Terra di sangue, la battaglia di Tagliacozzo



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La nostra amata terra, nel corso dei lunghi secoli di storia, è stata protagonista di cruenti spargimenti di sangue. Molte le anime che si sono elevate al cielo, o all’inferno, come più si vuol credere, tra le nostre contrade ed il sangue di quegli uomini hanno bagnato per sempre le zolle di terra che ora calpestiamo ignari. Tra quelle che hanno cavalcato gli echi del tempo c’è la Battaglia dei Piani Palentini, conosciuta anche come la battaglia di Tagliacozzo o di Scurcola Marsicana”. Avvenne il 23 agosto 1268, in una contrada situata a est di Tagliacozzo, sulla riva destra del Salto, e compresa tra Magliano dei Marsi, Albe, Antrosano, Cappelle e la via Valeria, nella parte estrema della pianura Palentina.
Dante Alighieri la cita nella Divina Commedia: Inferno (XXVIII, 17-18),”Tagliacozzo ove senz’arme vinse il vecchio Alardo”.

Il conflitto vide schierati contro, gli eserciti dei Guelfi e dei Ghibellini; rispettivamente Carlo I d’Angiò contro Corradino di Svevia.
Carlo I, fratello di Luigi IX di Francia e primo conte d’Angiò, era stato investito del Regno di Sicilia da papa Clemente IV, mentre Corradino era stato chiamato dai ghibellini a rivendicare il trono di Sicilia dopo la sconfitta e la morte del padre Corrado di Svevia, a sua volta figlio di Federico II di Svevia e nipote del Barbarossa.

La battaglia si svolse in località Piani Palentini, tra Scurcola Marsicana e Albe.
Forze in campo: 9000 Imperiali per Corradino; 6000 Angioini per Carlo d’Angiò. Dopo l’arrivo di Corradino a Roma (24 luglio 1268), un consiglio di guerra, considerate le forti posizioni del nemico sulle linee del Liri e del Volturno, scartò la direttrice Ceprano-Capua e decise di sviluppare il piano d’invasione del Regno attraverso l’Abruzzo, anche perché lo Svevo aveva interesse a ricongiungersi al più presto con i suoi sostenitori della Puglia, che si erano ribellati. Carlo d’Angiò, che dovette aver subito informazioni sul piano del nemico, accorse immediatamente alla difesa dei confini settentrionali del Regno.

Già il 4 agosto era a Castrum Pontis, posto a metà strada tra Magliano dei Marsi e Cappelle, a nord di Avezzano; e il 9 e il 14 pose l’accampamento nei pressi di Scurcola Marsicana sulla via Valeria, dove evidentemente si aspettava il passaggio del nemico. Ma Corradino, che si mosse da Roma solo il 18 agosto, giunto a Carsoli, sia forse per evitare la trappola del doppio attraversamento del Salto, che subito fuori Tagliacozzo descrive una curva a gomito nord-sud-nord, sia per evitare la battaglia prima del congiungimento con i suoi partigiani di Puglia, lasciò la via Valeria e si diresse a nord nelle parti del Cicolano, dove attraversò il Salto nei pressi del lago omonimo.

Carlo d’Angiò, credendo forse che Corradino volesse raggiungere Sulmona per la valle dell’Aterno, lasciò Scurcola e si diresse a Ovindoli, dove giunse la sera del 20 o la mattina del 21 agosto, incerto sulle mosse dell’avversario. Ma la sera del 22 agosto i due eserciti si trovarono di fronte sulle opposte rive di un piccolo corso d’acqua (volgarmente ” riale “, ” ritello “, cioè ruscello) dalle rive alte e scoscese, ma oggi in parte interrato e scomparso. Corradino, scendendo da nord per la strada Borgorose (già Borgocollefegato) – Cappelle, si era accampato alle falde del monte Carce presso Magliano dei Marsi, sulla riva destra del Salto.

Carlo d’Angiò, risalendo da Cappelle, dov’era giunto in tutta fretta da Ovindoli, quando seppe che l’avversario per eluderlo aveva di nuovo cambiato direzione puntando verso sud, si era accampato su un terreno collinoso presso Albe, da dove dominava l’accampamento nemico, distante non più di due-quattro Km. La mattina del 23 agosto 1268, subito dopo la levata del sole, l’esercito di Corradino, che si aggirava intorno ai 5000 uomini, avanzò verso il ruscello su tre formazioni.

L’esercito di Corradino, costituito da soldati romani, spagnoli, arabi, pisani e tedeschi, era suddiviso in tre armate: la 1ª agli ordini di Federico di Baden, , di Kroff di Flünglichen, Corrado di Antiochia, era composto probabilmente di cavalieri tedeschi, di ghibellini toscani e di rifugiati del Regno; la 2ª formata di Spagnoli e ghibellini romani, guidata da Galvano de Lancia e la 3ª formata di ghibellini lombardi , comandati dal marchese Pelavicino e nella quale si trovava anche, con la sua guardia del corpo, Corradino e il suo giovane amico Federico d’Austria ed Enrico de Lancia.

Dal canto suo Carlo d’Angiò, che aveva preparato con la collaborazione di Alardo di Valéry un preciso piano di battaglia, divise anche lui il suo esercito, che non doveva superare i 4000 uomini, in tre schiere. La prima, composta di Provenzali e di guelfi italiani, era comandata dal maresciallo di Francia Henri de Courence, che Luigi IX aveva inviato presso il fratello per trattative in vista della crociata. La seconda schiera, che era formata probabilmente da mercenari francesi rinforzati forse da nuclei provenzali, era comandata da Jean de Clary e dal siniscalco di Provenza Guillaume L’Estendart, che più tardi rivestì importanti cariche nel Regno. La terza schiera, comandata dal re Carlo in persona, era composta di circa 1000 fra i più esperti e valorosi e fidati cavalieri del re.

Questa terza formazione, secondo una concezione strategica che Alardo di Valéry aveva appreso in Oriente dal modo di combattere dei Turchi, rimase in agguato, nascosta dietro un colle situato poco a sud del monastero di San Pietro tra Albe e Antrosano. Il piano, che era stato studiato anche per supplire all’inferiorità numerica e forse di armamento dell’esercito di Carlo, prevedeva che le prime due schiere dovessero muovere contro il nemico per attirarlo sul terreno collinoso, dove il re angioino da posizione vantaggiosa avrebbe sferrato l’attacco decisivo. Le prime due formazioni angioine mossero dunque incontro al nemico sulla riva sinistra del ruscello, mentre sull’opposta riva l’esercito di Corradino si era già messo in marcia. Henri de Courence portava le insegne reali con i gigli della casa di Francia e per questo fu scambiato dalle truppe sveve per la stessa persona del re. Le due schiere angioine, secondo il piano di battaglia, non dovevano impedire al nemico l’attraversamento del ruscello, perché esso avrebbe dovuto servire poi a ostacolare agli Svevi la ritirata al momento dell’attacco di sorpresa.

Ma le truppe di Corradino, che da parte loro avevano forse fatto un calcolo analogo, si arrestarono, anzi, senza rompere, naturalmente, le formazioni di combattimento, misero piede a terra come per riposarsi, nei pressi di Castrum Pontis, nel punto cioè dove la strada Cappelle – Magliano dei Marsi superava il ruscello con un ponte di legno. Questa mossa che sembrò mandare all’aria il piano strategico di Alardo, sconcertò i capi angioini, che, dopo essersi arrestati anch’essi, occuparono il ponte di legno. Gli Svevi, consapevoli della loro superiorità numerica, presero una rapida decisione: mentre una parte teneva impegnato il nemico sul ponte, sia pure senza spingere a fondo, la schiera di Enrico di Castiglia, protetta dalle siepi alte e folte delle rive che nascondevano la manovra, discese lungo il corso del ruscello in direzione della confluenza col Salto. Attraversò quindi il ruscello e piombò improvvisamente sul fianco sinistro e alle spalle del nemico tagliandogli la ritirata. Nello stesso momento l’altra formazione sveva forzava il passaggio del ponte, e in breve le prime due schiere angioine furono distrutte.

Nella mischia cadde anche Henri de Courence e le sue insegne reali fecero credere agli Svevi di aver ucciso il re. E mentre gli Spagnoli di Enrico di Castiglia si lanciarono all’inseguimento dei fuggiaschi, le truppe sveve rimaste sul campo di battaglia nella consapevolezza e nella gioia della vittoria ruppero le loro formazioni e si sparpagliarono per la pianura in cerca di bottino. A questo punto Carlo con le sue truppe scelte tenute in riserva attaccò improvvisamente gli Svevi, che, colti di sorpresa, dopo un aspro combattimento, furono completamente battuti. Corradino fuggì alla volta di Roma, per la stessa strada percorsa nei giorni precedenti.

Intanto Enrico di Castiglia, che nella prima fase della battaglia si era allontanato all’inseguimento del nemico, riordinate le sue truppe, ritornò indietro e si rese conto, solo allora, che la situazione si era completamente capovolta. I cavalieri di Carlo, schierati in ordine di battaglia, lo stavano aspettando.

Ma le forze di cui disponeva Enrico di Castiglia erano sempre temibili, per numero e per armamento, in caso di attacco frontale. L’esito della battaglia fu deciso ancora dall’accortezza tattica di Alardo di Valéry, il quale, simulando una fuga, trasse all’inseguimento una parte dei nemici, riuscendo così a rompere la formazione di Enrico di Castiglia, che fu attaccato da Carlo d’Angiò. Dopo un ultimo duro scontro, anche le truppe spagnole furono sconfitte e poste in fuga. Alla fine di quella sanguinosa giornata, giacevano sul terreno quasi 4000 morti e poco meno dovettero essere i feriti: l’esercito di Corradino fu distrutto, quello di Carlo decimato.

Per le truppe dello svevo fu un vero massacro e lo stesso Corradino fu costretto alla fuga. Intercettato dall’Angioino, fu però fatto prigioniero, condotto a Napoli e decapitato nella piazza del mercato il 29 ottobre 1268. Questa battaglia rappresenta l’ultimo atto della potenza sveva in Italia. La fine di Corradino segna infatti la caduta degli Hohenstaufen dal trono imperiale e da quello di Sicilia, aprendo il nuovo capitolo della dominazione angioina.
Tra i prigionieri caduti nelle mani di Carlo ci fu Pier Asino degli Uberti, capo dei ghibellini toscani e, secondo gli antichi commentatori, un senese, tal Mino dei Mini, per il cui riscatto l’amico Provenzano Salvani si umiliò a stendere la mano sulla piazza maggiore di Siena.




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