Pandemia, i limiti strutturali della sanità marsicana, dal tracollo nella seconda ondata alla zona rossa della terza. Intervista al dottor Angelo Blasetti

Avezzano – Qual è stata l’evoluzione della pandemia, nell’arco dei 15 mesi trascorsi, fra il lockdown totale della primavera 2020 e le timide riaperture della successiva estate, che avevano illuso un po’ tutti sul peggio ormai alle spalle. Poi l’inesorabile contabilità dei contagi, in salita esponenziale, ci scaraventarono nuovamente nel buio pesto di una realtà tragica.

Quella, che lo scorso autunno, mostrò tutti i limiti strutturali della sanità marsicana in particolare, alle prese con problemi organizzativi giganteschi e l’imbarazzante immobilismo di un management, quasi attonito di fronte al dramma dei malati ammassati come bagattelle nei pronto soccorso, fra le corsie ospedaliere o lasciati all’addiaccio, all’interno delle automobili, in attesa di essere ricoverati.  

Purtroppo, ancora oggi, molti problemi restano irrisolti, appena dissimulati da patetiche inaugurazioni di nuovi posti letti del tutto inutilizzabili, perché privi di personale sanitario di supporto. Di questo e delle complicanze inerenti i pazienti trattati nelle terapie intensive ne abbiamo parlato col dottor Angelo Blasetti.

Il dottor Blasetti già Direttore dell’Unità Operativa Complessa di Anestesia e Rianimazione Ospedale SS. Filippo e Nicola di Avezzano, già coordinatore locale Trapianti D’Organo e direttore Dipartimento Emergenza-Accettazione ASL1 Abruzzo. Di seguito l’ampia intervista che ha rilasciato a TerreMarsicane.

Dottor Blasetti, prendiamola larga, qual è la sua opinione sulla pandemia?

«Questa malattia va considerata sotto diversi aspetti, innanzitutto va detto che dopo un primo periodo in cui si conosceva poco della pandemia, o meglio di questa infezione da coronavirus, sì e arrivati, negli ultimi mesi, ad una conoscenza un po’ più approfondita.»

Le quantità dei vaccini, sempre più in aumento, fanno sperare che la strada giusta sia ormai imbroccata.

«Al di là dell’evidenza, stabilito che l’unico rimedio, come per tutte le malattie epidemiche, sia il vaccino, a mio avviso, andava attuata una campagna di vaccinazione contemporanea e parallela. Ovvero, soggetti fragili ed anziani da una parte e soggetti giovani dall’altra, per agire anche su chi trasmette l’infezione ai soggetti fragili, e nel contempo, anticipare la ripresa delle attività lavorative.»

A proposito della vaccinazione vorrei rivolgere un invito a tutti ad effettuarla il prima possibile e a non farsi condizionare dagli allarmismi sugli effetti collaterali, che pure si verificano; in ogni cosa che facciamo ci sono possibilità di effetti indesiderati. Quando c’è stata l’epidemia di poliomielite negli anni ’50 è stato preparato il vaccino , tante persone hanno avuto deficit neurologici a seguito della vaccinazione, ma la malattia è stata debellata

Qual è a suo parere, la soluzione strutturale a questa situazione, per far sì che l’emergenza sia gestibile?

«Per affrontare al meglio una crisi sanitaria, occorrerebbe fare mente locale su diversi livelli di intervento, ognuno dei quali da attuare a seconda dei diversi momenti dell’evoluzione della pandemia. In primo luogo, a mio parere, molto importante è mettere a punto una più efficace terapia a livello territoriale.»

Cosa vuol dire questo?

«Significa gestire la malattia, là dove è possibile, attraverso un decorso meno gravoso e meno impattante sulle strutture sanitarie, trattandola efficacemente anche nel luogo di residenza. Diversa la situazione del paziente le cui condizioni non sono più gestibili a livello domiciliare, per cui si rende necessario il ricovero ospedaliero. In tal caso va trattato con tempestività, con presìdi di ventilazione non invasiva, in modo da evitare che si verifichino condizioni gravi di ipossia, cioè un abbassamento critico del livello di ossigeno nel sangue.»

Come si può prevenire questa situazione?

«Attuando un monitoraggio abbastanza semplice, ma continuo, della saturimetria e della emogasanalisi. Il monitoraggio è importante perché la caratteristica di questi pazienti, è che da uno stato di relativo benessere si può passare rapidamente in una condizione di grave insufficienza respiratoria, in tal caso, si impone l’immediato ricovero in terapia intensiva.»

Ancora oggi in Italia, il numero dei decessi sembrerebbe elevato, perché?

«Per rispondere a questa domanda è necessario fare una premessa con riferimento ad elementi di fisiologia che cercherò di rendere fruibili anche ai non addetti. Il coronavirus ha un particolare tropismo per il polmone e le lesioni sono abbastanza caratteristiche, tant’è vero che a volte, basta la Tac torace per fare la diagnosi.»

Cosa accade a un paziente aggredito dal Coronavirus?

«Già nella fase iniziale, si evidenziano caratteristici addensamenti polmonari nelle zone periferiche. Il quadro Tac riconduce ad una sindrome già nota ai medici intensivisti, i rianimatori per intenderci, in quanto, gli addensamenti polmonari, ma chiamiamoli polmonite diffusa, per capirci meglio, si hanno anche a causa di diversi agenti lesivi. Spesso sono la conseguenza di diversi fattori scatenanti.»

A che tipo di sindrome si riferisce?

«Si tratta della sindrome ARDS, cioè una sindrome da distress respiratorio; distress respiratorio che ovviamente impone dei trattamenti incisivi. Il trattamento, spesso obbligatorio, è quello di sottoporre il paziente, che ormai non ha più la capacità di respirare autonomamente, ad intubazione oro-tracheale e ventilazione artificiale meccanica tramite un ventilatore.»

Una volta che il paziente è sottoposto a ventilazione artificiale cosa succede?

«Quello che forse non è chiaro ai più, è che una volta connesso il paziente al ventilatore, il problema non è risolto. Il ventilatore è un apparecchio salvavita, però non provvede all’ossigenazione del paziente, ma, come dice la parola, ventila, ovvero sostituisce, non il polmone ma la gabbia toracica, che nella normalità, con l’espansione e la depressione che crea, fa entrare aria nei polmoni. In sostanza, non essendo il paziente, in grado di respirare autonomamente, viene connesso al ventilatore, che spinge aria nei polmoni con una certa pressione.»

Perché, nonostante l’impiego del ventilatore, dice che il problema non sarebbe ancora risolto?

«Perché occorre considerare che, mentre nella normalità, l’aria entra nei polmoni grazie ad una depressione, cioè una pressione negativa a livello polmonare, col ventilatore invece, viene sovvertita quella che è la normale fisiologia.»

Ci faccia capire meglio.

«Il ventilatore fa entrare aria con una pressione positiva, per cui il polmone, è in un certo senso, stressato dalla ventilazione artificiale. La ventilazione artificiale prolungata, se non attuata con tecniche ventilatorie adeguate, può essere, essa stessa, causa di lesione polmonare. Chi si è sempre dedicato al trattamento intensivo di tali patologie, conosce bene queste problematiche e sa che la ventilazione meccanica, pur essendo una tecnica salvavita, se non attuata con cognizione di causa, ha in sé, il seme dello scompenso, cioè potrebbe peggiorare il quadro clinico della polmonite diffusa.»

Allora cosa bisogna fare?

«Va attuata una ventilazione corretta, cosiddetta “protettiva” con i relativi protocolli, sulla guida di un sofisticato monitoraggio delle pressioni intratoraciche, associata a tecniche di ventilazione posturale. Ma questo non basta in quanto lo scambio gassoso a livello alveolare è vincolato anche a una normale funzione cardiocircolatoria, perché l’ossigenazione e la rimozione di anidride carbonica dipende in modo determinante dalla perfusione polmonare e dalla assenza di edema della membrana alveolo-capillare.»

Sta dicendo che entrano in ballo ulteriori variabili?

«Nella sostanza, oltre ad una “ventilazione protettiva” va ottimizzata la funzione cardiovascolare, la volemia e il bilancio dei liquidi corporei, mettendo in atto una terapia appropriata e un adeguato monitoraggio emodinamico per una ottimizzazione dell’apporto di ossigeno ai tessuti.»

C’è dell’altro?

«Nei casi di ipossia refrattaria, il trattamento tradizionale può essere implementato con tecniche di supporto extracorporeo per lo scambio gassoso. Ovviamente ciò è riservato ad una bassa percentuale di pazienti, cioè a quelli giovani o relativamente giovani, senza concomitanti insufficienze di altri organi. Tutto questo implica la presenza di sanitari con un’adeguata formazione.»

Da un punto di vista della capacità delle strutture, di accogliere i pazienti, che idea si è fatta?

«Lo scoppio dell’epidemia ha comportato la necessità di aumentare i posti letto di terapia intensiva. Va detto comunque che, a prescindere dall’epidemia, la dotazione nazionale, con più o meno evidenza nelle diverse regioni, era carente, e infatti, dall’inizio della pandemia a oggi, i posti di terapia intensiva sono pressoché raddoppiati rispetto a un anno fa.»

Sono raddoppiati i posti per la terapia intensiva, lo stesso vale per il personale di supporto?

«La mia personale opinione è che questo non sia avvenuto, perché è impossibile formare medici esperti di terapia intensiva, soprattutto per gravi patologie respiratorie, dall’oggi al domani. In conclusione, abbiamo avuto la necessità di aumentare questi posti intensivi, altrimenti i pazienti sarebbero rimasti senza assistenza.»

Però pare di capire che all’incremento dei posti nelle terapie intensive non abbia corrisposto un adeguato standard di qualità.

«Quello che accade è sotto gli occhi di tutti. Di solito la mortalità in una terapia intensiva di buon livello, che tratta pazienti di una certa gravità, a prescindere dal Covid-19, è del 20%. Ciò vuol dire che su 10 pazienti ricoverati in terapia intensiva ne sopravvivono otto. Questo riferito a tutte le varie patologie che afferiscono ad una terapia intensiva.»

Cosa è accaduto specificatamente per le polmoniti da coronavirus trattate in terapia intensiva?

«Nella patologia di cui ci stiamo interessando adesso, cioè nella polmonite da coronavirus, la mortalità è un po’ più alta, per diversi fattori. L’età media dei pazienti ricoverati, le comorbilità che questi pazienti hanno, il sovraffollamento dei reparti intensivi, per cui la mortalità media nazionale, a mia conoscenza, arriva circa al 40%.»

Il 40% sembrerebbe un dato impressionante.

«È un dato in linea con un’analisi del 2020 effettuata dai ricercatori dell’University College di Londra. Ove ci si discosta in modo significativo da questo dato – in alcune terapie intensive Covid, la mortalità è elevatissima – evidentemente c’è un problema.»

Cos’altro può aggiungere in tal senso?

«A tal proposito, un’analisi del Prof. A. Giarratano, Presidente designato della SIAARTI (società scientifica degli Anestesisti Rianimatori) riportata dal Fatto Quotidiano nel Febbraio 2021, dice che, in alcune realtà, la mortalità predetta è del 95%, ciò sta a significare che 9 pazienti su 10 muoiono! Non traggo conclusioni ma mi auguro che le aziende sanitarie abbiano fatto le cose in modo oculato nell’individuare il personale incaricato del trattamento, perché finita questa vicenda, credo purtroppo, si aprirà il capitolo delle responsabilità.»

Lei crede ci sarà un futuro capitolo giudiziario?

«Questa è, nostro malgrado, la conseguenza di una bomba epidemica esplosa come un fulmine a ciel sereno in un paese, dove per tanti anni, sono state trascurate diverse criticità della sanità, a partire dal territorio, e nello specifico, credo che l’Italia, sia la nazione europea che HA MENO POSTI letto di terapia intensiva.»

Oggi quindi, vengono al pettine i nodi legati alle politiche dei tagli indiscriminati fatti in passato sulla sanità.

«Se negli anni passati si fosse provveduto, oltre alle altre criticità assistenziali extraospedaliere, anche a adeguare le terapie intensive, e non ad effettuare sempre orgogliosi e ragionieristici tagli alla sanità, credo che oggi avremmo avuto maggiore recettività ed efficienza, con personale adeguatamente formato, e meno improvvisazione, e forse, meno morti.»