Cappadocia dice addio a Massotti, il ristoratore gentile del “Tullio” di Roma



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Cappadocia. E’ morto dopo una lunga malattia, a 68 anni, il ristoratore Giovanni Massotti, originario di Cappadocia, molto conosciuto a Roma. Massotti era molto legato a Cappadocia, dove tornava sempre e dove tutti gli volevano bene.

I funerali si svolgeranno oggi a Roma, nella chiesa del Santissimo Sacramento, in largo Agosta 10, alle 11.

“Condoglianze alla moglie Elvira, ai figli Pietro Emiliano e Francesco,alla sorella Maria”, il commento dell’amica Lucilla Lilli, ex sindaco di Cappadocia, “una persona generosa e disponibile, un grande lavoratore che aveva costruito con serietà e professionalità il suo successo a Roma ma che era profondamente legato a Cappadocia dove tornava abitualmente. Ci mancherà!”.

Il ristorante di Massotti a Roma è molto conosciuto ed è frequentato da attori famosi, politici e anche giornalisti.

Cappadocia dice addio a Massotti, il ristoratore gentile del "Tullio" di Roma

Gianni Riotta, giornalista della Stampa, ha ricordato il suo amico ristoratore sui social, con un pezzo unico, che racconta uno spaccato di storia della Capitale. Ha anche pubblicato un’immagine che lo ritraeva con Masotti in un momento di gioia.

A 19 anni, giovane collaboratore da Palermo del Manifesto, un giornale della nuova sinistra, da Palermo mi capitò di essere invitato, dopo una riunione, a mangiare al ristorante Tullio a Roma, in via San Nicola da Tolentino, dietro piazza Barberini e la grande chiesa -sempre sbarrata e enorme- che ricorda il genocidio degli Armeni. Se non ricordo male c’erano Eliseo Milani, ex operaio della Dalmine di Bergamo, poi deputato del Manifesto e quindi, come indipendente di sinistra vicepresidente del Senato; Lucio Magri, il carismatico fondatore del gruppo, anche lui poi deputato, suicida dopo avere scritto uno struggente libro sulla fine del comunismo, Il Sarto di Ulm; Paolo Passarini, che sarà vicedirettore de La Stampa; il mio amico Giorgio Casadio, futuro condirettore de l’Unione Sarda e caporedattore a Repubblica; il caro Pippo Maone, ex funzionario del Pci e amministratore del Manifesto. Come il giornale, non avevamo una lira (l’Euro era da venire) ed io, neofita nella capitale, mi meravigliavo che si mangiasse in quel ristorante che a me pareva di lusso.
Non sapevo che i due proprietari, il saggio Duilio Cecchini, un ex partigiano intelligente e cortese, fondatore del locale con il mitologico Tullio, e il suo amico Gianni Massotti davano una mano alleggerendo i conti, per simpatia umana.
Quando poi venni a vivere a Roma Tullio, in condominio con un altro storico locale, Cesaretto di via della Croce gestito da Luciano Guerra, divenne per me e la mia famiglia base fissa. Con Duilio diventammo amici, e imparai tanto dalla sua sagace intelligenza. Pian piano venni adottato da Gianni Masotti. Era nato povero, a Cappadocia, in Abruzzo, era andato in convitto dai preti, e narrava ridendo “Ai preti devo tutto, mi hanno insegnato la vita”. Aveva lavorato duro da cameriere, era arrivato a Roma in una città che voleva scordarsi della povertà e della guerra e diventare Dolce Vita, metropoli. Duilio e Gianni tenevamo corte insieme, Gianni aveva per ogni cliente una parola speciale. Ho, per il mio lavoro, conosciuto gli uomini più intelligenti del tempo, i pionieri dell’intelligenza artificiale, i leader politici, scrittori, artisti, scienziati. Ma raramente ho incontrato intelligenza pura come in Duilio e Gianni.
Quando Duilio se ne andò, una decina di anni fa, Gianni mantenne lo stilo di Tullio, buon cibo, professionisti, uomini e donne di successo, Woody Allen e il segretario di Stato Kerry, Morandi e Ligabue, Moratti e Zanetti, i capi di Milan e Juve, i leader politici e industriali, seduti accanto al giovane hacker di 19 che faceva volare il suo drone tra gli ospiti stupiti. Sono entrato da Gianni con personaggi importanti del nostro tempo e con i miei figli: quando mia figlia -che viveva con me a Roma- mi disse “Domani devo portare a scuola una torta a forma di chitarra, non ce la faremo mai io e tu, vero papà io e tu? Ho detto alla mamma di una mia compagna che mi aiuti lei” io mi rivoltai con orgoglio paterno, “Niente aiuto, faccio io” e solo Gianni mi salvò, portando una perfetta torta a forma di chitarra, con tanto di corde e chiavi in cioccolato. Mandava i funghi per mia madre, le fettuccine per mio figlio, il miele e i torroncini per mio padre. Vi squadrava con gli occhi scuri e mobilissimi e vi catalogava a fiuto, Pomposo Rompiscatole, Ricco Cretino, Potente Narciso, Bella Fatale, Persona Seria, Donna di Polso, Ragazzo Perbene, Combattente Simpatico. A tutti sorrideva professionale, ma a chi eleggeva amico riservava il cuore. Arrivarono poi i giovani, Piero e Francesco, figli di Gianni, e Nicolò, nipote di Duilio, portando nuove idee, stili, modi. Gianni regnava sornione, ma senza perdere di vista un dettaglio, pronto a indicare con un occhio al suo fido Pietro Di Biagio un piatto mancante, un cliente incerto, un vino da accoppiare. Gianni e Piero erano una strana coppia (“Masotti!” esclamava Piero per attrarne l’attenzione: coppia di lavoro, con affetto).
Gianni Masotti se n’è andato ieri notte, funerali domattina alle 11 alla Chiesa del Santissimo Sacramento a Roma largo Agosta 10. Diceva della Chiesa ai clienti più atei o agnostici “Tanto poi tutti là ritorniamo”, italiano, cattolico, concreto. Lascia la moglie e tre figli, e uno sterminato nugolo di uomini e donne cui, per una volta o ogni sera, ha alleviato il grigiore maledetto della vita parlando di cibo, vino, Juventus, idee, accendendo a luce vitale della speranza. Ho mangiato da lui con i miei studenti di Princeton come Greg Kufera e con il giovane Andrea Stroppa informatico di vaglia che, a 20 anni, era stato adottato da tutti da Tullio come me alla sua età.
Avevo parlato con Gianni domenica, per incoraggiarlo a tenere duro nella malattia. La sua formula quando arrivavo da Tullio e gli chiedevo “Come stai? era sempre “Sto bene? Di più”. Aveva preso la vita con coraggio e gioia, tornava dagli amici di Cappadocia senza dimenticare nessuno, “mai dimenticare da dove vieni, mai”, aiutava i bisognosi. Dovevamo andare da mio fratello Dollino in campagna a mangiare bistecche e bere vino rosso. La vita ha voluto altrimenti. Tullio era la mia casa fuori casa, per me e per tanti nave di serenità tra le onde del caos del mondo. Gianni ne era il capitano, pacioso, formidabile, rispettato, qualche volte temuto, sempre aguzzo di sguardo e di testa. Ho perso un fratello. Rest in peace Gianni e che Dio ti benedica. Come dicevi bene: torniamo tutti là.
Nella foto tre Gianni, io, Morandi, e il grande Massotti.




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