“Mai come adesso ho bisogno dell’eucarestia”, lettera aperta di Giammarco De Vincentis al Vescovo Giovanni Massaro



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Eccellentissimo padre, mi chiamo Giammarco De Vincentis, sono un malato oncologico e per altre patologie. Durante le giornate la serenità e la presenza di Dio mi sono di grande aiuto. La fede è la medicina più efficace per me. È un periodo però in cui il Covid sta condizionando il nostro modo di vivere. Le chiese si stanno svuotando, il Covid sta contribuendo ad allontanare i fedeli, da quelle funzioni necessarie per mantenere viva la fede in Dio.

Sono 23 anni che combatto contro un cancro e di conseguenza per metastasi che con interventi chirurgici stanno lasciando segni indelebili sul mio corpo. I Medici ce la stanno mettendo tutta, ma da soli non bastano. Gesù predicava il Vangelo in una chiesa a cielo aperto, senza mura, luce e addobbi vari. Era il pastore che andava in cerca di pecorelle smarrite, ovunque lo chiamavano, si recava per dare conforto soprattutto a chi viveva nella sofferenza.

San Francesco andava in cerca di lebbrosi per poterli guarire. Forse se la gente non va in chiesa, la chiesa deve mandare i suoi ministri tra la gente. Sono un cristiano che sta cercando di portare testimonianza di vita, come strumento di Dio, per fare apprezzare la vita a chi spesso si lamenta per poco. In questo periodo sto cercando amici sui social, per pregare insieme, siamo un folto gruppo più di 20.000 persone, una vera grazia, che Dio ci sta concedendo.

Ci sono tanti cristiani nel mondo, che hanno voglia di Dio, sono sparsi isolati come pecore senza pastori. Ho chiesto se era possibile ricevere l’eucarestia nel letto di un ospedale o a casa, ma invano. Avrei gradito qualche telefonata che non è mai arrivata, tranne che dal buon samaritano, il caro Giovanni. La confessione si potrebbe fare online, per me va bene lo stesso. Ho conosciuto tanti ospedali in questo calvario che vivo da 23 anni.

Mi ricordo i primi tempi quando passava ogni un sacerdote, con la tonaca nera per le corsie dei reparti. Oggi si vedono solo camici bianchi. La chiesa è stata penalizzata più di ogni altro settore e inizialmente con le restrizioni per il Covid, non ha fatto alcun segno di reclamo. Non voglio fare polemica ma abbiamo accompagnato i nostri morti senza la Santa Messa e una degna sepoltura.

Con le chiese chiuse nei momenti di pandemia è stata un’offesa verso Dio che è stato completamente ignorato. Stanno massacrando i nostri fratelli cristiani in ogni parte del mondo, e spesso siamo accusati noi di essere i cattivi. Abbiamo bisogno di essere speronati e non di vederci il dito puntato in segno di giudizio. La storia ci racconta che nei momenti più difficili, nelle malattie contagiose e durante le guerre e i terremoti ci si riuniva dentro le chiese per pregare, perché Dio riportasse tutto nella normalità.

Mai come adesso ho bisogno dell’eucarestia, la chiedo come cristiano e come uomo malato fragile, che in questo momento ha bisogno di una spalla alla quale appoggiarsi, chiedere conforto, senza dire una parola. Lo faccio ogni sera col cuore, prima di andare a dormire e ultimamente però sento che la mia tristezza è anche la sua. La ringrazio e le chiedo scusa se questa mia lettera non è gradita.

Sono stanco perché mi sento abbandonato, le forze cominciano a mancare, ma come un soldato ferito a terra, mi rialzo e continuo a difendere il mio credo. Dio è rimasto come fondamenta della mia vita, a lui nulla è impossibile e io sono un bravo manovale, potrei dargli una mano. Ho parlato per me e tante persone che vivono rassegnate e isolate dentro una stanza, con lo sguardo rivolto verso il crocifisso, pregando.

Io mi sono fatto il mio angolino nella stanza della clinica dove sono ricoverato porto il mio distintivo ovunque.
Scrivo per me e chi vede ancora viva la presenza di Gesù in queste stanze che hanno visto tanta sofferenza. La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Forse è il momento di di autorizzare anche le sorelle, le suore. Chi più di una donna può capire le sofferenze di un figlio.