L’esodo dei contributi marsicani per la ricostruzione: imbrogli e speculazioni nel 1921



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Il 13 gennaio 1921, nelle pagine de Il Risorgimento d’Abruzzo apparve un titolo per ricordare «La fatale ricorrenza». Tra l’altro, si legge: «tutti i paesi della Marsica, comunque, hanno bisogno che l’attività dello Stato e le iniziative dei privati non abbiano soste; purché bene indirizzate, purché sagacemente guidate». Il giornalista Box (questo lo pseudonimo usato), aveva rilanciato così un prorompente invito indirizzato alle autorità competenti. 

Nella seduta del consiglio comunale di Avezzano (27 febbraio) si votò, addirittura, un ordine del giorno per sostenere la denuncia dell’avvocato Carlo Pace, inoltrata al consiglio provinciale dell’Aquila: «contro l’ignobile tentativo di alcuni deputati abruzzesi tendente a favorire i pescicani delle nostre Contrade». Secondo lui, gli «sciacalli del terremoto» finora avevano speculato sulle disgrazie della popolazione marsicana: «con l’aver prima accaparrato e poi venduta a prezzi assolutamente esosi (da sessanta a centodieci lire al metro quadro) terreni acquistati a due o tre lire». Lo stesso comune di Avezzano, posto al centro della discussione, pur potendo intervenire per espropriare le aree edificabili che ricadevano nel piano regolatore «non ha voluto e forse non ha potuto impedire tale strozzinaggio». Tuttavia, in questa grave situazione, il consiglio municipale, pregò il governo di mantenere ferme tutte le disposizioni in precedenza sancite a favore dei danneggiati del terremoto; mentre, si andava sovrapponendo al primo, un altro inquietante problema: l’esodo dei contributi per la ricostruzione. 

Di conseguenza, tutta la Marsica era in subbuglio contro un’interpellanza presentata al governo da alcuni parlamentari, laddove: «il contegno degli onorevoli Camerini, Sipari, Caporali e Trozzi i quali in questa occasione hanno dimostrato unicamente di essere nemici della loro terra» (1). Del resto, i parlamentari in questione, avevano inoltrato al ministro dei lavori pubblici un’interrogazione per chiedere: «che i proprietari di fabbricati danneggiati o distrutti dal terremoto 1915 possano devolvere i relativi contributi all’Unione Edilizia Nazionale per far costruire anche in provincie limitrofe, ove si estenda l’azione dell’Unione stessa». Proposta che stava favorendo l’esodo dalla Marsica dei vecchi benestanti interessati a riedificare fuori dal comprensorio.

Un coro di proteste di tutti i comuni del comprensorio marsicano pervenne subito nelle sedi provinciali, esprimendo giudizi negativi contro «l’inaspettata interpellanza». In effetti, i mutui per la ricostruzione, erano stati elargiti «perché la bella e disgraziata nostra terra potesse risorgere dalle rovine del fatale gennaio del 1915» e non per agevolare coloro che ormai da anni avevano abbandonato il territorio per ricostruire altrove secondo i propri interessi personali. 

Questo, dunque, divenne il nodo centrale della discussione, che stava generando astio contro i notabili marsicani da qualche tempo emigrati a Roma e in altre zone, favoriti dalle interpellanze di Sipari e compagni; di contro, a detta del giornalista avezzanese Armando Palanza: «la nostra terra che si avvia con tanti sforzi ad una resurrezione subirebbe un arresto fatale, forse irreparabile». Le parole del cronista, pur lasciando da parte le emotività che potevano avere prevalenza sui fattori economici, esaminavano attentamente le circostanze di chi aveva interesse a emigrare: «Non certo il contadino il cui diritto a contributo, per quanto oggi arrotondato da diverse moltiplicazioni, non gli permetterebbe di uscire dal perimetro del proprio campicello donde trae il sudato alimento. Non il piccolo commerciante locale, il cui contributo governativo permetterà solo di ricostruire la bottega e la piccola abitazione. Non il modesto professionista la cui fortuna economica è strettamente legata all’ambiente ed al quale la ricostruzione della casa non è un superfluo ma una necessità. Non tutti coloro che, al di sopra degli interessi, sentono vivo l’attaccamento alla terra che li vide nascere, alla terra ingrata, a sempre amata, che seppellì tutti i loro affetti e che sperano, prima di morire, di poter rivedere il paese nativo risorto e prospero» (2). In questo convulso periodo, risultò che almeno cento proprietari, avevano richiesto contributi per ricostruite la propria abitazione all’Aquila. Nell’aspra polemica s’inserì l’ingegner Francesco Vacca, che scrisse tra l’altro: «Eppure se tradimento è avere una vista più lungimirante ed un senso più speculativo, per cui uno tende a ricostruire il proprio patrimonio in luogo più remunerativo; traditori della propria terra, sono tanto i Marsicani che ricostruiscono ad Aquila quanto quelli che tendono a ricostruire nelle province finitime!» (3).

Tante e tali furono le proteste che, alla presenza del sottosegretario ai lavori pubblici «S.E.Bertini l’on.Sipari ripeté la sua ferma volontà di considerare decaduta la interrogazione parlamentare». Intervennero nel dibattimento zonale anche l’avvocato Cesidio De Vincentiis (presidente della deputazione provinciale) e il professor Francesco Rosati (presidente del consiglio provinciale), tirando in ballo l’ingegnere capo del Genio Civile accusato di numerosi imbrogli. Discussero delle cosiddette baracche per i combattenti in Avezzano, costruite «non si sa per quale motivo e che fruttano … indennità ad ingegneri, assistenti, trasferte, benzina ecc. ecc.». Di fatto, altre evidenti speculazioni, erano state già denunciate al procuratore del re, lasciando in tutta l’opinione pubblica impressioni negative.

Naturalmente, la successiva deliberazione dell’organo provinciale, che condannava alla «gogna i traditori della provincia», raggiunse anche l’onorevole Corradini, sempre pronto a difendere gli interessi del territorio. Infine, l’onorevole Bertini, assunse formale impegno di far aprire una «rigorosissima inchiesta sui fatti lamentati, assicurando che nessuna benevolenza sarebbe stata usata verso gli eventuali colpevoli». Così, il deputato Sipari, preso nel vortice delle polemiche, aggiunse che la sua interrogazione poteva dirsi ormai decaduta, anche se: «era stata presentata nella massima buona fede, al solo scopo di saggiare l’animo della cittadinanza marsicana e difendere coloro che, per ragioni sentimentali, non desideravano ricostruire nella Marsica». Secondo le autorità provinciali, la buona fede del parlamentare del collegio di Pescina,: «era stata sorpresa da una combriccola di briganti mascherati nell’ombra. I nuovi eroi del trombone una volta celebri sulle montagne di Forca Caruso ed oggi discesi al piano, meditino la dichiarazione dell’on.Sipari e si convincano che un galantuomo non può prestarsi a simili arrembaggi». 

Tuttavia, l’ispiratore dell’interpellanza incriminata venne individuato nella persona dell’ingegner Vacca, accusato da molti, di essere stato un «pescecane del contributo». Anche se «La battaglia contro l’esodo dei contributi» fu vinta e le interrogazioni prontamente ritirate, Il Risorgimento d’Abruzzo aveva denunciato prontamente una serie d’inquietanti interrogativi, laddove: «Dopo le franche dichiarazioni con le quali l’On.Sipari chiude quest’ora di passione, è perfettamente inutile relegare qualche frase alle argomentazioni del Sig.Vacca. Finiremo di fargli della pubblicità, cosa che non vogliamo fare, anche se gli abbiamo rotto, con la nostra campagna, le uova nel paniere» (4).

 

NOTE

 

  1. Il Risorgimento d’Abruzzo, Settimanale di Battaglia, Anno III, Num. 91, Roma, 16 Gennaio 1921; Id., Num.98, Roma, 6 Marzo 1921, Contro l’esodo dei contributi per le ricostruzioni, La protesta di Avezzano.
  2. Ibidem.
  3. Ivi, Anno III, Num. 99, Roma, 13 Marzo 1921.

Ivi, Anno III, Num.100, Roma, 20 Marzo 1921, p.3.