I Marsi. La storia è più bella di tutte le leggende



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Introduzione: Continua il racconto del cammino dei Marsi nella storia, considerando utile il confronto con le altre culture e la ricerca connessa all’analisi delle migrazioni umane

Di tutte le cose perdute nel tempo rimangono solo i nomi dei fiumi e delle montagne, di mucchietti di pietre arse nel sole e parole misteriose nelle fiabe dei bimbi. Tutti gli avvenimenti di cui si è persa la memoria lasciano queste labili ma tangibili tracce che studiate, come da investigatori, possono indicarci una direzione. E’ una sorta di magia dell’elemento originario linguistico e della Archeologia.

Gli uomini più antichi della terra si spostavano metodicamente. Ai luoghi che frequentavano e dove tornavano per ogni stagione, donavano un nome, coniato nella loro lingua originaria. Spesso questi appellativi erano identici a quelli che avevano lasciato nella regione nativa. Di questi passaggi restano ruderi, come per esempio quelli di Lecce Vecchio, ossa come quelle della grotta Maritza e piccoli cocci sepolti dalla terra che guardati meglio nascondono racconti straordinari.

La strada che i Marsi hanno percorso prima di arrivare agli sgoccioli del primo millennio a. C., quando, diventati un gruppo compatto, acquisirono con risolutezza il diritto di voto e di cittadinanza nella Repubblica che dal 27 a.C. diventerà uno degli imperi più potenti del mondo antico, è contrassegnata da incontri. Prima ancora di abitare in cittadelle e villaggi autonomi economicamente e ingegnarsi in tutti i mestieri: come abilissimi artigiani che forgiavano scudi sarebbero stati conosciuti in tutta la penisola . Il convegno che ha cambiato per sempre la storia dell’occidente europeo, è avvenuto molto tempo fa tra i nostri antenati cacciatori-raccoglitori e agricoltori-allevatori che provenivano da molto lontano e sono stati definiti “I portatori della ceramica impressa”.

Il passaggio a Nord Ovest rispetto al luogo di partenza, di una umanità ancora itinerante si trova proprio tra gli altipiani della Anatolia, una regione caratterizzata da ricchezza mineraria e dove nei villaggi preistorici, hujuks , il rame era utilizzato spontaneamente come la selce e l’osso.

Preservare la difesa dell’étnhos indigeno, non è sempre una buona idea per progredire nelle conoscenze. Mentre qualche anno fa la tesi dell’arrivo di popolazioni dal Vicino Oriente era stata rifiutata, attualmente, proprio gli scienziati, con studi pubblicati su riviste scientifiche notevoli, riguardanti la varietà degli aplogruppi in Europa, hanno testimoniato che “Nel neolitico, nuovi arrivati ​​del Vicino Oriente appartenevano essenzialmente all’aplogruppo G2a. Ciò indica che, almeno in Anatolia/Iran e in Europa, l’agricoltura è stata diffusa da membri dell’aplogruppo G”.

Molti risultati hanno portato anche altre ricerche: l’analisi rinnovata dei toponimi e dell’onomastica associandola non solo alle lingue latino e greco antiche ma anche a quelle sumero-accadico-babilonese comprese meglio; nella ricerche letterarie ed iconografiche la connessione tra i miti omerici e quelli mesopotamici; le valutazioni dei reperti da parte degli archeologi che hanno riconosciuto questa possibilità.

I Marsi. La storia è più bella di tutte le leggendeInfatti innovativi esami per i materiali che appartengono al VII e VI millennio a.C. trovati nelle grotte perilacustri dell’alveo del Fucino, hanno confermato il distacco della produzione intorno al lago, associata ora ai reperti del sud-Italia e di molti ambiti del mediterraneo, da quella dell’Abruzzo settentrionale, sottolineandone anche l’importanza per comprendere meglio la preistoria di tutta l’Europa. Il Fucino è una delle aree italiane nelle quali la presenza dell’uomo è più remota, come anche alcune zone intorno ai laghi Alpini. L’Italia, quando quasi tutta l’Europa era ancora ricoperta di ghiaccio è stata un rifugio per l’uomo di Cro – Magnon.

La nostra area specialmente, si contraddistingue anche per questo collegamento iniziale di due mondi e di due modi di rapportarsi alla madre terra e di utilizzarne i prodotti. Due economie insomma.

I cacciatori vivevano in piccoli gruppi. Le donne, trasportavano poche suppellettili come pietre focaie, arnesi per conciare o raschiare le pelli degli animali cacciati e si portavano dietro i bambini solo se era necessario altrimenti anche se a noi sembra terribile solo da immaginare , li lasciavano o li sacrificavano. Gli uomini portavano solo le armi e le “munizioni” di pietra, non per egoismo o superiorità ma perché per loro era importante spostarsi con pochi carichi e velocemente. Silenziosamente. Per evitare brutti incontri con animali che si potevano sentire aggrediti oppure per non spaventare e poter scovare la selvaggina indifesa e colpirla con le lance da lontano.

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Potevano non mangiare per giorni e poi fare un grande banchetto oppure nutrirsi di bacche o molluschi e pesci se camminavano lungo le rive di un fiume o lago. Per i cacciatori questo mondo di caccie coraggiose, con selci modellate e appuntite, durò molto a lungo, fino a quando le grotte, da dimore e rifugio, diventarono tombe e luoghi di culto. Gli agricoltori al contrario, si spostavano lentamente, potevano fermarsi per mesi o solo per alcune stagioni nello stesso ambiente, fornito di acqua, protetto dalle intemperie. Viaggiavano anche con qualche peso, costituito da arnesi utili per pestare o frantumare i semi, contenitori per i semi essiccati stessi ma a volte anche un piccolo gregge composito , con animali diversi, ovini e capri per esempio. Entrambi però chiedevano poco alla Terra o meglio prendevano quello che loro offriva per un breve periodo.

Avevano un forte legame con essa, che consideravano una madre generosa ma anche mutevole. Rispettavano il suo ritmo e, la loro esistenza, era congiunta alle stagioni, al sorgere e tramontare del sole e al mutare metereologico del luogo in cui si accampavano. Consideriamo che gli agricoltori prima di diventare coltivatori furono solamente ”raccoglitori stagionali”.

I due gruppi avevano anche un altro aspetto in comune, legato al loro continuo e alterno movimento: escludevano il concetto di proprietà. Le cose, i beni materiali, raccolti o nati, appartenevano a tutti, erano un dono, come il terreno, le montagne, i frutti e l’acqua: era indispensabile.

Proprio questi modi di essere, hanno determinato che l’incontro tra i cacciatori- raccoglitori e gli agricoltori- allevatori fosse pacifico. Non accadrà alla fine del quarto millennio quando arriveranno nuove popolazioni con intenti, opinioni e utensili diversi: i cercatori di metallo.

Entrambi già prima che si incontrassero, avevano cominciato a comprendere oltre che le regole del nostro pianeta, anche il trascorrere della vita dell’uomo: la nascita, la breve esistenza, la morte. Come per un bambino che non distingue del tutto la realtà dalla fantasia cominciarono ad associare gli avvenimenti a rituali magici, anzi la vita stessa era magica.
Poiché si sentivano collegati e dominati da questi eventi e dagli elementi della natura, iniziarono a temerli, osservarli e pregarli, oltre che ammirarli, come divinità. Soprattutto quei grandi astri che sembravano controllare il loro tempo e la loro realtà: il Dio sole e la Dea luna. O anche le grandi distese di acqua che potevano invadere le loro abitazioni o seccarsi e non dissetarli più. Come il Dio Fucino. Soprattutto quelle creature che, come il terreno scavato, quando riponevano un seme, sembravano avere un potere straordinario nel loro corpo, capace di far germogliare altri esseri: le femmine. Era il tempo delle Dee Madri. Collegato a questo nesso imprescindibile della nascita- morte- rinascita c’è l’uso di seppellire i morti vicino alle abitazioni o sotto di esse.

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Quando giunsero in Europa i cacciatori, faceva ancora molto freddo, dopo l’ultima era glaciale . Devono essere sembrate accoglienti e sicure dimore, le caverne intorno alle rive di quel lago di montagna perché avevano compiuto un lunghissimo viaggio durato millenni e generazioni. Partendo dall’africa nord orientale, alcuni erano arrivati fino all’Europa nord occidentale e poi ritornati più a sud dopo avere incontrato ed essersi imparentati con altre stirpi di uomini come quello di Neanderthal. Di tutto l’insieme partito dall’Africa 200000 anni fa, altre famiglie, invece di proseguire verso ovest, avevano preferito stabilirsi intorno al Mediterraneo Orientale e altre ancora, 25000 anni fa, staccatesi da questi primi esploratori, si erano dirette verso la Russia meridionale e l’attuale Georgia. Nel tempo, come racconterò, i loro discendenti si incontreranno ancora.

I primitivi che avevano scelto l’Est, fecero un percorso molto diverso che scaturì dal clima più favorevole ma anche da un miscuglio di fattori sociali e culturali che non si è più verificato con quella potenza, considerando gli scarsi mezzi, nella storia dell’umanità. Le famiglie di uomini che dopo il famoso Aut of Africa, si erano diretti nel Medio Oriente ebbero un altro destino. In quelle terre che per noi Europei sono l’incrocio tra l’oriente e l’occidente geografico, dai monti del Tauro in Turchia al golfo Persico, passando per la Mesopotamia. Accadde proprio in questa zona, che i Greci chiamarono appunto Terra tra due fiumi, ma che i Medio Orientali, poiché il Fiume Tigre ed il Fiume Eufrate, unendosi a sud, la circondavano e la congiungevano al mare, per millenni, l’hanno sempre chiamata Jhazira, cioè isola. Questa valle abbastanza fertile, ma resa ancora più adatta all’uomo da ingegnosi canali irrigativi e dighe, “ Fu una delle prime regioni della sfera terrestre nelle quali si cominciò a seminare i cereali verso il 9000 a.C. e ad addomesticare animali verso l’8000 a.C.” I grani più antichi sono l’Einkor, l’Emmer selvatico e l’orzo selvatico che crescevano spontaneamente in una area che va dalle odierne Palestina e Turchia fino alla Siria. I primi animali addomesticati come sappiamo furono i cani, seguirono gli ovini e i bovini e poi gli equini che servivano per trasportare i carichi.

Certo, vere città- stato si formarono nel IV millennio a.C. nel Sud del Vicino Oriente, Sumer.

Si chiamavano Nippur, Ur e Uruk e furono fondate dai Sang Giga, teste nere, che tutti chiameranno Sumeri, come facevano gli Accadi ed i Babilonesi, oppure, come scrivevano gli Egiziani, S(A)NGR, nome che significa : Uomini del Sud.

In Mesopotamia, ed in tutto il medio oriente compresa la Siria e l’Anatolia, dal IX millennio a.C. come caratteristiche classiche degli strati preistorici, siamo nel neolitico affermato: ci sono i villaggi, le coltivazioni di graminacee e leguminose, l’ allevamento di capri-ovini e suini. Le donne tessono e si produce la ceramica. Simile proprio a quelle terracotte trovate nelle grotte Continenza e poi , grotta La Punta, nella grotta San Nicola e anche nella grotta Maritza vicino ad Ortucchio dove gli abitatori della mezzaluna fertile fecero conoscenza con i nostri avi .

Alcuni di loro, infatti, da quei luoghi lontani, cominciarono a spostarsi verso settentrione e poi verso occidente. Qualche coraggioso attraversò anche il Mediterraneo, in cerca di una nuova terra perché partendo dall’Asia Minore, il mare, con tutte le isole l’una vicino all’altra, non destava terrore. Già da tempo prima, da circa 9000 anni prima della nostra era, infatti, pochi individui avevano cominciato a muoversi, arrivando nel centro dell’Europa e portando orzo, frumento, farro, capre e dopo, pecore e asini. Tra la fine del VII millennio e il VI millennio A.C., la migrazione verso settentrione e verso l’occidente diventò consistente.

Questa seconda diaspora umana, dopo quella dall’Africa, che ci riguarda, osservando le date lunghe, è avvenuta in concomitanza con uno dei primi cambiamenti delle società orientali quando diversi siti sono stati abbandonati. Accadde infatti che proprio mentre lo sviluppo economico a base agricolo – pastorale, stava avendo l’apice in quella zona, gli storici raccontano di : “Una fase di spopolamento nell’area della Mezzaluna Fertile” . Ancora oggi si confrontano le possibili cause di questi avvenimenti “Probabilmente dovuti a fattori climatici”. “ Disseccamento ” lo definisce uno dei più importanti storici italiani del Vicino Oriente Antico.

Già abituati a vivere in piccole e grandi comunità, quando arrivarono in Europa, erano pacifici, e in seguito, offrivano i beni e per le loro usanze ospitali ed il loro modo di comportarsi nello scambio reciproco, doveroso ed egualitario di doni, sembrano proprio gli antenati che più somigliano ai nostri bisnonni.

Non si conosce ovviamente la data esatta del loro arrivo, che oscilla, molto, tra la fine del 7000 a.C. e il 5800 a. C. La ceramica presente negli strati archeologici, corrispondenti secondo la classificazione classica ma anche secondo le misurazioni C14 degli altri elementi proviene da alcune zone della Siria e della Anatolia. Devo precisare che i confini attuali dello stato Siriano non corrispondono a quelli antichi, più che di Siria infatti dovremmo scrivere di Nord della Mesopotamia, Subartu. Nella area marsicana in questo periodo, si consolidano i caratteri mesolitici dell’industria litica ed è presente una grande importazione di materiali esotici.

Si ritiene che un ruolo importante abbia giocato “Il territorio del Fucino, che inizialmente può avere favorito l’inserimento dei coloni neolitici e le relazioni con i gruppi locali e in seguito lo sviluppo di comunità stabili lungo le sponde del lago, con un’economia produttiva e prospera ed una conoscenza ampia delle risorse naturali in una posizione di rilievo nella rete di scambi attivata attraverso e lungo la Penisola.”

Personalmente, sono rimasta molto colpita, di come la rappresentazione, sui testi redatti dagli archeologi abruzzesi, per esempio nei materiali del villaggio presso le paludi di Celano, trovati negli scavi del 1985, sia simile a quella dei testi che rappresentano le culture dell’Asia Minore, in particolare i reperti Anatolici, quelli di Gerico e quelli della cultura Martu. Le brocche con le orecchiette laterali per infilare una cordicella, i famosi pugnali Martu e quelli anatolici della Troade che hanno nella parte superiore dell’aggancio con lo stiletto di legno, due buchetti. Se i disegni non sono solo “standard” del tipo : “E’ una ceramica in stile Anatolico ” e quindi deve avere queste caratteristiche, è davvero emozionante. Tutto da confrontare ovviamente e approfonditamente .

Vengono a galla dubbi notevoli se, per quanto riguarda questo argomento, risultiamo molto più simili agli orientali che al nord Italia e se i nostri reperti somigliano molto di più a quelli anatolico-assiro che ai vasi Piceni ed Etruschi nonché Umbri.

Per alcune regioni italiane comunque, si sta già tentando di ridisegnare i percorsi compiuti per arrivare dal Vicino Oriente. Chiamiamola via della lana, via del sole o via dei fiumi è sempre la stessa, con varianti regionali. Per orientarsi, gli agricoltori allevatori, inseguivano il sole, lasciando tracce lungo le rive dei fiumi e si accampavano presso le sorgenti, che diventavano luoghi sacri ed ai quali davano, come accennato, nomi nella loro lingua. Come altri siti che più erano utili o che sono riconoscibili ancora oggi perché, quando arrivi, c’è ancora un silenzio ed una pace che dipendono dalla posizione sulle montagne: protetti dal vento, indicati dal sole e dalle rocce che a differenza di tutto il resto, nel tempo non sono cambiate. Sia che abbiano raggiunto prima le coste abruzzesi passando per i Balcani o invece molto più probabilmente e facilmente abbiano risalito i corsi d’acqua che come lunghissimi serpenti partono, o arrivano, in oriente e poi abbiano scavalcato le montagne usando, nelle stagioni favorevoli, i passi montani locali, venendo dal sud, cominciarono a creare gli antenati dei tratturi. Alcuni dei quali esistono ancora oggi, scavati nella roccia viva a furia di passi, con grotte limitrofe come riposo e ruderi di rifugi antichissimi coperti da cespugli. E’ probabile che diverse famiglie seguissero strade diverse. Considerando i sentieri nella Valle del Giovenco e sulle montagne ad est del Fucino ma anche ricordando i riti millenari ed i percorsi consueti verso le fonti montane dei nostri pastori, almeno fino a 40 anni fa. Non so adesso. E’ anche vero che nel Medio Evo, i sentieri esistenti vennero integrati e trasformati nelle dimensioni, direzioni e nell’uso.

Certo erano forti e miti, ma spinti da qualcosa di negativo che lasciavano: una guerra; una città o campi incendiati; una siccità o semplicemente, purtroppo non ci è dato di saperlo, una terra dove il cibo coltivato non bastava per tutti. Piano piano, la cultura mesolitica e quella neolitica si fusero e crearono una stirpe più longeva, grazie al nuovo cibo che non solo si raccoglieva quando la stagione lo permetteva, ma veniva ora selezionato e coltivato. Quando gli agricoltori- allevatori si stabilizzavano, nel villaggio, ognuno come abbiamo appreso anche a scuola, aveva il proprio compito.

Non abbiamo una notizia indiscussa sull’arrivo dei “Portatori della ceramica impressa “ e non sappiamo come mai si imbatterono negli abitanti delle grotte di Ortucchio. Di solito, si scelgono le date già accennate, il VI millennio A.C. , perché il mesolitico si fa terminare circa nel 6000 A.C. ma gli abitanti delle rive del Fucino oltre a venire in contatto con gente che utilizzava questi recipienti, cominciarono a mangiare i cereali che prima erano sconosciuti. Inutile precisare che un vasetto, da solo, non indica l’arrivo di un nuovo popolo ma il discorso cambia con una lingua rintracciabile, nuovo cibo, tecnologie , sepolture e Dei .

Insieme, cacciatori e nuovi arrivati cominciarono a formare i primi villaggi di pianura. Pian piano, anche sulle colline e sugli altipiani si diffusero abitati, molti dei quali esistono ancora oggi. La Marsica si popola e i cacciatori non sparirono perché non è cambiato tutto all’improvviso e non risultano lotte o sopraffazioni ma un lungo periodo di transizione che non si è verificato contemporaneamente in tutte le zone.

Il mestiere di cacciatore quindi era ancora indispensabile come gli altri lavori mentre a volte erano gli stessi agricoltori ad emigrare perché cercavano altre terre fertili: tra loro “commerciavano” o si scambiavano capacità , altrimenti gli uni non avrebbero potuto vivere senza l’aiuto degli altri .

 

Alla ricerca dell’identità dei marsi

Ora fermiamoci un attimo nella storia e, se volessimo trovare l’origine dei Marsi, basandoci, per il momento, solo su toponimi, etimi e assonanze, considerando però quanto visto in precedenza, avremmo curiosamente, una vasta scelta e troppe coincidenze. Devo però prima precisare due cose molto importanti. Innanzitutto sotto la denominazione Marsi, intorno al 90 a. C, la repubblica di Roma riunì diverse tribù dello stesso territorio, chiamandole con il nome di quella più’ importante, già abbastanza associate prima, ma che potevano avere origini e costumi diversi. Il motivo di questa amalgama dipendeva dal fatto che in questo modo si riducevano nel momento delle votazioni al senato, i numeri dei rappresentanti delle tribù italiche. Seconda cosa importante: le antichissime lingue del Vicino Oriente Antico non possono essere tradotte in modo diretto.

Una delle caratteristiche del sumero, dell’accadico, del babilonese come di tutte le lingue evolute, è proprio la possibilità di associare suoni e segni per ottenere infiniti significati. Il tutto viene complicato dal fatto che gli Accadi, non dimentichiamolo, hanno usato i segni cuneiformi Sumeri e li hanno adattati alla propria lingua e quando hanno “rubato” la lingua ai Sumeri, questa, era senza dubbio molto ideografica ma si dirigeva verso il fonetismo . La lingua degli Accadi era molto flessibile e semplice e si prestava ancora meglio di quella sumera, che era agglutinante e rigida, ad utilizzare gli ideogrammi: quelle che per i sumeri erano parole rappresentate da segni cuneiformi, per gli accadi diventarono suoni del loro “dialetto” corrispondenti a segni.

Ogni sillaba ed ogni segno sumero bisogna associarlo agli altri vicini e naturalmente non si può trascurare il contesto generale quando si traduce. Consideriamo anche che non esistevano nelle frasi, punti e virgole. Quindi quando ascoltiamo un suono accadico o leggiamo una sillaba sumera possiamo sbagliare facilmente e stravolgere significati. Lo sanno bene gli epigrafisti di questi linguaggi. I toponimi medio-orientali più antichi sono di origine Pre-sumera, Sumera, Accadica, Eblaita, Babilonese, Assira, Hittita, Cananeo-Fenicia e mi fermo qui e rimango in superficie. Se camminiamo su una carta geografica da nord a sud o meglio da ovest ad est come facevano le tribù nomadi che avevano come riferimento l’est, potremmo incontrare in Palestina, Anatolia e Siria ( che nelle sue espansioni e contrazioni, viene paragonata spesso ad un cuore) Mesopotamia, diversi siti archeologici il cui nome ricorda quello dei Marsi.
Abbiamo per esempio, il villaggio di Mersin, su un altopiano del Tauro, abbandonato tra il 6000 ed il 4500 a.C. nel periodo dello spopolamento. Un po’ più’ a sud abbiamo una regione intera che si chiamava Marras che si affacciava sul Mediterraneo orientale. Sulle montagne ad ovest dell’Eufrate, nell’area geografica tra la Siria, la Palestina e l’alluvio mesopotamico, vivevano o meglio si spostavano, popolazioni dedite alla pastorizia transumante che si chiamavano Mar.tu: nella lingua sumera significa “Occidentale” o “Pastore occidentale ma anche “Tempesta dell’Ovest”. I Martu, famosi per la bravura nel lavorare i metalli, e per i loro ”invincibili” pugnali, sono comparsi due volte per lungo tempo e con molto vigore nella storia del vicino oriente: la prima quando sia i faraoni Egizi che i governatori Sumeri hanno dovuto erigere muraglie per fermarli, un poco come sta facendo Donald Trump con i messicani oggi. Non servì a niente. In seguito, sono ricomparsi di nuovo ma in modo diverso come grandi tribù alleate, alla fine del III millennio. Per alcuni studiosi, sono spariti dalla faccia della terra o emigrati chissà dove, per altri invece non sono altro che gli Amorrei.
Non è questo il luogo adatto per scrivere qualcosa sugli Amorrei-Gente di Amurru, Paese dell’Ovest, perché ci sono infiniti trattati, soprattutto francesi, ma posso dire che alcuni di loro, molti, abbandonata la vita da pastore, si arruolarono nell’esercito Babilonese perché erano soldati molto valenti, e diventarono comandanti molto importanti per la storia della Mesopotamia ma anche per l’Europa stessa. Classico esempio è proprio Hammurapi di Babilonia, il famoso re del codice, discendente di una famiglia di pastori nomadi di Amurru, della tribù dei Ben Simal, la tribù della mano destra. Il loro dio più importante si chiamava Ilu Murru nella lingua accadica e, secondo gli ideogrammi sumeri DINGIR.MAR.TU, un dio pastore. Con la definizione di Amorreo, però, ad un certo punto, in Mesopotamia si identificheranno, nomi incisi sulle tavolette di terracotta scoperte nelle città lungo le rive dell’Eufrate e del Tigri, sia tutti gli immigrati Amorrei che tutte le tribù nomadi.

Ma citiamo anche Mari-ki dove il suffisso KI indica una città o una contrada. Questa antichissima, strategica città, fondata dai sumeri, ma occupata e resa potente sia dai sovrani Accadi che dai capi nomadi Amorrei diventati re, è stata distrutta molte volte e ricostruita altrettante ed i suoi abitanti, ma soprattutto i contadini ed i pastori che abitavano nei suoi dintorni ed erano parte integrante della vita economica e sociale della città, potrebbero essere emigrati. In questo capoluogo, che io casualmente conosco abbastanza bene, nella lingua paleo- accadica, la radice Mar ha due origini: una collegata alla posizione geografica: occidente, acqua , mare, nave, pianeta Marte –tramonto. L’altra che è rimasta nei dialetti orientali collegata alla caratteristica particolare di un soggetto.
Quando si fa riferimento a persone, unita ad un’altra sillaba indica: figlio di. Per esempio mar –sarru significa figlio di re, principe. Però, mar che precede un verbo o un oggetto, può indicare un mestiere per esempio i mar–sipri sono i portatori di tavolette scolpite, cioè gli ambasciatori. La sillaba mus, sumero, designa, in uno dei suoi sei significati possibili, il serpente. Capita però che ser, sir o sarru in accadico, quando la s è rappresentata da un altro ideogramma sumero e si pronuncia in un modo diverso, tipo tz , può voler dire serpente ma anche steppa.
Quindi in Mesopotamia un mar-sir ra poteva essere un portatore di serpente, un serparo ama anche un abitante della steppa, un pastore. Mar può chiamarsi anche un capo, un comandante e ( mars è un deposito militare) una persona potente, e a volte un nome comune veniva utilizzato come nome proprio per esempio Marsum era un generale. Se vogliamo un poco sorridere partendo da questa ultima affermazione e considerando che i Latini parlavano una lingua completamente diversa da quella dei Marsi mi chiedo se non abbiano fatto qualche confusione quando hanno presentato al troiano Enea che parlava un’altra lingua ancora, il “Duce Marro“.
Lascio la PAROLA ai linguisti che forse capiscono meglio questa situazione. Mentre devo assolutamente dire che l’illustrissimo Muzio Febonio, proprio lui, aveva forse il dono della profezia, perché nella Historia Marsorum che tutti citano e nessuno legge per almeno due pagine, per spiegare l’origine della parola Marsi, scrive: Il nome della gente Marrubia, abitanti di Marruvio , può derivare da quello del loro capo “ Duce Marro” oppure da Mari “vel Mari” e quest’ultima parola potrebbe riferirsi al Fucino in quanto è un lago molto grande. Una cosa invece è sicura, quando Muzio Febonio è vissuto, nel 1600, la splendida Mari il cui nome è collegato all’acqua dei suoi canali ma anche all’occidente, giaceva sepolta lungo la riva occidentale del fiume Eufrate ed era solo una piccola collina di sabbia, Tell Hariri.

Confesso di essere cosciente che un toponimo o un nome da solo non ha significato né nessi. E’ anche vero che, in altri contesti, potrebbero essere fondamentali , per rivelarci la lingua e l’origine di una tribù. In alcuni casi, civiltà e città sepolte, che sembravano solo leggendarie, sono state scoperte grazie a dei coraggiosi e esploratori che avevano in mano solo una parola e davanti tanta sabbia e qualche pezzetto di terracotta bruciata.

Per la prima volta, comunque sia andata, al di là di tutto, in questo delicato e bellissimo passaggio della storia dell’uomo, “Comincia a delinearsi la civiltà dei Marsi che definiscono se stessi per la prima volta” perché, gli abitanti delle caverne, insieme a costoro arrivati dal Vicino Oriente cominciano a considerarsi come comunità ed a distinguersi dalle altre mescolando oltre ai beni materiali ed al DNA anche la spiritualità e l’immaginazione : gli dei locali con quelli orientali, i mestieri ed il linguaggio.

Fine seconda parte

 

BIBLIOGRAFIA

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Per scavi Paludi Celano Vincenzo D’ercole; Raffella Papi; Giuseppe Grossi: Antica Terra D’Abruzzo   Editoriale Abruzzese 1990
Rene Labat Florence Malbran- Labrat Manuel D’Epigraphie Accadienne
Geuthner Manuels
Marshall Sahlins   L’economia dell’età della pietra Studi Bompiani
Gordon Childe L’alba della civiltà europea Einaudi
Archeoclub d’Italia – Sezione della Marsica Il Fucino e le aree limitrofe nell’antichità Atti del III Convegno di Archeologia in ricordo di Walter Cianciusi Castello Orsini, Avezzano, 13-15 novembre 2009 -Avezzano – anno 2011
Carlo tozzi Giovanna Radi La Ceramica impressa e la cultura di Catignano in Abruzzo 2009 Archivio di ecologia preistorica Università di Pisa
Tra le varie riviste , per l’argomento: Le Scienze 07 giugno 2016 I primi agricoltori europei erano migranti arrivati dall’Anatolia
Prossimamente: La Dea delle acque e dei serpenti. I pastori nomadi ed il loro Dio; Una lingua oscura ma non troppo

 


PRIMA PARTE

I Marsi. La storia è più bella di tutte le leggende




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