Cam, lo spettro del fallimento e lo scenario di un redde rationem



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Avezzano. Si fa sempre più incandescente il clima attorno alla vicenda CAM – Luco dei Marsi. Il sindaco, Marivera De Rosa, sembra tenere il punto senza cedere alle tante pressioni di queste ore e l’ipotesi che entro pochi giorni, con i conti bloccati, il Consorzio Acquedottistico Marsicano possa non essere più in condizioni di operare si fa sempre più realistica se nelle prossime ore non si dovesse trovare un accordo che soddisfi le richieste avanzate dall’amministrazione comunale di Luco. Solo in cambio di certezze circa il ristoro del credito, considerato vitale al fine dell’equilibrio finanziario dell’Ente, De Rosa sarebbe disposta a sbloccare il pignoramento attuato la settimana scorsa dall’autorità giudiziaria. In caso contrario i dirigenti dell’azienda che gestisce il servizio idrico in Marsica potrebbero essere costretti a portare i libri contabili in tribunale e ad avviare la procedura di fallimento. Ipotesi, questa, che sta spaventando non poco buona parte della politica locale, che per far desistere il combattivo sindaco di Luco in questi giorni le ha provate tutte.

Compresa l’assemblea SEGEN convocata, con un malcelato spirito di rivalsa, dal sindaco di Tagliacozzo, Vincenzo Giovagnorio, sabato scorso. Assemblea risoltasi con un nulla di fatto e che ha anzi inasprito ancora di più gli animi. Infatti, alle sue richieste – la cui legittimità è riconosciuta da tutti gli attori in campo, CAM compreso – De Rosa si è vista rispondere con il tentativo di spostare la partita sulla partecipata dei rifiuti SEGEN; tentativo che alcuni hanno interpretato alla stregua di un ricatto un po’ goffo, che infatti non è andato a buon fine.

I rischi paventati.
Cosa spaventa politici, amministratori e opinionisti che in questi giorni stanno dando vita a un turbinio frenetico di incontri, riunioni e trattative? Al rischio paventato della crisi idrica che coinvolgerebbe la Marsica in caso di messa in liquidazione del CAM sembra non credere realmente più nessuno. In molti infatti fanno notare che, in qualità di Autorità di Pubblica Sicurezza, ai sensi dell’Art.2 del TULPS, il Prefetto potrebbe subito emanare un’ordinanza che imponga agli operatori di continuare a svolgere tutte le attività necessarie alla continuità del servizio di approvvigionamento idrico per famiglie, imprese, negozi, uffici e strutture sanitarie.

Allo stesso modo, sembra improbabile che i 140 dipendenti del CAM possano ritrovarsi da un giorno all’altro senza lavoro. Infatti, l’approvvigionamento idrico dovrà essere comunque garantito e a tale fine sarà necessario nell’immediato l’impiego dell’attuale forza lavoro del Consorzio. In una fase successiva, i dipendenti CAM potrebbero poi essere ricollocati nel nuovo assetto che dovrà necessariamente delinearsi a garanzia del servizio idrico e, anche qualora in fase di definizione del nuovo assetto, dovessero risultare degli esuberi è estremamente probabile che, in presenza di una reale volontà politica in questo senso, strumenti come i prepensionamenti e la mobilità garantirebbero alle famiglie dei lavoratori una continuità di reddito.

Il nodo della faccenda.
Resta la questione del dissesto a cui potrebbero andare incontro i Comuni soci che, in caso di fallimento, dovrebbero ripianare l’enorme debito accumulato negli anni dal CAM, attingendo direttamente dalle loro casse. Il Dlgs 175/2016 (Decreto Madia) stabilisce, infatti, che per le aziende pubbliche partecipate, anche per quelle In House come il CAM, si attua la legislazione fallimentare vigente per i soggetti di diritto privato. Nello stesso decreto però è stabilita, in caso di dolo o colpa grave, la responsabilità diretta e personale in sede civile degli amministrazioni delle società ovvero dei membri degli organismi di gestione e di controllo. I Comuni soci, dunque, potrebbero tentare di dimostrare davanti alla Corte dei Conti le responsabilità dolose o gravemente colpose di quei dirigenti che, susseguendosi negli anni, hanno prodotto il buco di bilancio del CAM e scaricare su di loro i costi del fallimento.

A complicare ulteriormente il quadro interverrebbe la circostanza per cui ex dirigenti d’azienda e amministratori locali in qualche caso coincidono, in altri sono contigui e in molti casi sono comunque legati da vincoli di alleanza politica e solidarietà umana, che, arrivati al redde rationem, potrebbero rompersi. Lo scenario sarebbe quello di una sorta di guerra civile nel potere marsicano, che potrebbe lasciare sul campo i resti malconci di una parte del ceto politico – amministrativo che per certi versi ha determinato le sorti di questo territorio nell’ultimo decennio. Più di qualcuno tra i bene informati, in queste ore, lascia intendere che sia questo il vero nodo della vicenda che sta imperversando in questi giorni.




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