I nostri grandi conterranei: Camillo Corradini, l’uomo che cambiò la scuola



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Camillo Corradini nacque ad Avezzano il 23 aprile del 1867 da Gaetano, artigiano, e da Anna Maria Donsanti. Trasferitosi a Roma, dove si era iscritto alla facoltà di giurisprudenza, dopo aver lavorato tra il 1888 e il 1889 come redattore del quotidiano La Tribuna, nel 1890 entrò per concorso al ministero della Guerra come segretario. In quei primi anni di servizio ministeriale scrisse alcuni articoli, tra il 1892 ed il 1895, sulla Rivista militare, che gli valsero la stima di V. E. Orlando, sicché questi gli affidò la stesura (Milano 1906) delle parti relative a Le strade ordinarie, La pena nel diritto amministrativo, e al Diritto amministrativo militare per il Primo trattato completo di diritto amministrativo italiano che curava in edizione a fascicoli a partire dal 1897. Nel 1903, quando G. Giolitti formò il suo secondo gabinetto, sempre Orlando, chiamato al ministero della Pubblica Istruzione, nominò Corradini capo di gabinetto. Come tale questi si occupò dei problemi della scuola, e in particolare dell’istruzione primaria, acquistando competenza e capacità, tanto che gli fu affidata la redazione della legge Daneo-Credaro del 1911. L’incarico però gli aprì soprattutto la strada per una intesa con Giolitti.

L’istruzione primaria in Italia, regolata dalla legge Casati del 1859, si era rivelata nel primo quarantennio dello Stato unitario quantomeno inadeguata alle esigenze dell’alfabetizzazione. Basata su un principio inequivocabilmente accentratore, la legge delegava però ai Comuni ogni onere finanziario, lasciando ai maestri stipendi spesso irrisori e comunque affidati alla discrezionalità delle amministrazioni comunali. Se le amministrazioni più floride potevano in qualche modo far fronte alle maggiori difficoltà di spesa, queste erano invece un insormontabile ostacolo per i Comuni più poveri, in particolare per quelli meridionali, che non erano così in grado di rispondere all’attuazione dell’obbligo scolastico. Con la legge del 4 luglio 1904 sui Provvedimenti per la scuola e per i maestri, l’istruzione elementare venne ridotta a quattro anni, mentre lo Stato si impegnava a coprire parte degli aumenti stabiliti per gli stipendi dei maestri. Collaboratore del ministro Orlando per la stesura della legge, Corradini aveva accumulato una solida competenza sui problemi connessi all’ istruzione primaria, e si era legato in particolare a Filippo Turati. Questi, profondamente convinto che la diffusione della cultura e il funzionamento della scuola elementare fossero mezzi necessari all’elevamento della coscienza delle classi popolari, trovò in lui un alleato prezioso. Fu la base di una collaborazione e di un’amicizia che si protrarranno negli anni successivi, a conferma delle grandi affinità culturali che collegavano il socialismo moderato e il complessivo disegno politico giolittiano, pur se con obiettivi strategici diversi.

L’indirizzo della politica scolastica che Corradini sosteneva e che Turati condivideva poté in parte tradursi in atto quando fu nominato reggente della direzione dell’istruzione primaria e popolare nel gennaio del 1908, e poi direttore generale nell’agosto. In tale veste egli portò a termine l’inchiesta, avviata già nel 1907 quando era ispettore generale, sull’istruzione primaria e popolare. L’inchiesta, che affrontava i problemi della scuola elementare in relazione alla difficile situazione finanziaria dei comuni, e che procedeva anche ad un confronto con la legislazione scolastica degli altri paesi europei, rappresentò il principale punto di partenza per l’elaborazione della riforma varata nel 1911.
Risalgono a questi anni i seguenti saggi che sono anche documento della sua attività amministrativa: L’istruzione primaria e popolare in Italia. Le sorprese di un’inchiesta ufficiale, 1910; La giurisdizione dei corpi consultivi e giuridizionali nell’applicazione delle leggi sulla istruzione primaria e popolare, 1911; Dei modi più efficaci per provvedere alla istruzione e alla educazione delle masse emigratrici prima dell’imbarco, 1911; Il carattere e l’azione dei Patronati scolastici istituiti dalla legge Daneo-Credaro e l’opera dell’Unione italiana per l’educazione popolare, in La Cultura popolare, 1911; Le università popolari nell’ordinamento dell’istruzione popolare, 1911; Patronati scolastici e obbligo scolastico, in Relazione della Commissione reale contro la delinquenza dei minorenni, 1912; La scuola popolare, in La Cultura popolare, 1913.

Nel 1915, con la nomina a consigliere di Stato, lasciò il ministero della Pubblica Istruzione. Comunque, pur partecipando in seguito ai lavori di varie commissioni parlamentari sui problemi della scuola, e pur non abbandonando fino al 1923 gli incarichi assunti in organismi legati ai problemi dell’istruzione, egli cominciò nel 1915 una nuova fase della propria vicenda politica; questa sarà contrassegnata in larga misura dalla sua attività al ministero degli Interni in alcuni momenti difficili della vita politica italiana, una prima volta nel 1916-1917, una seconda nel 1920-1921.
Nel giugno 1916, con la formazione del gabinetto Boselli, Orlando assunse il portafogli degli Interni, e chiamò Corradini come capo di gabinetto. Orlando lo aveva scelto non solo per i passati rapporti di collaborazione, ma anche per la dimostrata capacità del neoconsigliere di Stato di saper conciliare le necessità di governo con le istanze liberaldemocratiche.
La relativa tolleranza verso le agitazioni e gli scioperi, adottata da Orlando e di Corradini. fin dall’inizio, si attirò però le critiche e gli attacchi dei salandrini e dei gruppi interventisti. Così, mentre il Corriere della sera, l’Idea nazionale, il Popolo d’Italia e il Mattino conducevano contro il ministro degli Interni., la “sua anima dannata”, una violenta campagna, i contrasti interni alla compagine governativa si aggravavano progressivamente. Nell’estate 1917 la posizione di Orlando si era fatta ormai difficile, per le accuse di disfattismo e debolezza verso i socialisti che gli venivano rivolte dai ministri interventisti di Destra e di Sinistra. La sommossa di Torino, iniziata spontaneamente per la mancanza di pane il 22 agosto, e proseguita nei giorni successivi con violenti scontri tra forza pubblica e dimostranti che provocarono tra questi più di cinquanta morti, era stata da Corradini in qualche modo prevista. Questi almeno fin dal maggio aveva segnalato la difficile situazione dell’ordine pubblico nel capoluogo piemontese, i disagi e le privazioni cui era sottoposta la popolazione e la forte presenza di una classe operaria politicizzata. Quando il 22 agosto scoppiò lo sciopero di protesta, egli si mise immediatamente in contatto con Turati, insistendo sulla necessità di evitare un allargamento della rivolta e una sua caratterizzazione politica. La condotta del ministro degli Interni fu oggetto di durissimi attacchi da parte di alcuni ministri (tra cui Bissolati, Sonnino, Bonomi), che ne richiesero le dimissioni. Orlando però, in cura a Vallombrosa per un mal di gola, nonostante le insistenze di Corradini., non tornò a Roma fino al 12 settembre, giorno della seduta del Consiglio dei ministri, motivando la decisione con la necessità di evitare uno scontro. Ed effettivamente, al Consiglio dei ministri non più delle sue dimissioni si trattò, ma di quelle del suo capo di gabinetto e del capo della polizia G. Vigliani. Il giorno stesso Corradini scrisse a Orlando una lettera in cui, accettando il proprio allontanamento, esprimeva la piena consapevolezza di aver rappresentato il capro espiatorio della sconfitta di una precisa linea, politica.

Nel marzo 1919 Orlando richiamò Corradini al ministero degli Interni come capo di gabinetto, incarico che tenne fino alla caduta del governo nel giugno. Nel novembre dello stesso anno si tennero le prime elezioni con il sistema proporzionale, cui Corradini partecipò; fu eletto deputato per la circoscrizione dell’Aquila: capolista del raggruppamento democratico costituzionale, ottenne 16.967 preferenze, oltre a 1.034 in altre liste. Già in precedenza, nel 1909, come candidato di Popoli e appoggiato dall’Associazione dei maestri delle scuole elementari, egli era stato eletto alla Camera, dalla quale però, nonostante i discorsi in suo favore pronunciati da Baccelli e Turati, era stato dichiarato decaduto per la incompatibilità” con la funzione di direttore generale per l’Istruzione primaria e popolare. Giolitti, che nel 1909 aveva annullato la sua elezione, nel giugno 1920 lo scelse quale sottosegretario agli Interni. In questa veste Corradini si trovò a dover fronteggiare alcune gravi situazioni del dopoguerra, dall’occupazione delle fabbriche allo squadrismo fascista. Sostituendosi infatti in varie occasioni allo stesso ministro del Lavoro, A. Labriola, egli aveva attuato fin dall’inizio di maggio forti pressioni sugli industriali per evitare la chiusura degli stabilimenti. Ma il mondo imprenditoriale, seppur in larga parte tranquillizzato dal ritorno al potere di Giolitti, non era più disposto ad assicurargli il sostegno di prima e, deciso alla prova di forza con il movimento sindacale, rifiutò di corrispondere alle richieste governative.

La progressiva perdita dell’appoggio di buona parte dell’opinione pubblica non influì su Giolitti e sui suoi collaboratori, i quali non abbandonarono la scelta neutralista, né i tentativi di spingere a una soluzione pacifica l’ala più oltranzista degli industriali, ancora una volta rappresentata dalle dirigenze dell’Ilva e dell’Ansaldo. Giolitti emanò un decreto che istituiva una commissione paritetica di sindacalisti e industriali per elaborare proposte utili alla presentazione di un progetto di legge. Il progetto, pur redatto, non diventerà mai legge, superato dagli avvenimenti e dalla grave crisi determinata nel paese dalla crescita del movimento fascista.
Fu di fronte proprio al fenomeno del fascismo che il governo Giolitti dimostrò la debolezza e la incapacità a capirne la novità e l’aspetto di massa. Da parte del ministero degli Interni la risposta alle violenze delle squadre d’azione di Mussolini fu ristretta essenzialmente al mantenimento dell’ordine pubblico. Ben lontano dal favorirle o dal coprirle, Corradini si limitava però ad inviare innumerevoli dispacci ai prefetti delle varie città perché impedissero con ogni mezzo – requisizioni di camion, blocchi stradali, arresti preventivi, ecc. – le azioni dei fascisti, o perché intervenissero duramente nei casi in cui le autorità locali si fossero compromesse con lo squadrismo. Misure comunque inadeguate, e poi sostanzialmente contraddette dalla decisione di indire nuove elezioni e di costituire con quegli stessi fascisti i blocchi nazionali.

Sconfitto dai risultati delle elezioni che lui stesso aveva voluto, Giolitti cadde nel luglio 1921. E Corradini, che nel maggio era stato confermato deputato per il collegio di Aquila, Chieti e Teramo (capolista del partito costituzionale con quasi 70.000 preferenze), ancora convinto che l’unica barriera al dilagare del movimento fascista potesse essere costituita da un governo presieduto da Giolitti e appoggiato dai socialisti moderati e dai popolari, tentò nei mesi successivi di creare le condizioni favorevoli a un ritorno al potere dello statista piemontese. L’attività di Corradini con l’avvento del fascismo, cessò quasi completamente. Presentatosi alle elezioni dell’aprile 1924, fu sottoposto a una campagna diffamatoria da parte dei fascisti locali, mentre i suoi elettori venivano fatti oggetto di violenze continue. Le inutili denunce presentate a Mussolini non riuscirono a impedire la sua sconfitta elettorale: presentatosi per la circoscrizione elettorale degli Abruzzi e Molise nella lista liberale, ottenne solo 4.291 preferenze.
Escluso dalla Camera, progressivamente emarginato dalla vita politica, nel 1927 fu accusato da Mussolini di legami “con elementi di tendenza sovversiva e con elementi massonici” e dichiarato decaduto dalla carica di consigliere di Stato. Morì a Roma il 30 dicembre 1928, pochi mesi dopo la scomparsa di Giolitti.

I nostri grandi conterranei. Pietro Marso, l’umanista marsicano di Roberta De Santi
Pietro Marso nacque nel borgo di Cese, a breve distanza da Avezzano, in una data da collocarsi intorno al 30 ottobre 1441 sulla scorta della data di morte che si ricava da un obituario conservato alla Biblioteca apostolica Vaticana e dell’epitafio, in S. Lorenzo in Damaso, a Roma, da cui risulta che visse 70 anni e due mesi.
Scarse sono le notizie sulla famiglia, il cui nome risaliva all’appellativo etnografico («Marsorum»), che disponeva di alcune proprietà «in castro Cesarum», se un documento del 1508 riferisce di un terreno, una torre e una casa appartenenti a Marso nonché di altri beni paterni trasmessi a lui e agli eredi dei suoi due fratelli defunti, Domenico e Giovanni.
Esigue anche le notizie sulla sua formazione che dovette farsi chierico assai giovane, come accenna nelle dediche dei commentari ai ciceroniani De officiis 1481e De natura deorum 1508. La sua presenza a Roma risale al febbraio-marzo del 1468, in rapporto alla repressione della congiura dell’Accademia romana contro Paolo II, nella quale Marso fu coinvolto direttamente. Ne riferisce il Liber de vita Christi di Bartolomeo Sacchi nel passo sulle torture e la detenzione di un anno in Castel Sant’Angelo, in cui Marso fu rinchiuso con gli altri accademici Marco Lucido Fazini detto Fosforo, Demetrio Guazzelli, Agostino Maffei e Antonio Settimuleio Campano.
A questa testimonianza risale l’erronea identificazione di Marso con Paolo Marsi da Pescina (che nel periodo della prigionia si trovava a Venezia e, dall’agosto 1468, in Castiglia), sovrapposizione indotta spesso nelle fonti dal ricorrere della generica indicazione di Marsus. Dal canto suo, il pescinese avrebbe menzionato Marso nel componimento XVI della sua Bembicae, rivolto Ad fratres Academicos Romae captivos .

Quali fossero state le responsabilità effettive di Marso è certo che egli apparteneva alla sodalitas accademica in virtù del suo tirocinio privilegiato con Pomponio Leto, che egli orgogliosamente rivendica come uno dei suoi praeceptores, insieme con Domizio Calderini. Di Calderini il Marso era stato auditore nell’anno accademico 1470-71; l’anno successivo seguì le lezioni di greco di Giovanni Argiropulo, passato da Firenze a Roma, da cui ebbe l’incarico di trascrivere la sua traduzione dell’Etica Nicomachea di Aristotele. Al 1472 risale l’impegno come precettore del ventenne Cristoforo Ammannati, nipote del cardinale Iacopo Ammannati Piccolomini. Non è nota la durata dell’incarico, forse svolto a Viterbo, dove si trovava nel 1472, quando iniziò la composizione del suo primo lavoro, il commento all’Ibis di Ovidio.
Il commento, ricco di citazioni e riferimenti ad autori latini e greci, è da porre in rapporto con il commentario alla stessa opera che Calderini avrebbe pubblicato nel 1474 a Roma, sulla base delle lezioni tenute alla Sapienza. Per i Punica di Silio Italico, di cui aveva inviato alcuni piccoli commenti, manoscritti precedenti il 1476 a Roberto Orsini (zio del Virginio cui Marso dedicherà la princeps, 1483), egli si basò sul testo edito a Roma nel 1471 da Pomponio Leto.
Non è certo che Marso fosse già docente presso lo Studium Urbis nel 1476, come attesterebbero dei mandati di pagamento del 9 agosto 1476 a favore di un «m[agistr]o Piero de Ciesi» per una docenza nell’ultimo trimestre di quell’anno, e ancora nel primo trimestre del 1478. Tanto più che per il biennio 1478-80 è documentata la sua docenza in retorica e poesia nei rotuli dello Studio di Bologna, richiesta per lui dal cardinal legato Francesco Gonzaga. Negli stessi anni è pure attestato l’incarico come precettore del fratello minore del cardinale, Ludovico, che sul finire del 1479 seguì a Mantova.

Al periodo bolognese risale una Oratio introduttiva alle Georgiche di Virgilio in cui egli esalta la disciplina rurale dell’Età antica in contrapposizione alle mollezze del presente, ripercorrendo la tradizione degli scrittori latini de re rustica. Al soggiorno mantovano risale una Silva, cui titulus Andes, edita nel 1480 con dedica al marchese di Mantova Federico Gonzaga, fratello del cardinale Francesco.
Dall’anno accademico 1480-81 egli fu professore dapprima di poesia e lingua greca per un anno, quindi di retorica, presso la Sapienza di Roma; negli anni consolidò la sua posizione con un incremento progressivo della remunerazione (150 fiorini annui nel 1480-82; 250 nel 1494-96, una retribuzione fra le più alte registrate presso lo Studium Urbis). Strettamente affiancata all’attività accademica, si andò approfondendo la ricerca sugli auctores, destinata a confluire nelle grandi imprese esegetiche cui la sua fama è legata. Al 12 ottobre 1481 risale la princeps del commentario al De officiis di Cicerone, con dedica al cardinale Gonzaga, destinato a essere il più fortunato dei commenti umanistici a questa opera ciceroniana, riproposto per non meno di 85 tra edizioni e ristampe nell’arco del secolo XVI .

Accanto all’attività professorale, nel corso degli anni Ottanta Marso consolidò la sua presenza sulla scena intellettuale romana prendendo parte alla sodalitas pomponiana. A quel periodo risale una raccolta epistolare di scuola dove figurano diverse lettere inviate o ricevute da un Marsus ad altri sodali (Ciriaco Lene, Giuliano Ceci, Pomponio Leto). Il 18 aprile 1482 egli fu presente alla celebrazione anniversaria per la morte del Platina, suo grande amico (è probabile che si riferiscano a luii due cenni, di cui uno al «Marso meo», nel De honesta voluptate), tenuta in S. Maria Maggiore. A conferma della presenza di spicco nel sodalizio accademico, è citato da Paolo Marsi nella praefatio in versi al libro VI dell’edizione dei Fasti di Ovidio come terzo, dopo Pomponio e Antonio Volsco, tra gli «academiae fulgentia lumina». Con loro, il 20 aprile 1483, nella residenza di Pomponio sul Quirinale, Marso animò le celebrazioni del Natale Urbis Romae, benché non sia stato lui a pronunziarvi il discorso inaugurale (come suppone Adinolfi), bensì Paolo Marsi. Nelle Palilie del 1484, quando fu conferita la laurea poetica a Lorenzo Bonincontri e a Elio Lampridio Cerva, Marso figurò nel collegio deicensores insieme con Pomponio e Giovanni Sulpizio da Veroli . Insieme con il Verulano, peraltro, egli fu anche protagonista del dialogo-invettiva De Cantalycii Gondisalvia, attribuito da G.B. Festa a Pier Francesco Giustolo e rivolto contro il poeta Giovan Battista Valentini detto il Cantalicio .
Il 26 dicembre. 1482 Marso tenne la sua prima orazione pubblica in S. Pietro. Nell’Oratio in die Sancti Stephani, dedicata al cardinale Stefano Nardini , presentandosi come Mantuani contubernalis, cioè familiare del cardinale Gonzaga, si cimentò per la prima volta in una prova di oratoria sacra, che negli anni a venire avrebbe costituito, accanto all’insegnamento, l’altro ambito del suo impegno umanistico.

Il 6 maggio 1483 uscì la interpretatio ai Punica di Silio Italico, con il corredo di un ampio repertorio di fonti latine e greche . Nel 1484 egli fu oratore coram pontifice in due occasioni: dinanzi a Sisto IV, recitando a S. Pietro il 26 maggio la Oratio in die Ascensionis de immortalitate animae, e il 27 dicembre, dinanzi a Innocenzo VIII, il Panegyricus in memoriam s. Iohannis Evangelistae. La prima delle due orazioni era dedicata al cardinale Raffaele Riario, divenuto suo protettore dopo la morte di Francesco Gonzaga (1483), ma presso il quale già dal 1478 è attestata la sua posizione. come caudatarius. A Riario si deve un canonicato ottenuto da Marso in S. Lorenzo in Damaso, di cui il cardinale aveva il titolo dal 1480. In tale veste egli nel 1487 pronunciò l’Oratio in die S. Stephaninella cappella Sistina alla presenza di papa e cardinali, evocando tra l’altro l’attualità di un’eventuale crociata contro i Turchi. La stampa, per i tipi di Silber, senza data, è anteriore al 2 ottobre 1488, data di morte del dedicatario, l’arcivescovo di Milano Giovanni Arcimboldi.

Tra il 1487 e il 1488 Marso era impegnato ancora in prestigiose commemorazioni funebri: quella di Giovanni Argiropulo, non pervenuta, recitata all’improvviso secondo quanto asseriva egli stesso nella prefazione a V. Orsini dell’edizione della traduzione argiropoliana dell’Etica Nicomachea (Roma 1492); fu quindi pronunziata a Imola nel maggio 1488, l’Oratio dicta in funere illustrissimi Hieronymi Forocorneliensis et Foroliviensis comitis, ovvero del conte Girolamo Riario, nipote di Sisto IV, assassinato a Forlì il 14 aprile. Rientrato a Roma, il 28 agosto egli tenne nella chiesa degli agostiniani un Panegyricus in memoriam sancti Augustini Ecclesiae doctoris eximii. La stampa, non datata, con dedicatoria ai sovrani cattolici di Spagna, Ferdinando e Isabella, deve posticiparsi alla seconda metà del 1492, legandosi alle celebrazioni romane per la conquista di Granada, cui il cardinale Riario diede un importante contributo organizzativo.

La reputazione umanistica di Marso ormai prestigiosa, fu illustrata dal giudizio di A. Poliziano («da stimare excessivamente» insieme con Pomponio, Giovanni Lorenzi e Antonio Volsco, lo dice in una lettera in volgare ad Alessandro Cortesi dell’11 ag. 1489) e il magistero universitario sarebbe stato retrospettivamente elogiato da una menzione nel De cardinalatu di Paolo Cortesi, che aveva seguito i suoi corsi intorno al 1485. Nel corso del 1490, in particolare, egli affrontò le commedie di Terenzio, impegno confluito nel grande commento terenziano, a stampa sulla base di un perduto manoscritto finito nelle mani dell’umanista alsaziano Paul Hammerlin (Malleolus), che vi aggiunse proprie annotazioni . Con 37 stampe fino al 1586, tra edizioni e reimpressioni, il commento marsiano accompagnò tutta la fortuna cinquecentesca di Terenzio, tra l’altro corredando l’edizione del 1532 curata da F. Melantone. Il 15 marzo 1491 uscì la seconda edizione del commentario al De officiis (Venezia, G. Paganini, con una nuova dedica al cardinale Riario), frutto di una vasta revisione tesa a integrare il repertorio di citazioni da Platone e Aristotele.

Oltre alla nuova dedicatoria, vi figurava una lettera finale ai lettori, nella quale Marso ribadiva l’intenzione di procedere a una recognitio anche per l’altro commentario giovanile, quello a Silio Italico, tanto più dopo le feroci critiche mossegli nel 1488 da Antonio Volsco, che lo aveva giudicato cicatricosum e pieno di maculae, anche in polemica contro i suoi maestri. Nel maggio 1492 uscì a Venezia, presso O. Scoto una nuova edizione dell’Interpretatio in Syllium Italicum, dove il Marso per solito mite e conciliante, ribatté all’«arrogantissimus et corruptorum corruptissimus», senza peraltro introdurre l’Apologia promessa nella dedica al Cicerone. Un apprezzamento per i «commentarii multa eruditione referti» all’opera di Silio, e soprattutto per l’esegesi ciceroniana, è invece nel De Latinae linguae reparatione di Marcantonio Sabellico, che ricorda entrambe le imprese esegetiche del Marso.
Alla morte di Pomponio sul Marso cadde la scelta per la commemorazione ad sepulchrum, sostenuta il 10 giugno 1498.

La Funebris oratio in obitu Pomponii Laeti , per quanto contenuta nella misura, è tuttavia orazione tutt’altro che improvvisata, capace di ottemperare al suo ufficio nel pieno rispetto dei canoni epidittico-funerari. Rilevante, nella narratio biografica, la notizia circa i due viaggi Oltralpe di Pomponio.
Al 15 agosto 1499 risale la Suasoria oratio ad sodales habita in aede Divae Maioris, tenuta per la festa dell’Assunzione a S. Maria Maggiore e rivolta alla Confraternita romana del Gonfalone, di cui Marso quell’anno fu custos .
Circa le responsabilità prettamente ecclesiastiche che Marso ricoprì tra la fine del secolo XV e il primo decennio del XVI, sono documentati almeno tre uffici: oltre al canonicato di S. Lorenzo in Damaso , quello di rector parrochialis della chiesa di S. Salvatore di Primicerio, nella regione di , di camerarius cleri, nel 1503, incarico relativo all’allestimento di processioni sacre.

Frattanto la sua notorietà esegeta di Cicerone si propagava: nel 1499 il suo commentario al De officiis fu stampato a Lione per cura di Josse Bade, che si limitò ad aggiungere il proprio commento, consapevole di non poter sostituire l’«exactissima explanatio» . In una lettera da Parigi, il 28 apr. 1501, fu Erasmo da Rotterdam a voler aggiungere «crebras annotatiunculas» al Cicerone del Marso. In seguito, in una lettera a Joost Vroye (Josse Gavere) databile al 1° marzo 1523, Erasmo affidò il ricordo, risalente all’epoca del suo soggiorno romano del 1509, del «probus et integer» Marso, intento a commentare il De senectute, ma nel Ciceronianus fu critico verso la sua eloquenza, accostandolo spregiativamente ad A. Mancinelli e a C. Vitelli. Il commento di Marso fu presto incluso nell’edizione di opere ciceroniane curata da B. Brugnoli nel 1502 .
L’interesse di Marso nell’ultimo decennio della sua attività umanistica sembra concentrarsi esclusivamente sull’opera ciceroniana, in conformità con le istanze prevalenti dell’umanesimo primo cinquecentesco. Un lavoro confluito nell’edizione veneziana del 1508, per L. Soardi, degli Illustria monimenta Marci Tullii Ciceronis De divina natura et divinatione a Petro Marso reconcinnata, castigata et enarrata anno salutis M.D.VII, in cui Marso diede fuori i suoi commenti al De natura deorum e al De divinatione, rispettivamente dedicati al re Luigi XII di Francia e alla regina Anna di Bretagna (nella prefazione è annunciato un commento al De legibus, cui forse stava lavorando). Nella prima opera, peraltro, egli restituì una diversa sequenza per il II libro sulle orme della filologia polizianea, cui non mancò di fare riferimento nella dedicatoria. Si tratta dell’ultima impresa di Marso pubblicata mentre era ancora in vita: postumi avrebbero visto la luce i commentari al De senectute e al De amicitia . Marso morì a Roma il 30 dicembre 1511.

Non risulta che abbia fatto testamento; resta un instrumentum concordie, con cui nell’anno 1508 donò ad Ascanio un piano della casa ereditata a Cese dal fratello Domenico. Ciò fa ritenere che lo stesso Ascanio abbia ereditato la biblioteca dello zio. Per decisione di Giulio II la sua cattedra alla Sapienza fu affidata a Giovan Battista Pio, che tenne la sua prolusione il 1° febbraio 1512. Un lungo encomio del Marso professore fu composto dal siciliano Giulio Simone, suo allievo, con il poema In Petrum Marsum poetam et oratorem clarissimum, prime in docendo celebritatis, de Romana Academia optime meritum epicedium .




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