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Brigantaggio

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Sette anni di terrore: come il brigantaggio post-unitario ha insanguinato la Marsica, tra repressioni violente e lotte per il potere.

Le reazioni a eventi storici come l’unità d’Italia determinarono un periodo di funesto brigantaggio che afflisse la Marsica per sette anni. Gli eccidi, le violazioni di domicilio e i furti si intensificarono, culminando in episodi drammatici come la cattura del giovane Enrico Fulgenzi, la cui famiglia ricevette un messaggio sanguinoso come riscatto. Frattanto, re Francesco II cercava alleati all’estero, sostenendo il brigantaggio per ostacolare il nuovo regime, premiando i capi delle bande con doni e pagamenti, favorendo un vero e proprio clima di ribellione.

I briganti, spesso rifugiati nello Stato Pontificio, erano composti di piccoli gruppi, da sette a quindici uomini, per facilitare i movimenti e la spartizione dei bottini. Tra le bande più attive vi erano quelle di capi come Aurelio Ricciardi, Michele e Berardo Pietropaoli, Giovanni Colaiuti, e Domenicantonio Orfei. Per fronteggiare il fenomeno, Oricola dispiegò compagnie di bersaglieri e di linea, e tra gli ufficiali si distinse il generale Oreste Baratieri, noto per la sua disastrosa battaglia di Adua.

La lotta culminò il 1° novembre 1862, quando una compagnia di bersaglieri catturò il celebre brigante Aurelio Ricciardi e alcuni suoi uomini. Il giorno seguente, tentativi di salvataggio si rivelarono vani; tutti furono fucilati in contrada Stretto. Tra i condannati c’erano anche altri capi banda, che tentavano di mascherare la loro ubriachezza in un’osteria, ritrovandosi infine in una situazione fatale.

Nonostante le misure di repressione, il brigantaggio continuò a imperversare fino all’arresto di capi come Bernardino Viola, che venne condannato ai lavori forzati a vita. Altri, come Colaiuti e Del Soldato, trovarono la morte in scontri violenti. Questi eventi segnarono la fine del brigantaggio nella Marsica, liberando i cittadini da un’epoca di paura e instabilità, contribuendo così al ripristino della pace nella regione.

Riferimento autore: Achille Laurenti.

Le reazioni portarono la conseguenza del funesto brigantaggio, che si protrasse in questi luoghi per ben sette anni. Da qui gli eccidi, le violazioni di domicilio, l’abbattimento di porte, i furti, le estorsioni, i danneggiamenti e le uccisioni di intere masserie di bestiame. Le devastazioni di vigneti e le catture di signori avvenivano con il rilascio che avveniva solo mediante forti somme di riscatto. Tipica fu la cattura subita in gioventù dalla buona memoria di Enrico Fulgenzi di Rocca di Botte, i cui genitori ricevettero, tramite un messaggio, una parte del padiglione di un orecchio del proprio figlio, con ingiunzione che se, entro il perentorio termine di ventiquattro ore, non avessero fatto rimessa di una somma cospicua, il malcapitato sarebbe stato depezzato in modo che nessuna parte del suo corpo avrebbe raggiunto quella dimensione. Di fronte a simile annuncio, nulla vi era da obiettare; la somma fu spedita e il povero Enrico tornò fra i suoi con la cennata mutilazione.

Francesco II, sempre anelante aiuti dall’estero per riottenere il perduto trono, rifugiatosi con la sua Corte al palazzo Farnese a Roma, protesse e sovvenne, in tutti i modi, prima la reazione e poi il brigantaggio. Si rese così degno erede dell’infausta sua dinastia. Lo stesso Borbone largheggiava in doni e danaro con i capi e assegnava a molti un salario giornaliero di venticinque baiocchi romani. Questo re, per tenere in fermento i suoi antichi sudditi e creare ostacoli al nuovo regime, non si peritava di ricevere, con tutti gli onori, tali eroi del crimine nel suo fastoso palazzo a Roma. Tra i capi che conferirono con il Re spodestato vi furono Gioacchino Saporetti, Girolamo Di Girolamo, Aurelio Ricciardi, Giuseppe Di Giovanni e Fiore Sallustio.

Quasi tutti i banditi, durante la stagione rigida, si rifugiavano nello Stato pontificio, dove si occupavano come guardiani, pastori o giornatari in aziende agricole, per restare in contatto con Francesco II e riceverne gli ordini. Le bande dei briganti, di norma poco numerose, erano composte da sette a quindici delinquenti, per poter essere più agili nei movimenti e semplificare la divisione del bottino. In questi luoghi le più tremende bande, sempre capitanate da cicolanensi, erano quelle di Aurelio Ricciardi, Michele e Berardo Pietropaoli, Giovanni Colaiuti e Domenicantonio Orfei.

Oricola, per la repressione del brigantaggio, ebbe per parecchio tempo una compagnia di bersaglieri e una di linea, sotto il comando del capitano Baistrocchi, figura che i nostri vecchi ancora rammentano. Tra gli ufficiali presenti in quell’occasione vi fu il disgraziato della battaglia di Adua, Oreste Baratieri, ospite della nostra famiglia. Fu creata la guardia nazionale, alle dipendenze del defunto mio genitore, che ne era il tenente.

Precisamente Luigi Fiori, capitano della guardia nazionale di Rocca Botte, con alcuni suoi militi e con una compagnia di trenta bersaglieri, al comando del capitano Baistrocchi, il 1° novembre 1862, presso i confini di Arsoli, in contrada Torracci, catturò, mentre erano immersi nel sonno, il celebre capo brigante Aurelio Ricciardi di Castagneta con suo fratello Antonio, disertore, e con altri cinque componenti che rispondevano ai nomi di Giuseppe Napoleoni, Giuseppe Antonini, Orazio Sallustio di Sambuco, e di Luigi e Gaetano Sabantonio di Castellucio di Pescorocchiano.

Il giorno successivo, 2 novembre 1862, il Ricciardi cercò di scagionare e salvare il proprio fratello Antonio, reo solo di diserzione, e i due giovani Sabantonio, responsabili unicamente di renitenza di leva; ma inutilmente, poiché tutti e sette furono fucilati nel terreno sito in questo agro, in contrada Stretto, di proprietà del Sig. Costantino Nitoglia. Mi risulta, dalla più volte citata opera del Longini, che gli anzidetti fucilati fossero in compagnia di tre altri capi banda: Giacomo Saporetti, Fiore Sallustio e Domenicantonio Orfei, e che essendosi trattenuti nell’osteria di Cavaliere, per le troppe libazioni, contraessero una solenne ubriacatura che li trattenne nel luogo dove furono catturati.

I tre, scampati disgraziatamente dalla provvida fucilazione, meno ubriachi, si allontanarono, senza riuscire a persuadere gli altri a seguirli. Mercè l’opera della guardia mobile, istituita con i volontari per la repressione del brigantaggio, e della guardia nazionale, con i provvidenziali presidi dell’esercito regolare, i banditi iniziarono a scomparire. Rimanevano i temibilissimi capi Bernardino Viola, Giovanni Colaiuti e Amedeo Del Soldato. Il Viola, arrestato a Tolone, veniva nel 1866 riconsegnato al Governo pontificio, che lo trattenne in carcere fino al 1870, anno in cui, rinviato dal Governo italiano innanzi alla Corte di Assisi di Aquila, venne condannato ai lavori forzati a vita.

Il Colaiuti, assalito nella casa del curato di Civita Tommaso mentre cenava, fu ucciso da un’intrepida guardia forestale di Sassa, che a sua volta rimaneva vittima di un colpo di fucile sparatogli dall’agonizzante bandito. Il Del Soldato, trovato nottetempo nell’abitazione di una sua ganza, ferì gravemente un carabiniere e un soldato e rimase ucciso da altri militi mentre tentava la fuga. Con questi episodi ebbe termine il brigantaggio in questa regione, che tanto danno aveva causato a tutti gli onesti e pacifici cittadini.

Oltre alla guardia nazionale e ai distaccamenti di truppa regolare, Oricola, come paese di confine, ebbe il servizio delle guardie di finanza, fino alla costituzione della città eterna a Capitale d’Italia.

Riferimento autore: Achille Laurenti.

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