Verso il termine del lavoro, gli addetti ebbero cura di avvertire il padre Provinciale, affinché, a seconda del suo beneplacito, stabilisse il giorno dell’inaugurazione. Egli, con una sua lettera, faceva noto che sarebbe andato la sera del 27 maggio 1918 e il giorno seguente avrebbe solennemente benedetto la chiesa e il convento.
Convenutosi in questa maniera, dal 23 al 27 maggio si occuparono esclusivamente a porre in ordine sia la chiesa che il convento, faticando indefessamente da mane a sera. Finalmente, trovandosi soli, dovettero tutto passare per le loro mani, procurandosi che nessuno sconcerto si verificasse nel giorno della festa. Il Superiore, infatti, trovò tutto in ordine, rimanendo pienamente soddisfatto.
Il giorno 28 maggio, giusta come aveva prestabilito, assistito dal padre Michele e dal guardiano di Arpino, padre Giustino Palma, invitato insieme al frate Ambrogio Bonfitto, che però non venne e di cui non si conoscono le ragioni, era presente un numerosissimo popolo di ogni condizione sociale. Tra i presenti c’erano l’arciprete D. Antonio dottor Macciocchi e suo zio don Bruno canonico Macciocchi, entrambi di Casalattico, e il Provinciale padre Domenico Iannamorelli. Secondo il rito, egli procedette alla solenne benedizione e pronunziò un bellissimo e elevatissimo discorso d’occasione, parlando della santità del tempio e dei benefici che da esso vengono all’umanità.
Dopodiché fu esposto il Santissimo in forma solenne e cantate dal popolo le preci “pro gratiarum actione”. Alla benedizione e dopo il “Dio sia benedetto”, uno stuolo di pie giovanette cantò inni di lode al Signore e alla SS.ma Vergine. Trovandosi in tempi di calamità, poiché in quei giorni la guerra era al culmine e le notizie dei soldati morti nei campi di battaglia arrivavano frequentemente, non era decoroso per i frati dare alla festa quella forma esterna di solennità che la circostanza avrebbe richiesto.
Perciò, agli invitati delle principali famiglie del paese, dopo la funzione, offrirono un modesto rinfresco. Il giorno seguente, 29 maggio, per espresso desiderio del padre Provinciale, venne apprestato un frugale pranzo all’impresario Pagani, all’ingegnere Bugo e al notaio Vincenzo Ruggieri.
In questo stesso giorno, si collaudarono i lavori e si assodarono i conti con l’impresario. Se le spese esorbitarono il preventivo, per la verità dobbiamo dire che la colpa ricade in parte sul Provinciale, poiché quando gli mandarono il disegno in Sulmona, la principale cosa che gli scrissero e raccomandarono caldamente fu quella di far esaminare attentamente in tutte le sue parti il disegno da persone tecniche. Tuttavia, della loro raccomandazione, non se ne fece conto e, dopo la visione di esso, fu rimandato approvato e da eseguirsi integralmente.
Nel febbraio 1923, dal padre Vito Lungarella, che allora era segretario della Provincia, sapemmo che il disegno fu fatto vedere al costruttore Giovanni Stella di Sulmona, il quale si mostrò paziente nel confrontare solo i prezzi convenuti col Pagani, trovandoli convenienti poiché al di sotto dei prezzi dell’epoca. Tuttavia, egli non si curò affatto di esaminare se il disegno fosse effettivamente realizzabile, e ciò potrebbe derivare da incompetenza o dal fatto che non gli fu dato mandato per farlo.
Per quanto ne sappiamo, e ci fu riferito dallo stesso padre, il disegno non venne mostrato ad altri, il che rappresentava un grave errore. La colpa maggiore, poi, pesa sull’architetto, il quale aveva calcolato i muri a mazzocchi dello spessore di soli quindici centimetri. Che dire poi del computista? Egli, oltre all’essersi attenuto al disegno, omise nel computo metrico un intero muro. Conoscendo adunque l’errore dopo aver fatto le fondazioni, cosa avrebbero dovuto fare? Forse avrebbero dovuto farsi ripetere sul muso dai nemici il detto evangelico “Caepit edificare ed non potuit consumare?”
La risposta l’attendono dai critici i quali vollero far ricadere la colpa sul padre Michele e sul Pagani.
Repentina morte del Definitore P. Camillo Marinucci
Il povero padre Provinciale aveva divisato di trattenersi in Balsorano varii giorni, onde sollevare la piccola Comunità dall’isolamento in cui si trovava da molto tempo. Tuttavia, una triste notizia venne a distorgli dalla sua buona volontà. La mattina del 30 maggio 1918, gli giunse, per telegrafo, l’annunzio della repentina morte del Definitore e Lettore Generale, padre Camillo Marinucci, nelle mani del quale stavano affidati molti negozi importanti della Provincia. Così, necessità volle che nello stesso giorno tornasse in Sulmona.
La morte di questo benemerito padre fu uno schianto per i nostri cuori, poiché, oltre ad altre virtù che possedeva, egli era stato, come notammo fin dal principio, uno dei più forti sostenitori della rinascita del convento di Balsorano e di quelli della Marsica, difendendo con fermezza la tesi opposta a coloro che volevano la chiusura e, tra gli altri, il cardinale Falconio. Questo avrebbe portato alla distruzione di una storia gloriosa di vari secoli.
Riferimento autore: Il Convento di San Francesco in Balsorano (Testi a cura di P. Beniamino Di Rocco e Giovanni Tordone).