La scrittrice Maria Assunta Oddi ricorda il poeta Romolo Liberale



Avrebbe compiuto la veneranda età di cento anni Romolo Liberale il primo febbraio 2022, eppure la distanza temporale dal nostro mondo contemporaneo non si avverte affatto. L’attualità del suo operato morale, intellettuale e culturale ancora oggi emoziona e induce al bene sociale. Vissuto nel tempo arcaico del mondo agreste-pastorale del Fucino di Torlonia, della catastrofe del terremoto di Avezzano e degli eventi bellici del novecento Romolo ribadisce la convinzione, alla maniera di Rousseau, circa la bontà della natura e dell’uomo ad essa correlato nell’esercizio delle proprie attività di “Lavoratore” della terra e “Pensatore” come intellettuale. Sindacalista, ideatore del riscatto dei “Cafoni” asserviti al potere del “Principe Romano” latifondista, ha ridisegnato insieme alle masse contadine l’assetto delle terre.

Grazie alla lotta politica e alla coscienza di classe sono state scritte, anche con il suo importante contributo, pagine epiche che narrano come grazie alla riforma agraria sia stato possibile l’accorpamento delle particelle dei poderi agli assegnatari. Oggi, dove solo ieri c’era un’economia di sussistenza, sorgono aziende agricole moderne ed aperte ad un respiro europeo. Ricordare coloro che con il loro impegno hanno promosso l’emancipazione e il progresso del nostro territorio è un dovere delle nuove generazioni a cui spetta la grande sfida proposta dall’Agenda 2030 nella promozione di uno sviluppo sostenibile. La memoria del tempo riposa sulla tessitura ordinata che unisce, come fili di un tappetto, il passato al presente per la costruzione di un futuro condiviso ed ecologicamente compatibile.  Tuttavia la miglior chiave di lettura dell’impegno di Romolo è, a mio avviso, da porsi nell’arte della “Parola” maturata nella propria intimità da autodidatta attivo, pensante e parlante.

Energico e roccioso nella statura morale seguendo l’impulso della volontà, a dir poco quasi eroica, ha dato credito alla sua straordinaria e fervida intelligenza. Studioso avido di sapere, si è costruito nel tempo un edificio di conoscenze entro cui si muoveva con salomonica saggezza e socratica perseveranza nella missione educativa della “parola”, come segno ed espressione di civiltà necessaria al progresso materiale e spirituale dei popoli.

Promosse soprattutto la cultura delle classi subalterne, come direbbe Gramsci, facendosi garante dell’esistenza e della perpetuazione di convinzioni e speranze che regolano i comportamenti e le consuetudini di una comunità che riconosce ed esplica i suoi atti comunicativi nel dialetto. Ricordo con piacere i vari “Recital” in vernacolo da lui organizzati nelle suggestive piazze del borgo di luco dei Marsi con lettura di testi di vari autori tra i quali Cianciusi, Susi, Buzzelli, De Vincentis, Di Gravio, Esposito, Graziani, Tordoni. Incontri nei quali ho avuto l’onore di partecipare cogliendo nei narratori locali della Regione abruzzese un valore nazionale nel fare del “villaggio” il simbolo della società contadina, con le sue virtù ancestrali e innate disposizioni a “umanizzare” la natura schietta e spontanea della gente umile. Romolo aveva compreso il vero senso etimologico della voce latina “Humus” che fa derivare il termine “umile” da “terra”. Infatti per lui l’umiltà non fu quella descritta da Nietzsche, ossia un vuoto ripiegarsi su sé stesso, ma considerare il forte vincolo dell’umano con la terra da cui deriva la capacità di riconoscere i propri limiti e la propria forza per giungere alla consapevolezza dell’identità originaria.

All’umiltà dello scrittore, che ha scelto di “essere” e non di “apparire” è connessa la presa di coscienza di sé  e della propria relazione con la società alla ricerca della ”Verità” non in senso metafisico. Ben sapendo che ogni spiegazione dei principi immutabili avrebbe avuto solo un valore soggettivo e relativo concentrò la sua attenzione di uomo politico e di cultura ai processi vitali della storia. A Romolo va il merito di aver compreso come l’istruzione permetta agli ultimi nella scala dei poteri di  costruire la “felicità terrena” affrancandola dal bisogno che asserva. L’educazione, che deve interessare la formazione dell’uomo fin da bambino, ha un ruolo rivoluzionario nella capacità di ribaltare la piramide sociale in nome dell’uguaglianza solidale e della libertà. La “zappa”, di cui fece l’elogio, unita alla “parola” in Liberale ridisegna l’architettura della realtà al di là di ogni contingenza. Nella costruzione faticosa e incessante della propria cultura Romolo cercò un orizzonte di senso alla vita e nel contempo una chiave interpretativa della fenomenologia storica nell’ottica del riscatto.
La fedeltà a tale principio, che animò tutta la sua esistenza personale e letteraria, rappresenta il suo più alto insegnamento: “Chiedo parole che dicano/ che ogni contrada della mia terra/ Attende uragani e bandiere/ da donare ai giorni dell’uomo/ Perché si unisca al fratello/ e accorra a mietere il grano/ laddove seminammo le nostre speranze” (Romolo Liberale-Fucino Mio Paese- Edizioni Dell’Urbe).




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