Tesori nascosti: gli scavi di Amplero



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L’abruzzo non è solo terra di montagne e mare ma soprattutto una regione piena di storia, dal fascino antico e misterioso, che racchiude nel suo sottosuolo tesori inestimabili. Nel corso dell’800 fu scoperta,da Carmelo Mancini e in seguito dal Cianfarani, una zona archeologica a nord della Valle d’Amplero, nel comune di Collelongo, conosciuta come la Giostra. Questo fazzoletto di mondo fu terra attiva e vitale fin dal VI secoo a. C., rivelando il passaggio di popoli autoctoni,anime guerriere, che vissero queste valli ben prima dell’ arrivo dei romani.

Le ricerche iniziate nel 1978 portarono alla luce la cinta fortificata, l’area di culto, il santuario e la cisterna. Lo scavo ha evidenziato tracce della distruzione avvenuta tra la fine del IV e gli inizi del III secolo, di una tettoia o capanna costruita a ridosso del muro. La cinta fortificata presenta un’unica porta d’ingresso, posta sul versante meridionale della collina, chiusa da un portone e un foro squadrato, scavato nella roccia. L’area di culto presenta resti di un edifico a pianta rettangolare con deposito votivo in cui sono stati rinvenuti vasi in ceramica a croma, a vernice nera ed ex-voto di terracotta. Gli ex-voto, per lo più raffiguranti figure femminili , qualche figura maschile e numerosi raffigurazioni di arti inferiori, che con ogni probabilità venivano dedicati per la guarigione dalle malattie.

Una statua in terracotta, priva di testa, di un uomo togato anche lui identificato come un offerente. Molto probabilmente il culto era rivolto ad una divinità femminile come testimoniano i ritrovamenti di numerose statuette di madri che allattano il proprio figlio. La cisterna con ogni probabilità raccoglieva acqua piovana del vicino edificio rettangolare e presenta un pozzo scavato nella roccia. Il Santuario, di piccole dimensioni, è articolato in tre vani preceduti da un ampio atrio porticato. Realizzato nel corso del I secolo a.C. con molta probabilità il Santuario era dedicato alla dea Diana, come attesta il rinvenimento di una piccola statua in terracotta di raffinata qualità, identificata come tale sia per l’abbigliamento, calzari e veste, sia per gli attributi, un piccolo animale, forse una lepre, che la divinità regge nelle mani e un il cane accovacciato ai suoi piedi.

Lungo la valle naturale che dalla piana di Amplero risale a nord fino alla piana Fucense, la terra degli antichi marsi ci regala una seconda straordinaria sorpresa. All’ improvviso si arriva alla Necropoli del Cantone. Sono presenti tombe a cassa o a loculo, ricoperte da lastroni di pietra o da volta in opera cementizia, a cui si addossava la stele-porta. Solitamente il defunto era sepolto con le vesti: nelle tombe femminili sono stati rinvenuti fibule di ferro, borchiette di bronzo argentato dei calzari, balsamari in terracotta e vetro, scatoline per il trucco, specchietti bronzei, in quelle maschili, strigili di ferro. Nel corso dello scavo è stato riportato alla luce anche il rivestimento in osso di un letto funerario, costituito da oltre settecento elementi, lavorati al tornio o scolpiti.

Il letto, di produzione artigianale tipica dell’Italia centrale, è un’imitazione dei letti di lusso di epoca ellenistica. Datato fine II secolo a.C. inizio del I , venne realizzato in avorio ed ha gambe tornite e decorazione laterale dei fulcra, cioè del poggiatesta e del poggiapiedi, con profilo a “S”: nella parte inferiore è un medaglione con testa o busto, nella parte centrale una cornice sagomata e nella parte superiore una testa di animale. Nell’insediamento di San Castro, di notevoli dimensioni, individuato durante la campagna di scavo del 1985-1987, sono presenti edifici di carattere monumentale e una zona adibita a sepoltura, ancora in uso dopo l’abbandono dell’abitato.

Nel centro fortificato di “La Scodata” (Monte Annamunna),addossata ad uno dei terrazzamenti, è stata messa in luce una cisterna di forma rettangolare. Lo scavo condotto a più riprese tra il 1980 e il 1987 nella zona della necropoli ha restituito una serie di sepolture di età repubblicana a grotticella ricavate nel banco di roccia calcarea, forse destinate a più sepolture. La maggior parte delle sepolture ad inumazione riguardano bambini molto piccoli deposti in terra e privi di corredo, altre appartengono a due adulti, un uomo e una donna, con corredo modesto. Durante lo scavo è stato rinvenuto un unico blocco monolitico di chiusura sepolcrale raffigurante una porta su cui è ancora parzialmente leggibile il nome della defunta. Non molto lontano dalla Valle di Amplero, a quota 1210, ci sono resti discretamente conservati del recinto murario in opera poligonale. All’interno è presente una cisterna e non molto distante dal recinto ci sono resti di un edificio antico, al cui interno sono stati rinvenuti frammenti di vasellame a vernice nera e una moneta argentea di Neapolis.

Nella villa romana di “Volubre”, in località Vallelonga, sotto il Monte Meria a confine con Trasacco, ci sono resti murari in opera incerta e reticolata di una villa romana di età giulio-claudia, che ha restituito numerosi dolia interrati con restauri in piombo e un sigillo bronzeo iscritto del proprietario della villa nel II secolo d.C.. Al centro fortificato di “Castelluccio” di Colle La Croce, all’imbocco di Valle Canale, sono stati riportati alla luce i resti del centro fortificato di Castelluccio con una recinzione di seicento metri e dotata di porta di accesso. I materiali rinvenuti al suo interno ci testimoniano l’utilizzo del sito dal VI al II secolo a.C. Nelle vicinanze del Fontanile di Canale, sulla sommità della montagna, sono ancora visibili i resti di un piccolo castello-recinto di epoca medievale, collocabile tra il XII e il XIII secolo, dotato di torrette ad U e mastio. In località Fonte di sotto, nell’ età del bronzo, al vicus di Fonte Jò, è posto l’insediamento ai piedi di Monte Malpasso. Oggetto di scavo nel 1959, le indagini hanno recuperato materiali ceramici dell’età del bronzo, con fondi di capanne cosparsi di scorie di bronzo e di ferro.

Nella stessa area è presente un piccolo vicus italico-romano, un pozzo circolare vicino la fonte, un’area cultuale con bronzetti di Ercole e tombe tardo repubblicana. In località Casalecchie-Bone Fisie e ai Colli sono visibili i resti di abitazioni con murature in opera incerta, materiale votivi e tombe tardo-repubblicane e imperiali. Il centro fortificato di Civita rosa di Colle Colubrina, attivo tra il V e il II secolo a.C., controllava con molta probabilità le antiche strade tra Vallelunga e la Valle Roveto. All’interno sono stati rinvenuti vasellame da mensa, un bronzetto di Ercole combattente, scorie di lavorazione del ferro.

Non molto distante i resti di un piccolo santuario italico-romano, datato III-II secolo a.C., che ha restituito materiale votivi, vasetti a vernice nera, ex voto fittili e monetazione. Nei pressi, in località Fonte Elia, sono ancora visibili i ruderi della chiesa monastica di Sancti Heliae. E’ qui che gli antichi Marsi giungevano in pellegrinaggio cercando conforto nella dea guaritrice del loro bosco. Forse una dea madre, protettrice della fertilità e della prole, perché scolpita nell’argilla intenta ad allattare il proprio figlio. Altri ne attribuiscono l’identità alla dea Diana, dal ritrovamento di una statua che la rappresenta. Viene spontaneo chiedersi quale donna, guerriero, bambino ha riposato al buio di queste stanze? Chi di loro è seppellito sotto quelle pietre? Solo due nomi sono ancora leggibili sulle stele-porta, una donna dal nome di Instancia, figlia di Numerio ed un uomo, Caio Ibiedio, figlio di Stazio. Entrambi varcarono la porta dell’Ade secoli fa ma rivivono ogni qualvolta che un passante si ferma a leggere le stele e ne pronuncia il nome.




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