(Testi di Mario Dell’Agata)
Di seguito viene riportato un bellissimo racconto-ricordo del prof. Mario Dell’Agata, in cui questi ricostruisce fedelmente il “clima” che si viveva nel territorio di Pescina e nei suoi dintorni durante gli anni quaranta-cinquanta.
Dopo l’armistizio bonomiano dell’8 settembre 1943, reputando il soggiorno romano pericoloso per me e la mia famiglia, decisi di raggiungere mia madre e le mie sorelle che in quegli anni vivevano a Pescina, nella Marsica. La più grande delle mie sorelle insegnava nelle scuole elementari e suo marito, anch’egli maestro, proprio in quelle terribili giornate veniva fatto prigioniero in Jugoslavia e deportato dai tedeschi nel campo di concentramento di Winzeldorf.
Il viaggio in treno fu talmente drammatico, con le linee ferroviarie già sotto il controllo tedesco e con le bombe dei primi partigiani, che cominciai a pentirmi di quella specie di fuga. All’arrivo, una brutta sorpresa: immaginavo un’atmosfera di guerra, ma non d’imbattermi con folti gruppi militari ghignosi e minacciosi. Nella tarda serata, era splendido il plenilunio; scendendo al paese su un carretto tirato da un mulo, lungo la strada, sui poggi, finanche sulle spallette delle campagne, era un brulicare di soldati tedeschi appostati con mitragliatrici e cannoncini puntati contro chi sa che cosa.
Dal rovente padellone romano sono caduto nella brace marsicana, pensai stringendo le manine dei miei due bambini. Trovai mia madre e le due mie sorelle con i volti segnati dalle paure e dagli stenti quotidiani. Quella prima notte mi toccò di dormire per terra avvolto in una imbottita. A completare quella drammatica avventura, all’alba fummo salutati da una scossa di terremoto piuttosto energica, mentre ricordammo con i miei le impressioni e la tragedia del disastro tellurico del gennaio 1915.
Non sembri strano: mi sorpresi di non essermi eccessivamente spaventato, così come mi era accaduto in occasione di altre scosse sismiche. Era chiaro che nulla poteva essere peggiore di quella guerra, con i tedeschi inferociti contro gli italiani a causa della « guerra continua » di Badoglio alla caduta del fascismo e dell’enigmatico proclama armistiziale dell’8 settembre, col quale lo stesso Badoglio invitava un esercito abbandonato a sparare contro chiunque lo avesse attaccato.
Eravamo arrivati a Pescina col residuo di due stipendi da insegnanti, quello mio e quello di mia moglie, e un marengo d’oro che mia madre mi aveva regalato anni prima. A stento, unendo le risorse, arrivammo alla fine del mese. E siccome né io né mia moglie Giovanna potevamo rientrare a Roma per riscuotere gli stipendi, fui costretto a vendere il bel marengo svizzero ad una ricca signora del posto. Non ricordo quanto realizzai in contanti, però ricordo bene che, quando ci recammo nei negozi alimentari per acquistare qualcosa, li trovammo quasi del tutto privi di provviste.
Fu allora che, con una bicicletta, mi calai nei paesi del Fucíno, ove i paesani, quasi tutti contadini, vendevano quei prodotti che riuscivano a salvare dalle razzie dei tedeschi e dai rifornimenti che, spesso, facevano a gruppi di partigiani che operavano nei dintorni. Cominciai dalla vicina San Benedetto dei Marsí.
Mi fermai davanti alla prima casa ancora fuori del paese e una donna dal volto abbrunito da fatiche e rabbuiato da spaventi, mi venne subito incontro. Le chiesi se poteva vendermi della farina. Ebbe fiducia in me, che mi fece cenno di entrare in casa. « Te pozze dà ne quintale de ‘rane », disse subito. « Quanto costa? », domandai. Rispose che non voleva soldi e aggiunse: « Ne vestite me serve, ne vestite da maschie. Va bbone pure vecchie ».
Feci una rapida rassegna degli abiti che mi ero portato appresso; lei, dopo avermi squadrato ben bene, incalzò: « Mariteme è basse cumm’assignerì: quiste vestite che tè tu m’ha da dà ». Sembrava uno scioglilingua, ma capii bene che questa voleva il vestito che avevo addosso. « Ci stò », conclusi, ma volli assicurarmi: « Chi me lo porta il grano a Pescina? ». « Massere », precisò la donna, « verse le tarde ve’ isse, mariteme, che i traine ».
Il portoncino della casa di mia sorella era a fianco di un ufficio comunale, cosicché il marito poté rintracciarci a sera inoltrata. Ci trovammo davanti un ometto magro, piccoletto, ma forte e sano. Grondando sudore, buttò pesantemente a terra il sacco che aveva sulle spalle. « Só venute a pede », disse, « ca i traine fa remmore e me putivene scuprì i tedeschi; quiste è mezze quintale, addemane te porte j’atre mmezze ». Così si asciugò il sudore e col fare proprio di chi ha fretta di tornare indietro, fece: « Mó damme i vestite ».
Io l’avevo addosso il vestito e stavo per dirgli che glielo avrei fatto trovare bello e impacchettato la sera successiva quando sarebbe tornato con l’altro mezzo quintale di grano. Tuttavia, vedendo che s’era piantato nel corridoietto con un’espressione da cui si arguiva chiaramente che voleva riportarsi l’abito a casa, gli dissi: « Ecco, è questo il vestito, aspetta che vado a levarmelo ». Mi prese un lembo della giacca per saggiare la stoffa e aggiunse secco: « Fa leste ca i mo t’aspette ».
Una volta in camera per cambiarmi, feci una pensata da uomo che ci sa fare: lui mi ha dato la metà della merce pattuita e io gli dò, per adesso, solo la giacca. Ma, pur continuando a compiacermi di quella trovata, senza accorgermene avvoltolai l’intero vestito in un gran foglio di carta. Giustificai la mia debolezza pensando che quel contadino s’era fatto cinque chilometri a piedi, riposandosi chissà quante volte lungo la strada.
All’ingresso, dove mi aspettava, mi fece riaprire il pacco. Ispezionò il contenuto e tra il soddisfatto e il burbero esclamò: « Mó m’ha da redà i sacche, sennó addemane cumme te i porte j’atre mezze quintale? ». Riempimmo una cassapanca e glielo restituimmo. La sera dopo, puntuale, l’uomo tornò. Bussò alla porta con nocche di chi lavora sodo la terra. « Quiste sò vinticinque chile », disse giustificandosi, « nen me la sò fidate, ca iere m’ha fatte male la schina ». « Mi dispiace », risposi, « allora domani vengo io da te a prendere il resto ». « Me fa ne piacere », osservò con tono raddolcito.
Gli offersi un bicchiere di vino che tracannò d’un fiato. Rifiutò deciso un altro bicchiere e rimase un po’ pensoso ed impacciato. Poi si sciolse: « Tu fume assigneri? », mi domandò cacciando di tasca una di quelle scatolette d’alluminio ottonato con tabacco. Leccò con diligenza un bordo della cartina e mi offrì da fumare. Gli lampeggiarono gli occhi di contentezza quando aspirai le prime boccate di fumo.
La sera del giorno dopo, con una federa di cuscino datami da mia madre ben ripiegata a mo’ di fazzolettone, discesi velocemente verso San Benedetto. Rimasi sorpreso nel vedere un gruppetto di donne, nonostante l’ora tarda, davanti l’uscio del mio debitore. Le donne mi si fecero intorno chiudendomi in un cerchio e giù a chiedermi abiti, biancheria, scarpe, cappelli e bottoni, soprattutto bottoni, e filo da cucire in cambio di cibarie.
Mentre l’interessata mi riempiva la federa dei venticinque chili di grano a saldo del baratto, una donna più intraprendente delle altre mi sbottonò addirittura la giacca per osservare meglio il mio gilè. « Quiste me serve », esclamò picchiettandomi la pancia con un dito e adocchiando avidamente la sfilza dei bottoni. « Che mi dài? », le chiesi quasi inebriato da un così imprevedibile e fortunato mestiere. Ella rispose: « Ne pezze de larde ». « Va bene », dissi rapido, pregustando i vantaggi dello scambio.
Mi sfilai l’indumento con aumentata soddisfazione, poiché non avevo mai avuto simpatia per il gilè, e pensando che a Roma ne avevo parecchi e quasi mai usati, sentii crescere in me la felicità di quelle trattative che mi portavano col pensiero al mio guardaroba trasformato in una dispensa ripiena di ogni grazia di Dio. Entrai nella cucina dove su una grossa tavola biancheggiava una fiancata di maiale con un terminale di ventresca che il mio stomaco concupì all’istante.
« Ci vorrebbe un coltello », mormorai sottovoce mentre la donna si allontanava per tornare subito dopo con un gran foglio di carta blu con cui avvolse l’intero pezzo. Non mi aveva sentito. Se quella donna avesse provato la stessa sensazione che provavo io lei per i bottoni io per il pezzo di maiale, sarebbe da ascrivere alla guerra il miracolo di un affare estremamente positivo per entrambe le parti. Mi sentii con la coscienza non proprio a posto, ma non potendo far di più per adeguare lo scambio, dissi fra me: « A la guerre comme à la guerre … ».
Caricato tutto, inforcai la bicicletta e i cinque chilometri da San Benedetto a Pescina li percorsi con la sensazione riposante di chi fa una piacevole passeggiata. Il giorno dopo cercai in un vicolo di Pescina il borsaro nero che ogni tanto, con uno sgangherato camioncino, si recava a Roma a vendere generi alimentari. Insieme ad alcune cibarie, egli doveva dare a mia suocera una lettera in cui la esortavo a consegnare al latore indumenti vecchi e non vecchi dell’intera famiglia.
Durante i giorni di preoccupata attesa del ritorno del corriere nero, ricevetti la visita di un mio amico d’infanzia rifugiatosi anche lui in Abruzzo presso parenti della moglie. Era stato sollecitato da famiglie di quella zona a cercare l’« ommene » che dava roba vecchia in cambio di quella da mangiare. Dopo pochi giorni il borsaro nero dal traballante camioncino mi consegnò due provvidenziali sacchi di vestiario, biancheria, scarpe, cappelli ed altro. Prese un trench per la commissione, ma due mesi dopo, rientrando nella capitale, seppi che gli avevano dato una giacca di mio suocero di cui si dichiarò oltremodo soddisfatto.
Non persi tempo. Al mattino, messi in due cesti un bel po’ di indumenti, via a pedalare verso San Benedetto. Lungo la strada arrancava con una bicicletta militare il mio amico. Veniva a sollecitarmi perché s’era sparsa la voce che lo stracciarolo sarebbe arrivato con abbondante mercanzia. Lungo il tragitto mi confidò che era meglio non battere troppo su San Benedetto, lì era troppo conosciuto e un po’ si vergognava. Per questo dirottammo su Venere e ancora mi domando come mi venne in mente di mettermi a gridare: « Roba vecchia, stracciarolo! ».
Dalle case uscirono donne, vecchi e bambini che presto mi si fecero intorno. Il mio amico si fermò a dovuta distanza, sconcertato da quel mio bando da stracciarolo provetto. Poi s’immedesimò nella scena; e Aurelio, dotato di forte senso dell’humour, si reggeva la pancia dal ridere, se da ridere c’era. Le paesane cominciarono ad affondare le mani nei miei cesti, a tirar fuori la merce e a strapparsela di mano.
Al ritorno, i due cestelli pesavano molto di più che all’andata per il ben di Dio onestamente barattato; e l’amico d’infanzia, assai divertito, se ne caricò uno sulla pesante bicicletta. Ci incamminammo a piedi appoggiati ai manubri e risalimmo verso Pescina. Durante tutto il mese di ottobre, solo o con Aurelio, ripetei più volte le gite da stracciarolo allargando il giro verso Ortucchio, Gioia, Lecce, Trasacco. Al mio grido imbonitore accorrevano prevalentemente donne e bambini, perché gli uomini validi erano disseminati per il mondo, data la guerra, e i vecchi cercavano di badare alla campagna.
I capi di vestiario si esaurirono, mentre le merci più richieste erano sempre bottoni e filo da cucire. Chiedevano anche sale, ma noi ci trovavamo nelle loro stesse condizioni. Ai primi di novembre, parenti e colleghi da Roma ci scrissero che potevamo tornare a scuola, poiché la situazione si era in certo qual modo stabilizzata, sia pure nella tragicità del momento. Spinti anche dalla necessità di trovare il modo di riscuotere gli stipendi arretrati, con mia moglie, i due bambini e Amelía, la nostra domestica, feci ritorno a Roma con un viaggio che fu più pauroso e drammatico di quello dell’andata.
Lasciai così la vera Pescina per ritrovarla poi, nella trasfigurazione letteraria, quando lessi Fontamara di Ignazio Silone e compresi meglio i ricordi che mi portavo dentro di quella fornace di passioni che era il Fùcino dei Torlonia. Già, Torlonia! E mi torna in mente il momento in cui, dopo qualche anno, ebbi l’occasione di incontrarlo in casa di un mio collega a Via Dalmazia, ove si recava in bicicletta a prendere lezioni di matematica per i corsi universitari. La bicicletta se la incollava fino al quarto piano, calcolando bene l’atmosfera pubblica di « ladri di biciclette ».
Dopo circa un mese dal mio rientro nella capitale, ritornò anche Aurelio. Egli si precipitò a casa per dirmi che laggiù non facevano altro che chiedergli quando sarebbe tornato « í cinciare de Roma ».
Riferimento autore: Mario Dell’Agata.