La Marsica nel periodo vicereale (1503-1734)



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Tra la fine del Quattrocento e l’inizio del secolo XVII la Marsica comincerà ad assumere una sua complessiva definizione territoriale, dopo anni di forte frammentazione feudale. Tuttavia, già in epoca angioina, la maggior parte dei vecchi possedimenti subì una ristrutturazione e una convergenza sotto la contea di Celano e i ducati di Albe e Tagliacozzo. Quando i feudatari Colonna dal 1504, dopo drammatici e continui capovolgimenti di fronte (vedi le feroci lotte contro gli Orsini), diventeranno in maniera definitiva i «signori» di gran parte della zona occidentale a ridosso della frontiera pontificia per tre lunghi secoli, la contea dei Marsi si presenterà divisa in due tronconi: a Ovest, lo Stato di Tagliacozzo e Albe; a Est la contea di Celano con la baronia di Pescina.

Nella zona imperversavano armigeri baronali, soldati dell’Udienza aquilana e del Tribunale di Campagna, in contrasto tra di loro e sempre pronti a tormentare le piccole comunità rurali per questioni di sostentamento. Molti gli episodi di violenze e prevaricazioni, caratterizzate spesso da episodi di banditismo: ristabilire un certo ordine (se mai ce ne fosse stato) fu impossibile a causa dell’ostilità dei baroni verso il governo centrale. L’ingovernabilità e il sovversivismo, quindi, imperavano ovunque, atteggiamenti fomentati soprattutto dalle molte giurisdizioni delegate che mettevano in competizione le pertinenze baronali con la regia Udienza dell’Aquila e i tribunali privilegiati come quelli ecclesiastici e della Doganella d’Abruzzo (vedi i locati dei paesi montani a forte concentrazione di armenti).

Ognuno cercava protezione e favori dalle autorità superiori. Peraltro, anche presidi «uditori, mastridatti, notai, razionali, con l’infinita caterva di commissari e percettori», con i loro atteggiamenti dispotici, aumentavano a dismisura l’anarchia zonale (1).

Continue lotte di usurpazione e contese di ogni genere, con vessazioni feudali, incombevano sulle pertinenze delle antiche sedi comitali (Celano, Tagliacozzo e Pescina) e persino nella corte baronale di Avezzano, una cittadina che in quelle circostanze, stava cominciando la sua lenta ma prorompente ascesa zonale, come centro più importante del territorio nel bel mezzo delle guerre franco-spagnole. Occorre ribadire che fino al 1734 (anno in cui Carlo III di Borbone salirà al trono del regno di Napoli), passaggi di truppe spagnole, francesi e austriache misero sempre alle strette le autorità municipali della Marsica, che dovevano fornire vettovagliamenti e alloggi, sotto le minacce continue di «ferro e fuoco».

La grande aristocrazia romana, infeudata lungo la montagna della frontiera papalina per motivi e ricompense di ordine essenzialmente militare (Colonna, Peretti, Savelli, Bovadilla Sforza Cesarini e signorotti locali), forzava pericolose azioni autonomistiche in netto contrasto con l’autorità vicereale, favorendo, oltremodo, la diffusione di un banditismo a frequente estrazione aristocratica. Certamente un «fuoriuscitismo politico-nobiliare» molto pericoloso, con evidente repressione spagnola: banditi che spesso servivano per appianare alcuni dei maggiori contrasti principali, strutturali, del mondo pastorale abruzzese e non solo. Si vedano gli avvenimenti del 1533 che ebbero protagonisti i fuorusciti di Ascanio Colonna, etc. (2).

All’indomani dei moti del 1647-48, la Marsica fu teatro degli scontri tra il barone aquilano Antonio Quinzi (appoggiato dai francesi) e truppe irregolari comandate dal bandito Giulio Pezzola «rappresentante dell’autorità pubblica ed esecutore della giustizia vicereale». Al centro degli aspri combattimenti si trovarono i castelli di Celano, Scurcola e il presidio di Avezzano, tutti coinvolti da temi «demaniali, comunitari e borghesi su cui si erano imperniate le sollevazioni e le sedizioni dell’estate 1647» (3).

Anche se le corti baronali erano diventate, agli ordini e sotto le dipendenze di amministratori del feudatario del luogo, i giudici di prima istanza, entravano quasi automaticamente in contrasto con le supreme magistrature del regno residenti a Napoli, con duri conflitti di competenze e scontri con le magistrature regie provinciali. Tanto è vero che spesso erano inviati nei paesi della Marsica commissari delegati o subalterni della Gran Corte della Vicaria o dell’Udienza aquilana per dirimere ingarbugliate questioni di possesso o legislative. Oltremodo, diverbi e confusione aumentavano a dismisura quando le autorità ecclesiastiche procuravano ai propri accoliti, speciali concessioni e patenti, laddove il vescovo dei Marsi era sempre pronto a difendere le prerogative e i diritti della curia vescovile contro lo strapotere laicale (vedi anche le Congregazioni di carità). Minacce e scomuniche incombevano sugli arroganti amministratori baronali, pronti a usurpare il patrimonio ecclesiastico. La certificazione dell’Archivio Diocesano dei Marsi, seppur frammentata, ci mostra presuli quasi sempre invischiati nelle contese con i feudatari del posto per l’assegnazione di patronati laicali; oppure contro le chiese ricettizie, o in lotta per le numerose cappellanie (all’epoca risultavano nella diocesi circa 230 cappelle con relative rendite e benefici da attribuire) (4).

Di fronte a una realtà diventata più violenta e ambigua, spesso le chiese, i conventi e in generale i luoghi pii di tutta la zona, furono ricettacolo di condannati, fuorusciti, banditi, ladri e gente di malaffare. D’altronde negli anni del viceregno (prima spagnolo e poi austriaco) rimasero in vigore ben undici legislazioni in tutto il reame napoletano e nella Marsica, mal gestite dal governo di turno e da un gran numero di viceré. A conferma dell’asserto, ci serviamo delle dichiarazioni dello storico Pietro Colletta, che inquadrano, adeguatamente, il periodo esaminato e rispecchiano la grave situazione nella zona presa in esame: «crebbero i rigori, le pene, i supplizi per tutte le colpe, sopra le classi de’ cittadini [] I Baroni, non più agguerriti né sostegni o pericolo de’ loro Re, non curanti le opere ammirate di generosa nobiltà, oziosi e prepotenti ne’ castelli, si godevano tirannide sopra vassalli avviliti […] Vili, corrotti, odiati e temuti: non come si temono le grandezze, ma le malvagità. E i viceré avari vendevano i feudi, titoli, pertinenze; innalzavano a baronaggi i plebei purché ricchi» (5).

D’altronde, esaminando le fonti notarili della Marsica, i «Registri de’ Consegli publici, e privati delle Università» (1680), oppure il fondo dell’Archivio Diocesano dei Marsi (1587-1680), si rilevano le continue conflittualità zonali, caratterizzate da soprusi, arresti arbitrari, maltrattamenti e omicidi.

La Prammatica V del 26 ottobre 1558 fu emanata per mettere finalmente ordine nelle province periferiche del Regno di Napoli: «Acciocchè la giustizia si amministrasse senz’alcun sospetto de’ litiganti». Il regio Collaterale Consiglio stabilì e ordinò a tutti gli ufficiali regi di qualsiasi «stato, grado, e condizione si sieno, tanto assistenti ne’ Tribunali di questa Città di Napoli, quanto negli altri del regno, debbano, e ciascun d’essi debba osservar la forma, a tenore delle dette precalendate Prammatiche. Proibendo loro espressamente, che né per se, né per altre interposte persone, diretta, né indirettamente possano, vogliano, né ardiscano dimandare, né far dimandare a Barone alcuno litigante, o non litigante senza nostra espressa licenza in scriptis obtenta, Officio alcuno di Capitano, Governatore, o Assessore per figli, o parenti, o amici, o qualsiasi persona, né asserendoli spante da’ detti Baroni alcuno di detti officj a’ detti Officiali, possano quegli accettare senza detta licenza, sotto pena di sospensione d’Officio, ad arbitrio di Sua Maestà e Nostro, nella qual pena s’incorra per la sola dimanda, o accettazione fatta nel modo predetto, ancorché non avesse effetto». La legge cercava di colpire, oltre ai Baroni, i prelati e tutti gli ecclesiastici, anche gli ufficiali dei Giustizieri regionali che al presente «servono, non esercitando il loro Officio, come si conviene nelle cose attenenti al beneficio pubblico», dovevano essere sottoposti a giudizio del presidente del Sacro Regio Consiglio (6).

Peraltro, occorre specificare che in questo periodo si riutilizzò il termine di Prammatica già in auge nel periodo aragonese (prelevato dal mondo del diritto romano), per tutte quelle norme legislative emanate direttamente dal sovrano. Sotto il governo di Alfonso le Prammatiche tornano a essere degli atti di governo, restando tali durante tutto il regno spagnolo e parte del breve regno austriaco. Questi dispositivi normativi, espressione della volontà del re o del viceré, furono elaborati come provvedimenti di casi eccezionali: redatti come lettere, non prevedevano complesse norme di pubblicazione, ciò che ne ha assicurata, sin dall’intervento della stampa, una rapida circolazione.

Sul piano strettamente locale, risulta consistente lo stato di degrado dell’intera Marsica, con strade quasi inesistenti che favorivano l’isolamento della popolazione costretta alla pesca sul lago al servizio dei potenti feudatari o alla transumanza verso la Puglia o l’Agro romano. Nel bel mezzo di simili precarie condizioni socio-economiche, s’innescheranno conflitti nazionali e zonali di un certo rilievo per almeno due secoli (1500-1600).

Nel 1707, con l’entrata ad Avezzano delle truppe austriache (duecento soldati capitanati da comandante Daun), la direzione del governo centrale fu affidata ai togati, mentre il consiglio Collaterale diventava centro del potere ministeriale (7).

In realtà, sotto il governo austriaco (che durò ben ventisette anni), il regno di Napoli dovette provvedere ai pagamenti fiscali e, ancora una volta, al centro della gestione fiscale e politica c’era la feudalità, che alimentava tensioni e beghe giuridiche spesso sfocianti in rivolte. Come è stato già osservato dal sottoscritto in altre sedi, in difficili situazioni alcuni benestanti di Avezzano come Ladislao Mattei, Filippo Jatosti, Giovanni Filippo Minicucci e l’avvocato Alessandro Aloysi, per evitare il peggio sborsarono di tasca loro ingenti somme da distribuire a ufficiali e soldataglia. Non bastarono solo denari liquidi, bensì: «qual somma, unita con molte altre spese de’ viveri, vetture, et ogni altra cosa bisognevole a detti soldati, arrivò alla povera Università [comune] oltre la quota richiesta di 1500 Ducati».

Per comprendere il clima di quel periodo, occorre consultare i rogiti del notaio pescinese Claudio Migliori «Provvisione, allegata nell’atto, a favore della Città di Pescina, in data 11 Dicembre 1606, per acquistare tremila tomoli di grano occorrenti ai poveri cittadini che muoiono di fame a causa del cattivo raccolto»; o quelli del notaio Francesco Gatti di Antrosano, dove si rileva che per il sostentamento delle truppe occupanti l’Università di Tagliacozzo, sindaco e massari furono costretti a stipulare un mutuo con il notaio Fabrizio Rainaldi di Magliano dei Marsi (8).

NOTE

  1. R.Colapietra, Vita pubblica e classi politiche del viceregno napoletano (1656-1734), Edizioni di «Storia e Letteratura», Roma 1961, p.20 sgg.

  2. D.A.Parrino, Teatro eroico e politico de’ governi de’ viceré del regno di Napoli, Napoli, 1770, Tomo I.; N.Santamaria, La società napoletana dei tempi viceregnali, Napoli, 1861; R.Villari, La rivolta antispagnola a Napoli: Le origini (1585-1647), Bari, 1967; M.Paoli, Sisto V e i banditi (1585-1590), Sassari, 1902; A. Di Pietro, Agglomerazione delle popolazioni attuali della Diocesi dei Marsi, Rist.anast., Adelmo Polla, Avezzano, 1979).

  3. G.Morelli, Il brigante Giulio Pezzola del Borghetto e il suo Memoriale (1598-1673), Roma 1982, p.23 sgg.; R.Colapietra, Le insorgenze di massa nell’Abruzzo in età moderna, in «Storia e Politica», fasc. IV, 1980, fasc. I, 1981, p.360.

  4. A.Melchiorre, Storia della Diocesi dei Marsi, in Papa Wojtyla, da Telespazio del Fucino al Mondo, Pescara 1986, p.143.

  5. P.Colletta, Storia del reame di Napoli, Bologna 1962, pp. 6-22.

  6. D.A.Vario, Pragmaticae, Edicta, Decreta, Interdicta regia eque Sanctiones Regni Neapolitani, Volumen Tertium, Neapoli CIƆIƆCCCLXXII, p.3 sgg.

  7. Il carteggio del Consiglio Collaterale, in visione presso l’Archivio di Stato di Napoli, offre un interessante panorama zonale che comprende: Provvisioni, Regi Assensi, Real Camera di Santa Chiara, Registrum Memorialium, Affari Diversi, Mercedum, Consulte Originali, Consultarum, Processi, Diversorum, Beneficiorum, Notamenti.

  8. Archivio di Stato di L’Aquila, Notai del distretto di Avezzano, b.13, Notar Migliori Claudio. Cfr. U.Speranza, Segnalazioni di fonti notarili inedite per la Storia della Marsica (Anni 1506-1810), in Biblioteca Deputazione Abruzzese di Storia Patria, a. LX-LXII (1970-1972).



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