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Comune di Balsorano

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In alcune zone d’Italia, cosi come a Balsorano, a distanza di oltre cinquant’anni, sono ancora evidenti i segni spaventosi delle rovine provocate dall’ultimo conflitto mondiale. E sono ancora vive ed attuali le lacerazioni ideologiche sul perché e per come la Nazione vi partecipò. Ci limitiamo a raccontare e a descrivere, pertanto, come la guerra fu combattuta dai soldati balsoranesi, impegnati su tutti i fronti, dalla Savoia all’Albania e alla Grecia, dalla Marmarica alla Tripolitania, dall’Eritrea alla Somalia e in Russia, mobilitati nelle varie armi e specialità e come fu vissuta a Balsorano dall’ottobre 1943 al 6 giugno 1945. Giova ricordare che in questo paese, cosi come in altre parti d’Italia, nella strategia e nelle operazioni di guerra dopo l’8 settembre 1943, tedeschi ed angloamericani agirono inconsapevolmente da “alleati”. Si, ciò non è un’ asserzione paradossale.

Infatti, sul territorio di Balsorano i tedeschi e gli angloamericani, loro malgrado, furono coalizzati perché i primi combatterono la popolazione civile da terra ed i secondi dal cielo. I militari germanici ebbero la facoltà di disporre a loro piacimento degli inermi abitanti, mentre gli alleati, dall’alto, mitragliavano e bombardavano tutto ciò che a terra dava segni di vita. Dopo lo sfondamento del fronte di Cassino, una seconda linea di difesa venne apprestata dai tedeschi lungo un tratto che, partendo più su di Case Cipriani, scendeva al fondo valle e risaliva verso Sant’Onofrio e monte Cornacchia.
Ma già in precedenza, dal comando germanico, al di sopra di Tre Ponti, in località Ciammorrone, era stato costruito un fortilizio centrale che doveva fermare l’avanzata degli alleati verso nord.

L’imponente roccione fu traforato e sezionato, sfruttando la manodopera coatta dei balsoranesi, e da lassù era possibile dominare il sorano e buona parte della Valle di Comino. Nelle intenzioni del Comando di guerra germanico questa linea difensiva doveva rappresentare una seconda Cassino, ma lo sbarco di Anzio ad occidente e lo sfondamento di Orsogna ad oriente, da parte degli anglo americani, resero vano il massiccio baluardo. Sin dal mese di novembre dell’anno 1943 agli abitanti di Balsorano la vita divenne difficile. I tedeschi avevano bisogno di manodopera per gli apprestamenti difensivi del fronte di Cassino ed ebbero l’avvio i rastrellamenti di uomini validi e non validi. Il primo venne eseguito, agli inizi di ottobre, da due militari della SS (1) a bordo di un sydecar, seguito di alcuni camion.

Gli automezzi fecero sosta nella piazza centrale e, avuta la collaborazione di un ignaro ed incosciente paesano, incominciarono a fare il giro lungo le strade. Dapprima la cosa venne presa quasi come un gioco, ma quando i primi uomini furono presi e sbattuti dentro i camion, ci fu un fuggi fuggi generale. A quelli che scappavano le SS sparavano dietro allo scopo di intimidirli e fermarli. In un rastrellamento, un distinto e flemmatico concittadino, fuggito anche lui insieme con il cognato, quando si ritenne al sicuro gridò, verso gli aggressori: ” Ora sparate al c…..” Questa distinto signore, ex combattente della guerra 15-18, qualche giorno prima, era stato schiaffeggiato da un militare tedesco per aver pubblicamente espresso giudizi negativi sul loro comportamento. Non reagì e ciò destò la meraviglia di un suo amico presente.

Allora egli, con un candore singolare, rispose: “Le tribolazioni si sopportano con l’animo, non con il corpo!” I tedeschi avevano necessità di alloggi ed incominciarono ad occupare, cacciando gli occupanti, le case private e le casette asismiche. Alcune di queste, sventrate ed adattate, servirono anche per occultare gli automezzi, le armi pesanti, i cavalli ed i carri armati. Avendo esigenze di vitto, intrapresero le perquisizioni e le ruberie. Tra le numerose razzie effettuate in quel periodo è interessante ricordare la seguente. Nella zona del Valanese Peppe La M. aveva nascosto, in una stalla ben mimetizzata, un paio di vacche. Una notte alcuni militari tedeschi, di nascosto, le portarono via, lasciando un biglietto vergato nella loro lingua. L’indomani il povero Peppe, scoprendo il furto, venne assalito dalla disperazione ma la presenza della carta scritta, esposta bene in evidenza sull’uscio, lo rincuorò alquanto.

Tentò di decifrarla ma non capi nulla. Quel biglietto lo faceva ben sperare perché nell’intestazione portava anche la svastica, emblema della Germania nazista. Sul da farsi, si consigliò in famiglia e la decisione fu che egli si sarebbe dovuto recare al comando tedesco in quanto si confidava in un indennizzo. Peppe, pur in apprensione, ripiegò il foglio di carta, lo mise in tasca e si avviò verso il castello, sede del comando. Gli batteva forte il cuore perché era consapevole che stava correndo il grosso rischio di essere portato a lavorare a Cassino. Al cancello d’ingresso mostrò il biglietto a due sentinelle le quali, ridendo, lo fecero accomodare all’interno, accompagnato da un altro militare che continuava a guardarlo con un sorriso ironico. Nei pressi del pozzo stava fumando un ufficiale.

L’accompagnatore si diresse verso di lui, seguito da Peppe e tra i due vi fu un fitto scambio di parole; il povero derubato consegnò la carta all’ufficiale ed anche costui incominciò a ridere. – Ma cosa hanno da ridere! – si chiedeva in cuor suo il povero Peppe, frastornato e pentito di essersi recato lassù. La spiegazione gliela forni l’ufficiale dicendo in un italiano stentato, infarcito di iavol e ià: “Vakke requisite ordine führer, pacare badoglio! Aufwiedersehen!” Gli angloamericani, da parte loro, dominando il cielo con gli aerei, si accinsero a far cadere bombe a caso, particolarmente di notte, allo scopo di seminare il terrore e di esasperare la popolazione. Di giorno invece, i caccia traevano gusto nei mitragliamenti, prendendo di mira anche qualche ovino che era al pascolo. Poi dettero l’avvio ai bombardamenti veri e propri. Gli attacchi erano diretti sulla ferrovia, contro gli automezzi nemici in transito sulla Statale 82, ma sovente colpivano le abitazioni civili, le case di campagne, le stalle, i fienili.

Tra le tante rovine, ci si domanda ancora oggi perché il castello medioevale, pur essendo noto che ospitava il comando tedesco delle operazioni di guerra, non subì mai un vero e proprio bombardamento diretto e ciò fu una vera fortuna. In compenso, però, il cimitero fu colpito varie volte. Il cielo di Balsorano fu teatro anche di diversi combattimenti tra aerei da caccia. La gente seguiva i duelli con curiosità e sgomento, ma nessun apparecchio venne abbattuto anche perché quelli germanici, a poco a poco, nella zona, abbandonarono la difesa aerea. Per la popolazione civile incominciò l’esodo. Le casupole, i tuguri, le stalle, le bicocche della Cervella, del Cretaccio, di Sferracavallo, di Santa Lucia, del Padreterno, di Colannino, delle Marsichene, della Porcareccia, dell’Affitto, delle Fonti, di Paneccacio, del Valanese, delle Fosse e di San Nicola, le catapecchie dell’Al di là del fiume, i casali della Selva e della zona di Ridotti furono invasi dalle famiglie in cerca di un rifugio sicuro.

I parenti dettero ospitalità ad altri parenti, gli amici ad amici creando, in tal modo, delle promiscuità molto pericolose per la salute, l’igiene e l’intimità.
Si dormiva su qualche materasso rimediato all’atto della fuga, sui pavimenti in terra battuta e sul letame degli armenti disseccato, sempre vestiti, tra lo snervante russare dei vecchi ed il pianto persistente dei bambini che avevano fame. I fuochi non potevano essere accesi perché il fumo richiamava l’attenzione degli assassini dell’aria, sempre pronti a sganciare le bombe ed a mitragliare. Terminate le scarse riserve alimentari arraffate nella fuga, la gente si cibava di tutto ciò che pareva commestibile vagando nei campi, quando i terroristi dell’aria concedevano un po’ di respiro. Si scavarono delle buche da servire come nascondiglio per gli uomini abili, costantemente braccati dalle SS per i lavori di fortificazione del fronte di guerra.

Pur sapendo che si andava incontro a feroci rappresaglie, da parte di taluni venne compiuto qualche atto di sabotaggio, come il taglio dei fili telefonici installati dai tedeschi, ma le ritorsioni non vi furono per la intercessione del locale podestà. Non vi fu rappresaglia nemmeno quando i civili venivano sorpresi a sottrarre il bestiame razziato dai tedeschi in precedenza ed ammassati in recinti di fortuna. I colpi ladreschi, legittimi e giustificati dalla fame, di solito, andavano sempre a buon fine con grande soddisfazione dei balsoranesi che li eseguivano e di coloro che vi assistevano. Rischiarono molto le famiglie che tenevano nascosti nei loro rifugi alcuni prigionieri inglesi i quali erano scappati dai campi di concentramento. Con essi dividevano il poco cibo, le sofferenze e le ansie; soprattutto le ansie perché i tedeschi, spesso, facevano dei rastrellamenti mirati proprio alla cattura dei fuggitivi.

E se fossero stati scoperti, le conseguenze per chi li teneva nascosti sarebbero state tragiche. Ma quelle mamme di famiglia, le quali forse avevano i figli ristretti nei campi di concentramento sia tedeschi sia alleati, non si curarono affatto delle reazioni che potevano derivare. Quando alla fine, dopo il passaggio del fronte di guerra, i prigionieri alleati furono liberi, all’atto del distacco molte lacrime fluirono dagli occhi di questi balsoranesi generosi ed ospitali. Un’anziana donna del luogo aveva, in un pollaio a fianco alla propria abitazione, sei galline le quali ogni giorno deponevano le preziose uova. Li accanto, in una casa requisita, i tedeschi avevano installato un laboratorio di sartoria con una diecina di addetti. Dei militari di passaggio, spesso, si avvicinavano al pollaio con l’intenzione di rubare le galline, ma venivano allontanati in malo modo dai sarti.

La donna li ringraziava, offrendo loro anche qualche uovo, e pensava: “Come sono bravi questi tedeschi! Mi fanno la guardia alle galline! Sono proprio dei figli di mamme buone!” La cosa andò avanti per alcuni mesi. Alla fine il laboratorio fu chiuso, i sarti trasferiti ed insieme con essi sparirono anche le galline! Man mano che il fronte avanzava, la situazione per gli inermi civili si faceva sempre più tragica. Ai rastrellamenti dei tedeschi, ai bombardamenti e mitragliamenti degli alleati, per i balsoranesi venne ad aggiungersi un altro nemico: la fame. Non esistevano più negozi di generi alimentari, i mulini fuori uso, gli orti furono abbandonati e i pochi capi di bestiame, risparmiati dalle ruberie dei soldati teutonici, furono asportati da avventurieri sconosciuti i quali ora si camuffavano come collaboratori dei tedeschi ed ora da spie degli angloamericani. Spesso si verificavano anche casi di indecenti e spregevoli speculazioni. Una distinta signora, a corto di viveri, venne letteralmente spogliata del suo prezioso corredo da una donna che l’aveva ospitata, con il marito, in una bicocca di campagna.

Per una mappatella” di fagioli il corrispettivo era costituito da un paio di lenzuola, cinque-sei chili di farina di mais venivano pagati con una coperta di broccato e cosi via. Ma a questi sporadici casi di bassezza d’animo e di indegno sfruttamento fecero seguito esempi di grande altruismo e di generosità sublime. Si videro genitori di otto nove figli sfamare anche i figli di persone più povere o meno previdenti; anziani che dividevano un modesto pezzo di focaccia di mais con altri anziani più sfortunati. A Balsorano divenne difficile anche morire per la non disponibilità di casse da morto, del prete e della chiesa. La primavera, insieme con i primi tepori di caldo, portò un altro inconveniente. Gli indumenti indossati e mai cambiati, oltre che laceri, emanavano odori disgustosi per cui lo stare vicini era sgradito e mal sopportato. E, spesso al riguardo, avvenivano delle accese ed offensive discussioni.

A metà maggio dell’anno 1944, per il fatto che il fronte si era avvicinato di molto – ai bombardamenti e mitragliamenti aerei, si erano aggiunte le cannonate provenienti da terra – quasi tutta la popolazione del centro urbano si rifugiò nella Grotta di Sant’Angelo e, parte, nella limitrofa e più piccola grotta delle Riconche ed un altre minori. Lassù la gente trovò maggiore sicurezza ma le privazioni e le sofferenze si moltiplicarono. Chi legge provi ad immaginare circa mille persone stipate in una caverna lunga una trentina di metri, alta, in media, venti e larga una sessantina, con la volta che stillava, in continue, gocce d’acqua come una tortura, con il pavimento di terra umido e a più ripiani, dove si dormiva in maniera promiscua, si preparava e si consumava qualche misero pasto e si facevano anche i bisogni corporali. Erano stati occupati anche gli altari e vi si dormiva sopra. Nella grotta delle Riconche, per rendere la permanenza meno disagevole, furono abbattute le stalattiti e stalagmiti le quali, da sempre, avevano rappresentato un vanto dei capolavori della natura e che, in seguito, non si sono più riformate.

Testi tratti dal libro Sull’Altare della Memoria

All’interno delle grotte si aveva un po’ di chiarore nelle ore in cui il sole batteva negli ingressi; prima e dopo un’oscurità persistente e profonda impediva, a volte, perfino i movimenti. Le scarse candele procurate all’inizio erano terminate già da tempo, il poco olio per i lumi veniva risparmiato per condire le dure ed amare erbe selvatiche rimediate nei pressi, tra un bombardamento e l’altro. Per non pensare alla guerra ed alla fame gli adulti cercavano di dormire, cosa che veniva loro impedita dal pianto dei bambini che avevano fame. Con gli occhi spauriti e pieni di lacrime queste piccole vittime imploravano dalle madri un toccio (2) di pane, pur sapendo che non ce n’era e le madri, con l’afflizione nell’anima e con il viso sgomento, giravano lo sguardo disperato verso i mariti senza dir nulla. Allora gli uomini, facendosi coraggio con le imprecazioni e qualche bestemmia, appena sussurrate, tentavano di uscire per rimediare qualsiasi cosa da mettere sotto i denti dei figli, ma quasi sempre venivano fermati dallo scoppio delle cannonate che cadevano nei paraggi. Si sfogavano imprecando e bestemmiando ad alta voce, mentre le mogli si segnavano, rivolgendo gli occhi gonfi di lacrime verso l’altare della Madonna dello Spirito Santo.

Testi tratti dal libro Sull’Altare della Memoria

A volte erano i piccoli ed i più giovani a procurare un po’ di cibo dando la caccia alle volpi, agli scoiattoli ed alle ghiandaie che non erano fuggiti in alta montagna. Di ogni preda fortunosamente catturata con qualsiasi mezzo, si cuoceva tutto all’infuori delle piume e del contenuto delle budella. La sete veniva soddisfatta, quando era possibile, dalle gocce d’acqua che filtravano dalla roccia soprastante, raccolte in barattoli e pentole. Ma un giorno venne giù una violenta e persistente grandinata. Tutti cercarono di riempire i pochi recipienti disponibili, dissetandosi in modo soddisfacente. Qualcuno, vinto dalla fame e dalla tensione nervosa, tentava di tornare in paese noncurante del grave pericolo cui andava incontro, ma veniva rincorso e ricondotto nella grotta, dove si appartava e si abbandonava apatico ed inebetito. Coloro i quali disponevano di qualche coppa (3) di grano o di granturco, per la chiusura dei mulini, dovettero adattarsi a macinarlo con i tritacaffè e i pistasale per fare del pane senza lievito e senza sale o polenta, oppure consumarlo bollito in pochissima acqua.
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Incominciarono a prendere consistenza anche i pidocchi e le cimici, per la mancanza assoluta di qualsiasi norma igienica. I componenti della famiglia di un forestiero, venuti a Balsorano per lavoro, contrassero la tubercolosi e l’uno dopo l’altro morirono tutti. Altri giovani morirono dopo il rientro nelle case a seguito della debilitazione e della tisi. Ascoltiamo il racconto fatto da un civile, il quale ha voluto mantenere l’anonimato e che, a corto di cibo per sé e per la sua famiglia, la mattina del 27 maggio 1944, recandosi dalla Porcareccia a San Nicola venne a trovarsi al centro di uno dei terrificanti bombardamenti di quel giorno. “Un mio amico, qualche giorno prima mi aveva fatto sapere che aveva un poco di granturco disponibile e da vendere. Approfittando del cielo nuvoloso e grigio, decisi di fare una sortita dal mio rifugio. Il viaggio di andata si svolse nella più assoluta tranquillità.

Mi trattenni con lui un paio di ore perché mi offri un po’ di cibo e qualche bicchiere di vino. Nel frattempo il cielo era mutato e al posto delle nuvole comparve un azzurro terso, reso più cupo dal caldo sole che splendeva in alto. “Al ritorno, mi avviai tranquillo con il sacchetto sulle spalle ma, appena dopo aver fatto trequattrocento metri, sentii il rombo di apparecchi che si stavano avvicinando da sud. Mi nascosi sotto un albero e rimasi ad osservare la formazione che man mano si stava avvicinando a quota molto bassa. Sentendoli ormai sulla mia testa mi coricai sull’erba con le punte dei piedi ed i gomiti poggiati sul terreno, cercando di mantenere il corpo il più possibile sollevato. “Incominciarono a cadere le prime bombe e notai che avevo i denti che battevano in modo impressionante. Pensavo fra mé: Fa caldo ed io batto i denti come se avessi freddo! Era la paura. “Cadevano ancora le bombe ed avvertivo il sibilo pauroso, simile ad un cupo e sinistro fruscio, che esse facevano un attimo prima di esplodere toccando terra. “Una bomba si abbatté a non più di quattro metri dal mio corpo e fui ricoperto di terriccio; un sasso mi colpi l’orecchio destro.

Mi salvai da quell’inferno perché protetto dalle schegge da un tronco d’albero caduto e perché mantenni il corpo non aderente al terreno. Il sacchetto del granturco venne disintegrato e potei tornare al mio rifugio soltanto verso il tramonto in quanto a quel bombardamento ne seguirono, in giornata, ancora una diecina. “Mia moglie, che era in attesa, notando il gonfiore sull’orecchio destro me ne chiese il motivo. No, niente, niente risposi – non è successo niente: ho battuto contro il ramo di una pianta. “Ero mortificato perché non avevo portato nulla per lei e per i miei figli i quali avevano tanta fame. Io, invece, avevo mangiato e bevuto anche del vino, ma a loro non dissi nulla. Mi astenni dal dirle, anche, del bombardamento subito e che ero vivo per miracolo. “All’epoca tutti ci chiedevamo a cosa potessero servire quei bombardamenti degli anglo-americani in aperta campagna, dove non c’era nemmeno l’ombra di un tedesco e di apprestamenti militari nemici, ma soltanto qualche casupola o stalla, luogo di rifugio dei civili sfollati. Da allora è trascorso oltre mezzo secolo e a pormi questa domanda forse sono rimasto soltanto io.

Mentre si viveva in quell’inferno di disperazione e di morte in molti si chiedevano: “Quando finirà? cosa ci riserba il futuro?” Già, il futuro; una realtà certa ma imprevedibile, un dato di fatto sicuro ed oscuro nelle mani del destino, ma manovrato in modo imponderabile dalla mente scellerata dell’uomo. Nonostante quella situazione angosciosa, sbocciò anche qualche amore ed alcune donne maritate rimasero incinte. Nacque qualche idillio anche tra fanciulle del luogo e giovani militari tedeschi condannati a morire sul fronte di Cassino. Dal 29 maggio al 6 giugno 1944 il territorio di Balsorano venne sottoposto, giorno e notte, ad un continuo, massiccio bombardamento dell’artiglieria angloamericana che provocò ingentissimi danni e diversi morti tra i civili i quali non si erano rifugiati a Sant’Angelo, preferendo rimanere nei casolari di campagna. E ciò, sebbene il tre a notte i tedeschi avessero evacuato Ciammorrone ed il restante territorio.

Furono circa duecento i militari germanici che abbandonarono la fortezza. Presero la via di San Francesco (4) e andarono a far sosta in un campo tra il Valanese e San Nicola. Svegliarono i civili sfollati per chiedere acqua, acqua e soltanto acqua. Avevano tanta sete ma erano anche affamati, stanchi e sfiduciati. Sui loro volti si leggeva il terrore della morte, la rassegnazione ad un futuro sempre più tragico. Dissetati, ripresero il cammino verso nord. Negli ultimi giorni di permanenza nella zona, reparti specializzati dell’esercito germanico provvidero, con le mine, a far saltare in aria la stazione ferroviaria di Balsorano, tutti i ponti della strada ferrata e quelli della Statale 82. Ma se gli abitanti di Balsorano centro soffrirono molto, non di meno patirono quelli delle frazioni Ridotti, Selva e Collepiano. Per essere dediti generalmente alla pastorizia ed all’agricoltura quegli abitanti disponevano di maggiori prodotti alimentari che cedevano volentieri ad un costo onesto o, addirittura in maniera gratuita a chi ne faceva richiesta. Prevalevano, in tal modo, l’altruismo congenito della loro razza e la generosità innata dei loro temperamenti semplici e franchi.

Dimostrarono altresì tanta ospitalità, dando ricovero a molte persone sfollate dal sorano e da altri paesi limitrofi. Ma anche in queste frazioni, negli ultimi giorni, la furia devastatrice della guerra provocà molte vittime civili perché il fronte di Ciammorrone stava a ridosso delle case e il trinceramento passava, in taluni posti, tra un’abitazione e l’altra. In quel periodo tremendo chiunque si recava, mettendo a rischio la vita, a Ridotti, a Selva e a Collepiano quasi sempre tornava indietro con un pezzo di formaggio o con qualche fagottino di legumi o di frumento.

Anche se dopo oltre mezzo secolo, di ciò bisogna dare atto pubblicamente ad onore e a merito di quelle popolazioni. Al termine della guerra nel tenimento di Balsorano furono contate una ventina di salme di soldati germanici, seppellite alla meglio nei campi. Qualche anno dopo vennero dissotterrate a cura dell’Ambasciata tedesca a Roma e sepolte nell’apposito cimitero di Cassino. Alle prime luci dell’alba del giorno 4 giugno, perdurando i bombardamenti, Giuseppe Bifolchi, il quale poi sarà sindaco di nomina del Comitato di liberazione nazionale, accompagnato da altri cinque volenterosi del luogo, si recò, a piedi, a Broccostella dove c’era la sede di un comando alleato, per far presente che i tedeschi avevano abbandonato la zona di Balsorano. Disse: “I tedeschi sono andati via da Ciammorrone da circa due giorni ed ora staranno ben oltre Avezzano. È inutile continuare i cannoneggiamenti e le incursioni aeree su Balsorano.

La strada è libera e potete avanzare, anche se alcuni ponti sono stati distrutti! (5)Vennero accolti in malomodo e trattenuti in attesa di accertamenti. Il buon don Peppino non riusciva a capacitarsi di quella rude ed imbarazzante accoglienza. Si sbracciò molto per far capire che egli era un antifascista, che aveva subito la deportazione e l’internamento, per lunghi anni, a Ponza e a Ventotene e che aveva combattuto in Spagna contro i falangisti del generale Franco. Verso mezzogiorno il roccione di Sant’Angelo, appena al di sopra dell’ingresso alla grotta fu colpito da due cannonate il cui scoppio provocò molto spavento alle già atterrite persone che erano all’interno. Da chi furono sparate’? Chi fece il criminale proposito di sterminare la popolazione di Balsorano già tanto provata dalle sofferenze e dalla fame? Una parte attribuì la colpa ai tedeschi, altri sospettarono gli alleati in quanto i primi erano lungo la strada per Collelongo e da quella posizione era impossibile colpire quella parte del roccione.

Indubbiamente, essendo i rifugiati rimasti tutti illesi, fu ritenuto un miracolo, il quale venne attribuito a San Michele Arcangelo. Il giorno 6 giugno 1944 una armatissima pattuglia di soldati neozelandesi, a bordo di camionette, fece l’apparizione nella piazza centrale di Balsorano, accolta con soddisfazione, perché erano terminati i patimenti, da molti cittadini i quali erano già ridiscesi in paese. Ai bambini che li guardavano incuriositi i militari distribuirono delle tavolette di cioccolata e agli adulti regalarono un po’ di sigarette. Rientrò in paese anche Giuseppe Bifolchi il quale, qualche giorno dopo, occupò la sgangherata poltrona di primo cittadino.

Note
(1) Le Schutz Staffel (letteralmente Scaglioni di Sicurezza) erano reparti speciali dell’esercito germanico con compiti di polizia, i quali basavano le loro azioni sulla immediatezza e sulle intimidazioni a gran voce. (Nota dell’insegnante Antonio Nestola).

(2) Pezzo.

(3) Misura locale corrispondente all’incirca a 10 chili

(4) Strada mulattiera che conduce a Collelongo attraverso la montagna.

(5) Racconto fatto personalmente a chi scrive da Peppino Bifolchi qualche tempo dopo.

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La 2° Guerra Mondiale 1940-1945

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