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Dante e Silone così lontani eppure così simili e attuali: il sindaco di Pescina, Mirko Zauri, celebra Alighieri

IL GRANDE RIFIUTO DI CELESTINO V TRA “VILTADE” E CORAGGIO Domani, con inizio alle ore 12:00, Il Comune di Pescina, il Centro studi Ignazio Silone, in collaborazione con il Teatro Lanciavicchio hanno deciso di omaggiare Dante attraverso un collegamento in cui saranno eseguite letture tratte dal III Canto dell’Inferno della Divina Commedia e dal Romanzo-Saggio “L’avventura di un povero cristiano”. Sarà possibile seguire le letture direttamente sulla pagina Facebook Ufficiale del Comune di Pescina o sul sito istituzionale.

Pescina – C’è un sottile, quasi impercettibile fil rouge che lega Dante Alighieri allo scrittore più importante della Marsica, Ignazio Silone. Un legame che prende le mosse da uno degli episodi storici più controversi del Medioevo, quello legato al famoso “gran rifiuto” di Celestino V che Dante descrive nella sua Commedia e che Silone racconta nel suo splendido romanzo in forma teatrale “L’avventura di un povero cristiano“.

Il Sindaco di Pescina, Mirko Zauri, nel corso della cerimonia con la quale il Comune di Pescina celebra il 700° anniversario della morte dell’Alighieri, si sofferma proprio su questo strano vincolo letterario che attraversa i secoli e che si incarna proprio nella figura di Pietro da Morrone eletto al soglio pontificio il 5 luglio del 1294 col nome di Celestino V.

Dante” ricorda Zauri “colloca la figura di Celestino V nel III canto dell’Inferno, nel girone degli ignavi di coloro, cioè, che vissero senza infamia e senza lode. Celestino V viene giudicato un vile“. In sostanza il poeta fiorentino vuole rimproverare a Pietro da Morrone di aver favorito, con la sua rinuncia al pontificato, l’ascesa al Papato di Bonifacio VIII, artefice dell’esilio politico di Dante.

Celestino V raccontato da Silone, come spiega Mirko Zauri, è una figura diametralmente opposta rispetto a quella illustrata da Dante nella Commedia: Celestino V rifiutò di diventare papa per via della sua natura profondamente cristiana ed evangelica che andava in aperto contrasto con la Chiesa così come era nel XIII secolo.

Dante e Silone nel tempo così lontani, eppure così simili e attuali” sottolinea il primo cittadino di Avezzano. La “viltade” che Dante attribuisce a Celestino V diventa, per Silone, l’impossibilità per un uomo di Cristo di approdare con sincerità all’avventura pontificale, riconoscendo che “è difficile essere papa e rimanere un buon cristiano“.

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