“Dal dramma delle morti sul lavoro alla cultura della cura”, si è svolto ad Avezzano il convegno promosso dalla Diocesi dei Marsi


Avezzano – Ha ripreso il titolo del Messaggio dei vescovi italiani per la festa dei lavoratori la diocesi dei Marsi, che ha promosso il convegno dal tema «La vera ricchezza sono le persone. Dal dramma delle morti sul lavoro alla cultura della cura» promosso dall’Ufficio diocesano di pastorale sociale e del lavoro, guidato dai direttori Maria Giampietro e Nicola Gallotti, in collaborazione con il Mlac e il Mcl. «La vera ricchezza sono le persone», scrivono i vescovi: «senza di esse non c’è comunità di lavoro, non c’è impresa, non c’è economia. La sicurezza dei luoghi di lavoro significa custodia delle risorse umane, che hanno valore inestimabile agli occhi di Dio e anche agli occhi del vero imprenditore».

La tavola rotonda si è tenuta venerdì pomeriggio, nella Sala Consiliare del Comune di Avezzano, alla presenza del Vescovo di Avezzano, Giovanni Massaro, ed è stata moderata da Nicola Gallotti.

Dopo i saluti dell’amministrazione comunale, portati da Mariateresa Colizza, ha aperto i lavori del convegno la relazione centrale di don Bruno Bignami, direttore dell’Ufficio nazionale per i problemi sociali e il lavoro della Cei. «Siamo chiamati ad essere costruttori del bene comune ­– ha evidenziato don Bignami citando papa Francesco – e artefici di un nuovo «umanesimo del lavoro». Siamo chiamati a tutelare la professionalità, e al tempo stesso a prestare attenzione alle condizioni in cui il lavoro si attua, perché non abbiano a verificarsi incidenti e situazioni di disagio». «Il lavoro è libero, esclude forme di schiavitù – ha continuato – è creativo, con innovazione non solo tecnologica; è partecipativo, perché è un contributo della persona umana; è solidale, perché alleanza tra soggetti. In qualunque impostazione di ecologia integrale, che non escluda l’essere umano, è indispensabile integrare il valore del lavoro». E’ importante evidenziare quanto il lavoro sia esperienza di comunità, «per ciò che si produce, per i rapporti che costruisce: una comunità di relazioni. Nel lavoro servono regole, si impara un lavoro grazie ad altri tramite la trasmissione di competenze, si tramanda un lavoro con le proprie innovazioni. Il lavoro è prendersi cura e la priorità è avviare processi». Nella conclusione don Bignami ha sottolineato anche l’importanza della prospettiva vocazionale: «La vera domanda non è: “chi sono io?”, ma “per chi sono?”, “in che cosa e per chi mi spendo?”. A questo livello evangelizzazione, vita e lavoro si saldano in uno sguardo di ampio respiro».

A seguire l’intervento del dott. Nicola Negri, direttore regionale dell’Inail Abruzzo che ha offerto un’analisi attraverso una disamina del fenomeno infortunistico del 2020, i cui dati sono ormai consolidati ed emerge, rispetto a quelli del 2019 un calo degli infortuni sul lavoro ma un notevole incremento dei casi mortali. «A livello nazionale gli infortuni mortali sono stati 1538 rispetto ai 1205 del 2019. Il covid ha inciso per circa un terzo sul totale degli infortuni mortali registrati nel 2020, mentre 1125 casi mortali sono avvenuti nei luoghi di lavoro e sulle nostre strade a causa di rischi tradizionali».

«Anche nella nostra regione – ha dichiarato Negri – che registra da anni un alto indice di frequenza per gli infortuni mortali rispetto al numero di lavoratori occupati, nel 2020 sono avvenuti 42 casi di infortuni mortali rispetto ai 32 casi del 2019. 12 hanno riguardato decessi causati dal covid. I dati del 2021 non sono certo più incoraggianti di quelli del 2020. Da gennaio 2020 a marzo 2022 in Abruzzo gli infortuni mortali causati dal covid sono stati 32. lo scenario che abbiamo davanti è drammatico».

Durante il pomeriggio si sono alternate anche le testimonianze di vita di persone che da vicino hanno vissuto il dramma di un infortunio sul lavoro e di chi invece ha testimoniato alcune buone prassi, come un’azienda può far sentire accolti e curati i propri dipendenti e le loro famiglie.

Dopo gli interventi liberi, ha concluso i lavori del convegno, al quale hanno partecipato le associazioni di categoria del territorio locale, il vescovo Massaro. Un tema urgente quello proposto dalla Chiesa italiana e che la Chiesa particolare vuole approfondire ed affrontare. «Una fede distante dai problemi dell’uomo è una fede povera – ha detto Massaro – una fede disincarnata, da qui la scelta di vivere questo incontro in questo luogo rappresentativo non solo della città di Avezzano ma dell’intera diocesi. Il lavoro è per la vita, non possiamo quindi accettare che diventi invece un luogo di morte. Occorrono, come ribadito da più parti, condizioni di lavoro sicure per tutti. Al centro del lavoro ci sono le persone, non solo il guadagno. Il lavoro è un servizio alla casa comune. Il lavoro più fa bene agli altri e più fa bene a noi ma è necessario assicurare a tutti possibilità lavorative: quando queste mancano il paese non cresce. Con l’incontro di questa sera abbiamo voluto dare seguito all’attenzione che da sempre la Chiesa di Avezzano ha dato al tema del lavoro. Vogliamo favorire un dialogo tra istituzioni, Chiesa e associazioni, perché sui temi sociali di estrema rilevanza tutti dobbiamo fare la nostra parte, e dobbiamo agire con responsabilità» La diocesi da tempo ha avviato diversi progetti. «Con il Progetto Policoro – ha continuato Massaro – si vuole promuovere il protagonismo dei giovani, orientarli nel mondo del lavoro. Abbiamo anche accolto l’invito ad aderire al progetto Diagrammi Sud, finalizzato alla prevenzione e al contrasto dello sfruttamento lavorativo. Il progetto rappresenta una proposta di dignità. Nei nostri centri Caritas sono impegnate diverse persone fragili, dal punto di vista sociale, che ritrovano una dignità nel lavoro retribuito, e per i progetti di utilità collettiva abbiamo dato la possibilità ai percettori del reddito di cittadinanza di svolgere alcune ore di volontariato in diversi servizi della diocesi». Ha concluso Massaro: «Ogni persona è preziosa se amata e difesa, come ogni persona è insignificante quando questo sguardo di cura viene a mancare».


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