Il gioco d’azzardo, ne parla il dott. Adelmo Di Salvatore dell’Unità Operativa complessa per le Dipendenze di Avezzano



Condividi su facebook
Condividi
Condividi su whatsapp
INVIA
Condividi su telegram
Telegram
Condividi su linkedin
LinkedIn
Condividi su email
Email
Condividi su print
Stampa

AvezzanoViso eccitato, passione smodata e febbrile verso marchingegni che abili ingegneri costruiscono con algoritmi conoscendo molto bene i meccanismi psicologici di chi gioca d’azzardo: questo è l’identikit del giocatore che prova crisi di astinenza quando non può giocare. Capace di indebitarsi fino al collo rivolgendosi ad usurai, amici, familiari e agenzie di credito il tutto per aver vinto una volta. È così che finisce un comportamento (azzardare) che serve per inibire l’ansia, l’irrequietezza, con l’illusione di poter controllare il caso. Ci si lega persino ad un pensiero magico, vivendo di scaramanzia.

Di tutto ciò ne parla lo psichiatra, dott. Adelmo Di Salvatore, direttore dell’Unità Operativa complessa per le Dipendenze di Avezzano ad una intervista rilasciata a Rete 8 nella trasmissione di “Medicina facile” in una puntata tutta dedicata al gioco d’azzardo e per tutti coloro che l’hanno sviluppata. Il dott. Di Salvatore afferma che c’è ambiguità concettuale sul termine “ludopatia” perché secondo l’etimologia il termine indicherebbe la dipendenza dal gioco ma l’attività ludica ricorda il gioco vero, che dà piacere, il gioco libero.

Invece il giocatore d’azzardo mette in palio una posta che consiste in denaro o in un oggetto di valore. Tale posta non può essere ritirata e l’esito è affidato al caso. L’azzardo è sempre dannoso, non importa dove si è giocato, con chi si è giocato e quanto si è giocato.

Il cervello ne risente sempre: si hanno alterazioni paragonabili a chi sta assumendo una piccola dose di cocaina. Nel cervello di un giocatore si hanno alterazioni funzionali e più è forte il desiderio di giocare e più si attivano determinate aree; c’è ricerca dell’eccitazione e mentre si gioca si perde il controllo. L’azzardare è, non a caso, nel novero delle dipendenze.

Per citare qualche numero, nel 2004 si spendevano in azzardo 25 mld di euro, nel 2017 101,8 mld di euro e lo Stato ha introitato soltanto un decimo. Il 15,7 % dei giovani tra i 15 e i 19 anni sono a rischio: l’Abruzzo è il primo in assoluto e certamente non è un dato confortante.

Cosa ci guadagna il giocatore di azzardo? Nulla, meno di niente, perché chi vince è sempre il banco. La produttività, il rendimento lavorativo l’autostima vengono meno e le cause che trasformano il gioco in problema sono il numero sempre crescente di slot machine, il contesto sociale, il contesto familiare, l’individuo con la sua personalità, i suoi bisogni, i suoi comportamenti. E i giovani sono i più esposti. Con il gioco d’azzardo tutto va alla malora, i sentimenti, le tasche, gli affetti familiari. C’è infine la fase della disperazione dove si hanno disturbi psichiatrici in senso stretto, persino danni organici.

Il giornalista, durante l’intervista, ha chiesto al dott. Di Salvatore come si riesce a smettere e a non ricominciare. A tale domanda lo psichiatra ha risposto che tanti smettono di giocare e che le ricadute sono meno frequenti quando intorno al giocatore si crea solidarietà, anche attraverso figure professionali: il medico di medicina generale, lo psichiatra, l’educatore professionale, la Caritas, l’assistente sociale, i gruppi mutuo aiuto, dove si impara a controllare gli impulsi e a cambiare stile di vita. Addirittura, a volte è intervenuto l’amministratore di sostegno, nominato dal giudice tutelare.

Cosa si può fare per arginare tale fenomeno? Bisogna tagliare il numero delle slot machine, limitare l’offerta dei gratta e vinci e qualsiasi forma di sponsorizzazione pubblicitaria diretta e indiretta, con provvedimenti regionali che siano più seri.

Puntare qualcosa, affidarsi al caso è implementare la cultura dell’azzardo. Bisognerebbe imparare a giocare sano, solo così si può avere una crescita sana. Come ha affermato il dott. Di salvatore, c’è sempre un tempo per imparare a giocare, con i figli e per i figli.