Docente marsicana pensionata un anno prima, Ministero condannato a 20mila euro di risarcimento



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Capistrello – La somma di circa 20.000 euro è stata versata oggi ad una docente marsicana a titolo di risarcimento del danno subito dal Ministero dell’istruzione perché la donna, che insegnava nella scuola media Sabin di Capistrello, fu pensionata ad un’età diversa dai colleghi uomini. A stabilire la sussistenza del danno ingiusto la Corte d’appello dell’Aquila, che confermava la sentenza della sezione lavoro del Tribunale di Avezzano. La professoressa si era rivolta agli avvocati Salvatore Braghini e Renzo Lancia che l’hanno seguita in entrambi i gradi di giudizio, sostenendo la disparità di trattamento in ragione del sesso e dell’età, a causa del collocamento a riposo ad un’età non uniforme tra lavoratori e lavoratrici successivamente all’innalzamento del limite a 66 anni stabilito dalla riforma Fornero.

Alla base della decisioni giudiziali vi è, infatti, l’impossibilità per le dipendenti donne di prolungare il rapporto di lavoro così da totalizzare un maggior ammontare di contributi sui cui parametrare la pensione. Una vera e propria discriminazione per le donne. La dipendente, peraltro, era stata autorizzata a prolungare il periodo di lavoro e poi costretta a restare a casa a causa del decreto legge del governo Renzi, che aveva abolito i cosiddetti “trattenimenti in servizio“.

L’insegnante, 65enne nel 2014, al 31 dicembre 2011 aveva maturato i requisiti per beneficiare della pensione anticipata di vecchiaia all’epoca vigente (per le sole donne 61 anni) ma non aveva i requisiti per la pensione di anzianità, 40 anni di servizio, né quota 96 (60 anni di età e 35 di contributi). Così aveva chiesto all’amministrazione di prolungare il servizio: proroga prima concessa e poi revocata con l’entrata in vigore del decreto legislativo 90 del giugno del 2014. L’amministrazione, quindi, la collocava in pensione a 65 anni mentre i colleghi di sesso maschile erano posti in quiescenza all’età di 66 anni e 3 mesi, secondo il nuovo limite ordinamentale stabilito dalla legge Fornero, fruendo della possibilità di lavorare un anno in più.

Un’ingiustizia, secondo i Giudici, che hanno accolto, all’esito di una lunga battaglia giudiziale, la tesi dei legali relativamente alla natura discriminatoria del pensionamento forzoso e la correlata richiesta risarcitoria pari a 12 mensilità, oggi liquidate dal Ministero alla lavoratrice. L’avvocato Braghini, non nuovo a battaglie contro la discriminazione di genere, osserva che “non di rado la discriminazione tra uomini e donne si nasconde persino dietro le disposizioni di legge, in modo ancor più subdolo quando riguarda l’età della cessazione del rapporto di lavoro. Se può essere un obiettivo per molti lavoratori anticipare l’uscita, infatti, non lo è di certo per chi, con una bassa base contributiva, non la sceglie affatto, e soprattutto per chi, come in questo caso, lo subisce a causa di una diversa appartenenza di genere”.