebbe farsi dalla Società Patriottica/dal nostro Monarca eretta, e dotata nella Stessa Città, e la/direzione dovrebbe affidarsene ad un membro della Società/medesima. Non è questo il luogo da divisare la maniera/che avrebbe a tenersi nella esecuzione di siffatto stabili=/mento, esso solo ricerca un piano da parte maturamente/esaminato, e discusso.

Ma posso io tacere, che ove la Fab=/brica, che propongo fosse ben diretta per 65 averne i lavori/i più eccellenti, e perfetti, sarebbe un tesoro per quella/Provincia, e rimarrebbe nel tempo istesso tutto il nostro/Regno in istato da non dipendere così vergognosamente/da’ Forestieri in una manifattura di in uso tanto ne/cessario, ed universale?/La coltura del Zafferano,che non ha gran tempo era co-/si estesa nella Provincia dell’Aquila, ch’essa sola le/dava una entrata molto considerevole, quel ricco impiego/non può ella Somministrare a’ nostri Abruzzesi, ora che il/presente Savio Governo ha già fortunatamente rimossi/quelli/ f. 234r ( al margine destro è scritto, a matita, da mano moderna, il numero “233” e, appresso, è riportato il numero “109” facente parte dell’antica numerazione n.d.r.) queli ostacoli, che le opponeva un regolamento malinteso, ed/assurdo? S’incomincia infatti a rianimare in tutti que’ Paesi/della Provincia, dove non erasi ancora dell’in tutto estin=/to; ma il male sussite ancora in moltissimi altri, presso de’/quali la emigrazione è giunta finanche a far dimenticare/una industria, che prima vi era nel suo massimo avanza/mento. Mancano le braccia, e con quella manca la coltura/di una pianta che in questo Regno forma un ramo di/commercio attivo, e che non altrove, che negli Abruzzi Sem=/bra più facilmente prosperare. Ecco un’altra prova in=/contrastabile di que’ gravi danni, che la emigrazione arre-/ca così alla Pubblica, che alla privata prosperità!

Si/cerchi dunque di ricondurre i Contadini Aquilani, alla ve-/ra occupazione per meno di questi espedienti, che ho divisati,/perche essendovi chi coltivi la Campagna, il Zafferano si/vedrà ben tosto rinascere per tutta L’intera Provincia./E crederei certamente que’ limiti, che mi son prefisso in questa,/breve memoria, se tutti volessi percorrere quegli altri mezzi, che possono anche contribuire al conseguimento del proposto Scopo;/e stimo che quelli che finora cennati possano essere Sufficienti, pur=/che una Savia, e prudente condotta si adoperi nel metterla in/pratica, e purche diasi principio dalla costrizione della indica-/ta/ f. 234v numerazione n.d.r.) ( al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “110” facente parte dell’antica ta strada, come quello che presenta il più pronto, e più efficace diversivo per far evitare agli Abruzzesi la Emigrazione./E quanti altri rami di publica Economia non si potrebbero/introdurre, e perfezionare nella nostra Provincia? S’ella/fosse l’infelice Patria de’ gelati Lapponi; se l’astro bene-/fico dell’universo negasse di rispondere Sopra di lei i suoi/fecondati raggi, se la natura tanto liberale con tutto que-/sto Regno si fosse verso di quella di portare qual ingrata/ed austera Madrigna, Sarebbe almeno tollerabile, che u=/na parte de’ suoi abitanti l’abbandonasse come una/Patria crudele, ed avara.

Ma niente di tutto questo/Popoli industriosi, e commercianti l’hanno abitata fin/da’ tempi a noi più remoti: son pur celebri gli orti/Amiterni per aver somministrato alle laute, e voluttuo-/se mense de Romani i cibi più sani, e delicati. Ella offre/anche a’ di nostri adorne, e dilettevoli colline, pianure/pingui, e deliziose, irrigate delle paludi dell’Aterno,/e della Vera. Ogni spezie di grani, e di legumi, i vini, le frut-/te, i formagi vi sono altrettanto più Squisiti, e delicati, quan-/to la natura del Suolo, e dell’atmosfera ci contribuisce mag-/giormente ad elaborare, e rendere perfetti i sughi della vege-/tazione. E se gli appennini la dividono, e la circondano quasi in/tutta/ f. 235r ( al margine destro è scritto a matita, da mano moderna, il numero “234” ed appresso, è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “111” facente parte dell’antica numerazione n.d.r.) tutta la sua estenzione, le danno essi ancora e marmi per/Servire alla solidità, e magnificenza insieme de’ suoi Edifizj,/e legni tanto necessari agli usi, ed a commodi della vita, e Salu-/bri pascoli pel suo numeroso bestiame.

Un aria finalmente/purissima in un clima elevato, ed asciutto nel mentre che lar-/gamente dona a’ Suoi abitanti la Sanità, e la robustezza/del Corpo, li rende nel medesimo tempo Sodi, e penetranti/d’ingegno, e disposti Specialmente ad ogni industria, ed e-/conomica Specualzione./Che se a tutti questi preziosi vantaggi, che la sola la natura som-/ministra a quella Provincia, si aggiunga lo Stimolo, e l’/incoraggiamento universale, che il presente nostro Governo dà/continuamente ad ogni sorta d’industria che possa contribuire/alla opulenza, ed alla felicità Nazionale, qual mostruoso,/e Strano Costume non sembrerà ad un onesto Cittadino l’/attuale Emigrazione? Nè rigori del Verno, nè le nevi che/nella gelida bruma sogliono difendere, e fertilizzare i vostri/Campi, potranno o Contadini Abruzzesi, rendere in alcuno modo/Scusabile la vostra condotta; una dolce Primavera fa ben pre-/sto divenire più gaje, e ridenti le vostre 66 Campagne, ed una fervida State ne conduce i prodotti alla maturità ed alla/perfezione. Scorrere un poco, non già le amene rive della Sen-/na, o dell’Arno, non i vaghi, e nobili Giardini, che fanno Corona al/ f. 235v ( al margine sinistro è riportato, scritto ad inchiostro, il numero “112” facente parte dell’antica numerazione n.d.r.)

Tamigi, non le doviziose Sponde del reno, tutte in un clima meno/felice del nostro, ma scorrita le rigide montagne dell’alpago/e voi vedrete con istupore, che nell’altezza delle pendici, nè/la severità della Stagione trattengano lo Svizzero industre dal/mettere in opera tutte le risorse dell’arte, e costringere la/Terra a dare un largo compenso alle sue assidue fatiche Che/ne massimi rigori stessi del freddo, quando la natura so=/Spendendo il lavorio della vegetazione, Sospende ancora le/operazioni Campestri, non vi resta forse un Campo equalmen=/te vasto, ed esteso, dove applicare con altrettanto vantaggio/il vostro travaglio? Forse molti popoli della Germania/Seppelliti per la maggior parte sotto le Nevi……(sic)/? Ma qual esempio più luminoso, più vivo potrò io ad-/ditarvi di quello che il Saggio, l’Adorabile nostro Sovrano/ha dato a questo Regno, anzi al Mondo tutto? S. Leucio,/posto in su la vetta di un monte; S. Leucio circondato da/folta Solitaria Selva; S. Leucio sotto un Cielo rigido al/pari del vostro, presenta ora mercè le provide cure del/gran Ferdinando la più deliziosa, la più felice contrada/dell’universo. L’Agricoltura quell’antica Nutrice degli Uomi-/ni Sembra avervi stabilita la sua Sede. Le arti, e le manifat-/ture le più preziose vi sono state meravigliosamente accolte, e vi/pren/ f. 236r ( al margine destro è scritto a matita, il numero “235” e, appresso, è riportato, ad inchiostro, il numero “113” facente parte dell’antica numerazione n.d.a.) prendono una professione Sempre maggiore.

I suoi novelli/Abitanti godono pur troppo di quell’aurea Semplicità di costu-/me, che dell’esempio, e delle ammirabili istruzioni del più/umano de’ Rè è stato loro premurosamente istallata. L’a=/more, e la Scambievole corrispondenza è l’anima di q[ue]lla/fortunata Società. In mezzo alla occupazione, ed al trava=/glio sono essi molto lontani da que’ vizi funesti, che non sono/figli, che della infingardagine, e dell’ozio. La Osservan-/za finalmente di poche, ma savie, ed auguste leggi, espres-/se nel più vero Senso dell’umanità, e della ragione, vi/fanno regnare per ogni dove il buon ordine, e la pubblica/tranquillità!/=Possa o miei Concittadini, un raggio solo di/quella bonifica luce, che rispandendosi dal Trono, come del suo/centro sopra la invidiabile Popolazione di S. Leucio, ha operato/la sua più grande felicità penetrare insino a voi, e liberarci/da quella cecità fatale, in cui siete per tutto ciò, che riguar-/da il vostro ben’essere “. 67 Luca Ciotti Agrimensore ( 16??- post 1746 ) Di questo personaggio cerchiese non conosciamo nè la data di nascita nè quella di morte. La prima notizia in nostro possesso che riguarda l’agrimensore Luca Ciotti (1) è tratta dall’atto scritto di proprio pugno il 12 dicembre 1700 riguardante una dichiarazione debitoria fra Francesco martellozzo e la Compagnia della Misericordia (2) di Cerchio. Al momento non sappiamo se, con questo atto, il Nostro iniziò la sua professione e, se così fosse, possiamo congetturare che questi nacque forse alla fine degli anni 70 del Seicento.

Dall’importante manoscritto conservato nell’Archivio della Diocesi dei Marsi in Avezzano, veniamo alla conoscenza della sua perizia nel mondo agrimensorio infatti, il 28 giugno 1705, compilò il ” Catastolo Seù INVENTARIO di S[an]ta Croce Fatto da me Luca Ciotta di Cerchio Agrimensore ” (3). Era figlio del quondam ( una volta ) Domenico quando, il 7 marzo 1707 (4), si unì in matrimonio con Orazia figlia del quondam Giuseppe d’Amore. Il 12 febbraio 1721 in qualità di Massaro (sindaco) dell’Università (comune) di Cerchio depose una importante testimonianza (manoscritta) intorno all’antica diruta chiesa di San Pietro in Flimini (5) facendo insieme col collega massaro Gio:[van]Pietro Cicco la relativa “fede” (6). Nel primo ventennio del XVIII secolo fu molto attivo infatti, il Nostro, fu autore di molti atti ed importanti rilievi topografici eseguiti nel limitrofo comune di Collarmele: Cerchio, Aielli e Collarmele sono i paesi dove maggiormente ha svolto la sua benemerita attività ( al momento non sappiamo se ha svolto l’attività agrimensoria anche in altri centri).

Come già abbiamo riportato questi, durante il suo “massariato” (1720-1721), insieme con il collega Gio:[van] Pietro Cicco, il 16 e 17 maggio 1721, guidò una cinquantina di persone, ognuno con i propri animali ed armati di “pontelli e bastoni”, a pascere e tagliare erba nei terreni rilasciati dalle acque del bizzoso lago Fucino, terreni questi, creduti di spettanza propria dalla baronessa donna Girolama Matucci Tomasetti di Pescina la quale, credendo di essere stata lesa dei propri diritti, immediatamente querelò i creduti abusivi, presso la regia udienza dell’Aquila. Come chiaramente si evince tale eclatante episodio sicuramenrte rappresentò per gli appartenenti delle classi cosiddette subalterne un importante passo verso la loro emancipazione: il risveglio dal lungo torpore degli umilissimi proprietari di prole. Non sappiamo come finì tale burrascoso contenzioso in quanto non sono riuscito a rinvenire documenti utili al nostro discorso: sicuramente ci fu un chiarimento tra le parti contendenti. Il Nostro, dobbiamo arguire, ebbe sempre a cuore, nel corso della sua operosa vita, le sorti dell’umanità sofferente ed in questa ottica ci piace sottolineare che fu certamente felice quando il proprio figlio Giuseppe ( 1724- 1778 ) scelse di servire il proprio Signore (9).

Nel 1729, in ossequio ai dettami voluti dal citato Benedetto XIII, il papa archivista, compilò gli inventari della varie nobili istituzioni ecclesiastiche di Cerchio: 68 ” Inventario dei beni Mobili, suppellettoli, e stabili della Ven.[erabile] Società del S.[antis]S[imo] Sac.[rament]o della T.[er]ra di Cerchio fatto nella Pro.[cu]ra di Cesare Tuccieri, e Clemente Iacobacci di detta T[er]ra” (10), compilato nel 1729, dall’agrimensore Luca Ciotti, anche se non risulta il nome del compilatore, come, così, a lui bisogna attribuire l’ ” Inventario seù annotam.[ent]o di tutti li Beni Mobili, e stabili della Ven.[erabile] Compagnia del S.[antis]S.[i]mo Rosario della terra di Cerchio fatto nel anno 1729 nella Pro[cura], et amministratione del Rev:[erend]o Ca.[onic]o Don Nicola d’Amore ” (11) ( anche qui non appare il nome del redattore ). Possiamo affermare ciò in quanto, nell’Archivio Parrocchiale di Cerchio ( ora conservato nell’Archivio della Diocesi dei Marsi) sono collocati due documenti che recano inequivocabilmente scritto: ” 1729 Inventario de Beni mobili, suppellettoli, e stabili della Ven.[erabile] Com.[pagni]a del S.[antis]S.[i]mo Sacram.[ent]o q[ue[sta di Cerchio, fatto da me Luca Ciotti nella procura di Cesare Tuccieri, e Clemente Iacobacci, ut intus- Primo sbozzo” ( da me pubblicato con il titolo : ” L’inventario della Compagnia del Sacramento di Cerchio nel 1729″, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n.

14, Anno I, 1998) e l’ “Inventario seù an[n]otam.[ent]o di tutti li Beni mobili e stabili della Ven.[erabile] Comp.[agni]a del S.[antis]S.[i]mo Rosario di Cerchio fatto nell’amministratione del Rev:[erend]o Can.[onic]o Don’ Nicola d’Amore da me Luca Ciotti à tal carica eletto in questo corrente Anno 1729. Laus sit semp[er] Deo Beate Virginis Marie Primo Sbozzo” (12) e, siccome i caratteri della scrittura sono identici così come pure degli altri anonimi inventari che qui si riportano: ” Inventario de Beni Mobili, e Stabili, ed altri Suppellettoli diversi della Chiesa Matrice Parrocchiale della T[er]ra di Cerchio fatto nella Pro[cu]ra del Rev.[erend]o D.[on] Bartholomeo Pietro Cicco ” (13); ” Inventario seù Stato in cui si ritrova in Cotesta T.[er]ra il S:[acro] Monte dell’Ospedale di Cerchio ” (14); ” Inventario della Compagnia del Suffragio dell’Anime del Purgatorio ” (15); ” Inventario de Beni Stabili del Rev:[erend]o Capitolo di Cerchio” (16); ci autorizza, senza alcuna tema di smentita che, l’autore dei sopracitati inventari, fu il nostro Luca Ciotti. Chissà se fu pure lui l’anonimo agrimensore che, il 3 febbraio 1720, disegnò la ” Pianta e Veduta dello Stato di Celano ne Marsi/Adì 3 Febraro 1720 (riprodotta in questo lavoro) conservata in Roma nella Biblioteca Vaticana Appostolica?

(17) Dico questo, usando il dovuto punto interrogativo, perchè l’anonimo agrimensore di tutti i 19 centri disegnati facenti parte della Contea di Celano e della Baronia di Pescina, a me sembra, ha messo in risalto con cura, per quanto riguarda il paese di Cerchio, la croce posta all’entrata del paese ( ancora oggi esiste a Cerchio, sicuramente a ricordo di quell’antica croce, il toponimo, nell’attuale topografia cittadina ” Largo della Croce “) e l’intero agglomerato urbano interamente racchiuso da antiche mura. Solo un tecnico locale, come il Nostro, poteva sapere l’esistenza dell’antico castello di Cerchio ( il toponimo è ancora attestato con ” Salita del Castello ” e “Strada del Castello “) e, nel luogo ancora oggi denominato in dialetto ” ‘ngastej’ “, letteralmente in Castello, sono parzialmente visibili, nascosti da una foltissima vegetazione di edera ed erbacce, i ruderi di un antico muro che potrebbero essere i resti di un castello o di una torre quadrata, forse di epoca normanna? Perchè non fare un sagace ed intelligente recupero di questi ruderi molto importanti per la nostra umile storia facendo qualche saggio archeologico? In un documento sincrono della menzionata mappa, la famosa ” Relazione Gallarano ” (1718-1723) (18) categoricamente si afferma: “[…]In detta Terra (Cerchio n.d.r.)

non vi è casa baronale n’è circondata di mura […]” 69 mentr’invece, nella sopramenzionata mappa si vedono, inequivocabilmente riportati, i resti di antiche mura: due torri circolari con un mezzo un muro, formato da blocchi di pietra squadrati rettangolari e, più su, a nord, è riportata una torre quadrata ed un campanile di una antica chiesa : è la chiesa di Santa Maria dell’Annunziata volgarmente detta ” Santa Maria Dendro ” o “Santa Maria dendro le mura” quindi, di conseguenza, le mura esistevano eccome! Come mai questa discordanza fra la minutissima descrizione del Gallarano e la rappresentazione grafica disegnata dall’anonimo agrimensore? Quello che a prima vista può sembrare una discrepanza forse non lo è: il regio tavolario Donato Gallarano impiegò ben 5 anni per descrivere minuziosamente “super facies loci ” tutti i centri della citata Contea di Celano e Baronia di Pescina, mettendo nel dovuto risalto tutte le emergenze architettoniche per fini esclusivametne di valutazione economica. Per il paese di Cerchio, come abbiamo soprariportato, non valuta nulla in quanto ” non vi è casa baronale n’è circondata da mura ” (19). Come mai la citata forte discrepanza?

L’enigma potrebbe essere risolto, secondo me, solo se l’agrimensore nativo del luogo ha voluto rappresentare le due torri, quel pezzo di mura, la croce posta prima del convento degli Agostiniani Scalzi di Roma stanzianti in Cerchio nel convento di Santa Maria delle Grazie di Corbarola (Iattuale palazzo municipale e sede del Museo Civico di Cerchio), tutte e tre le strade principali ( come lo sono tuttora) per l’accesso a Cerchio ed, infine, ha collocato, sembra a bella posta, il paese di Cerchio quasi al centro della mappa? E’ un solo caso? Per dipanare tale quesito e per riconoscere la paternità di tale elaborato grafico, bisognerebbe fare una minuziosa verifica: occorrerebbe una perizia calligrafica. Non sappiamo quanti lavori elaborò il Nostro nè sappiamo in quale luogo affinò la sua “arte”. Immaginiamo che, dopo aver appreso i primi rudimenti scolastici nel proprio luogo natio continuò, come era felice consuetudine, i suoi studi nel vicino seminario di Pescina per poi continuarli in un luogo a noi sconosciuto. Archivio L’ultimo documento in nostro possesso dove figura Luca Ciotti è un ” Rivelo ” conservato nel più volte citato della Diocesi dei Marsi, relativo all’anno 1746: “[…] Rivelo fatto da Luca Ciotti sul monitorio di scomunica fatto pubblicare da Angelo Pantano per determinare il possesso di un granaio nel luogo chiamato il “borgo”[…]”(20). Luca Ciotti doveva rappresentare nella Marsica della prima metà del Settecento un personaggio degno di nota (21).

Note 1) Il primo documento a noi noto dove viene riportato tale casato è quello conservato nell’Archivio della Diocesi dei Marsi in Avezzano, redatto il 17 settembre 1577, dove vengono elencate tutte le chiese curate di Cerchio con i relativi parroci e parrocchiani: “[…]Parrocchianj S.[anc]tj Sylvestrj[…] d[i] colamartino della Cyotta/Her.[edi] d[i] mariano della cyotta[…]” (ADM, C2/52). L’iniziale antico cognome “della cyotta” si trasformerà, nel corso dei secoli in “Ciotta” ed, infine, nell’attuale cognome Ciotti. Nel soprariportato documento del 11 agosto 1705, conservato nel citato fondo archivistico, sappiamo con certezza che il Nostro si firma con il cognome Ciotti ( non sappiamo se questa è la prima volta ) sappiamo invece, come abbiamo riportato che, il 28 giugno 1705 nel citato ” Catastolo seù inventario di S[ant]a Croce” si firma con il cognome ” Ciotta”. E’ l’ultima volta che usa il cognome Ciotta? Sembrerebbe di si: a noi costa che, almeno dal 11 agosto 1705 in poi, userà sempre il cognome Ciotti e, di conseguenza, quindi, il Nostro è il primo (o fra i primi) ad usare il trasformato cognome Ciotti. Ancora oggi, comunque, in vernacolo cerchiese, il clan dei Ciotti viene definito ” Chiss’ d’ Ciotta” cioè “quelli di Ciotta”, del casato dei ” Ciotta “.

70 2) ” Adi 12 X[decem]bre 1700 in Circhio/si dichiara con q.[ue]sta Fran.[cesc]o Martellozzo della T.[er]ra sud.[dett]a d’esser vero,/e Legitimo debitore, e dover dare alla Comp.[agni]a della Misericordia/di d.[ett]a T.[er]ra salme quindeci di grano sconcio, q[ua]le grano l’ha p[reso]/imprestato da d.[ett]a Comp.[agni]a in tempo, et Anno 99 e 1700 che hanno[…]/citata d.[ett]a/Procura esso Franc.[es]co Martellozzo, et Elia Pantano di d.[ett]a/T.[er]ra, e promette il sud.[dett]o Martellozzo restituirlo al med.[esi]mo Elia Pro-/curatore o ad altri successori in pace et in ciò contravenendo/Vuole, e si obliga esser astr.[ett]o realiter, e p[er]sonaliter in forma Cand. e/obligando se stesso, suoi beni p[rese]nti, e futuri, et in fede della verità/ha fatta scrivere la p[resen]te à me infra[scri]tto, simil.[en]te firmata col Segno/di croce di Sua propria Mano, p[re]sente li sottoscritti testy, q[ue]sto di, et [anno]/sud.[dett]o, et in fede/+ Seg.[n]o di croce di propria Mano del sud.[dett]o Martellozzo ill.[ettera]to, q[ua]le s’obbliga/S[ome] 15=00/D.[on] P.[ietro] P.[aolo] d’Amore Testi[mo]nio/Luca Ciotta de ord.[in]e Mano p[ro]p[ri]a”.

3) ADM 4)”[…] Die 7[septima] M.[ensis]s Marty 1707/Lucam filiu[m] q.[uonda]m Dom:[inici] Ciotta, et Oratia filia[m] q.[uonda]m Josephi de Amore T.[er]ra Circuli, unica denunciat.[ion]e p[re]missa, inter misse Parr[occhi]alis solemnia habita sub die 6[sext]a suprad.[ict]i m:[ensi]s aliis om[m]issis ex dispensat.[ion]e Ill.[ustrissi]mi D.[omi]ni Marsor[um] E.[pisco]pi ut apud me constat, nulloq[ue] impedim.[en]to comp.to; Ego Petrus Paulus de Amore Economus eccl.[esi]e Parr[occhi]alis Circuli, solemniter p[er] verba de p.[rese]nti matrimonio coniunxi p.[rese]ntib[us] testib[us]; notis Felice Cipriano, Jacobo Ant.[oni]o Ciotta p[re]dicte T[er]re Circuli ac M[ast]ro Matthia di Berardino T.[er]re Joie, postea eis ex ritu S.[anctae] Matris Ecc[lesi]e in misse celebrat.[ion]e benedixi[…]”. “Liber Matrimonior[um] Terre Circuli 1705″, Archivio Parrocchiale di Cerchio ora conservato in Archivio Diocesi dei Marsi. 5) IL 12 Luglio 1295 undici vescovi riuniti ad Anagni, sotto il pontificato di papa Bonifacio VIII ( 1230/35- 1303), nell’anno primo della sua elezione al soglio pontificio, inviarono una ” Bulla Indulgentiarum ” ( ADM, A3- misura mm.

470×670) alla chiesa di San Pietro in Flimini ( non più esistente) attraverso la quale, ognuno di essi, concedeva quaranta giorni di indulgenza a “[…] chiunque onorerà questa chiesa, con spirito di vera penitenza e vi si confesserà, nella stessa festa del santo al cui nome è stata dedicata, oltre alla festa di Natale, della Pasqua di resurrezione e nelle quattro festività della Beata vergine Maria, e nella domenica delle Palme, che devotamente vi si recheranno, e singolarmente a chi nei giorni di Quaresima non è mai stato nella penitenza sia data la misericordia di Dio, perchè nel rispetto di dette regole, ed intenzionalmente in quei giorni consapevolmente in ciò, vi acceda[…]”. ( cfr. Amiconi F.-Di Domenico M.: Bonifacio VIII e le Bolle delle Indulgenze Abruzzesi L’Aquila 1294- Cerchio 1300″, D’Abruzzo Libri Edizioni Menabò, Centro Stampa Filarete, Roma, 2000, p.95.). Cinque anni dopo, nel 1300, nell’anno del primo giubileo, fortemente voluto da papa Bonifacio VIII, fu inviata, sicuramente con l’ avallo del citato pontefice, un’altra ” Bulla Indulgentiarum” ( ADM, A/4., misura mm. 515×650) alla chiesa di San Bartolomeo ” de Circulo ” (ancora oggi esistente), da 16 vescovi riuniti in Roma. Al momento non riusciamo a comprendere i motivi dell’invio di ben due bolle di indulgenze alla comunità cerchiese: sicuramente fra l’entourage dei Caetani ed i nostri antenati vi doveva essere un ottimo feeling altrimenti come spiegare l’invio delle sopracitate due “bulle” alle sopramenzionate chiese?

Chi o che cosa ha spinto Bonifacio VIII ad elevare agli onori degli altari papa Bonifacio IV (5..?-615) dopo sette secoli dalla morte? E’ un mero caso che questi abbia scelto, dopo essere stato eletto alla carica di pontefice, il nome di Bonifacio? Vi erano forse legami di parentela o altro con il primo papa e santo della Marsica? Chissà. Nel 1997, per dar maggior risalto a tale importante ed eccezionale documento ( l’unico in terra d’Abruzzo che narra del primo giubileo ) l’amministrazione comunale capeggiata dall’allora sindaco Giuseppe Ciotti pensò bene di organizzare la Prima Edizione del corteo storico ” Bulla Indulgentiarum” sia per dar lustro alla Nostra “Bulla” sia perchè il territorio della Diocesi dei Marsi era stato compreso nell’hinterland di Roma per l’allora imminente Giubileo del 2000. Il 24 agosto 1997 infatti, la preziosa pergamena di rilevante valenza storica ( è uno dei pochi documenti sincroni del primo Anno Santo) è ritornata nel luogo dove questa era stata indirizzata. La memorabile giornata della consegna della “Bulla” alla trepidante e commossa comunità cerchiese si è svolta in una gremita piazza Pertini con l’iniziale discorso di benvenuto da parte del parroco del paese don Giovanni Nucci (1943-2013) cui seguì l’intervento del vescovo dei Marsi Monsignor Armando Dini ( vescovo della nostra diocesi dal 1990 al 1999) il quale solennemente consegnò nelle mani del citato sindaco l’importante documento storico.

Questi, accettando di buon grado la momentanea consegna, con acconce e sentite parole ha ringraziato il vescovo e quanti hanno reso possibile la singolare manifestazione commemorativa71 religiosa. << La celebrazione della Bulla- ha detto il primo cittadino di Cerchio- rappresenta oggi un evento di notevole importanza non solo per le vicende legate al Giubileo del 2000, ma soprattutto per una questione di identità della collettività cerchiese>>. <<La Bolla inviata da papa Bonifacio VIII alla chiesa di san Bartolomeo infatti- ha spiegato Ciotti- è la testimonianza più antica dell’esistenza a Cerchio di una società evoluta. Una testimonianza unica nella storia di un paese reso orfano della propria identità culturale da vari terremoti.>> <<Spero- ha concluso il sindaco- che questa manifestazione possa diventare la ricorrenza della nascita dell’ “Universitas Circuli” quale espressione del moderno concetto di municipalità nella società cerchiese[…]”( cfr. Amiconi F.: ” Cerchio/Giubileo: la Bolla/torna in Comune”, Il Messaggero, Avezzano/Sulmona/Mercoledì 27 Agosto 1997). E, quindi, dal 1997 ad oggi, annualmente, si snoda per le strade cittadine, accompagnato dagli sbandieratori e musici dell’Universitas Circuli, dai figuranti in costume d’epoca, dalle confraternite, dai sindaci della Marsica, dalle autorità civili, religiose e militari del nostro territorio, il singolare corteo storico.

Manifestazione questa che non vuole essere soltanto una ulteriore rappresentazione ludico-folcloristica bensì un punto di incontro fra le attuali realtà civico-religiose-economiche della nostra subregione marsicana che, con l’occasione del citato corteo, all’unisono si muovono per il bene dell’intera comunità marsicana: sindaci, amministratori locali, imprenditori ecc., come speciali cavalieri di una ideale tavola rotonda si riuniscono, ogni 24 agosto, per fare il punto sulle varie problematiche che attanagliano la società marsicana agli inizi del terzo millennio per capire e cercare di risolvere, questo è l’augurio, le eventuali crisi psico-socioeconomiche-religiose che, nel corso degli anni, purtroppo, hanno toccato il nostro territorio. Tale sacro edificio purtroppo, nel corso dei secoli, a causa dei numerosi accaduti, è stato più volte ristruttrato. E’ il più antico monumento che si conserva in loco. Dei tempi passati infatti, possiamo ancora ammirare le tre statue in terracotta policroma raffiguranti San Bartolomeo, La Madonna ( Madonna della Misericordia) con il Bambino in braccio benedicente ed infine la statua di Sant’Antonio di Padova ( secc. XV-XVI?) ed anche, della stessa sunnominata epoca, il portale in pietra recante, al centro, il disco solare con il trigramma sanberardiniano : I[ESUS] H[OMINUM] S[ALVATOR]. All’interno della stessa si può anche ammirare l’artistica ” Via Crucis” moderna, opera di valenti artisti abruzzesi e laziali.

Il 28 maggio 1987 infatti, al cospetto del popolo e di Monsignor Pietro Garlato, vescovo di Latina, e Presidente della Pontificia Commissione di Arte Sacra, fu inaugurata l’artistica “Via Crucis”: evento, questo, eccezionale per l’umile storia di Cerchio. Melchiorre A.:” PER LA CHIESA DI CERCHIO: SANCTI BARTOLOMAEI DE CIRCULO/La <<Bulla>> di Papa Bonifacio VIII”, IL TEMPO, Abruzzo/Marsica, 8.4.1983. Amiconi F.: ” Profili di chiese marsicane/S. Bartolomeo in Cerchio “, Messaggero S. Antonio, inserto Marsica Avezzano, 3.11.1986, n. 17, Anno I, n. 7. Amiconi F.:” Importante incontro culturale a cerchio/Per la Chiesa di S. Bartolomeo una artistica << Via Crucis>> dipinta da quattordici pittori”, Il Tempo, Abruzzo/Marsica, 9.5.1987. Amiconi F.:” Domani alla presenza di Mons. Garlato/Sarà inaugurata a Cerchio la artistica <<Via Crucis>>, Il Tempo, Abruzzo/Marsica, 27.5.1987. Amiconi F.:” Solenne inaugurazione a Cerchio dell’artistica nuova “Via Crucis”/Presenti autorità e moltissimi cittadini”, Il Tempo, Abruzzo/Marsica, 30.5.1987. Amiconi F.:” Cerchio: momento magico per l’arte/LA CHIESA DI SAN BARTOLOMEO”, Marsica Domani, 15.5.1987. AA.VV.: CHIESA DI SAN BARTOLOMEO/LA VIA CRUCIS/DI ARTISTI CONTEMPORANEI”, STAMPA FRATELLI PALOMBI ,ROMA s.d. (ma 1987) ( è il catalogo delle opere esposte, come lo sono tuttora, nella chiesa di San Bartolomeo). Amiconi F.: ” Itinerari artististici attraverso la Marsica”, Il Corriere della Marsica, Anno I, 15.6.1996.

Amiconi F.: ” Il turismo culturale marsicano in vista del prossimo Giubileo”, Il Corriere della Marsica, Anno I, n. 5, 10.7.1996. Amiconi F.:” Cerchio/La Bolla delle indulgenze di Bonifacio torna nella Chiesa di San Bartolomeo “, Il Messaggero, Avezzano/Sulmona, 24.7.1997. Amiconi F.:” Cerchio//Primo Giubileo, in mostra la Bolla”, Il Messaggero, Avezzano/Sulmona, 22.8.1997. Amiconi F.:” Cercchio/Primo Giubileo, per la Bolla grande attesa”, Il Messaggero, Avezzano/Sulmona, 23.8.1997. Amiconi F.:” Cerchio/: La Bolla torna in Comune”, Il Messaggero, Avezzano/Sulmona, 27.8.1997. Amiconi F.:” La Bolla di Bonifacio VIII al Museo di Cerchio “, Il Corriere della Marsica, 13.9.1997. Amiconi F.: ” Storia della Chiesa di San Bartolomeo in Cerchio (aq)”, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 8, Anno I, 1998. Amiconi F.-Di Domenico M. :” BONIFACIO VIII E LE/Bolle delle Indulgenze Abruzzesi/ L’AQUILA 1294 – CERCHIO 1300 “, D’ABRUZZO LIBRI EDIZIONI MENABO’, Centro Stampa Filarete, Roma, 2000. Amiconi F.:” CERCHIO E LE SUE “BULLE INDULTENTIARUM”, Marsica Domani, A. XXIV, n. 17/2001, 30.9.2001.

Grazie alla settecentesca “Relazione Gallarano” (1718-1723) abbiamo, fino ad oggi, la prima descrizione di tale sacro edificio: “[…]Poco di sopra la predetta Terra (è Cerchio n.d,r,) vi è un’altra Chiesa di San Bartolomeo, con porta con orna di pietra forte all’antica, squarciata, risaltata con colonnette, con facciata di fabrica e con quattro scalini s’ascende alla Chiesa ad una nave mattonata nel suolo, e coverta a tetto a due penne con arcon in mezzo, e paragostata di legnoo, e due scalini s’ascende al Presbitero con 72 sedili attorno mattonato nel suolo, e covereto con tempiatura a quatrelli in testa si ha l’altare con facciata di stucco, e fondi coloriti con nicchio con figura di rilievo della vergine coll’Eterno Padre sopra, et a fianchi vi sono due nicchi con le Statue di rilievo al natrtuale, vi è pulpito di legno, vi è altra cappelluccia con alcune dipinture de’ Santi, vi è campaniletto con campanello, et in detta Chiesa vi si celebra due volte l’anno per obbligo, il mezzo Agosto, e la seconda feste di Pasqua, et altre volte per divozione, tiene gli apparati, et utensilij, calici ecc., et ha di fondo alcuni terreni, chde li rendono da tre in quattro some di grano l’anno[…]” ( Cfr. Manna G.: “Vertenza Cerchio-Collarmele op.cit.” e, grazie anche, all’inventario del Nostro Luca Ciotti realizzato il 12 gennaio 1729, abbiamo altre notizie degne di nota riguardanti la Nostra chiesa: “[…]Inventario di tutti li terreni, seu stabili, muna colla rendita, e pesi del Canonicato sotto il titolo di S.

Bartolomeo nella T[er]ra di Circhio Diocesi di Marsi, la quale chiesa è posta fuora le mura di d.[et]ta T[er]ra loco d.[ett]o l’Ara, conf.[in]o l’Ara, e la Strada à doi lati, e vi è l’Altare, nel quale Altare vi è in mezzo la Statua della Madonna della Misericordia col figlio in seno di creta cotta indorata, a’ man destra vi è la Statua di S. Bartolomeo anco di creta cotta col manto indorato, et à Man sinistra vi è la Statua di S. Antonio di Padova anco di creta cotta, nella quale Chiesa vi è la Compagnia della Madonna della Misericordia, la quale hà cura di d.[ett]a Chiesa, il quale Canonicato fù trasferito nella Chiesa Matrice, seù Parrocchiale di d.[ett]a T[er]ra di Circhio, et unito con gl’altri Canonici di d.[ett]a Chiesa, qual’unione fù fatta dal q.[uonda]m Monsig:[no+r Matteo Colli Vescovo dei Marsi sotto il giorno 26 del Mese d’Aprile 1589 , col peso et obligo di far l’Eddomada, come gl’altri canonici, cioè dir la Messa all’Aurora per commodo del Popolo, e prestar la servitù à agl’altri Canonici coll’assistenza in Coro canto nelle loro Eddomade, et intervenire à tutte l’altre funzioni Ecclesiastiche[…]” ( ADM, C28/687. Amiconi F.:” Storia delle Chiese e delle Confraternite di una comunità dell’entroterra abruzzese: Cerchio(AQ) attraverso gli inventari conservati nell’Archivio della Diocesi dei Marsi in Avezzano (1728-1729)”, pro manuscripto, 2018. 6) “[…] Uni[ver]sità, e sindici della terra di Cerchio Diocese de Marsi.

Facciamo piena ed indubitata fede, mediante il nostro giuramento da ratificarlo tam in Judicio, quam extrà, quatenùs opus sit, qualmente nel Territorio di detta nostra Università vi è una Chiesa diruta detta S. Pietro Flimini, che possiede intorno ad essa chiesa quantità de Territorj, e li frutti, e rendite di essi si riscuotono per il Beneficio, che possiede l’Em.[inentissim]o dell’Amirandola ( Pico n.d.r.), e poco più distante da detta Chiesa di S. Pietro per la Strada, che sì và in Celano, vi è un’altra Chiesa diruta chiamata S. Gio.[vanni] di Pentima, e confinante ad essa si possiede una grossa Vicenda con altri Territory dal Seminario de Marsi, aggregati in Visita da Vescovi prò tempore e stà situata detta Chiesa frà Aielli, e Cerchio Territorio promiscuo, nè i detti Luoghi nominati vi possiede verun Territorio La badia di S. Benedetto, ne tampoco in questi nostri Contorni, e Terre Convicine vi sono mai Stati Locali, e Territory nominati S-. Benedetto in Oritino, S. Gregorio di Pentima, Santa Maria in Illara ne Monte Aquirano, e Se vi fussero stati, se ne haverebbero Le notitie, e si saprebbero detti nomi, e con detto nostro Territorio vi è quello di S. Benedetto, dove in detto Territorio vi è la Chiesa di detto Santo, et intorno alla medema non vi Si vedono Segni, ò vestigie, che da’ Secoli passati possa arguirsi esservi state habitationi de Religiosi, conforme si osservano Le reliquie, e vestigie di essi in S. Nicola nel Colle Armele et in S. Salvatore di Paterno, S.

Maria delle Foci, nella terra delle Cese,// e se nella T[er]ra di Luco, et altri Luoghi, dove al presente si vedono d’esserci state L’Abbitationi; Onde in fede del vero à richiesta habbiamo fatta la presente Scritta e sottoscritta di nostre proprie mani, e corroborata col Solito, e consueto popolar Sigillo di questa n[ost]ra Uni[vers]ità, e in fede Datum Circuli hac die 12 feb[bruar]y 1721/Io Luca Ciotti Massaro ho scritta la p[rese]nte di mia p[ro]p[ri]a mano, e fò fede, e confirmo come à tergo in fede/Io Gio:[van] Pietro Cicco Massaro fo fede come s.[opr]a/Testor, et fides facio Ego Simplicius Rosatus à C.[e]lano Marsican Dieces[is] Regia, atque Ap[osto]lica auctoritatib[us] nos[tra]s sup[rascrip]tas fidem esse scriptas p[ro]p[ri]a manu sup[rascri]pti Luce Ciotti, et subscriptas pariter eius manu, nec non Joannis Petri Cicco ad presens Massarioru[s] Uni[versi]tatis, Terre Circuli mihi benè cogniti, et munita[s] cu[m] sigillo eius di[cta] Uni[versi]tatis, eosque esse tales, quales se faciunt In quorum fidem reg.s signavi/Idem supra manu p[ro]p[ri]a[…]” (ADM, C24/555. Amiconi F.:” Il Settecento cerchiese op.cit.”. 7) 1 ottobre 1703, convenzione di pagamento tra Menanzio (Venanzio) Ciofani e il procuratore della Compagnia del Suffragio, Angelo Iacobacci. Archivio Parrocchiale di Cerchio ora in Archivio della Diocesi dei Marsi in Avezzano.

” 1705/08/11-09- Documento attraverso il quale i vecchi procuratori del “Monte dell’Ospedale”, Luca Ciotti e Felice Cipriano, informano la Curia del ritardo della Consegna del grano ai nuovi Procuratori poichè il Rev. Domenico Antonio d’Amore trattiene la chiave del granaio- Notizie sull’elezione dei Procuratori da parte dell’Università (cfr. Socciarelli A.M.: “Un contributo alla storia op.cit.”. ” 1706/08/18- Rinuncia formale fatta da Luca Ciotti alla coltivazione di alcuni 73 terreni rivendicati dal Seminario di Pescina” (cfr. Socciarelli A.M.:” Un contributo op.cit.”. ” 1708/03-02/11/2- Documento riguardante la presa in enfiteusi da parte di Luca Ciotti e fratelli di due terreni situati nei pressi della “Cona di Ciofano”: uno del beneficio della chiesa ‘diruta’ di S. Andrea di Cerchio, l’altro del Sacro Monte della PIetà di Celano. Notizie sul bando pubblico e sull’ “accensione della candela” (cfr. Socciarelli A.M.: ” Un contributo alla storia op.cit.”. ” Aielli 31 x[decem]bre 1711/Enfiteusi contro Giacomo/di Mascio di grana trenta no-/ve p[er] ciaschedun’anno p[er] li due/di Novembre d[ocati] 0=39″; “Aielli 1716/Assegnatione di due pezzi/di T[er]ra fatta da Lorenzo Curitto/ e Dom.[eni]ca sua moglie p[er] docati sei/a favore della Com[pagni]a dell’Anime del Purgatorio”, ADM… 8) “[…]58. 1712 gennaio 15-17 13 febbraio 13- Carte riguardanti la concessione in enfiteusi di un vignato e di un prato di proprietà della Compagnia del SS.mo Sacramento in favore di Paolo di Francesco Tagliola,[…]al f.

4 rilievo del terreno con le misurazioni effettuate da Luca Ciotti, agrimensore di Cerchio[…]67- 1714-maggio 20 1716 febbraio 18- Atti per la concessione di un terreno in affitto, avanzata dai procuratori della Compagnia di S. Sebastiano in favore di Giovanni Antonio Mostacci[…]al f. 2: rilievi eseguiti dall’agrimensore Luca Ciotti di Cerchio[…]84, 1720 marzo 11- aprile 18- Atti della causa vertente tra Felice Cipriani, procuratore della Compagnia della Madonna di Piediponte di cerchio ed il canonico Giovanni Maria Antidormi di Collarmele accusato di non aver corrisposto la <<porzione domenicale>> per l’affitto di alcuni terreni, col pretesto di voler procedere alla loro misurazione[…] Ai ff. 7-9: misurazioni e rilievi dell’agrimensore Luca Ciotti di Cerchio[…]101- 1726 giugno 14-26. Carte relative alla misurazione fatta eseguire da Giuseppe Gizzi e Martino Di Legge, procuratori della Compagnia del SS.mo Sacramento e di S. Felicita, all’agrimensore Luca Ciotti di Cerchio, su un terreno in località <<fonte Loreto>>, per determinarne la parte usurpata[…]” (Cfr. Socciarelli A.M.:” Le carte di Collarmele nel fondo D dell’archivio storico Diocesano dei Marsi (16191914)”, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 102, Anno XIII, 2009. 9) Socciarelli A.M.:” Un contributo alla storia op.cit.”. Anni: 1732/05/17, fascicolo 418, Busta 114, categoria Partimonalia, pagine 43.

In questo interessante incartamento, riguardante il patrimonio ed il curriculum del novizio Giuseppe Ciotti, figlio del Nostro Luca ( nato a Cerchio il 5 luglio 1709) apprendiamo una interessante ‘Nota’ riguradante i beni che si trovavano nella loro propria abitazione:”[…] f. 12r (antica numerazione n.d.r.) Nota de Beni mobili diversi, e suo valore che si trovano nella Casa di Luca Ciotti, e tra[scri]tti, q[ua]li sono Trè Bovi, Una Vacca domata, et un giovenco posson’ valere in tutto docati sessanta cinq[u]i D[ocati] 65/Quattro somari, con li suoi Imbasti novi D[ocati] 35/Dieci pecora, e due angelle tutta da copro D[ocati] 11/Due Cupi d’Api nell’Orto, e Capo mandro sistenti D[ocati] 2/Due Animali negri D[ocati] 1-50/tre Vemari d’aratri, e perticara, con tutti suoi Ordegni, due nuovi, et uno usato, due perticare, e due aratri in tutto D[ocati 6/Sei Botti grande, e tre botticelli, da teneer vino con un’altra botticella nova, che Tengono in tutte a misura di sal.[me] novanta cinq[ue] D[ocati] 50/Due arconi grandi da tener grano, e farina nuovi, con la mesa del pane, e tre Arche del Peschio ( è Pescasseroli n.d.r.), e due cascie di noce nove D[ocati] 8/Una Banga grande di noce con du

e tiratore, e due altre piccole parim.[ent]e di noce D[ocati] 3/Una Sancina nuova, colli suoi Stipetti D[ocati] 2/Un’Tavolino di noce, col suo Canderano sop.[r]a par.[iment]e di noce lavorato, e nuovo nuovo D[ocati] 7/Un’ Cascione di noce usato da due salme D[ocati] 2/Diversi ferri minuti, con accette tre, due zappe, e due biodenti in tutto il suo valore D[ocati] 5/Una Cottora, seù Caldara di rame da una salma D[ocati] 10/Tre conche, e tre caldari parim.[en]te di rame D[ocati] 12/Due letti nuovi, et unbo usato D[ocati] 25/Sei coperte di lana due nove, e quattro usate D[ocati] 10/ D[ocati 254-50/f.12v/Sono à tergo D[ocati] 254-50/quattro pari di Lenzuola nuove, e due usate D[ocati] 15/Due para di Lenzuola lavorate, e con preciate D[ocati] 3/Un’ padiglione, seù sparviero di braccia sessanta D[ocati] 6/Un altro sparviero novo, no[n] ancora cuscito di braccia sessanta D[ocati] 6/Quattro mantili, e diverse serviette ascendenti al num.[er]o di braccia venti quattro di Mantili, e serviette venti sei D[ocati] 5 =50/Altro panno nuovo, e pannam.[enti] diversi D[ocati] 10/Due vanche, due pale di ferro, e Trovella, con Verdele D[ocati] 1-60/Altre diverse robbe di casa come sono Capofochi, con

cose di Cucina, Tavole nove di pioppo, e d’olmo, e (sic) D[ocati] 12/in tutto salvo docati D[ocati] 313=60/E più p[er] una posata d’argento, due fiasche di stagno, et otto anelli d’oro D[ocati] 23/Biancherie d’apprezzo nella Cassa di mia moglie D[ocati] 30/Un’ stipone di pioppo usato D[ocati] 3/Una Vaschietta con Le sue vite riduplicate, e naticchie da attorcer L’uva D[ocati] 5/Quattro arcibanchi, con diverse sedie, e specie D[ocati] 3/Una gravina, una zappetta da far la calce & cucchiara, Una ronca nova, ed’altri simili D[ocati] 2/Lana gentile nuova e Vecchia del’an[n]no passato, filata in parte, e da farsi X[deci]ne cinq[u]i e mezze D[ocati] 5-50/Un’ migliaro, e mezzo de matoni seù pianozze nove, e robbe simili n[o]n ancora posti in opera, e travi novi in tutto D[ocati] 9/Braccia trenta di panno di Lana nuovo e braccia 70 di panno di cannapa parim.[ent]e nuovo in 74 tutto D[ocati] 15=40/Robbe commestibili X[deci]ne 12 di salato, e sal.[me] 60 di Vino D[ocati] 409/50/Il campo seminato ne Terreni propry, ed’in atri, che tiene in aff.[itt]o Sal.[me 28 di grano, salme due, e mezze d’orzo, e sal.[me] due di fave da raccogliersi ad’Ag.[ost]o 1733 Sal.[me] 130 in circa in tutto/f.

13r (numerazione anrica nd.r.)/Nota de Beni Rustici, che restano p[er] la Casa di Luca Ciotti/17 T[er]ra in Cannavine Vecchie, cponf.[in]o La Via à due lati, il Convento, e Gioseppe Porcaro C[oppe] 1 p:[ugilli] 15 d[ocati] 1- 7 1/5/20 T[er]ra in Capazzano conf.[in]o L’Ospedale, La Via, e gl’Heredi di Berardo Meo Grosso à due lati C[oppe] 2 – p.[ugilli] 11 d[ocati] 1- 8 4/5/20 T[er]ra in frattucie conf.[in]o Luca Pane Cascio à due lati, il Convento, e la Strada C[oppe] 1 p.[ugilli] 23 d[ocati] 1- 12/5/18 T[er]ra in Migliara conf.[in]o Panfilo Tuccieri, e La Strada a due lati C[oppe] 9 p.[ugilli] 15 d[ocati] 8- 12 4/5/18 E più fù di Gioseppe Varanelli p[er] compra C[oppe] 2 p.[ugilli] 0 d[ocati] 1.17/18 E più fù del Popolo p[er] ripartimento C[oppe] 4 p.[ugilli] 00 d[ocati] 3-12/18 E più fù di Ferdinando Vasques p[er] compra C[oppe] 3 p.[ugilli] 12 1/2 d[ocati] 3 3/18 E più fù del Popolo conf.[in]o Gentile Martellozzo C[oppe] 4 p.[ugilli] 12 1/2 d[ocati] 4 1/28 Vigna alle Fosse rimanente conf.[in]o Stefane d’Amore, e Fabio d’Amore in due partite C[oppe] 13 p.[ugilli] 8 d[ocati] 18.13/28 Vigna in essa che fù p[er] compra da Gio.[van]Batt[ist]a di Gio:[van]Ant.[oni]o d’Amore C[oppe] 2 p.[ugilli] 12 1/2 docati 3.10/19 Viti in essa T[er]ra di S.

Fran.[ces]co di Celano cong.[in]o Gioseppe Meo Grosso, et Andrea d’Amore C[oppe] 4 p.[ugilli] 0 d[ocati] 3-16/18 T[er]ra in Castigliano conf.[in]o esso pro Uxore, e la Strada fù di S.[an]te Cipriano p[er] ducati diece , e Mezzo col patto di ricompra frà due anni C[oppe] 6 p.[ugilli] 0 d[ocati] 5-8/19 T[er]ra in campo dell’Olmo conf.[in]o La cappella di/d.[on] Marc’Antonio Pantano e Gioseppe del Pezzo fù di Lorenzo di Gio:[vanni] Massaro, e sua Madre C[oppe] 2 p.[ugilli] 16 d[ocati] 2 10/14 T[er]ra in Carmennando conf.[in]o il S[antis]S[i]mo Sacramento, Giosepp’Angelucci, et Ant.[oni]o Fasciano fù di Berard.[i]na di Gio:[vanni] Massaro C[oppe] 3 p.[ugilli] o d[ocati] 2-2/16 T[er]ra in Fonte Caruso conf.[in]o Ercole Pantano, le Monache di Piscina, e Gioseppe del Pezzo furono le trè ultime della sud.[etta] Berard.[i]na col patto redimendi p[er] ducati dodici C[oppe] 3 p.[ugilli] 13 d[ocati] 2.16 1/5/18 T[er]ra in Ripoli conf.[in]o esso Luca p[er] donatione Gio.[van]Ant.[oni]o Tuccieri, e La Madonna di Piede Ponte C[oppe] 4 p.[ugilli] 10 d[ocati] 4/Casa in Borgo di Membri sei conf.[in]o Felice Cipriano, la Via, Il Convento, ed Elia Pantano ex d[ocati] 3/Casalino in Borgo conf.[in]o esso p[er] Casa, e felice Cipriano, e la Via ex d[ocati] 0.10/f.

13v/ Beni di d.[ett]o luca Ciotti provenienti da Oratia Moglie in Catasto di Cerchio/18 T[er]ra in Castilgiano conf.[in]o esso p[er] compra, il S[antis]S[i]mo d’Ortucchio, e la Via C[oppe] 7 – 0 d[ocati] 6-6/10 T[er]ra in Valle di Majano conf.[in]o esso Med.[e]mo, Cesare Tuccieri, e Gio.[vanni] d’Amore C[oppe] 4- d[ocati] 2/10 T[er]ra in Capo di Ripoli, seù S. Silvestro Conf.[in]o Stefane Col’Ant.[oni]o, Ant.[oni]o Maccallini, e li Maceroni C[oppe] 4 d[ocati] 2/Casa sopra Pesole alla Fointe conf.[in]o Clemente Iacobacci, e Gio:[van]pietro d’Amore ex 0 0 d[ocati] 0-10/E più Viti in Ozzano in T[er]ra di S. Andrea C[oppe] 1- 12 1/2 d[ocati] 1-6 (è stato corretto nd.r.) 1/2/E più la Vigna lasciata alle Fosse, e non post’à Patrimonio C[oppe] 1-d[ocati] 3/Beni in Catasto d’Aielli/4 T[er]ra in Ceturo conf.[in]o il Lemite, la Via vecchia, e li Masciarelli C[oppe] 5- 0 d[ocati] 1/15 T[er]ra in Ripoli, seu via deritta conf.[in]o Gio:[van]Batt[ist]a Polla, S.

Silvestro, e la Via fù d’Anna Palozzo p[er] compra C[oppe] 2 p.[ugilli] 0 d[ocati] 1-10/11 T[er]ra in Ceturo, conf.[in]o Fulgentio d’Amore, Clemente Iacobacci pro Uxore, Martino di Legge, et altri ut in Catasto del’ Colle ist.[romento] pro uxore C[oppe] 3 p.[ugilli] o d[ocati] 1-13/In Catasto Gentilesco à carte due/20 T[er]ra ,min Campoli conf.[in]o esso p[er] Stalle e la Via vicinale à 2 lati, e Ranalletta C[oppe] 0 p.[ugilli] 22 3/8 d[ocati] 0-17 5/5(?)/Stalle due con Pagliari ibide[m] da cielo à T[er]ra conf.[in]o La Via, e li Iacobacci ex (sic) la/casa seù Granaro con lamia Ibide[m], conf.[in]o esso e la Via a due lati ex (sic)/18 T[er]ra in Piedi di Rovella conf.[in]o D.[on] Bartolomeo Pietro Cicco, et il Vallone di Rovella C[oppe] 1 p.[ugilli] 19 d[ocati] 0 14 2/5/f. 14r ( antica numerazione n.d.r.)/18 T[er]ra in Colle di Cerrino conf.[in]o Li Tomassetti, e Gioseppe del Pezzo C[oppe] o p:[ugilli] 20 1/2 d[ocati] 0 6 1/2/16 T[er]ra à S. Anastasia conf.[in]o La Strada à 2 lati, e Tomasso Tuccieri, fù di Gio:[van]Ant.[oni]o Pantano C[oppe] 4 p.[ugilli] 5 d[ocati] 3.

7 1/5/23 Prato in Villa Maina conf.[in]o Fulgentio d’Amore, li Mattucci, e la Via C[oppe] 2 p.[ugilli] 2 d[ocati] 27 3/5/Io Tomasso Tuccieri ho stimato et apprezzato, come Sopra mane propria/Io Marco Ciofano ho stimato, et apprezzato come s[opr]a/Io Felice Cipriano ho stimato et apprezzato Come Sopra/Io Felice Tuccieri ho apprezzato, e stimato come sopra mano propria/Attesto, e fò fede io sottoscritto Arciprete della Chiesa par[rocchia]le di Cerchio Deleg.[at]o haver publicato de verbo ad verbu[m] tutti li beni assegnati, e donati pèer] Titolo di Patrimonio al Chierico Gioseppe figlio di Luca Ciotti della T[er]ra di Cerchio, secondo l’istruzzioni di Monsig.[no]r Ill:[ustrissi]mo, e Rev.[erendissi]mo Vescovo de Marsi in trè giorni festivi, frà li solenni della Messa par[rocchi]ale, alla p[rese]nza del Popolo, una colla stima, seù apprezzo fatto in mia presenza dalle quattro p[er]sone da me elette pèer] le più perite, e di buoni costumi; Come pur’attesto, che la nota di detti Beni, unitam.[ent]e colla stima, ed apprezzo è stat’affissata da Edoardo D’Amicis 75 Sacristano di d.[ett]a Par[rocchi]ale di mmio ordine nella Porta della med.[esi]ma dov’è stata p[er] spazio di 28 giorni, Quali Beni soni di valore dcuati 393, e grana 53 2/3, e possono rendere annuatim di frutto ducati 34 e grana 35, secondo hanno deposto concordem.[en]te li sud.[etti] Periti, dal che n[o]n è risultato niun Can.[oni]co impedim.[en]to Onde p[er] la verità hò scritto, e sottoscritto il p[rese]nte attestato, e fede di prop[ri]o Carattere.

In Cerchio q[ues]to dì 17 Maggio 1733 /Io d:[on] Pietropaolo Arciprete d’Amore attesto, e fò fede come sopra Liborio Cimini Attuario[…]”. Amiconi F.:” Storia delle Chiese e delle Confraternite op.cit.”. 10) ADM, C28/680. 11) ADM, C28/681. 12) Archivio Parrocchiale di Cerchio ora in ADM. 13) ADM, C28/688. 14) ADM, C28/683. 15) ADM, C28/679. 16) ADM, C28/678. 17) Archivio Barberini, II, 1944 a. 18) Il “pezzo” riguardante Cerchio è riportato in Manna G.:” Vertenza Cerchio-Collarmele- Parere Gennaro Manna” Aquila tipografia Sociale di A. Eliseo, 1894, p. CXXII. Vedi anche in Amiconi F.:” Storia di Cerchio nella settecentesca relazione del regio tavolario Donato Gallarano (1718-1723)”, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 10, Anno I, 1998.

19) Dobbiamo supporre però che resti vistosi dovevano esistere se, a distanza di circa 150 anni, il medico-scienziato nonchè storico e sindaco Benedetto D’Amore (1807-1898) nella sua ” Raccolta de’ portenti e miracoli fatti dalla Madonna delle Grazie la di cui sacra immagine si venera nella Terra di Cerchio compilata a sua devozione da Benedetto D’Amore”, ( Aquila, tipografia Grossi, 1855 ) così riportava alle pagine 3 e 4: “[…]nel fatto l’additano gli avanzi di forti e largi muri che circolarmente dal detto Colle girano nella parte così detta dietro i Fossi, a’ quali corrispondono le mura esteriori, anche doppie nelle loro fondamenta delle abitazioni antichissime dei Giannini, dei Ciofani, dell’antica Chiesa Matrice sotto il titolo dell’Annunziata, dell’Orto Cimini ecc., e vi è tradizione che dentro il creduto Circo esisteva una Torre per la quale ivi//è rimasto il nome di castello, confirmato dall’esistenza, a piè di detto Colle di due porte antiche, in punti opposti, dell’ordine gotico, e forse costruite nell’invasione di questi Barbari. In una di esse, e precisamente in quella che ora resta quasi nel mezzo del paese, si scorge, superiormente aggiunta, una lapide coll’emblema della famiglia Colonna, signore una volta della Contea di Celano, al qual feudo questo paese sottoposto è stato fino alla legge eversiva del 1806[…]” ( Amiconi F.: ” Storia della Madonna delle Grazie di Cerchio Attraverso documenti editi ed inediti”, Edizioni Kirke, Cerchio-Avezzano, 2018, pp. 38-39).

Nell’altra porta invece, secondo quanto riporta l’archivista nonchè storico aquilano Teodoro Bonanni, nel 1882, nel suo ” I catasti antichi delle Università della Provincia del Secondo Abruzzo Ulteriore immessi nell’Archivio Provinciale”, Aquila Stab. Tip. Grossi in ” Stemmi e catasti antichi della Università della Provincia del Secondo Abruzzo Ulteriore” , ristampato dalla SEAB s.r.l., litografia F.A.R.A.P., S. Gio. in Persiceto, Bologna, 1977, p.35: “[…]vi era un altro stemma rappresentante uno scudo con una fascia obliqua[…]”: è lo stemma della potentissima famiglia dei Berardi, conti della Marsica simile, per intenderci, allo stemma in pietra collocato nell’architrave della finestra della torre del limitrofo paese di Aielli recante la seguente epigrafe: ” I[N]. N[OMINE].A[MEN].A[NNO].D[OMINI].M.CCCL.VI.ROGERIUS C[OMES] C[ELANI] F[IERI]F[ECIT]HO[C] OP[US]”. Nel 1869, lo storico nonchè canonico-teologo della Diocesi dei Marsi, Andrea Di Pietro (1806-1874) così riportava nelle sue ” Agglomerazioni delle popolazioni attuali della Diocesi dei Marsi”, Avezzano, Tipografia di Vincenzo Magagnini, 1869, p. 60: “[…]7°. Il paese in questi ultimi tempi ha edificato fuori il recinto delle sue mura un tempio elegante dedicato ai Santi martiri Giovanni e Paolo[…]”.

Quattro anni prima del citato Di Pietro, nello “Stato delle 76 Anime” del 1864 compilato dal futuro arciprete di Cerchio don Beniamino Pietroiusti (1818-1908) apprendiamo, tra le altre cose, interessanti toponimi quali “Via di mezzo fino alla Porta di Piazza” (vi erano 13 famiglie); “Castello” (vi erano 42 famiglie) e “Via dell’Arco di Piazza” (vi erano 12 famiglie). ( Amiconi F.: ” Demografia Marsicana nel XIX secolo- Cerchio (AQ)”, Museo Civico di Cerchio, Quaderno n. 49, Anno III,2000). Il citato arco fu abbattuto in seguito ai provvedimenti presi, con apposita deliberazione di Consiglio Comunale di Cerchio del 30 aprile 1883:”[…]Il Presidente ( è il sindaco Venanzio d’Amore-Fracassi il Giovane [1854-1940] n.d.r.) ha esposto al Consiglio che nella strada principale interna, Via regina Margherita, e precisamente presso la casa del Signor Francesco Tucceri fu Angelo (abbattuta sicuramente a causa del catastrofico sisma del 13.1.1915 e confinante con l’allora abitazione di Angelo Carusone [ora di proprietà di Giacomo Croce], esiste ancora un muro semidiruto detto arco di piazza, il quale è d’ingombro alla strada e di pericolo ai passanti. Propone quindi di deliberare l’abbattimento trovandosi la proposta da oltre ventiquattro ore all’ordine del giorno.

Il Consiglio ritenuto la convenienza di abbattere l’inutile muro suddetto ad unanimità Delibera: che a cura dell’Amministrazione comunale sia fatta eseguire la demolizione, ed incarica la Giunta disporre di quanto occorre per la medesima[…]”( Archivio Comunale di Cerchio, ” DELIBERAZIONI/DEL CONSIGLIO/MUNICIPALE/1/dal 6 MAGGIO/1887/AL 31 OTTOBRE 1883) e, con la deliberazione del 25 ottobre 1887 ulteriormente apprendiamo: “[…]che essendo stato demolito l’arco detto di piazza, e trovandosi la strada Regina Margherita presso il medesimo ingombro di terra e di inutile materiale è stato necessario pulirla e sistemarla, essendo tal provvedimento reclamato non solo dal Comodo dei Cittadini, che debbono in qualche punto passare, ma anche dalla igiene pubblica, permanentemente offesa dalle metifiche esalazioni, che da quel cumulo d’immondo materiale esalavano[…]” e, nella stessa seduta consiliare, fu anche constatato:”[…]che la strada interna dalla Trinità all’arco di via Belvedere era divenuta intransitabile pel pessimo stato in cui era ridotto, e per le materie putride sulla stessa accumulate[…]”(Archivio Comunale di Cerchio ” DELIBERAZIONI/DEL CONSIGLIO/MUNICIPALE/2/DAL 21 DICEMBRE/1883/AL 12 GENNAIO/1889). Dobbiamo arguire che anche per quest’arco fu adottato analogo provvedimento.

Nei pressi del soprariportato arco di piazza venivano banditi i pubblici atti come, per esempio, quello relativo ai capitoli della raccolta dello zafferano emanati da ” Jo[ann]i de Bat[stis]ta de Antonellis Regio Dohanero/della Dohana della Città dell’Aquila, et Com-/missario spetialm.[en]te deputato all’infrascritte cose[…]” il 16 settembre 1569 e banditi a Cerchio il successivo 4 ottobre 1569: “[…]Adì 4 di ott[obr]e 69[…]fu bandito in Circhi in la piazza solita ava[n]te la porta in p[rese]ntia di/Terre[n]tio de petri de Ciccho, lorito d’Amore, Cipriano de Varanello/Jo:[van]ber.[ardi]no de Micuti tutti di d.[et]ta terra, et Notar Gio:[vanni] Cayo di/Magliano, et Cola petruccio d’Amore Massaro[…]dal publico trombetta Fabrizio Palla di Leonessa[…]” (Archivio di Stato dell’Aquila, A.C.A., U9/1, cc. 121). Nel passato secolo la maestra elementare Tecla Vecchietti in Tucceri Cimini (1886-1964) nel suo agile volume ” Cerchio notizie storiche e leggendarie” ( Arti Grafiche Sezzatini, Roma, 1947, p. 5) riportava:”[…]Prima dell’ultimo terremoto che distrusse parecchi paesi della Marsica, del Castello restava in piedi una parte fino alla finestra del piano superiore che i cerchiesi di una certa età ricordono benissimo. Col terremoto il Castello subì ulteriori rovine e i proprietari sui muri rimasti eretti hanno edificato un tetto trasformando il locale in Cantina. Ma un rudero si erge ancora e slanciandosi verso il cielo pare implori la grazia di non scomparire completamente.

Le mura del castello e quelle di cinta <<larghe e forti>>[…]dalla parte detta <<dietro i fossi>> furono indebolite per il fatto che si fece passare in seguito una strada di circomvallazione abbastanza ampia la quale favorì il progressivo sgretolamenteo del vetusto fortilizio[…]”. 20) Socciarelli A.M.: ” Un contributo alla storia op.cit.”. 21) Amiconi F.:” Il catasto del convento degli Agostiniani Scalzi in Cerchio(AQ)”, in AA,VV.: ” Cabrei e Catasti tra Stato Pontificio e Regno delle Due Sicilie”, Atti del Convegno di Studi-Civitella Roveto, Sala polivalente, 23 settembre 2000, a cura di Eugenio Maria Beranger e Riccardo Garbini-Amministrazione Comunale, biblioteca Comunale Civitella Roveto, Tipolitografia “La Monastica”, Abbazia di Casamari(FR), 2006, p.212. Amiconi F.:” Il Settecento cerchiese op.cit.”.

Altre larvate notizie, intono al Nostro, le ricaviamo dal “Liber” dei conti della Chiesa della Santissima Madonna de Piedeponte: “[…] Introito di Grano[…]1730[…] Da Luca Ciotti p[er] off[ert]e della T[er]ra di Ripoli S[al]me C[oppe] 2 […]1732[…]Segue l’int[roit]o di grano[…]1734 Da Luca Ciotti p[er] ris[post]a S[al]me C[oppe] 2[…][…]1736 Conto della Pro[cu]ra della Mado[n]na di Piedeponte di Cerchio am[m]inistrata da Brunone d’Amore pri[n]cipiata il 15 luglio 1737 p[er] t[utt]o li 7 Maggio 1746[…]Per la Rivela de beni di d[ett]a Chiesa dati a Luca Ciotti D[ocati] 00=25[…]Da Luca Ciotti p[er] Risp[ost]a d’un Terreno p[er] 4 Misure dal 1738 al 1744 à Rag[ion]e di Cop[pe] 2 S[al]me oo C[oppe] 8 […]”. 77 Archivio Parrocchiale di Cerchio ora in Archivio della Diocesi dei Marsi, Avezzano. Amiconi F.:<< I Conti della “Fraterna di Santa Maria delle Grazie di Corvarola e della “Chiesa di Santa Maria di Piede Ponte” di Cerchio (AQ)(secc. XVIXVIII)>>, s.c.e. (ma Stampa MCM, Carsoli) s.d. ( ma 2006), pp. 300, 303 e 304.

Condividi questo articolo

Leggi anche

Necrologi Marsica

Mario Graziani

12/10/1944
10/10/2026

Casa Funeraria Rossi

Nunziata Rossi

26/08/1924
10/10/2026

Casa Funeraria Rossi

Necrologi Marsica

Mario Graziani

12/10/1944
10/10/2026

Casa Funeraria Rossi

Nunziata Rossi

26/08/1924
10/10/2026

Casa Funeraria Rossi