In alcune zone d’Italia, così come a Balsorano, a distanza di oltre cinquant’anni, sono ancora evidenti i segni spaventosi delle rovine provocate dall’ultimo conflitto mondiale. Le lacerazioni ideologiche sul perché e per come la Nazione vi partecipò rimangono vive e attuali. Questo racconto descrive come la guerra fu combattuta dai soldati balsoranesi, impegnati su tutti i fronti, dalla Savoia all’Albania e alla Grecia, dalla Marmarica alla Tripolitania, dall’Eritrea alla Somalia e in Russia. Essi furono mobilitati nelle varie armi e specialità, affrontando l’orrore della guerra a Balsorano dall’ottobre 1943 al 6 giugno 1945.
È importante notare che, in quello stesso periodo, a Balsorano, così come in altre parti d’Italia, dopo l’8 settembre 1943, i tedeschi e gli angloamericani agirono inconsapevolmente da “alleati”. Infatti, sul territorio di Balsorano, i tedeschi e gli angloamericani, loro malgrado, furono coalizzati: i primi combatterono la popolazione civile da terra, mentre i secondi bombardavano tutto ciò che a terra dava segni di vita. Si viene a creare così una situazione devastante; dopo lo sfondamento del fronte di Cassino, una seconda linea di difesa venne approntata dai tedeschi. Questa linea partiva da una località sopra Case Cipriani, scendeva al fondo valle e risaliva verso Sant’Onofrio e monte Cornacchia.
Precedentemente, dal comando germanico, era stato costruito un fortilizio centrale in località Ciammorrone, progettato per fermare l’avanzata degli alleati verso nord. Il roccione fu traforato e sezionato, sfruttando la manodopera coatta dei balsoranesi. Da lì era possibile dominare il sorano e buona parte della Valle di Comino. Nonostante le intenzioni del Comando di guerra germanico di usare questa linea difensiva come una seconda Cassino, lo sbarco di Anzio ad occidente e lo sfondamento di Orsogna ad oriente, da parte degli angloamericani, resero vano il massiccio baluardo.
Sin dal novembre 1943, la vita degli abitanti di Balsorano divenne difficile. I tedeschi avevano bisogno di manodopera per gli apprestamenti difensivi del fronte di Cassino e cominciarono i rastrellamenti di uomini validi e non. Il primo venne effettuato agli inizi di ottobre, da due militari della SS a bordo di un sidecar, seguiti da camion. La collaborazione di un ignaro paesano avviò il giro lungo le strade. Quella situazione, inizialmente considerata un gioco, si trasformò rapidamente in terrore quando i primi uomini furono catturati e costretti dentro i camion.
Un spettatore di quei fatti fu un distinto concittadino, ex combattente della guerra 15-18, che, fuggì insieme al cognato e, sentendosi al sicuro, gridò verso gli aggressori: “Ora sparate al c…..”. Qualche giorno prima, era stato schiaffeggiato da un militare tedesco per aver espresso pubblicamente giudizi negativi sul loro comportamento. Nonostante ciò, il fatto non lo intimidì e il suo amico lo applaudì per la reazione.
I tedeschi, necessitando di alloggi, iniziarono ad occupare le case private e le casette asismiche, adattandole anche per occultare automezzi e armi pesanti. Intrapresero perquisizioni e razzie di vitto. Tra le storie di furti tristemente note, possiamo citare quella di Peppe La M., che aveva nascosto un paio di vacche in una stalla. Una notte, dei militari tedeschi le portarono via, lasciando un misterioso biglietto. Al suo risveglio, Peppe si sentì disperato, ma la presenza del foglio lo rincuorò. Curioso, decise di recarsi al comando tedesco, temendo però di essere costretto ai lavori forzati a Cassino.
Al cancello, mostrando il biglietto a due sentinelle, fu accolto ben presto con ilarità. L’ufficiale, parlando in un italiano stentato, gli rivelò che quel biglietto non portava alcun senso di giustizia per Peppe. Da parte loro, gli angloamericani, dominando il cielo con i loro bombardieri, iniziavano a lanciarsi nel terrore della popolazione con bombardamenti indiscriminati. Il loro fuoco colpiva sia le linee nemiche che le abitazioni civili, lasciando soltanto distruzione.
Il castello medievale di Balsorano, noto per ospitare il comando tedesco durante la guerra, sfuggì ai bombardamenti, in netto contrasto con il resto del paese, che subì danni ovunque. Gli scontri aerei tra caccia tedeschi e alleati divennero un evento quotidiano. Ci furono anche momenti di esodo, quando le famiglie cercavano rifugio, accalcandosi nelle abitazioni di parenti e conoscenti. Dormivano su materassi improvvisati o a terra, tra il pianto dei bambini e i rimproveri di quelli più anziani. Le razzie continuavano, mentre si scopriva come procurare il cibo tra i campi.
Dopo settimane di bombardamenti, alla popolazione cominciarono a mancarsi anche i generi alimentari. Le famiglie più povere iniziarono a scambiare cibo con vestiti o coperte. Nonostante la fame e la miseria, si poterono notare anche atti di generosità tra la gente, che si dividevano quel poco che rimaneva. La primavera portò anche il disagio dei vestiti lacerati, mentre i rifugi diventavano sempre più inospitali e le malattie proliferavano tra la popolazione stremata.
In un racconto che evidenzia le atrocità vissute, un civile narrò di come, il 27 maggio 1944, si trovò nel bel mezzo di un bombardamento mentre si trovava in cerca di cibo. I suoi tentativi di tornare a casa furono ostacolati dall’improvviso arrivo degli aerei. Riuscì a salvarsi, ma tornò con le mani vuote e il cuore pesante dalla paura e dalla morte che lo circondava.
Già nel periodo finale, dal 29 maggio al 6 giugno 1944, il territorio fu oggetto di bombardamenti incessanti, portando con sé devastazione marchiata a fuoco nella memoria collettiva. In quei giorni, Balsorano patì perdite irreparabili tra i civili, ma i soldati tedeschi abbandonarono la fortezza, lasciando la popolazione a fronteggiare un’imminente liberazione da parte degli alleati. Il 4 giugno, un gruppo di soldati neozelandesi giunse a Balsorano, accolto con speranza e sollievo, mentre si scriveva un nuovo capitolo, all’insegna della salvezza, dopo un lungo calvario di sofferenze.
Riferimento autore: Sull’altare della Memoria (Testi a cura di Giovanni Tordone).