La città di Pescina penalizzata per i suoi trascorsi antifascisti (autunno 1922)



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Per Giolitti e Corradini un movimento come quello fascista, espresso dalla borghesia patriottica nazionale, era inconcepibile che si ponesse contro lo Stato: «e se i suoi membri si abbandonavano ad eccessi, non poteva essere che per soverchio amor di patria, per impulso sentimentale, per reazione al bolscevismo» (1). I due maggiori esponenti del governo, ignari evidentemente della complessità del moto rivoluzionario che stava sgretolando tutta l’impalcatura dello Stato liberal-democratico, furono convinti di poterlo controllare e correggere: «con l’applicazione della legge, di assorbirlo col gioco parlamentare, credendo di poter stroncare le connivenze di lui che esso viveva con l’autorità e i poteri dello Stato». Non capirono, invece, che le stesse istituzioni provinciali e comunali erano ormai assuefatte al Fascio Littorio, causando la debolezza politica del sistema in una contrapposizione diretta e frontale (2). 

In questo modo, cominciava a sgretolarsi la «base corradiniana» anche nel vecchio collegio di Pescina. Infatti: «I maggiorenti e gli elettori che avevano sostenuto Erminio Sipari», seguirono il deputato di Pescasseroli che, rompendo il lungo sodalizio elettorale con l’illustre avezzanese, si schierò apertamente con il partito fascista (3).

In un sistematico clima d’intimidazioni e di violenze fasciste rivolte a tutti gli avversari, nel settembre del 1922 l’assessore Goffredo Taddei (avvocato), in nome dell’amministrazione municipale, organizzò un simposio per manifestare all’opinione pubblica: «Il grido di dolore di Pescina». Salutando i numerosi ospiti intervenuti alla riunione, trovò le giuste parole per raccomandare specialmente alle autorità: «la città di Pescina che fu prostrata dal terremoto e deve ancora risorgere». In realtà, la popolazione alloggiava ancora in ricoveri provvisori, mancando di nuove costruzioni. Oltretutto, egli affermò che: «Pescina, caso unico nel genere, ha municipalizzato, oltre il servizio dei trasporti, anche il servizio di pubblica illuminazione; ma deve ancora vedere risorgere ab imis il proprio abitato». 

La disgraziata cittadina posta sul fiume Giovenco, attendeva con ansia che fosse ripristinato anche l’acquedotto, danneggiato dal sisma, mentre la giunta comunale stava progettando: «un salto di 200 metri in condotta forzata, per lo sviluppo dalle acque del fiume di 2000 cavalli di forza idroelettrica. Se ne avvantaggerebbe la pubblica illuminazione e si avrebbe l’energia necessaria per l’elettro-trazione nella progettata circomfucense, la cui concessione è stata richiesta, da una potente società». Seppur intriso di scetticismo, l’intervento dell’assessore pescinese terminò promettendo, comunque, che la paziente e laboriosa popolazione di quell’estremo lembo della valle del Fucino, era capace di attendere con fiducia le provvidenze governative: «che non possono e non devono mancare» (4).

Tuttavia, l’amministrazione comunale, che mirava alla rinascita del paese, presto si trovò a disagio per: «le grandi difficoltà frapposte dal Governo sia intorno al finanziamento di tutte le opere riguardanti le ricostruzioni degli edifici indispensabili, sia intorno all’esame del bilancio preventivo del Comune. Detto bilancio trovava difficoltà sull’approvazione della spesa necessaria ai più importanti e delicati servizi, fra cui quella per la Scuola tecnica e quella pel trasporto viaggiatori Sambenedetto-Pescina-Stazione ferroviaria, la cui linea stradale è di chilometri dieci che i viandanti non possono fare a piedi». Per questo e altro la giunta, di fronte alle enormi difficoltà, rassegnò le proprie dimissioni al consiglio comunale. Nonostante ciò, presto furono nominati noti personaggi per dirigere il municipio: Salvatore Migliori (sindaco) con accanto gli assessori: Goffredo Taddei (avvocato), Gaetano Di Muzio (ingegnere), Giovanni Conte, Luigi Tarquini e Francesco Forte. Occorre rilevare che il primo cittadino era stato tra i massimi propugnatori per la fondazione del fascio a Pescina, godendo piena fiducia nella popolazione, come comandante della «prima centuria». Molti sostennero che fosse veramente: «l’uomo adatto alla delicata carica di Sindaco; poiché come seppe sacrificarsi per tanti anni in trincea guadagnando tante benemerenze, saprà anche comprendere e sopportare i sacrifici indispensabili per poter raggiungere quella meta cui giustamente agogna Pescina».

Anche gli assessori Taddei e Di Muzio, appena eletti in carica, erano già noti per competenze sulla materia amministrativa. Ambedue dichiararono di essere disposti a qualunque sacrificio, purché il governo: «non frapponga ostacoli e si compenetri nelle infelici condizioni di Pescina, tanto rovinata dal disastro tellurico, e si benigni concedere quanto è necessario alla sua rinascita», aiutando a risolvere i gravi problemi rimasti ancora insoluti dall’epoca del terremoto. Del resto, era opinione di molti cittadini: «come sia stato assicurato ad Avezzano tutto quello che vuole: Palazzo comunale, palazzo di Giustizia, edifici per le scuole tecniche, per le scuole normali, per quelle ginnasiali, ecc.ecc.», mentre a Pescina perdurava insoluta la riparazione dell’acquedotto, la costruzione del camposanto: «che presenta tuttora i cadaveri dissepolti e disposizione dei lupi; la costruzione degli edifici scolastici, che rimane ancora un pio desiderio, malgrado siano approvati i progetti, per cui i nostri fanciulli studiano ancora nelle baracche insufficienti, inadatte e antigieniche». 

In questa fase, dagli amministratori venne posto l’accento come a San Benedetto, invece, con grande soddisfazione dei cittadini: «sia stata ordinata la costruzione di dieci padiglioni per l’importo di L.1.200.000 mentre a Pescina è stata approvata la spesa per quattro padiglioni appena». Allora perché queste discriminazioni gravavano pesantemente solo sul municipio di Pescina? 

Correva voce che tutti questi ritardi, erano stati causati da qualche sobillatore intento a screditare l’antico borgo come «paese antifascista». Con l’urgente necessità di ripristinare un giudizio positivo, gli assessori rivolsero richieste al duce Mussolini, invocando l’amicizia dell’onorevole Sardi, votato alla sua prima candidatura da tutti i pescinesi. Tra l’altro, Il giornale Il Risorgimento d’Abruzzo, riportò altre note di fedeltà alla causa come questa: «Noi teniamo a dichiarare, invece, che Pescina ama e propugna il Fascio, e valga la prova che qui non v’è né partito popolare, né socialista, né di altro colore; e guai alle pecore nere!» (5).

In effetti, fu ammesso che Pescina nel 1919 aveva: «tutte le caratteristiche di una città rivoluzionaria. Una serie di propagandisti di sinistra vi si recava di quando in quando insinuando il veleno nelle masse alle quali promettevano la rivoluzione e l’avvento della dittatura proletaria. Sui muri si scrivevano frasi rivoluzionarie osannanti Lenin». Ancor più, per dimostrare la completa fedeltà al fascismo «primo atto della sua redenzione» e dopo la costituzione del Fascio, l’amministrazione comunale volle commemorare la data del 4 novembre, organizzando un lungo corteo cui partecipò anche la società operaia, il tiro a segno nazionale, i combattenti, tutti i fascisti con molte camicie nere al suono della banda cittadina. Dopo la cerimonia religiosa in suffragio al Milite Ignoto, la folla convenne compatta al Teatro Comunale, dove prese la parola Goffredo Taddei, illustrando il significato della festa della vittoria e ammonendo i fascisti da astenersi da ogni violenza.

La città di Pescina penalizzata per i suoi trascorsi antifascisti (autunno 1922)
L’avvocato Mameli Tarquini (nel 1927 sarà il podestà di Pescina)

All’avvocato si contrappose fieramente  il collega Mameli Tarquini, sostenendo: «le origini e le glorie del fascismo che seguiva la sua via tracciata dai suoi duci ribelle a tutti i suggerimenti di chi non è fascista e non ha diritto di essere fascista». La festa, seppur disturbata da questi contrasti, si chiuse tra le note elettrizzanti dell’inno Giovinezza. Questa fu la cronaca della giornata, scritta da un giornalista anonimo il 16 novembre 1922.

Per smentire alcuni passi della maliziosa corrispondenza, fu pubblicato un articolo firmato da Goffredo Taddei, che smentiva la fastidiosa polemica avvenuta tra i due avvocati pescinesi, negando ci fosse stato uno scontro per beghe personali o altro, in quanto: «non deve la sinistra fama di una Pescina pettegola, anche nelle solenni occasioni, accreditarsi per colpa di alcuni sconsigliati, che tanto male hanno fatto a questa nostra terra natia per ambizioni insoddisfatte, per livore di parte». A riprova della sua fedeltà al Fascio, l’avvocato Taddei ricordò che, sin dal 4 dicembre del 1921, affiancato dall’ingegner Di Muzio e dal consigliere Tranquilli aveva affrontato una lunga e aspra lotta «contro il partito socialista allora imperante». Oltretutto, sminuì lo scontro verbale con l’avvocato Tarquini, in quanto: «non ebbe motivo di sorta ad impennarsi, come non s’impennarono, non reagirono allora i suoi fascisti, plaudenti sinceramente, calorosamente al mio nome, che non pensarono né allora, né mai di abbandonare il Teatro per protesta». Il legale, cui certo non mancarono toni severi per accusare apertamente l’articolista anonimo, infine affermò con fierezza: «Tu scrivi che non ho diritto di essere fascista: ma non osi ripetermelo sul viso, tu che non puoi essere altro che uno della sesta giornata, un imboscato o militare delle retrovie o dove non è mai giunto il fuoco delle artiglierie nemiche. Fuori il tuo nome ed il tuo stato di servizio, ed anche nella regione faranno di te giustizia come il buon popolo di Pescina l’ha fatto qui del tuo articolo. Tu dici che io non sono fascista. Se tale è solo chi veste, secondo corrente, una casacca, un berretto ed agita un randello, certo non lo sono: sarei troppo buffo in tale montura alla mia età, col mio fisico, coi miei acciacchi; se invece è fascista chi ha il coraggio delle proprie idee di libertà, di Patria, di lavoro, sempre, dovunque, contro tutti, io lo sono stato prima di te e dei tuoi soci, anche quando qui si facevano aggredire i professionisti da un Fabi; anche quando ci voleva del fegato a non piegare il capo dinanzi alle bandiere rosse, anche quando si poteva ritenere più prudente e comodo atteggiarsi a filosocialista» (6).

 

NOTE

  1. R.De Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere 1921-1925, Einaudi editore, Torino 1966, p.41.
  2. G.De Rosa, Storia del movimento cattolico in Italia, vol. II, Il partito popolare, Laterza 1966, p.165.
  3. G.Jetti, Camillo Corradini nella storia politica dei suoi tempi, Arti Grafiche Pellecchia, Atripalda (AV), settembre 2004, p.156.
  4. Il Risorgimento d’Abruzzo, Anno IV – Num.249 – Roma, 17 Settembre 1922.
  5. Ivi, Anno IV – Num.266 – Roma, 16 Novembre 1922, Corriere di Pescina, p.2.
  6. Ibidem.