L’estremismo fascista nella Marsica e la ripresa delle trattative con Torlonia

Sceso apertamente in campo contro i violenti capi fascisti avezzanesi, l’alto commissario Raffaele Paolucci aveva deciso di non tollerare più gli eccessi degli squadristi e, nonostante l’abolizione del suo ufficio da parte del Gran Consiglio fascista (23 aprile 1923), promosse comunque una severa inchiesta contro i capi delle camice nere. Una svolta arrivò, quando Guido Cristini (avvocato teatino) e Andrea Fabbrocini (colonnello aquilano), dopo nuovi atti intimidatori, ordinarono la chiusura della sede di Avezzano e sciolsero dalle cariche i maggiori gerarchi del partito (1). Tuttavia, gli estremi rimedi ad una situazione che continuava a degenerare, non ebbero esito positivo.

Ricorda in proposito l’eroe di Pola: «Così non poteva durare. Io mandavo via su due piedi i migliori fascisti della provincia e nello stesso tempo tessevo le lodi di un democratico massone! [si riferisce a Corradini]. La conclusione fu che non avendo allora il coraggio di estromettere me solo, furono aboliti in blocco tutti gli alti commissari del fascismo; il console da me cacciato [Panfili] fu riammesso nelle file con tutti gli onori, per essere poi espulso di lì a pochi anni per altre innumerevoli soverchierie; il secondo dei miei espulsi [De Simone] fu nientemeno portato deputato alla Camera nelle elezioni successive ed il terzo [Cicchetti] gavazzò nei sindacati non so con quanta durevole fortuna. Ero stato alto commissario solo qualche settimana»(2). Oltretutto, lo stesso Paolucci, con un durissimo comunicato pubblicato sulle pagine de «Il Fascio», intimò ai capi fascisti di Avezzano di non «muoversi dalla città» (3). 

Sempre nel mese di aprile, la giunta comunale di Avezzano, fatta segno di continue minacce, decise di dimettersi, anche se il primo cittadino Nardelli, stimato dall’intera popolazione, alla fine, stabilì di rimanere in carica. A dispetto di queste vicissitudini, dopo la soppressione degli alti commissari, il vero vincitore rimase, comunque, Alessandro Sardi: «che assume la direzione provinciale del fascismo aquilano». Non v’è da stupirsi in questo clima, come ci informa la Diana Fascista del 19 agosto 1923, che ben presto Luigi De Simone tornò ad essere fiduciario del circondario di Avezzano ed Enrico Panfili mantenne il comando della legione Monte Velino: «sicché l’emarginazione dell’estremismo fascista si fermò a un tentativo non riuscito» (4).

Nel frattempo riemerse prepotentemente la questione del Fucino. Il 26 aprile 1923 le corporazioni sindacali fasciste (Federazione Provinciale Aquilana) con sede principale ad Avezzano, misero in evidenza «l’opera attiva dell’instancabile» segretario generale Ciro Cicchetti, pubblicando un suo manifesto di rivolto agli interessati: «Agricoltori! Il 30 aprile corrente anno scade il termine utile per la denunzia dei redditi agrari agli effetti dell’applicazione della nuova tassa di Ricchezza Mobile sui redditi agrari stessi». Per evitare illecite speculazioni ai loro danni, bisognava predisporre utili trattative con Carlo Torlonia, attraverso una serrata opera del sindacato fascista (5). Infatti, assistito dallo stesso Cicchetti, Edmondo Rossoni, personalità tra i più influenti del Gran Consiglio del Fascismo, cercò di raggiungere un accordo per gli affitti ormai scaduti l’anno prima, con un contratto novennale (6). Le commissioni comunali per l’assegnazioni delle terre, spesso contestate e punite dagli squadristi, furono sostituite dalle organizzazioni fasciste. Tuttavia, mentre aumentava l’indebitamento di circa quindicimila piccoli affittuari, Mario Racheli (vecchio sindacalista rivoluzionario), ottenne discreti risultati (quattrocento lire ad ettaro), provocando la reazione di Aurelio Irti e di Rocco D’Alessandro (direttore della Cattedra di Agricoltura) i quali ritenevano ingiusto un aumento dei canoni d’affitto, preteso dai Torlonia. (7).

L’estremismo fascista nella Marsica e la ripresa delle trattative con Torlonia

A partire da queste gravi divergenze, le autorità politiche, cominciarono ben presto a preoccuparsi e il sottosegretario all’interno Aldo Finzi allarmò il prefetto aquilano Federico Chatelain, quando già Torlonia aveva inviato lettere di sfratto a ben mille affittuari refrattari. In data 25 settembre 1923, l’intransigenza dei sindacati e quella dei principi del Fucino costrinse la «Segreteria Generale della Confederazione delle Corporazioni Sindacali Fasciste» ad inviare da Roma il seguente manifesto rivolto a tutti gli agricoltori della Marsica: «La Corporazione Nazionale dell’Agricoltura, presa in esame la situazione che si è venuta creando fra gli agricoltori del Lago del Fucino in seguito all’infrazione degli accordi avvenuti fra l’amministrazione Torlonia e i Sindacati Fascisti e in conseguenza del proposito manifestato dall’amministrazione stessa di aumentare i canoni d’affitto, udita la relazione del Segretario Generale della Federazione Sindacale Provinciale, circa l’agitazione che raccoglie l’unanime consenso degli affittuari e dell’opinione pubblica; plaude al contegno mirabile di calma e di forza, delle organizzazione del Fucino e, dell’appoggio risoluto e cordiale dato ad esso dai Fasci, dai Mutilati e dai Combattenti della Marsica, assicurando al popolo che lavora e produce la sua completa solidarietà pel raggiungimento di una soluzione che rappresenti la vittoria della giustizia su ogni cieca resistenza ed intransigenza. F.to Edmondo Rossoni, F.to Mario Racheli».

Di conseguenza, malgrado tutti gli sforzi per addivenire ad un accordo di collaborazione e di affiatamento tra proprietari e coltivatori, il trattato non ebbe esito positivo, portando alla proclamazione dello sciopero (12 ottobre 1923). A tal proposito, il cronista de Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise, pubblicò un cauto articolo: «I Principi Torlonia rimangono chiusi nella loro intransigenza spinta fino al punto di non voler neanche discutere quando con l’autorità del Governo era stato proposto un arbitrato che al di sopra delle parti in contesa potesse definire la questione. Con rifiutare preventivamente la pacifica forma di risoluzione i Principi Torlonia dichiarano agli agricoltori del Fucino lotta aperta. Noi accettiamo la battaglia che sarà contenuta nei limiti della più ferma legalità, perché siamo sicuri che per il raggiungimento dei propri diritti basti al popolo Marso la fermezza delle organizzazioni e la coscienza di aver ragione. Nessuno prenda iniziative personali e che tutti attendando gli ordini che saranno impartiti dal Segretario Generale delle Corporazioni Sindacali Edmondo Rossoni, il nome del quale per l’alta autorità che gli è riconosciuta e per il sommo ufficio al quale presiede, ci è sicura promessa per la vittoria immancabile. Vigilate, resistete e si vincerà!» (8).

Tutto ciò aumentava a dismisura le preoccupazioni del generale De Bono (direttore generale della Pubblica Sicurezza) che, crucciato di un’improvvisa occupazione delle terre del Fucino, provocò l’intervento immediato di Mussolini, pronto a incaricare Arrigo Serpieri di trattare con Torlonia una nuova sentenza arbitrale (lodo del 18 ottobre 1923). Nonostante l’azione instancabile di Cicchetti (parecchi furono i suoi viaggi a Roma), si ottenne solo la proroga di un anno da applicare esclusivamente «per i coloni in regola con i pagamenti» (9). 

In questa complessa e pericolosa diatriba si inserì anche la nascente federazione giovanile comunista, appena fondata da Prampolino Iatosti (figlio di Antonio), con un centinaio di iscritti, presi subito di mira dai fascisti. 

In un clima non certo favorevole alla pacificazione del territorio, nel mese di dicembre, si riprese un tema già denunciato da «Un agricoltore» che, con un suo preoccupante articolo, richiamava la costruzione di un nuovo zuccherificio nell’area di Celano. Ancora una volta Ciro Cicchetti intervenne opponendosi a tale progetto, scrivendo: «È assurdo pensare oggi alla istituzione di un nuovo zuccherificio giacché nessuno ignora quale crisi travagli attualmente l’industria. Due stabilimenti consimili non possono vivere simultaneamente nella nostra regione. La vita nell’uno porterebbe implicitamente la morte dell’altro». Inoltre, la nuova società, forse individuata con quella viterbese a cui alcuni agricoltori del Fucino l’anno prima avevano venduto le bietole, avrebbe pagato il prodotto molto di più dell’attuale «Società Romana Zuccheri». Per il segretario delle corporazioni sindacali fasciste marsicane, non si trattava di questioni economiche «bensì di monovrette in verità troppo ingenue, politiche. L’avere scelto Celano, centro numerosissimo di agricoltori, non è senza ragione. Comunque sia, noi non permetteremo che le une o le altre servano come mezzo per ricattare ai danni dell’industria locale ed ai danni, principalmente, del coltivatore di bietole. Se tali intenzioni sono effetto di buona fede, vengano quegli agenti a trattare con la Federazione Sindacale Fascista per il Fucino; se le condizioni saranno realmente vantaggiose, essa non avrà difficoltà ad appoggiarli e a concedere tutto il prodotto. Ma non si pensi di poter liberamente sorprendere la buona fede dei nostri bravi agricoltori e di poter strozzare un’industria che si è resa benemerita della regione». Tutto questo, affermò Cicchetti, non in difesa dei dirigenti della Società Romana Zuccheri, ma a garanzia dei produttori di bietole e di ben trecento operai, impiegati fissi e dei duemila avventizi che lavoravano onestamente per la stessa società (10). Tutto questo a conferma che ormai ben quindicimila piccoli affittuari non potevano più far fronte a canoni esosi continuando ad indebitarsi, mentre il senatore «don Giovanni Torlonia fonda, con 5 milioni di capitale, la banca del Fucino» (11).

 


NOTE

  1. G.Jetti, Camillo Corradini nella storia politica dei suoi tempi, Arti Grafiche Pellecchia, Atripalda (AV), settembre 2004, p. 176. Si vedano le comunicazioni del prefetto Sallicano a Roma (Archivio Centrale dello Stato, Pubblica Sicurezza, Serie 1914-1926, b.48B). Agguerrite squadre di fascisti avevano bastonato parecchi antagonisti di Scurcola Marsicana e purgato il presidente della sezione combattenti di Carsoli.
  2. F.Di Tizio, Raffaele Paolucci, Marino Solfanelli Editore, Chieti 1992, p.126. Dopo la delusione ricevuta dai vertici fascisti e il momentaneo trasferimento ad Alessandria, il margine di manovra dell’onorevole Paolucci si ridusse molto. Egli rimase talmente disgustato dalla situazione, che decise di allontanarsi dalla politica militante, tornando a Roma per frequentare la clinica chirurgica del professore Alessandri e nel mese di giugno 1923, lavorò alla Camera per la riforma elettorale.
  3. Il Fascio, Organo della Federazione Chietina, 22 Aprile 1923; cfr., R.Colapietra, Fucino Ieri, 1878-1951, Ente Fucino, Stabilimento roto-litografico «Abruzzo-Press», L’Aquila, ottobre 1998, p.140.
  4. R.Colapietra, cit., p.140; G.Jetti, Ibidem.
  5. Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise. Giornale Ufficiale del Partito Nazionale Fascista, Anno V – Num. 312 – Roma, 16 Aprile 1923.
  6. Edmondo Rossoni, Il 6 aprile 1924 venne eletto deputato, assicurando al sindacalismo fascista il monopolio della rappresentanza dei lavoratori.
  7. R.Colapietra, cit., p.142. Mario Racheli era un imprenditore agricolo e presidente della Confederazione Nazionale Fascista del Commercio.
  8. Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise. Giornale Ufficiale del Partito Nazionale Fascista, Anno V – Num. 359 – Roma, 7 Ottobre 1923.
  9. R.Colapietra, cit., p.144. Arrigo Serpieri come sottosegretario all’Economia, assunse un profilo di politico con competenza tecnica. Già decorato con croce al merito di guerra, nel 1924 divenne deputato. Cfr., C.Felice, Azienda modello o latifondo? Il Fucino dal prosciugamento alla riforma, in «Italia contemporanea», dicembre 1992, n.189, p.658.
  10. Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise. Giornale Ufficiale del Partito Nazionale Fascista, Anno V – Num. 376 – Roma, 6 Dicembre 1923.
  11. Lo storico Colapietra, riporta una dichiarazione pubblicata dall’Agricoltore Marso (15 agosto 1923).