I Conti dei Marsi: storia di una famiglia



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Cosa sappiamo delle famiglie che hanno governato la Marsica nel tempo? Questa non fu solo terra di imperatori romani ma anche di nobili stirpi. Tra queste la più conosciuta è quella dei Berardi, famosi come conti dei Marsi, proprietari della Contea dei Marsi, di fatto indipendente, tra il 936 e il 1143. Per tre secoli hanno guidato la contea, con alti e bassi, fino al 1221 quando, il conte Tommaso, si dovette piegare all’ Federico II, con l’ inizio graduale del declino della famiglia. Le loro origini sembrerebbero risalire ad una popolazione di stirpe franca che si stabilì in Abruzzo tra la fine del IX secolo e l’inizio del X: essi affermavano di aver avuto origine dalla progenie di Berardo I, nipote di Carlo Magno. L’unica cosa sicura è che il loro capostipite fu un certo Berardo, di cui si sa solamente che è di origine franca, ma non ci sono dati certi per confermare che si tratti veramente di Berardo I di stirpe carolingia.

Della famiglia si conoscono solo due rami:
• i Comites Marsorum o ex Comites Marsorum
• e i quot berardinga
La loro signoria comprendeva il Fucino e i territori di Celano. Nell’XI secolo avevano alcune terre sul Sangro e altre terre della Sabina. I loro feudi erano soggetti al ducato di Spoleto fino al 950, quando divennero di fatto indipendenti fino al 1143, anno della conquista normanna dei loro territori. In seguito gli Orsini e i Colonna si espansero nella Sabina e detronizzarono i Conti dei Marsi ma i Berardi riuscirono a mantenere il predominio nella Marsica resistendo ancora per qualche tempo. In questo lasso di tempo diedero aiuto nella lotta contro i Saraceni che avevano invaso i territori dell’Abruzzo arrivando sino all’interno. Da allora i Saraceni non invasero più i territori dei Conti dei Marsi. Durante il declino della Contea dei Marsi, i Normanni approfittarono delle rivalità all’interno della famiglia e riuscirono, nel 1143, a conquistarli, costringendoli all’obbedienza e privandoli dei loro feudi. I rami principali si estinsero, rimanendo così solo i conti di Celano e di Albe. Furono gli abitanti di Amiterno e di Forcona che, rivoltandosi contro di loro, riuscirono ad ucciderne la maggior parte,e costrinsero i restanti a fuggire verso L’Aquila ed a rinunciare ai loro possedimenti. Alcuni si rifugiarono in Puglia ed in Sicilia, altri invece si stabilirono a Roma e a Rieti. Invece il ramo dei Conti di Celano si estinse all’inizio del quattrocento. Molto complesso è l’albero genealogico della famiglia Berardi.

Tra i più conosciuti troviamo:
• Oderisio il Franco, il capostipite;
• Oderisio di Paleria, giustiziere dell’Abruzzo;
• l’abate Oderisio seppellito nell’abbazia di San Giovanni in Venere.
L’ultima esponente della casata dei conti Berardi, fu Jacovella. Ultimogenita di Nicola conte di Celano (o Nicola II) e Maria Marzani, sembrerebbe essere nata nel 1418, anche se alcuni collocano la sua nascita a cavallo tra il XIV ed il XV secolo. Quando suo padre Nicola morì e sua madre Maria si risposò con Giacomo Attendolo, Jacovella ,ancora giovane, divenne l’unica erede dei beni di famiglia. Il fratello Pietro era morto a causa di una malattia, le sorelle Giovanna ed Isabella erano già sposate e le altre due sorelle Angelella ed Antonella, erano prossime al matrimonio. Nel 1424 fu costretta a sposare, per motivi politici, Edoardo Colonna, nipote di papa Martino V, ritratto spesso come malato o deforme, che divenne così signore delle contee di Albe e Celano.

Dopo una convivenza forzata durata circa tre anni e con la morte di papa Martino V, Jacovella scappò da casa Colonna, probabilmente con l’aiuto di sua madre Maria. Per mancata consumazione del matrimonio, Jacovella chiese al nuovo papa Eugenio IV, l’annullamento del matrimonio, ottenendolo. In seconde nozze si legò a Jacopo Caldora, di quasi settanta anni per protezione contro i Colonna che volevano espandersi nella contea marsicana. Nel 1439 dopo solo tre mesi dal secondo matrimonio, la contessa rimase vedova. Nel breve arco di tempo del suo matrimonio, la donna conobbe il nipote di Caldora, Leonello Acclozamora che, tra il 1440 e il 1445, sposò Jacovella. Nel 1458, rimasta di nuovo vedova, si ritrovò a governare da sola la contea di Celano e a crescere i due figli Ruggero (detto Rogerone, Ruggierone o Ruggerotto) e Pietro. Nella seconda metà del XV secolo Jacovella fece completare il secondo piano del mastio e i tre torrioni cilindrici del castello di Celano. Vengono attribuite ad essa e al marito Leonello la costruzione del forte corrispondente alla contemporanea chiesa di San Francesco e l’edificazione della chiesa di Santa Maria Valleverde e di quella di San Michele Arcangelo (o chiesa di Sant’Angelo) a Celano. La contessa contribuì anche alla costruzione della basilica di San Bernardino all’Aquila, oltre alla realizzazione di numerose altre opere.

Il figlio di Jacovella, Ruggero Acclozamora, dopo la morte del padre rivendicò ad alla madre i diritti sulla contea di Celano. Jacovella venne così assediata a Gagliano Aterno, dove si era rifugiata alcuni mesi dopo essere rimasta vedova. Dopo una lunga e tormentata difesa, venne catturata il 17 novembre del 1462. Venne imprigionata, sembrerebbe, nel castello di Ortucchio o secondo altri riferimenti storici, nella vicina rocca di Castelvecchio Subequo. Ruggero Acclozamora rubò il tesoro del castello di Celano per finanziare l’assedio di Sulmona da parte dell’amico Giacomo Piccinino. Persa questa battaglia, con l’ascesa al trono di Ferdinando d’Aragona, l’Acclozamora e il Piccinino vennero esiliati. La contea di Celano venne così espropriata e data ad Antonio Todeschini Piccolomini, andato sposo alla figlia del re, Maria. Il figlio minore Pietro, che nutriva la passione per la letteratura, la scienza e le arti, dopo gli avvenimenti di Gagliano Aterno andò a Venezia e si unì all’umanista Paolo Marso per seguire le lezioni del maestro Pomponio Leto. A Jacovella da Celano fu confermato il solo contado di Venafro, nell’attuale Molise, dove morì nel giro di pochi anni prima del 1471.




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