Il commercio della neve “la nevera”



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Il termine “NEVERA” per noi opiani, sta a significare un giorno d’inverno molto freddo, oppure un posto dove fa molto freddo, dove durante l’inverno, non arriva mai il sole, uno spazio o meglio un angolo dove si accumula (va) le neve.

Ad Opi c’è un posto denominato ancora oggi “la nevera”, dove un tempo, non molto lontano, si estraevano i pezzi di ghiaccio.

Nel vocabolario della lingua Italiana (Zanichelli edizione 1959), è riportata tra le altre, la dicitura: “Caverna dove si ammassa (ava) la neve, poi ghiaccio, per conservarla e venderla in estate” ed è su questo che vogliamo soffermarci.

 Naturalmente “LE NEVIERE” erano sparse in tutte le montagne del nostro Abruzzo e non solo e molti si dedicavano alla conservazione e alla vendita della neve o per meglio dire del ghiaccio.

 Questa attività, andata avanti per molti secoli, è scomparsa agli inizi del Novecento, quando cominciarono a diffondersi le fabbriche che producevano ghiaccio artificiale.

Molti scrittori latini (Seneca, Plinio il vecchio, Marziale) riportano notizie sull’uso della neve, per refrigerare   bevande nei mesi estivi, per scopi medicamentosi ed anche come conservante.

Le cronache parlano di come l’appalto del commercio della neve rappresentasse  una buona fonte di guadagno per i cittadini che si aggiudicavano l’asta per la fornitura di neve ed anche per le allora Amministrazioni locali.

Il consumo della neve veniva utilizzato per fini medico-militari, basti pensare alla fortezza di Civitella del Tronto, dove molti militari venivano curati, essendo Civitella l’ultimo baluardo militare del Regno di Napoli ed anche la città di Pescara ne faceva uso  per scopi medicamentosi .

L’appalto della fornitura della neve avveniva con il sistema della “candela vergine” ed una volta aggiudicato l’appalto, nessun altro cittadino era autorizzato a fare commercio della neve-ghiaccio.

Vi erano poi, visto che il commercio della neve era molto praticato, i ladri di neve, e le autorità locali denunciavano all’intendete (il Prefetto dell’epoca) i furti di neve da parte di (forestieri).

Per quanto riguarda (va) la” nevera di Opi “, oltre a farne uso i locali, veniva usata anche da paesi della vicina terra di lavoro o Ciociaria che dir si voglia, che allora era in provincia di Caserta, come San Donato Val Comino, Alvito, Campoli Appennino e Sora.

Il Governo Borbonico si preoccupò di regolamentare la vendita della neve invitando i Comuni e gli Intendenti a regolamentare la materia.

“La neviera” non doveva essere né terrosa né fangosa, doveva essere perfettamente bianca, pura e doveva trattarsi di “neviera di montagna”.

Il sistema dell’assegnazione fu cambiato e gli allora Sindaci dovettero ricorrere al sistema della schede segrete per evitare accordi e per garantire maggiori introiti ai Comuni.
Per la neviera di Opi non ci risulta la vendita mediante asta con “ la candela vergine”, ma durante il periodo estivo nelle festività di San Giovanni Battista e San Vincenzo Ferreri ( 24 e 25 giugno),il 15  Agosto festa dell’Assunta e ( la festa di San Gabriele dell’Addolorata è stata introdotta solo recentemente),inoltre la seconda domenica di Settembre ( Sant’Emidio e la Madonna delle Grazie ), che pure si venerano in Opi, si faceva uso delle neve proveniente dalla “nevera” per mantenere al ghiaccio i gelati che venivano venduti in piazza da un artigiano di Terra di lavoro. 

Oggi che scriviamo la neve non c’è, ci sono i frigoriferi.