La Dea Maia come la Dea Angizia



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Nella dolce e ricca terra d’Abruzzo, si narra la vecchia leggenda della bellissima Maia, figlia di Atlante, che riuscì a scampare al nemico fuggendo dal lontano oriente con il suo unico figlio in fin di vita. Con fatica riuscì a raggiungere un porto sicuro sul territorio italiano e, essendo il figlio vicino alla morte, lo portò in alto sul monte Gran Sasso dove la pace regnava. Si rifugiarono in una grotta ma le cure di Maia non riuscirono a salvare il suo amato figlio. Egli morì lasciando la madre nel dolore straziante. E lì sul Gran sasso, tra le nevi, lo seppellì. Da quel giorno Maia non ebbe più pace. Nulla la consolò più, si consumò lentamente nel suo dolore, senza lacrime, senza più voglia di vivere. E nell’ultima notte di maggio morì. Così la seppellirono accanto al suo figlio adorato, e da quel giorno quei monti presero il nome di Maiella.

Dalla dea Maia prese piede il culto della dea Angizia, sorella della Maga Circe e di Medea. Il nome Angizia sembra avere origine dalla parola latina “angere” (agitare) o da “anguem” (serpente), animale a lei sacro, che pare riuscisse a dominare con il suo canto. (vedi culto di San Domenico a Cocullo). Angizia aveva il dono della guarigione ed insegnò il suo sapere sulle erbe curative a sacerdoti e re.
In realtà, secondo gli ultimi studi, la dea Angizia era legata al ciclo solare e alla mancanza di luce, probabilmente una divinità funeraria. Venerata dai Marsi e dai Peligni si può considerare la prima erborista e curatrice della storia locale. Silicius nei suoi scritti diceva:” Angitia figlia di Eeta, per prima scoprì le male erbe, così dicono, e maneggiava da padrona i veleni e traeva giù la luna dal cielo; con le grida i fiumi tratteneva e, chiamandole spoglia i monti dalle selve.” Non molto lontano dal luogo dove sorgeva il lago del Fucino, un bosco avvolto dal mistero si erge verso l’alto, tra le rocce e le cavità naturali. Sia i Romani che gli abitanti della zona consideravano questo luogo sacro chiamandola “lucus” e non “silva” proprio per distinguerlo da un bosco qualsiasi. Gli antichi Marsi, veneravano il bosco di Angizia. In ogni dove vedevano la dea, nei vapori sprigionati dal terreno ad alta quota, tra gli alberi ne vedevano il suo passo di danza.

Anche oggi, chiunque ha la possibilità di avventurarsi tra gli alberi del Bosco Sacro può trovarsi, d’improvviso nel silenzio, avvolto da un vapore bianco in movimento. Ed in quel momento si ha davvero la sensazione che qualcosa di vivo e pulsante circondi la natura. Forse la Dea Angizia è ancora lì, che veglia sul suo popolo, nascosta tra gli alberi in attesa che qualcuno si ricordi ancora di lei.




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