Marsica Nuova. Il giornale dei marsicani emigrati negli Stati Uniti a inizio ‘900



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Si chiama “Marsica Nuova” ed è il giornale creato dai nostri conterranei emigrati negli Stati Uniti ai primi del ‘900. “Marsica Nuova” è stato fondato nel 1918 e l’intestazione del numero primo è piuttosto eloquente: “Organo ufficiale delle Federazione Luchese-Marsicana“.

Il giornale, che inizialmente usciva una volta al mese, era stato creato nella città di Pueblo, in Colorado, dal luchese Vincenzo Massari. Da un articolo presente in uno dei numeri di “Marsica Nuova” si legge che Massari “ha saputo costituire, con paziente lavoro, la Federazione Marsicana della Società Abruzzesi-Molisane” (ricordiamo che al tempo Abruzzo e Molise non erano ancora separati). Nell’arco di pochi anni “Marsica Nuova” riuscì a conquistare la bellezza di 10.000 abbonati e, sempre secondo gli osservatori del tempo, “è per gli abruzzesi d’oltre Oceano quello che per la nostra regione è “Il Risorgimento d’Abruzzo”“, altra testata regionale del tempo.

Vincenzo Massari era nato a Luco dei Marsi il 28 novembre 1898 da padre luchese e madre molisana (di Carpinone). Iniziò a studiare nel convento di Luco e più tardi si spostò a Penne con l’intenzione di intraprendere la carriera ecclesiastica. La vocazione però venne meno e Massari decise di mettersi a lavorare. Emigrò negli Stati Uniti come fecero tanti altri marsicani agli inizi del ‘900. Fece parte del movimento socialista americano entrando in conflitto con le politiche dell’allora Presidente Wilson. Massari, per via delle sue idee, finì più volte in prigione fino a quando decise di abbandonare la politica. Nel 1918 venne scelto, quasi per acclamazione, come direttore di “Marsica Nuova”, un giornale nato come strumento di comunicazione della Federazione di Luco dei Marsi, “tra le massi forti e gentili di marsicani i quali furono sempre i primi in qualsiasi movimento“.

I migranti marsicani in America, dunque, a partire dal maggio del 1918, cominciarono ad avere un fondamentale punto di riferimento, di informazione, di condivisione e di connessione con chi era rimasto in Abruzzo. “Marsica Nuova”, scritto ovviamente in lingua italiana, prese sempre più piede fino ad avvalersi di corrispondenti che comunicavano alla testata gli eventi, grandi o piccoli, che avvenivano nei nostri paesi in quegli anni. Il giornale divenne bimestrale e, dal gennaio del 1922, passò a un’edizione settimanale. A fronte di tale scelta editoriale, i lettori vennero invitati a pagare un abbonamento annuale di 2 dollari per continuare a ricevere “Marsica Nuova” direttamente a casa.

Marsica Nuova. Il giornale dei marsicani emigrati negli Stati Uniti a inizio '900
Una pagina di “Marsica Nuova” (1922)

Sul sito coloradohistoricnewspapers.org è possibile trovare la versione sfogliabile di diversi numeri storici di “Marsica Nuova” e bisogna ammettere che è davvero commovente leggere le vicende che, tra il 1918 e il 1923, hanno caratterizzato la vita dei nostri migranti. Tra le pagine di “Marsica Nuova” ci sono innumerevoli riferimenti a fatti che avvenivano nei piccoli centri marsicani o, in parallelo, ciò che avveniva nella vita dei marsicani in America: dagli incidenti ai compleanni, dalle inaugurazioni alle pubblicazioni di libri, dagli arresti agli appelli per la ricostruzione post-terremoto, dalle segnalazioni di lutti alla creazione di nuove imprese, dalle feste patronali alle iniziative fasciste.

Un microcosmo di informazioni e piccoli racconti che toccano tutti, ma proprio tutti, noi marsicani. Tra le pagine di “Marsica Nuova” si riconoscono cognomi familiari, si rintracciano appelli per chi è rimasto in Italia o inviti per chi è già in America. Un giornale che fu per molti una sorta di piazza di paese per ritrovarsi, discutere e, soprattutto, non dimenticare la Marsica, la propria terra d’origine e le proprie radici. Perché tanti, una volta arrivati al di là dell’Atlantico, non riuscirono mai più a tornare nel loro paese natale, non riuscirono più a riabbracciare i loro cari né a rivedere i luoghi i cui erano cresciuti. “Marsica Nuova” poteva, almeno per un po’, attenuare la grande nostalgia.