Confronto con la dottoressa Antonella Colantoni, psicologa, candidata nelle liste di supporto a Gianni Di Pangrazio

AvezzanoAntonella Colantoni è una psicologa clinica e una psicoterapeuta, insegnante di ruolo e referente area inclusione. Laureata all’università dell’Aquila nel 2006, abilitata alla professione di psicologo nel 2008. È specializzata in psicoterapia dal 2012. Ha uno studio ad Avezzano dove esercita la libera professione.

Il suo ambito specifico di attività è legato all’età evolutiva del bambino e dell’adolescente anche con disabilità, e nel contesto del disagio sociale. Si occupa di autismo che è un aspetto delle disabilità, rispetto alle quali, ritiene sia importante che nei programmi di una coalizione che si propone alla città, trovino spazio progetti mirati alla realizzazione di strutture di intervento riabilitativo e rieducativo.

Se uno le chiedesse perché si è candidata, cosa risponderebbe?

«Mi candido per rispondere alle esigenze di persone che vivono le criticità di una disabilità in famiglia. Vorrei poter offrire alla comunità una professionalità acquisita sul campo con anni di attività, potendo contare su una qualità di risposta che in passato forse non hanno mai avuto. Da questo punto di vista c’è molto da fare per ottimizzare strutture e servizi che il pubblico non riesce più a soddisfare nella giusta misura.»

Questo vuol dire che il suo progetto offrirebbe spazi a ulteriori professionalità che andrebbero a supplire le carenze del pubblico?

«Esatto! Sicuramente più operatori. Il settore vanta diverse figure professionali che potrebbero trovare spazi lavorativi risolvendo contestualmente un problema strutturale di offerta di servizi delicati di elevata qualità e in più, i giovani neolaureati, non sarebbero più costretti a lasciare la città alla ricerca di nuove opportunità di vita.»

Lei si candida con l’obiettivo di realizzare dei progetti importanti per Avezzano, e lo fa nella coalizione che sostiene Gianni Di Pangrazio. Perché lui e non altri?

«Perché il candidato Sindaco mi ha dato piena fiducia nell’elaborazione di un piano di intervento sul sociale. Mi sono sentita chiamata a dare il meglio che potevo, percependo stima e fiducia sulla mia persona e sul mio profilo professionale, che evidentemente, è stato apprezzato per l’attività svolta in questi anni. Pur essendo giovane, ho 37 anni, penso di poter mettere a fattor comune l’esperienza che ho accumulato nel sociale, e il fatto che mi venga offerta l’opportunità di farlo, è per me un grande motivo di orgoglio, oltre che uno stimolo a raccogliere la sfida.»

Questa è la prima volta che lei si candida in una competizione elettorale vero?

«Si è la prima volta. Non mi sono mai occupata di politica. Ho partecipato a 4 concorsi pubblici, vincendoli tutti. Sono un’insegnate di ruolo, ora sono diventata referente per il sostegno e mi sono sempre rimboccata le maniche. Sono una persona che studia le carte, che si dà da fare, e che ora, ha deciso di mettersi in gioco in un contesto dove sarà importantissimo il gioco di squadra. Tutto questo mi dà carica e motivazione.»

Cosa si aspetta da un’esperienza di questo tipo, che la vede sottoposta al giudizio dei suoi concittadini?

«Mi aspetto di avere un riconoscimento legato alla persona, un voto di stima che significa fiducia nella mia capacità di affermare le idee che muovono le mie proposte.»

A tal proposito quali altri sono i progetti che ha in animo di mettere in campo?

«Per la fascia di età 0/6 anni penso a nidi comunali gratuiti, un servizio offerto alle famiglie che non hanno la possibilità di sostenere i costi di un nido privato. Per l’età scolare penso a un numero maggiore di ore di sostegno per i bambini diversamente abili. Oggi purtroppo il monte ore dedicato a questi bambini non è sufficiente a garantire un’adeguata copertura delle esigenze che vengono manifestate. Sicuramente c’è un tema di maggiori risorse da destinare a questa problematica.»

Per la fascia adolescenziale invece cosa propone di fare?

«Penso alla realizzazione di centri di doposcuola convenzionati, che assolvano sia a una funzione didattica che ludico ricreativa, in modo da facilitare forme di interazione costruttive nell’ambito di una fascia di età molto delicata, prevenendo il così detto disagio giovanile. Dal punto di vista di un’amministrazione, la prevenzione resta sicuramente la migliore opzione da perseguire per combattere il degrado e il disagio sociale.»

Come spiega invece il fenomeno del disagio giovanile alla luce del fatto che spesso l’assunzione di alcool o di droghe riguarda anche ragazzi, così detti normali, provenienti da famiglie agiate?

«Il fenomeno è certamente complesso e sicuramente non esime i genitori dal sentirsi coinvolti nel processo di riformulazione del proprio ruolo, che a volte, risulta non essere centrato. Fortunatamente parliamo di casi sporadici che comunque esistono. Non possiamo nasconderci dietro a un dito. Siamo per primi noi adulti, chiamati a metterci in discussione.»

Questo è senz’altro vero da un punto di vista squisitamente tecnico, ma le chiedo, nell’ottica di un’istituzione che deve interfacciarsi con queste problematiche, quali sono i passi da fare?

«Sul piano istituzionale sono necessari gli sportelli di ascolto. Punti di contatto fra cittadini e istituzioni, da istituire nelle scuole ma anche nelle aziende strutturate, per favorire un interscambio di informazioni che non riguardano solo i ragazzi e i loro insegnanti, ma anche i genitori. Oggi gli sportelli di ascolto sono pochi e forniscono un supporto molto scarso con una, due ore a settimana, troppo poco.»

Dal suo punto di vista, e come psicoterapeuta, che idea ha maturato sullo stato di salute della sua comunità alla luce della pandemia che ci ha costretti tutti, a rivedere valori e priorità? Cosa può fare l’ente locale?

«Ci hanno illuso che questa esperienza ci avrebbe resi tutti migliori. Probabilmente molto dipende dal tipo di risposta che si dà alla sollecitazione psicologica, ma questo attiene alla sfera personale. Un’istituzione può certamente prevedere un supporto mirato, attraverso l’impiego di figure professionali adeguate, che possano guidare i soggetti interessati a rielaborare gli aspetti più critici di un’esperienza emotivamente molto forte. Con la riapertura delle scuole, a settembre, sarà necessario prevedere un sostegno adeguato a studenti ed insegnanti. Lo sportello di ascolto può essere una strada da perseguire.»

Che pensa dei banchi con le rotelle?

«Non vorrei dire cose inopportune ma credo che le priorità siano altre. Sicuramente occorre preparare e accompagnare, bambini e studenti, a una condizione di vita scolastica che cambierà. Ci sarà maggiore attenzione al distanziamento, alle precauzioni igieniche sanitarie, ma tutto questo andrà fatto in un clima di serenità, senza creare traumi.»

Secondo lei, è Avezzano che ha bisogno di stendersi sul lettino dello psicologo, o è la politica di Avezzano, che ha necessità di farlo?

«Questa domanda mi mette un po’ in crisi. Credo però che la politica debba riconquistare il senso civico che si è perso in questi anni. L’etica e i valori sono elementi imprescindibili per chi si propone come rappresentante del popolo nelle istituzioni. Voglio impegnarmi perché credo in certi valori che non sono né di destra, né di sinistra ma sono semplicemente valori che caratterizzano il mio ideale di società.»

Cosa mi dice invece del fenomeno dell’immigrazione?

«È un argomento molto delicato, ma mi sento di dire, che affrontare questo tema, significa interagire con i diretti interessati, e per farlo, occorre capirsi. Per comprendersi bisogna parlare la stessa lingua. Quindi per prima cosa, sono necessarie forme di sostegno sul piano della mediazione linguistica e culturale. Queste sono le basi di un percorso di integrazione. Siamo tutti uguali se contribuiamo al bene sociale.»