Valle del Giovenco tra bellezze naturali, presidi Slow Food e antichi mestieri


La Valle del Giovenco è tracciata dal fiume Giovenco da cui prende nome e vita. Un territorio incontaminato e verdeggiante in cui la figura umana mostra da sempre rispetto nei riguardi della terra, del fiume e degli animali selvatici che attorno al Giovenco sono sempre stati una presenza stabile. Tra i boschi di querce e di faggi si muovono da tempi lontani l’orso bruno marsicano, i lupi, i cervi, i camosci. L’aria è cristallina, le acque trasparenti, la terra non è mai stata sfruttata o sciupata come capita in molti altri luoghi.

La cultura contadina, seppur vecchia di secoli, qui non si è mai permessa di stravolgere l’ambiente. Anche le tecniche colturali sono rimaste pressoché immutate nel tempo. Caratteristiche che permettono, tutt’oggi, di produrre alimenti divenuti presidi Slow Food. E il pensiero di Fabrizio Valente, in questo senso, ci sostiene: “Questa valle è conosciuta per i suoi mieli molto caratteristici, santoreggia e sideridis, ambedue presidi Slow Food. Da sempre terra di Solina, altro presidio Slow Food, cereale antico d’Abruzzo. Con esso si produce uno dei pani più caratteristici della nostra regione. Infine in questa valle c’è il patrimonio genetico più ricco per quanto riguarda gli alberi da frutto della regione. Sono ancora un centinaio le varietà di alberi da frutto antiche presenti“.

Muoversi, come fa Fabrizio, lungo la Valle del Giovenco, per giungere da un amico, Pasquale di Ortona dei Marsi, non può che generare riflessioni di un certo tenore. Un osservatore attento e, più di tutto, un amante del nostro territorio non può non restare incantato dalla bellezza della valle o non soffermarsi sulle innumerevoli ricchezze che sa offrire. Un richiamo inevitabile è per “Milonia tra mele, miele ed… orsi” un appuntamento che si rinnova ogni autunno, ormai da diversi anni, durante il quale è possibile conoscere e assaggiare i vari prodotti della Valle del Giovenco.

Una realtà che pare idilliaca ma che, in verità, nasconde qualche ombra, come continua a far rilevare Fabrizio: “Malgrado questo grande patrimonio, la valle rischia di morire e con essa tutto il suo patrimonio. Le ultime generazioni depositarie di tutti questi saperi se ne stanno andando“. Eredità umane, fatte di sapienze contadine e artigiane, rischiano di scomparire a seguito degli spostamenti di persone che, negli ultimi anni, hanno deciso di abbandonare i piccoli centri della Valle del Giovenco per lavorare e vivere altrove. Ripensare il modello di crescita, rimodulare i nostri bisogni, investire in progetti di sviluppo e rilancio del territorio, tutelare il patrimonio che rappresentano: ecco cosa servirebbe e, come scrive Valente, “il futuro è nei territorio marginali“. Il futuro è nella volontà, nel sapersi reinventare, nel mantenere e rispettare il legame con le proprie radici.


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