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A Capistrello, nella notte di San Lorenzo, il grande teatro con Fontamara, fra palco e realtà con la forza delle parole

Capistrello «Tutto è bene quel che finisce bene.» Queste le parole di Giuseppina Di Domenico, Presidente dell’Associazione Amici dell’Emissario, durante la serata di ieri, al termine della due giorni di iniziative che da qualche anno vedono l’associazione fra i protagonisti dell’Estate Capistrellana.

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Le cose non si erano messe bene ieri sera quando, alle 20.30, a mezz’ora dall’inizio della pièce teatrale, ha cominciato a piovere. Tuttavia nessuno ha abbandonato il campo, né gli spettatori, che già avevano preso posto fra le sedie in piazza, tanto meno la compagnia del Lanciavicchio e gli Amici dell’Emissario, così, dopo un’attesa durata una quarantina di minuti, col cielo tornato sereno, tutto ha avuto inizio.

Un breve saluto della Presidente dell’Associazione ha dato il via alla rappresentazione teatrale. Dopo alcuni minuti, l’attenzione del pubblico era già stata catturata. Come già era accaduto alla prima di Fontamara, lo scorso anno a Pescina, l’adattamento teatrale del capolavoro di Silone, attraverso dialoghi, suoni, e una narrazione immaginifica, hanno ancora una volta colto nel segno.

Il fragoroso applauso che ha tributato il pubblico in piazza, al termine della trasposizione teatrale di Fontamara, non è stato solo un tributo alla bravura degli attori ma qualcosa di più. Il ritmo sincopato delle mani battute alla fine della pièce, non è sembrato dissimile dal palpito del cuore di un popolo. In quel momento, il pubblico, trasformato in popolo, è diventato parte della scena, come se palco e realtà fossero diventati la stessa cosa. Questa è la grande forza del teatro.

La scena, brutalmente minimalista, di grande impatto, ha espresso tutta la sua forza evocativa attraverso un sapiente gioco di luci che parevano graffiare le parole pronunciate dagli attori, immobili, sulle loro sedie fra le altre lasciate vuote, come a voler sottolineare l’assenza di qualcosa che trascende l’uomo diventando privazione, ingiustizia, sgomento, senso di vuoto appunto.

Luci, suoni e voci sono i veri protagonisti del dramma che grazie ai talentuosi attori Angie Cabrera, Stefania Evandro, Alberto Santucci, Rita Scognamiglio e Giacomo Vallozza, diretti da Antonio Silvagni, con le musiche di Giuseppe Morgante, prendono per mano lo spettatore trascinandolo in un’altra dimensione del tempo.

L’immaginazione dello spettatore indugia sulle parole degli attori che entrano ed escono dai personaggi restituendo immagini, suoni, profumi e scene di vita la cui autenticità risolve chiaramente il significato e le differenze tra il bene e il male, tra l’arroganza del potere e il popolo sfruttato.

I cafoni sono uomini condannati alla fatica, alla miseria, allo sfruttamento, come condizione imprescindibile del loro essere ultimi. Sono la dimensione di un mondo che diventa l’iconografia epica di tutte le ingiustizie perpetrate dai regimi totalitari e dalle pseudo democrazie, in ogni latitudine della terra.

Non a caso l’opera teatrale inizia con l’ingresso in scena, nel buio, fra il pubblico, di uno degli attori che personifica l’icona degli ultimi dei nostri tempi. L’extracomunitario, l’immigrato. Il personaggio si muove nell’oscurità facendosi strada in platea con l’aiuto di una torcia e poi sale sul palco.

L’extracomunitario attraversa il pubblico, è in mezzo al pubblico, arriva dal pubblico, è parte del pubblico. È uno di noi. Sarà lui a iniziare e terminare la rappresentazione. Sarà lui a salvarsi dal mare mosso dell’indifferenza, sarà lui ad approdare sulla spiaggia di un futuro incerto, sarà lui a dire.

Che fare?

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