Si trescava il grano all’ ara, con l’asino



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I primi anni quaranta del secolo scorso costituiscono le ultime stagioni in cui, terminata la mietitura, si  trescava il grano  all’ ara, con l’asino; i più ricchi trituravano, termine ‘colto’del settecentesco, con qualche coppia di muli. Lascio all’autore dell’articolo appena scorso  il compito di ricordare,  con il solito fervore che accompagna i suoi  scritti, il festosi e faticosi riti  della mietitura.

Finita la guerra si tirò fuori, chissà da quale nascondiglio,  la ‘Bubba’, di Genova;  nome della ditta costruttrice  della trebbia, azionata dalla macchina a ‘cannone, a vapore, dalle enormi dimensioni agli occhi dei ragazzi, quasi una locomotiva. Il fochista era il capo aia: ordinava a una squadra di donne di non far mancare mai l’acqua; andavano e venivano dalla fonte con la conca in testa; un paio di giovanotti provvedevano a che non mancasse mai la legna. Qualche anno dopo,  il trattore sostituì la macchina a vapore.  I ragazzi erano colpiti dal fatto che per farlo avviare bisognava   ‘appicciargli il fuoco davanti’.

Quasi ogni casata aveva la sua brava ara; se ne contano ancora a decine, ben esposte all’altorna, una brezza di monte del tardo pomeriggio di cui si aspetta(va) il levarsi per ventilare. Ogni famiglia   radunava in una sola ara i covoni che aveva lasciato composti a cavalletto ( 13 ‘manoppri’ per cavalletto) nelle varie terre;  costruiva  una ‘casa-rcia’, ossia una bica a forma di una piccola casa, il tetto a due spioventi, spesso ammantata con pannelli di canapa, o incerata per proteggerla da eventuali piovaschi e aspettava il suo turno per ‘trëscà’.    Chi non aveva l’ara faceva la casarcia  all’ara dei vicini che la possedevano quasi sempre in  comune. Un posto all’ara non si negava a nessuno. Solidarietà di altri tempi, ma accompagnata anche da molta diffidenza. C’era chi  alloggiava di notte all’ara per evitare i furti di covoni. Suscita allora perplessità leggere, nella cartina dell’IGM che ho sott’occhio,  Ara dei Lupi,  località scoscesa,  con  rada vegetazione a macchia mediterranea, a sud ovest di Artucchia. Sarebbe stata un’aia frequentata dai lupi, quando erano ancora  numerosi e quando, abbattutone uno, la comitiva di cacciatori, “che gli leggevi la contentezza negli occhi”, lo portava come  trofeo in giro per le vie del paese,  ricevendo dai compaesani attestazioni di gratitudine anche in denaro? Le perplessità crescono leggendo, nella stessa carta topografica,  i nomi  Punta Ara dei Merli e Monte Ara dei Merli, creste dei monti a ovest   di Lecce Vecchio. I merli, anch’essi nel passato, non volevano essere da meno dei lupi e rivendicavano il loro territorio, in cui andare a… ‘trescare?’. ( Gli ornitologi ci informano che la femmina, durante il periodo di cova, lasciato il nido per nutrirsi,  si concede qualche scappatella…).  Ara dei Lupi, Punta Ara dei Merli, Monte Ara dei Merli  e numerosissime altre ‘Are di…’, sono tutte  contrade in pendio,  scoscese,  ripide. Ara dei Lupi degrada a letto infossato  del Fiume di Lecce, a ovest del Pozzo di Forfora; le altre due ‘Ara’  partono dalle vette della serra  a confine con  Collelongo e Villavallelonga , guardano a est degradando verso Lecce Vecchio.

Risulta chiaro, a questo punto, che altra deve essere la chiave di lettura dell’espressione ara di ***.

Non l’aia, allora,  occorre vedere nel nostro Ara dell’Ozzo. Se prestiamo attenzione non allo scritto, ma al modo di pronunciare i tre termini, notiamo che la voce fa un brevissimo stacco dopo la d, lega questa lettera alla parola che la precede.

 Non mi sembra l’occasione  di ripetere quel che ho già scritto  nel commento a “Sintesi storica di Bisegna”, alla quale rimando il lettore curioso. Qui non mi resta da affermare che: in Ara dell’Ozzo occorre scorgere la voce  accadica aradu, scoscendimento, declivio, discesa’ ( vedi anche Ara de Bettafoche in   “ The language of the sumerians in the marsican area”),  e che  in  Ozzo, voce che richiama Osa, affluente dell’Aniene, Osento, vicino a Torino di Sangro, Oze, fiume della Borgogna riaffiora  accadico  apsû  ‘acqua profonda (abisso)’, accadico ãsû  ‘sorgente’.

Non mi è noto il luogo preciso  chiamato Ara dell’Ozzo” ; ho presente però, la strada nazionale, il fiume Sangro e  Opi;   e se con Ara dell’Ozzo, come apprendo dall’articolo, si  indica una  superficie  che si estende  dai piedi delle alture di Opi fino  al fiume  che scorre in quel tratto di piana, non è dubbio, il nome coincide con l’essere, come ritenevano gli antichi.



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