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I Nobili Si Coalizzano Contro Mazzarino

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Intrighi e rivolte: come Mazzarino navigò tra le tempeste politiche per mantenere il controllo della Francia del XVII secolo.

Nonostante l’accordo tra il parlamento e la regina, gli attacchi contro Mazzarino continuarono. Il rientro del re a Parigi subì rinvii a causa di disordini, come quello del 20 luglio, quando facinorosi liberarono lo stampatore Marlot, condannato per diffamazione. Finalmente, il 18 agosto, il re tornò, accolto con trionfo e retorica: « Questo astro brillante », osservò un cronista. Mazzarino, in quel momento di apparente stabilità, era consapevole del malcontento della nobiltà, che premeva per la sua intercessione in favore delle proprie ambizioni personali.

Primo fra tutti, Condé, che si vantava di essere l’eroe della nazione, richiese riconoscimenti e prebende. Un conflitto sorse quando Mazzarino tentò di combinare il matrimonio della nipote con il duca di Mercoeur, generando una tensione personale fra i due. In un apparentemente pacifico ritorno, Mazzarino cedette alla pressione del Condé, consentendogli di controllare importanti decisioni governative. Ben presto, il suo comportamento arrogante e la sua rilevanza in parlamento provocarono scandali, culminando nell’offesa alla regina.

Il 18 gennaio 1650, Mazzarino attuò una manovra decisiva contro il Condé e i suoi alleati, facendoli arrestare in un Consiglio Reale. L’operazione, che si rivelò efficace, portò a una fuga dei nobili dalla capitale, mentre Mazzarino dovette affrontare immediatamente una nuova minaccia dalla duchessa di Longueville, sorella del Condé. La duchessa, intraprendente e temibile, riorganizzò la Fronda con l’appoggio della Spagna per combattere contro Mazzarino.

Per contrastare la crescente rivolta, il Ministro reclutò un esercito per sottomettere la Normandia e sostenne la presenza del giovane re, Luigi XIV, per conferire legittimità alle sue azioni. La campagna si concluse rapidamente, ma la Longueville, ritornata in patria, si alleò con i frondisti e mobilitò interventi spagnoli in Francia. Gli scontri si spostarono nella Guyenne, dove Mazzarino ottenne un’altra vittoria, ma dovette nuovamente affrontare disordini a Parigi.

Dopo un estenuante assedio, la situazione politica si fece complessa, con nobili e clérigo che tramavano contro di lui. La minaccia di Turenne, che si era impadronito di importanti territori, culminò in un contrattacco decisivo che si concluse con la conquista di Rethel. Tuttavia, la subdola alleanza dei nobili continuava a minacciare il potere di Mazzarino, rendendo incerta la sua posizione e la stabilità del regno.

Riferimento autore: “Mazzarino” (Testi a cura di Don Vincenzo Amendola).

Tratto dal libro “Mazzarino” (Testi a cura di Don Vincenzo Amendola)

Gli attacchi dei frondisti più accesi contro Mazzarino non cessarono nemmeno dopo l’accordo del parlamento con la regina. Il rientro del re a Parigi veniva sempre rimandato a causa degli incidenti che si susseguivano nella città. Il 20 luglio, ad esempio, un gruppo di facinorosi liberò Marlot, uno stampatore condannato a morte per aver diffamato la regina.

Finalmente, il 18 agosto, il re tornò nella capitale, accolto con entusiasmo e onorato da archi di trionfo. La stampa dell’epoca si sbizzarriva in lodi retoriche seicentesche, descrivendo il re come « questo astro brillante », un « sole radioso ». Mazzarino, che partecipò al corteo sulla carrozza reale, ricevette dimostrazioni di simpatia e riverenza dagli astanti. Pareva che la pace fosse tornata nella martoriata capitale.

Tuttavia, Mazzarino non si faceva illusioni. Sapeva bene che, sebbene il parlamento fosse stato fiaccato, la nobiltà era rimasta delusa, non solo quella che aveva aderito alla Fronda. Anche i personaggi fedeli alla casa reale avrebbero accampato pretese. Tra questi, spiccava Condé, che si vantava di aver salvato la Francia e la Monarchia e chiedeva in cambio uffici, prebende, rendite, titoli nobiliari e castelli.

Condé maltrattò perfino Mazzarino quando questi gli chiese il consenso di far sposare la nipote, Laura Mancini, con il duca di Mercoeur. Da questo episodio nacque una rottura pericolosa. Mazzarino, però, era troppo saggio per dichiarare guerra aperta a Condé, circonfuso dell’aureola di figlio di Marte. Questo avvenimento si consumò il 14 settembre 1649, seguito da un’apparente riconciliazione e da una completa capitolazione del Primo Ministro.

Il Condé ottenne la direzione di tutti gli affari di Stato, e Mazzarino doveva avere il suo assenso in tutte le nomine importanti, dovendo sostenere i suoi interessi per l’assegnazione dei benefici e per i matrimoni dei nipoti. Sebbene potesse sembrare uno strano cedimento da parte di Mazzarino, egli aveva calcolato attentamente e decisero di giocare una carta pericolosa, ma geniale.

Facendo leva sul carattere intrattabile di Condé, Mazzarino era convinto che concedere maggior potere al principe avrebbe soltanto procurato più nemici. La sua strategia funzionò: il comportamento di Condé in parlamento, insieme alle sue incessanti richieste di onori, lo condussero a scandali di corte. Egli arrivò persino ad offendere la regina, creando imbarazzi che non rimasero impuniti.

La situazione si aggravò ulteriormente quando, attraverso un intrigo, Condé causò la rottura del matrimonio del duca di Richelieu con una signorina della famiglia Chevreuse. Questo affronto fu dettato dall’idea che Condé fosse oramai onnipotente. Mazzarino, fino ad allora silenzioso, decise ora di intervenire. Condé si vide invitato, insieme al principe di Conti e al duca di Longueville, al Consiglio del re.

Il 18 gennaio 1650, furono arrestati in nome della reggente. Condé, sebbene sorpreso, non protestò, poiché l’azione era stata preparata con segretezza. I prigionieri furono condotti a Vincennes. Condé commentò: « Un’ottima retata; con un colpo solo sono stati presi un leone, una scimmia e una volpe ». Nessuno si risentì per il suo arresto; i suoi sostenitori fuggirono da Parigi, mentre la sorella, signorina di Longueville, si ritirò in Normandia per organizzare complotti.

Fra i nobili anti-mazzariniani che fuggirono all’inizio del 1650 c’era la duchessa di Longueville. Questa donna eccezionale, bella, coraggiosa e intelligente, non amava le mezze misure. Dopo aver condotto una vita austera nella gioventù, si era lanciata nei piaceri e si mostrava sempre in prima fila durante i giorni della Fronda. Per lei avevano perso la testa molti uomini influenti, tra cui Turenne, ora passato dalla parte della Spagna.

La Longueville riorganizzò le forze della Fronda e si preparò a combattere a fianco della Spagna. Mazzarino si rese subito conto del pericolo e inviò agenti fidati nelle province più turbolente e guarnigioni nelle città a rischio. La priorità divenne debellare la Longueville. Mazzarino reclutò un esercito per la Normandia, decidendo di condurre con sé il giovane Luigi XIV, la reggente e la corte.

Anna d’Austria, lasciando Parigi, incaricò il duca d’Orléans di seguire gli affari di Stato e di non liberare i prigionieri fino al quarto anno dopo la maggiore età del re. La campagna in Normandia, nei primi mesi del 1650, non durò a lungo; furono sottomessi i castelli e le città, dove i frondisti erano pochi. La duchessa di Longueville dovette fuggire faticosamente, evitando un annegamento.

La provincia, per la sua ribellione, venne multata di novecentomila scudi. Di questa somma, trecentomila furono distribuiti agli indigenti e altrettanti per pagare i debiti pubblici. Trecentomila scudi restanti furono donati a Mazzarino dalla regina. Dopo aver domato la rivolta in Borgogna, una nuova ribellione si riaccese, con la Longueville che tornava dall’Olanda e si alleava con Turenne e Gabriele di Toledo.

Il 30 aprile 1650, la Longueville strinse un accordo per far intervenire l’esercito spagnolo in Francia. Il gesto rappresentava una grave minaccia. L’intervento spagnolo, supportato dalle famiglie più potenti del regno, avrebbe potuto compromettere la politica di Mazzarino, annullando i recenti progressi.

Il teatro di scontro si spostò nella Guyenne, dove la città di Guisa venne attaccata. I francesi ebbero la meglio, portando un’altra vittoria a Mazzarino. Questi rientrò a Parigi nel luglio 1650 con la corte, ma dovette ripartire subito dopo, poiché le agitazioni nella Guyenne non si erano placate. La nuova meta divenne Bordeaux, dove la rivolta richiamava molte forze frondiste.

Le difficoltà da affrontare erano innumerevoli e solo il 5 ottobre l’esercito francese poté entrare vittorioso nella città. A Parigi però, la situazione era critica. Come sintetizza Boulanger: « Monsignore [il duca d’Orléans] più che mai geloso, turbolento, mentitore, assurdo; la Chevreuse che pretendeva la luna come prezzo dei suoi servigi; il Coadiutore intrigante; la principessa Palatina, adorabile e temibile, che dava sotto il ventaglio consigli terribili; il parlamento verboso e irritato in permanenza ».

La minaccia più pericolosa arrivava dalla frontiera. Turenne, nel mese di agosto, si era impadronito di Rethel e di Chateau-Porcien. Se il nemico fosse riuscito a fortificarsi, l’invasione della Francia sarebbe stata incontenibile. Mazzarino reagì organizzando un contrattacco contro l’esercito di Turenne, comandato dal maresciallo Plessis-Praslin, e lo stesso Ministro si presentò sul campo.

La piazzaforte di Rethel fu espugnata il 15 dicembre 1650, riducendo l’avversario all’impotenza. Questo sembrava il trionfo definitivo di Mazzarino. Tuttavia, a Parigi, i nobili si univano ora per liberarsi di lui, che rientrò nella città alla fine del 1650, soltanto per preservare la sua carriera e la sua vita.

Riferimento autore: Boulanger.

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