Il convento era stato costruito simmetricamente in tutte le sue parti. Presentava uno slanciato, spazioso ed arioso chiostro con colonne di pietra tutto di un pezzo e una cisterna al centro. A sinistra dell’entrata principale, al pian terreno, vi erano i seguenti vani: una camera detta del terz’ordine, che in origine fungeva da fuoco comune per i forestieri, e di prospetto a questa, una camera con refettorietto per i garzoni. Seguivano il forno, la canova, ante canova e il granaio con sottostante cantina.
Ad ovest si trovava il refettorio, il quale per la sua posizione e grandezza non corrispondeva all’assieme del fabbricato. Staccato da un piccolo corridoio, seguiva la cucina e ante cucina, con altri due grossi vani adibiti a dispensa. Questi comunicavano con altri due vani, uno per la carboniera e l’altro per la legnaia, e c’era anche uno stanzino per carniere, oltre a un piccolo vano che ospitava il cesso. Nella stessa cucina vi era una cistericola per uso del cuoco alla quale giungeva l’acqua tramite un canale dalla cisterna del chiostro.
Al lato nord della cucina, andando verso la chiesa, si trovavano il fuoco comune, la legnaia e un ammazzatoio, accompagnati da altri due vani utilizzati per riporre oggetti della chiesa, poiché attigui alla porta del coro.
Per accedere al piano superiore c’erano due gradinate. La principale, dirimpetto alla porta d’ingresso, era composta da due rampe, assai comode, spaziose ed ariose. Alla sommità di questa scala esisteva una loggetta che guardava al lato nord, affiancata dalla grande loggia che permetteva l’accesso al coro superiore, all’organo e ai corridoi dei sacerdoti e dei fratelli laici. L’altra gradinata, più stretta e quasi buia, si trovava vicina alla cucina e al refettorio, comunicando alla sommità con la cappella, il grande corridoio, il noviziato e i cessi.
Il secondo piano vantava tre corridoi con camere a destra e a sinistra, oltre a due quarti moderni; in totale, il convento disponeva di quaranta camere abitabili e ben arieggiate. Sia a nord che a ovest, il convento era separato dagli orti da due cortili esterni. A nord, c’erano due stalle che da tempo risultavano inservibili perché prive di tetto, e un gallinaio, accessibili dal portone detto dell’asino. A ovest, altre due stalle e un pagliaio si trovavano accessibili dalla porta grande dell’orto, la quale comunicava anche con il lavatoio e l’orto S. Giovanni.
Primo orto S. Giovanni era attaccato al muro di cinta; appena entrati alla porta dell’orto, si trovava un piccolo fabbricato ad uso lavatoio e un serbatoio d’acqua per innaffiare le zonette di terreno, generalmente coltivate ad ortaglie. Sotto queste aree vi era un altro peschierone, utilizzabile solamente per l’innaffiamento del piccolo prato sottostante.
Il terreno presentava irregolarità; i nostri antenati avevano costruito muri a secco per formare pianerottoli per dolcificare il pendio, con dislivelli variabili dai due ai tre metri di altezza. I muri erano ricoperti da viti e, in mezzo all’orto, su una roccia sorgeva la cappella della Vergine SS. del Divino Amore, comunemente detta Madonna dell’Orto, poiché si trovava all’interno dell’orto. La cappelletta era circondata da pini, cipressi e lauri.
Per questa devota immagine si nutriva un culto speciale, celebrando con insolita pompa la festa nella seconda domenica di luglio. Questa festa, sia in tempi remoti che nel periodo attuale, è preceduta da una solenne novenazione e un discorso d’occasione, sia durante il trasporto in chiesa che al ritorno alla cappella, oltre al panegirico durante la messa solenne.
Dalla tradizione dei nostri vecchi padri e dagli anziani del paese apprendiamo che, prima della soppressione del 1866, a questa festa affluivano molti pellegrinaggi, non solo dalla Valle Roveto, ma anche dalla Marsica e dalla Terra di Lavoro, specialmente dalla Valcomino. Alla festa era annessa anche una fiera, che poi andò in disuso per la mancanza della presenza dei religiosi e similmente avvenne ai pellegrinaggi. La cappella era stata edificata all’inizio del 1700, come risulta da un documento non più rinvenuto dopo il 1918.
Secondo orto sopra il montano aveva all’ingresso una cappellina dedicata a S. Antonio Abate, eretta forse a devozione dei balsoranesi affinché il santo anacoreta proteggesse il bestiame abbondante del paese. Si ignora l’epoca della costruzione.
Inoltre, in riferimento agli orti, vi erano due piccole sorgenti; una, detta “acqua di castagneto”, si trovava a distanza di circa mille metri dal convento, ma restò abbandonata a causa di un difetto della conduttura. L’altra sorgente, distante dal convento quasi la metà della prima, nasceva sulla proprietà del marchese di Casafuerte; essa non era perenne, essendo destinata a disseccarsi nei mesi estivi.
Riferimento autore: Il Convento di San Francesco in Balsorano (Testi a cura di P. Beniamino Di Rocco e Giovanni Tordone).