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Venti anni di lavoro precario: docente marsicana ottiene risarcimento di 31mila euro

Marsica – E’ stata notificata proprio in questi giorni dallo studio legale Braghini-Lancia la sentenza del Tribunale di Sulmona, passata in giudicato (in quanto non appellata), con cui una prof.ssa di scuola secondaria ha regolato i conti con il Ministero per non aver goduto della progressione economica durante il ventennale periodo di precariato, durante il quale, per espressa previsione della normativa di settore, soltanto al personale di ruolo è riconosciuto l’avanzamento di carriera.

La vicenda giudiziaria cominciava nell’aprile 2018, quando i legali della CISL Scuola di Avezzano presentavano ricorso al fine di rivendicare, sulla base della normativa europea, la parità di trattamento tra personale di ruolo e precario, avvalendosi, altresì, delle competenze del sindacato per allegare alla richiesta risarcitoria un certosino calcolo delle differenze retributive per quasi 31.000 Euro, maturate e non corrisposte anno per anno, a partire dal primo incremento retributivo agganciato da precaria nel 2000 con il passaggio alla fascia stipendiale 3-8.

Poiché la docente marsicana, dopo 20 anni percepiva ancora lo stipendio base e, per di più, l’amministrazione le aveva effettuato la ricostruzione penalizzandola nuovamente in virtù dell’applicazione della normativa sulla ricostruzione di carriera (in base alla quale le venivano calcolati per intero solo i primi 4 anni, perdendo 3 anni e 4 mesi del periodo di pre-ruolo pari a un terzo del totale), veniva anche richiesto il superiore inquadramento della stessa nella tabella contrattuale di sua spettanza (classe 21-27 invece di 15-20) nonché di ottenere quanto maturato per il pregresso e per il futuro, con i dovuti aumenti stipendiali.

Il MIUR si opponeva, sostenendo che nella specie la docente era stata assunta a tempo indeterminato e mentre godeva dello status di docente di ruolo reclamava la parità di valutazione tra il servizio reso come docente non di ruolo e quello reso come docente di ruolo, in tal modo invocando una sorta di “parità di condizioni al contrario”. Eccepiva, altresì, che il “terzo” di anzianità non riconosciuto ai fini giuridici non veniva perduto ma semplicemente accantonato per essere recuperato al 18esimo anno di servizio.

Non così per il Giudice del lavoro, dr. Giorgio Di Benedetto, stimatissimo Presidente del Tribunale sulmontino che ha firmato la sentenza in parola (una delle ultime prima del pensionamento), il quale accoglieva le principali richieste dei legali sul presupposto che “i criteri del periodo di anzianità di servizio relativi a particolari condizioni di lavoro dovranno essere gli stessi sia per i lavoratori a tempo determinato sia per quelli a tempo indeterminato, eccetto quando criteri diversi in materia di periodo di anzianità siano giustificati da motivazioni oggettive”, con disapplicazione del diritto interno, ivi comprese le clausole del contratto collettivo che escludono per gli assunti a tempo determinato qualsiasi rilevanza all’anzianità maturata in forza di precedenti contratti a termine.

Per il Magistrato, infatti, sussiste il diritto al riconoscimento degli scatti del pre-ruolo e all’integrale riconoscimento del servizio prestato, in quanto “la definitiva immissione in ruolo della ricorrente non è ostativa all’applicabilità del principio di non discriminazione di cui all’art. 4 dell’Accordo quadro sul lavoro a tempo determinato allegato alla direttiva 1999/70/CE non potendo di detto principio darsi interpretazioni restrittive e avendo la S. C. di Cassazione chiarito che l’esigenza di vietare discriminazioni in danno dei lavoratori a termine si pone anche nel caso in cui il rapporto a tempo determinato, seppure non più in essere al momento della domanda, assume comunque rilievoai fini dell’anzianità di servizio (Cass., Sez. Lav. 31149/2019)”. Tanto più che – si argomenta in sentenza – essendo “venuta meno la prevista cadenza triennale dei concorsi, la stabilizzazione dei docenti con periodi di pre-ruolo di gran lunga eccedenti il triennio riconosciuto integralmente da luogo ad un abbattimento degli ulteriori periodi di anzianità non più giustificato e tale da escludere la ravvisabilità nella fattispecie di ragioni oggettive atte a legittimare la diversità di trattamento”.

Il Tribunale, quindi, all’esito di una meticolosa ricostruzione del quadro normativo, ha accertato il diritto della docente marsicana al riconoscimento a fini giuridici ed economici, come servizio di ruolo, del servizio non di ruolo svolto, con corrispondente ricostituzione della carriera e collocazione nella fascia stipendiale 21-27 e per l’effetto ha condannato il MIUR al pagamento in favore della docente di € 30.874,95, quali differenze retributive alla stessa spettanti in relazione alla fasce stipendiali progressivamente maturate – con relativi oneri in favore dell’Ente previdenziale – oltre interessi e risarcimento del maggior danno subito dalla ricorrente per la diminuzione di valore del credito, da calcolare dalla scadenza di ciascuna mensilità al saldo.

L’avvocato Salvatore Braghini della CISL Scuola, evidenzia come “incredibilmente il Ministero preferisce le condanne dei Tribunali che adeguarsi all’Europa, evitando di porre rimedio ad una normativa discriminatoria dei lavoratori a termine, talché, condanne come queste, sono inevitabili e persino auspicabili per ripristinare il sacrosanto diritto ai passaggi di fascia stipendiale anche durante il precariato, ancora troppo lungo ed iniquo per il personale della scuola”.

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