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La città di Avezzano diventa il centro del potere fascista nella Marsica (aprile 1924)

NECROLOGI MARSICA

Necrologi Marsica Mario Buongiovanni
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Lettere di Camillo Corradini (pubblicate nel 1957) e il sottosegretario Alessandro Sardi

L’eliminazione dalla vita pubblica e politica di Camillo Corradini per opera di Alessandro Sardi, rinvigorì l’azione degli squadristi avezzanesi condotti dal console Enrico Panfili, Vico Della Bitta (capo manipolo) e dal conte Filippo Resta: sempre pronti a organizzare spedizioni punitive. D’altronde, la documentazione della Questura, della Prefettura, il Casellario Politico Centrale e i numerosi rapporti della Pubblica Sicurezza, ben dimostra la lotta serrata che stava svolgendosi in ogni paese della Marsica tra i fascisti e le fazioni rivali. Nell’ambito delle rappresaglie intraprese ad Avezzano, si rileva che un drappello di camice nere assalì la casa del notaio Giuseppe Saturnini (era stato sostenitore del comitato elettorale di Corradini): dopo un’ora di conflitto a fuoco il gruppo armato venne respinto dagli assediati; poi, le abitazioni dei corradiniani: «Silvio Bonanni, Luigi Vendittelli, Alberto Fontana, Antonio Colizza e i negozi di Panfilo Marinacci, Gaetano Turriani, Angelo Spera subivano analogo trattamento, e a Massa d’Albe, dove i fedeli dell’avezzanese fanno riferimento al consigliere provinciale Carlo Pace, le insolenze squadriste sono quotidiane». Altri avversari politici furono aggrediti a Petrella Liri, Paterno e Celano: Filippo Carusi (socialista unitario), che tuttavia aveva ricevuto ben 7.275 voti durante le passate elezioni, non fu esente da violenze (1).

Nonostante ciò, in questa fase, l’onorevole Alessandro Sardi cercò di crearsi un alibi prezioso, raccomandando a tutti gli estremisti, dalle pagine de Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise, di evitare la forza. Altri giornali, invece, come Il Fascio di Chieti, si scagliarono apertamente contro i «cani di Corradini», definito in maniera dispregiativa anche come il «fedele caposquadra del Dio labbruto e labbrone» (Giolitti). Addirittura, La Gironda (organo del partito socialista nazionale), accentuando le ingiurie, attaccò l’onorevole Corradini come il più ripugnante doppiogiochista del momento, allo scopo di sollecitare intorno alla sua figura solo dissensi e disprezzo (2).

In questa situazione le squadracce fasciste, da qualche tempo padrone del territorio e disposte a tutto, continuavano a terrorizzare i dissidenti: socialisti, comunisti, anarchici e simpatizzanti di Corradini furono presi di mira in tutti i modi con percosse, manganellate, revolverate e violenze di ogni tipo. Spiccano, tra i più temibili forsennati, i nomi di Vico Della Bitta, Alessandro Resch, Colacicchi, Filippo Resta, Saturnini, l’aiutante Boccato, Alessandro Corbi, Vittorino Tuzi, i capisquadra Polce, Rino Napoli, Emilio Reggiani, De Angelis, Marinacci, De Cesare e Benedetto Angelini. 

E mentre Corradini seguitava a trasmettere le sue rimostranze alle autorità competenti, il generale De Bono, com’era prevedibile, spesso si defilava, lasciando campo libero al console Enrico Panfili e ai suoi scagnozzi. In tale drammatica situazione sociale, l’insigne avezzanese, da Roma, sconfessò ancora una volta l’onorevole Sardi con una lettera personale indirizzata a Mussolini, nella quale denunciava il sottosegretario come l’organizzatore e l’ispiratore delle continue ostilità zonali. Di fatto la situazione continuava a precipitare. Del resto, occorre ripetere che, con il voto del sei aprile si chiuse «la prima fase del potere fascista. Nonostante le violenze»; le camice nere marsicane e non solo ebbero campo libero, dando sfogo alle loro vendette personali (3). A livello nazionale anche Luigi Sturzo (dimissionario del partito popolare italiano, poi costretto esule), espresse pareri sulla sconfitta di Corradini e dei suoi amici giolittiani, contrapponendola alla potenza dei «ras imberbi» e dei caporioni fascisti. Sulle pagine de Il Popolo (Roma, 16 aprile 1924), scrisse che le camice erano ormai appoggiate dalle famiglie dominanti del paese, ricevendo favori dalle amministrazioni comunali: «facenti capo a deputati democratici, resta la difesa di oggi, col solo cambiamento di nome […] con un’aggiunta in più: il manganello» (4).

           

Dopo «la splendida vittoria elettorale, i cittadini di Avezzano», città ormai divenuta salda roccaforte fascista, nel mese di maggio dello stesso anno, con pubblica sottoscrizione espressero al regio commissario Umberto Ferretti il desiderio di proclamare Mussolini cittadino onorario del municipio. Lo stesso Ferretti esaudì la richiesta con una deliberazione comunale, pubblicando il seguente telegramma inviato al capo del governo fascista: «Capitale dei Marsi che attraverso sciagure et dolori ha costantemente custodito fuoco Sacro alte idealità civiche et patriottiche, ha voluto per unanime consenso di popolo che l’E.V. grande forgiatore di coscienze et restauratore fortune Patria fosse proclamato Suo cittadino onorario. Lieto ho l’onore comunicare avere a ciò provveduto con mia odierna deliberazione». Aggiunse il cronista con i soliti toni enfatici: «la città che tuttora sanguina dopo un decennio di privazioni e di stenti ora più che mai, ravviva la fede nel proprio avvenire, tutta compresa, dell’onore di avere nell’albo della cittadinanza, inscritto a lettere d’oro il nome di Benito Mussolini: nome che è un augurio e speranza di tempi sempre migliori, pegno della completa rinascita di Avezzano» (5). 

Rimanendo nell’ambito delle benemerenze fasciste, il sottosegretario alla presidenza Giacomo Acerbo, dette onore al merito all’avvocato penalista Antonio Retico di Trasacco, appena insignito della «Commenda della Corona d’Italia».

All’annuncio ufficiale dell’importante investitura (come scrisse il corrispondente), la popolazione esultante:«festeggiò l’illustre uomo. La Giunta Comunale con a capo il Sindaco Sig.Tito Favoriti, si recò presso l’Avv.Retico per esprimere il vivo compiacimento della cittadinanza: poscia amici ed ammiratori fra i quali il Pretore del Mandamento Avv.Ferdinando Gatti s’intrattennero lungamente in casa Retico dove le danze si protrassero fino a tarda ora. Profusione di fiori, di liquori e di dolci. Facevano gli onori di casa l’avvenente Signorina Anna, primogenita del festeggiato e la nobile consorte Signora Angelina» (6).

Senza negare l’importanza di questi episodi che la propaganda fascista tendeva a esaltare, nel maggio del 1924, ancora una volta Rocco D’Alessandro (Cattedra Ambulante di Agricoltura), propose sulle pagine dell’Agricoltore Marso la questione del Fucino, invitando gli agricoltori a «chiedere ai principi Torlonia di assecondare ed agevolare nel miglior modo possibile la riunione di affittanze strette tra loro da vincoli di parentela o di amicizia», sollecitando così «quelle forme primitive di cooperazione a vantaggio di un’unità culturale che nel Fucino potrebbe essere rappresentata dall’appezzamento di 25 ettari» (7). Nel mese di luglio, con risposta o con riferimento, a quello che era stato già proposto da D’Alessandro e dai sindacati fascisti, il giornalista Armando Palanza rispose così al direttore del giornale: «In questi giorni, su vari giornali, si è parlato nuovamente della complessa questione fucense: qualcuno ha ripetuto i vecchi argomenti; qualche altro ne ha portato in campo dei nuovi che, lungi dal risolvere un si grave problema, mirano, sia pure in buona fede, a rendere ancor più lontana la tanto auspicata e definitiva soluzione. Infatti, si è parlato di cooperative mentre non vi è chi non sappia come sia estranea la nostra gente al cooperativismo; si è parlato di ripartizione di altre piccole zone di terreno mentre tutti sanno quali disastrosi risultati ha dato lo spezzettamento della terra. Qualcuno, che evidentemente ha a cuore il benessere del suo paese, ha scritto che per compensare equamente quei comuni che godono minor superficie di terra in rapporto alla massa rurale degli altri paesi, si potrebbe suddividere l’azienda padronale. Errore evidente che non risolverebbe i bisogni dei comuni non solo data la esiguità della zona coltivata a conduzione diretta della Casa Torlonia (la quale su 15mila ettari ne ha 900 cioè un quindicesimo della superficie del latifondo che è di 15mila ettari) ma anche perché, se nel vasto Fucino vi è una zona che per la produzione, per i sistemi moderni di coltivazione può essere di esempio ai nostri agricoltori, questa zona è precisamente l’azienda padronale la quale, dato pure che non rappresenti l’ideale della perfezione dell’agricoltura moderna, è senza dubbio un’azienda agricola, che può essere citata come modello. Ciò si spiega anzitutto perché nessuna altra azienda in questa nostra regione è così ricca di mezzi indispensabili all’agricoltura. Una tale soppressione si risolverebbe dunque in un immancabile danno all’agricoltura regionale». Per il cronista avezzanese, era giunta ormai l’ora di lasciare nelle mani degli agricoltori del Fucino ogni altra iniziativa, ritenendo: «che solamente dal lavoro dipende il loro avvenire» (8).

 

NOTE

  1. G.Jetti, Camillo Corradini nella storia politica dei suoi tempi, Arti Grafiche Pellecchia, Atripalda (AV), settembre 2004, pp.193-194. In questo drammatico momento di rappresaglie, Ercole Nardelli e Alberto Fontana furono costretti a lasciare Avezzano.
  2. Il Fascio, Chieti, 1 Marzo 1924. La Gironda, Organo del Partito Socialista Nazionale, Anno II, 30 Marzo 1924.
  3. R.De Felice, Mussolini il fascista. La conquista del potere 1921-1925, Giulio Einaudi editore, Torino 2019, p.588.
  4. G.Jetti, cit., p. 204; Cfr. Il Popolo, Roma, 16 Aprile 1924. L’articolo di Sturzo è intitolato: Per il risanamento del Mezzogiorno.
  5. Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise, Anno VI – Num.425, Roma, 29 maggio 1924, Note e Notizie, S.E.Mussolini cittadino onorario di Avezzano.
  6. Ivi, Anno VI – Num.430 – Roma, 15 Giugno 1924, Corriere di Trasacco, Onore al merito. L’avvocato Retico era stato regio commissario di Trasacco, consigliere provinciale e membro della giunta amministrativa; scrittore valente, oratore perspicace e, in guerra, coraggioso capitano di fanteria (queste qualità si rilevano tra le motivazioni del prestigioso titolo acquisito).
  7. R.Colapietra, Fucino Ieri, 1878-1951, Ente Fucino, Stabilimento roto-litografico «Abruzzo-Press», L’Aquila, ottobre 1998, p.168.
  8. G.De Rosa, Venti anni di politica nelle carte di Camillo Corradini, in appendice a Giolitti e il fascismo in alcune sue lettere inedite, in «Storia della letteratura», Roma 1957, pp.91-96, Le violenze e i brogli elettorali in Abruzzo. Cfr. Il Mondo, Politico Quotidiano, 17 Aprile 1924.
  9. Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise, Anno VI – Num.425, Roma, 29 Maggio 1924, Note e Notizie, S.E.Mussolini cittadino onorario di Avezzano.
  10. R.Colapietra, cit., p.168.
  11. Il Risorgimento d’Abruzzo e Molise, Anno VI – Num.437, Roma, 10 Luglio 1924, La questione fucense.

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