Il 4 settembre 476 è la data tradizionalmente indicata come la fine dell’Impero romano d’occidente e l’inizio del medioevo. Odoacre, comandante di una coalizione di truppe federate stanziate in Italia, depose Romolo Augustolo, imperatore proclamato appena l’anno precedente. Le insegne imperiali furono inviate a Costantinopoli all’imperatore Zenone.
La data però è convenzionale. Non esistette infatti un unico momento in cui l’Impero romano smise di esistere. Il potere imperiale in Occidente si era ridotto progressivamente nel corso del V secolo, mentre province, risorse fiscali e capacità militari passavano sotto il controllo di autorità regionali e di regni germanici. Anche dopo il 476 Giulio Nepote, espulso dall’Italia nel 475, continuò a essere riconosciuto come imperatore d’Occidente dall’imperatore d’Oriente fino alla sua morte nel 480.
IL 395 E LA CRISI DELL’EQUILIBRIO IMPERIALE
Il punto di partenza della lunga trasformazione può essere fissato nel 395. Il 17 gennaio morì Teodosio I, ultimo imperatore ad avere governato personalmente l’intero territorio romano. Alla sua morte l’impero venne diviso ed i figli, Arcadio e Onorio, assunsero rispettivamente il governo dell’Oriente e dell’Occidente.
Tuttavia la spartizione non creò due stati completamente indipendenti. L’Impero romano continuò formalmente a essere uno, ma i due governi imperiali disponevano di corti, eserciti e amministrazioni distinte. Le differenze economiche e strategiche tra Oriente e Occidente divennero decisive. Costantinopoli disponeva di una base fiscale più solida, di grandi centri urbani e di una posizione strategica favorevole. L’Occidente aveva invece un territorio più esteso, frontiere difficili da difendere e un sistema fiscale sempre più fragile.
Onorio aveva appena undici anni. Per molti anni il personaggio più importante della corte occidentale fu il generale Flavio Stilicone, di origine vandala ma pienamente inserito nell’apparato militare romano. Stilicone cercò di difendere l’Italia e di mantenere, per quanto possibile, l’equilibrio tra le due corti imperiali. Nel frattempo aumentavano i movimenti di popolazioni all’interno e ai margini dell’Impero.
ALARICO E LA GUERRA IN ITALIA
Uno dei protagonisti di questa fase fu Alarico, capo dei Visigoti. Tra il 401 ed il 402 entrò in Italia con il suo esercito. Stilicone lo affrontò e lo sconfisse a Pollentia, presso l’attuale Pollenzo, il 6 aprile 402. Nel 403 arrivò una seconda vittoria romana a Verona. Alarico si ritirò quindi verso l’Illirico.
In questi anni la corte occidentale si stabilì a Ravenna. La scelta era motivata dal fatto che Ravenna era protetta dalle paludi e collegata al porto di Classe. Milano, più vicina alle frontiere alpine, era molto più esposta agli attacchi.
Nel 405-406 l’Italia fu minacciata da un nuovo esercito guidato da Radagaiso. Stilicone lo sconfisse presso Fiesole nell’estate del 406. La vittoria non risolse però la crisi. Alla fine del 406 una coalizione formata da Vandali, Alani e Suebi attraversò il Reno, probabilmente nella zona di Magonza, e penetrò in Gallia.
La situazione peggiorò rapidamente, e nel 408 Stilicone fu accusato di tradimento e giustiziato per ordine di Onorio. La sua morte eliminò uno dei principali comandanti dell’Occidente proprio mentre l’apparato militare era sottoposto a forti pressioni.
IL SACCO DI ROMA DEL 410
Dopo la morte di Stilicone, Alarico tornò in Italia. Chiese terre, denaro e un riconoscimento ufficiale per il suo esercito ma le trattative con Onorio fallirono.
Il 24 agosto 410 i Visigoti entrarono a Roma. Il sacco durò tre giorni. Era la prima volta, dal IV secolo a.C., che Roma veniva conquistata e saccheggiata da un esercito straniero. La città non era più la sede amministrativa dell’imperatore ma conservava un enorme valore politico, simbolico e religioso.
Durante il sacco fu catturata anche Galla Placidia, sorella di Onorio e figlia di Teodosio I. Dopo la morte di Alarico, avvenuta alla fine del 410 nell’Italia meridionale, il nuovo re dei Visigoti Ataulfo sposò Galla Placidia nel 414 a Narbona. Il matrimonio rappresentò uno dei tentativi di inserire la monarchia visigota all’interno dell’ordine romano.
Nel 418 il governo imperiale concesse ai Visigoti terre in Aquitania. In cambio i Visigoti entrarono nel sistema dei federati dell’Impero.
IL RENO, LA GALLIA E LA PERDITA DELLE PROVINCE
Gli eventi del 406 mostrarono quanto fosse difficile per il governo occidentale controllare contemporaneamente tutte le frontiere. Le province occidentali erano vaste e la disponibilità di truppe era limitata.
Nel corso del V secolo il controllo romano sulla Gallia, sulla Spagna e sulla Britannia si indebolì progressivamente. Alcuni territori passarono sotto il controllo di gruppi federati o di nuove monarchie. In altri casi sopravvissero amministrazioni locali che continuarono a utilizzare istituzioni romane.
La Britannia costituì uno dei casi più evidenti. Il governo imperiale occidentale smise progressivamente di essere in grado di difenderla. In Gallia le autorità romane continuarono invece a esistere ancora per decenni in alcune zone, spesso in collaborazione o in conflitto con Burgundi, Visigoti, Franchi e altri gruppi.
La crisi dunque, oltre ad essere alimentata da una successione di invasioni, fu anche accentuata da una crisi del controllo amministrativo, della tassazione e della capacità dell’imperatore di mantenere un esercito sufficientemente forte da imporre le proprie decisioni nelle province.
I VANDALI E LA PERDITA DELL’AFRICA
La svolta più grave arrivò dall’Africa settentrionale. I Vandali e gli Alani guidati da Genserico attraversarono dalla Spagna al Nord Africa nel 429. Dopo una serie di guerre e accordi con il governo romano, conquistarono Cartagine il 19 ottobre 439. Con la presa della città nacque il nucleo del regno vandalico africano.
La perdita dell’Africa ebbe conseguenze enormi. La provincia era una delle regioni più ricche dell’impero e svolgeva un ruolo fondamentale nell’approvvigionamento dell’Italia e nel sistema fiscale occidentale. Nel 442 un nuovo accordo tra Valentiniano III e Genserico riconobbe una larga parte delle conquiste vandaliche. Roma accettava così una situazione che non era più in grado di modificare militarmente.
I Vandali costruirono anche una forte potenza navale. Controllarono Cartagine e numerose isole del Mediterraneo occidentale e potevano colpire le coste dell’Italia e delle altre province romane.
Per l’Occidente la perdita dell’Africa significò perdere una parte essenziale delle risorse con cui lo stato finanziava l’esercito e sosteneva l’amministrazione.
ATTILA E GLI UNNI
Negli stessi decenni la presenza degli Unni modificò profondamente l’equilibrio politico dell’Europa centrale. Le origini degli Unni restano in parte incerte. Le fonti romane li incontrano con maggiore chiarezza a partire dalla fine del IV secolo nelle regioni a nord del Mar Nero e lungo il Danubio.
Sotto Attila gli Unni costruirono una grande confederazione politica e militare. Nel 451 Attila invase la Gallia. Flavio Ezio, principale comandante dell’esercito occidentale, riuscì a organizzare una coalizione comprendente truppe romane e Visigoti e l’avanzata di Attila in Gallia fu fermata.
L’anno successivo Attila invase l’Italia. Aquileia fu assediata e distrutta, mentre numerose città dell’Italia settentrionale furono colpite. Attila non riuscì però a trasformare la campagna in una conquista stabile. L’esercito unno si ritirò e le cause esatte della decisione restano oggetto di discussione. Le difficoltà logistiche, la fame, le malattie e la pressione esercitata dall’Impero d’Oriente sono tra i fattori considerati dagli storici.
Attila morì nel 453 e la sua confederazione si disgregò rapidamente negli anni successivi. Nel 454 la battaglia del fiume Nedao segnò la rottura del sistema politico costruito dagli Unni.
EZIO, VALENTINIANO III E LA CRISI DEL POTERE IMPERIALE
Flavio Ezio era stato per decenni il principale comandante dell’Occidente. Aveva costruito una rete di alleanze con i popoli stanziati nelle province e aveva utilizzato questi rapporti per compensare la debolezza delle forze direttamente controllate dal governo imperiale. Nel 451 questa politica contribuì alla formazione della coalizione che fermò Attila.
Nel 454 l’imperatore Valentiniano III fece assassinare Ezio. La decisione eliminò il comandante militare più potente dell’Occidente e aggravò l’instabilità politica.
Valentiniano III era figlio dell’imperatore Costanzo III e di Galla Placidia. Salì al trono nel 425, ancora molto giovane, con il sostegno di Costantinopoli. Il suo lungo regno coincise con la progressiva perdita delle province occidentali.
Il 16 marzo 455 Valentiniano III fu assassinato a Roma. Il potere imperiale entrò in una fase di successioni rapidissime, nelle quali i generali dell’esercito e i gruppi militari regionali assunsero un peso sempre maggiore.
Il SECONDO SACCO DI ROMA
Dopo l’assassinio di Valentiniano III salì al potere Petronio Massimo. Il suo regno durò poche settimane.
Il 2 giugno 455 i Vandali di Genserico entrarono a Roma. La città fu saccheggiata per circa due settimane. Il bottino fu enorme e comprendeva oggetti preziosi, opere d’arte e membri della famiglia imperiale. La vedova di Valentiniano III, Licinia Eudossia, e le sue figlie furono portate in Africa. Secondo la tradizione tardo antica Papa Leone Magno intervenne per evitare una distruzione ancora maggiore.
MAGGIORIANO E L’ULTIMO TENTATIVO DI RESTAURAZIONE
Nel 457 divenne imperatore Maggioriano. Fu uno degli ultimi sovrani occidentali capaci di esercitare un controllo militare significativo su una parte consistente dell’Italia e della Gallia.
Maggioriano cercò di riformare il sistema fiscale e di rafforzare l’autorità imperiale. In Gallia riuscì a consolidare temporaneamente il potere romano e affrontò con successo i Visigoti. Il suo obiettivo principale rimase però la riconquista dell’Africa.
Nel 460 la flotta preparata per la spedizione contro i Vandali fu distrutta nell’area di Cartagena e la campagna africana fallì prima di cominciare.
La sconfitta eliminò una delle ultime possibilità di ricostruire la potenza imperiale attraverso la riconquista dell’Africa. Nel 461 Ricimero, il generale che controllava gran parte della politica italiana, fece deporre e uccidere Maggioriano presso Tortona. Da questo momento gli imperatori occidentali ebbero spesso un potere molto limitato.
RICIMERO E GLI IMPERATORI NOMINATI DALL’ESERCITO
Ricimero, di origine svevo-gotica, fu uno dei personaggi più influenti degli ultimi decenni dell’Impero d’Occidente. Non fu imperatore, ma esercitò un potere tale da poter imporre o rovesciare diversi sovrani.
Dopo Maggioriano sostenne Libio Severo. In seguito accettò Antemio, sostenuto dall’imperatore d’Oriente. La collaborazione durò poco e Ricimero e Antemio entrarono in conflitto. Nel 472 Ricimero assediò Roma, che fu nuovamente conquistata e saccheggiata. Antemio fu ucciso e Ricimero morì pochi mesi dopo.
Il FALLIMENTO DELLA SPEDIZIONE DEL 468
Nel 468 Oriente e Occidente tentarono una grande operazione congiunta contro il regno vandalico. La spedizione coinvolse una delle più grandi forze navali mai mobilitate dall’Impero tardoantico.
L’operazione fallì e la flotta romana fu sconfitta dai Vandali nell’area di Capo Bon. La spedizione era costata somme enormi senza ottenere risultati. Per l’Impero d’Occidente fu un altro durissimo colpo finanziario e militare.
GLI ULTIMI IMPERATORI
Dopo Ricimero seguirono altri imperatori, spesso per periodi molto brevi. La successione divenne sempre più legata ai rapporti di forza tra esercito, aristocrazia e autorità di Costantinopoli.
Nel 474 l’imperatore d’Oriente Zenone sostenne Giulio Nepote come imperatore d’Occidente. Nepote arrivò in Italia e depose Glicerio. Il suo governo durò poco.
Il 28 agosto 475 il generale Oreste si ribellò. Nepote fu costretto a lasciare Ravenna e si rifugiò in Dalmazia, dove continuò a rivendicare il titolo imperiale.
Nell’autunno del 475 Oreste proclamò imperatore il proprio figlio Romolo, un giovane che le fonti chiamarono in seguito Romolo Augustolo.
Romolo non rappresentava però una successione universalmente riconosciuta. Giulio Nepote infatti continuava di fatto a essere l’imperatore riconosciuto da Zenone. Questa circostanza è essenziale per capire perché il 476 non possa essere descritto semplicemente come il giorno in cui “l’ultimo imperatore romano” fu deposto.
Il 4 SETTEMBRE 476
Nel 476 le truppe federate al servizio dell’esercito occidentale, guidate da Odoacre, si ribellarono. Chiedevano soprattutto terre e condizioni migliori per il loro stanziamento in Italia.
Oreste fu sconfitto e ucciso ed il 4 settembre 476 Romolo Augustolo fu deposto.
Odoacre non nominò un nuovo imperatore d’Occidente. Inviò invece le insegne imperiali a Costantinopoli e riconobbe formalmente Zenone come unico Augusto. Chiese anche il riconoscimento della propria posizione attraverso il titolo di patrizio e il controllo dell’Italia.
La risposta di Zenone fu volutamente ambigua. In pubblico sostenne la legittimità di Giulio Nepote, ancora imperatore d’Occidente, mentre riconobbe di fatto la posizione di Odoacre. Il risultato fu una nuova situazione politica nella quale in Italia non esisteva più una corte imperiale occidentale autonoma.
Romolo Augustolo fu mandato in esilio in Campania.
Il 476 FU LA FINE DI ROMA?
Il significato del 476 dipende da ciò che si intende per “Impero romano”.
Se si parla dell’impero come istituzione politica guidata da un imperatore in Occidente, il 476 rappresenta una data fondamentale.
Se si parla della società romana la situazione è molto diversa. Le strutture amministrative continuarono a funzionare in molti territori, le leggi romane rimasero in vigore, le aristocrazie senatorie conservarono ricchezza e prestigio, le città continuarono a esistere, anche se molte conobbero un forte ridimensionamento economico e demografico ed il latino rimase la lingua amministrativa e culturale dell’Occidente. La Chiesa cristiana latina fornì inoltre una rete istituzionale che sarebbe diventata centrale nei secoli successivi.
Anche i nuovi regni non cancellarono immediatamente il sistema romano. I Visigoti in Gallia, i Vandali in Africa e più tardi gli Ostrogoti in Italia governarono popolazioni in larga parte romane e si servirono di funzionari, leggi e strutture amministrative ereditate dall’Impero.
Per questo gli storici parlano sempre più spesso di trasformazione del mondo romano, oltre che di caduta dell’Impero.
GIULIO NEPOTE E IL 480
Dopo il 476 Giulio Nepote continuò a vivere in Dalmazia e mantenne il riconoscimento dell’Impero d’Oriente. La sua posizione era debole sul piano territoriale, ma importante sul piano giuridico.
Nepote fu assassinato nel 480. Solo a quel punto venne meno anche l’ultimo imperatore occidentale riconosciuto da Costantinopoli.
La distinzione tra 476 e 480 è dunque fondamentale: il 4 settembre 476 segnala la deposizione di Romolo Augustolo e la scomparsa della corte imperiale occidentale dall’Italia. Il 480 segna la fine della linea imperiale occidentale ancora riconosciuta ufficialmente dall’Oriente.
DOPO IL 476: ODOACRE E TEODORICO
Odoacre governò l’Italia per oltre un decennio. Il suo regno però non rappresentò una distruzione dello Stato romano: il senato di Roma continuò a esistere, gli apparati amministrativi rimasero operativi e la fiscalità continuò a sostenere il governo.
La situazione cambiò alla fine degli anni Ottanta del V secolo. L’imperatore d’Oriente Zenone favorì l’ingresso in Italia degli Ostrogoti guidati da Teodorico. La guerra contro Odoacre iniziò nel 489 e terminò nel 493. Dopo l’assedio di Ravenna, Teodorico prese il controllo della città e fece uccidere Odoacre.
Nacque così il regno ostrogoto d’Italia. Teodorico cercò di mantenere un equilibrio tra la popolazione gota e quella romana. Il sistema amministrativo romano continuò a essere utilizzato e personalità della classe senatoria, come Cassiodoro e Boezio, ebbero incarichi di primo piano.
Teodorico morì il 30 agosto 526. Nel 497 aveva ricevuto da Costantinopoli le insegne imperiali occidentali e aveva consolidato una posizione politica che combinava autorità gota e istituzioni romane.
LA RICONQUISTA DI GIUSTINIANO
La fine dell’Impero d’Occidente non significò tuttavia la rinuncia dell’Impero romano d’Oriente ai territori occidentali. Nel 527 salì al potere Giustiniano. Il suo governo avviò una politica di riconquista. Nel 533 il generale Belisario attaccò il regno dei Vandali e nel 534 la conquista dell’Africa fu completata e il regno vandalico cessò di esistere.
Nel 535 iniziò la guerra contro gli Ostrogoti in Italia. Il conflitto durò quasi vent’anni e devastò gran parte della penisola. Roma fu conquistata più volte, Ravenna passò sotto controllo imperiale e la resistenza gotica fu definitivamente spezzata nel 554.
La riconquista ebbe però un costo enorme e la penisola italica uscì dalla guerra profondamente impoverita e vulnerabile.
Nel 568 i Longobardi entrarono nella penisola e occuparono vaste regioni dell’Italia settentrionale e centrale. L’Italia tornò così a essere politicamente frammentata.
STORIOGRAFIA DELLA CADUTA DELL’IMPERO ROMANO D’OCCIDENTE
La storiografia sulla caduta dell’Impero romano d’Occidente ha progressivamente messo in discussione l’idea che il 476 possa essere considerato un momento di cesura assoluta. La deposizione di Romolo Augusto da parte di Odoacre rappresentò certamente la fine della successione imperiale in Occidente, ma non determinò una trasformazione immediata e uniforme delle strutture politiche, economiche e sociali romane. Già Louis-Sébastien Le Nain de Tillemont aveva osservato che dopo il 476 molti elementi della realtà imperiale erano rimasti sostanzialmente invariati e che le trasformazioni più profonde apparivano soprattutto nel corso del VI secolo. La data del 476 è quindi diventata, nella storiografia contemporanea, più un riferimento convenzionale che una vera e propria cesura storica.
Le interpretazioni della fine dell’Impero sono inoltre cambiate in rapporto ai problemi e alle categorie culturali delle diverse epoche. Gli umanisti italiani interpretarono la crisi di Roma come la conclusione della civiltà classica e l’inizio di una fase di decadenza associata al Medioevo. Nel dibattito sulla lingua, Leonardo Bruni individuava le origini della trasformazione già all’interno della società romana, attraverso la progressiva alterazione del latino classico, mentre Flavio Biondo attribuiva maggiore importanza all’aggressione esterna dei popoli germanici. Nel Seicento Bossuet collegò la crisi romana alla perdita delle virtù civiche e alla crescente influenza dell’esercito sulla politica imperiale. Gli illuministi svilupparono ulteriormente queste interpretazioni. Montesquieu individuò nella perdita delle virtù repubblicane, nel dispotismo imperiale, nell’eccessiva estensione territoriale e nella divisione dell’Impero tra Oriente e Occidente alcuni dei principali fattori della crisi. Voltaire attribuì invece un peso particolare alle invasioni barbariche e al cristianesimo, ritenendo che la nuova religione avesse indebolito lo spirito militare romano e alimentato divisioni interne. Gibbon offrì una spiegazione più articolata, nella quale concorrevano l’indebolimento delle istituzioni, la trasformazione dell’esercito, l’espansione eccessiva dello Stato, la divisione dell’Impero e la diffusione del cristianesimo.
Nel corso dell’Ottocento le interpretazioni della crisi furono condizionate dal romanticismo, dal nazionalismo e dal positivismo. In particolare, una parte della storiografia tedesca tendeva a valorizzare il ruolo dei popoli germanici nella nascita dell’Europa medievale, mentre altri studiosi descrivevano la tarda età imperiale come una lunga fase di esaurimento delle energie politiche e sociali. Jacob Burckhardt interpretò l’età di Costantino come una fase storica autonoma, segnata da profonde trasformazioni religiose e culturali, mentre Otto Seeck radicalizzò l’idea della degenerazione delle classi dirigenti, leggendo la crisi attraverso un modello quasi biologico di progressiva eliminazione degli elementi migliori della società. Parallelamente, le interpretazioni marxiste misero al centro la trasformazione economica e sociale, individuando nella crisi del sistema schiavistico, nel declino delle grandi proprietà fondiarie e nella contrazione degli scambi alcuni dei presupposti della dissoluzione dell’ordine imperiale. Max Weber collegò in particolare la crisi della civiltà urbana alla trasformazione dell’economia schiavistica e alla progressiva riduzione dei traffici commerciali.
Tra la fine dell’Ottocento e la prima metà del Novecento il tema della decadenza romana assunse anche un forte valore simbolico. La fine dell’Impero divenne un modello attraverso il quale interpretare le paure della modernità e il sentimento della crisi della civiltà europea. Arnaldo Momigliano avrebbe poi sottolineato proprio questo carattere della storiografia moderna, osservando come la caduta di Roma fosse stata spesso utilizzata come un’immagine della decadenza contemporanea. Anche per questo molte interpretazioni non descrivevano soltanto il mondo romano, ma riflettevano concezioni più generali della storia, della civiltà e del declino.
Una svolta importante arrivò nel Novecento con Henri Pirenne, che contestò l’idea secondo cui le invasioni barbariche avessero prodotto una rottura immediata dell’ordine romano. Secondo Pirenne, molte strutture economiche e culturali romane continuarono a sopravvivere nei secoli successivi e i regni barbarici si inserirono in larga misura all’interno della tradizione romana. La vera cesura, a suo giudizio, sarebbe arrivata nel VII secolo con l’espansione islamica, che avrebbe spezzato i collegamenti commerciali tra l’Europa occidentale e il Mediterraneo orientale e meridionale. La tesi di Pirenne contribuì a spostare il problema dalla semplice ricerca delle cause della caduta alla questione della durata e della trasformazione delle strutture romane.
Nella storiografia tra le due guerre, Mikhail Rostovtzev interpretò invece la crisi come una profonda trasformazione sociale. La sua lettura fu influenzata anche dall’esperienza della Rivoluzione russa, che lo portò a vedere nella crescente partecipazione delle masse alla vita politica ed economica un fattore potenzialmente distruttivo per una civiltà urbana fondata su élite ristrette. La sua opera si distinse tuttavia per l’ampiezza dell’analisi, che integrava fonti letterarie, archeologiche, numismatiche ed economiche e proponeva una ricostruzione complessiva della società imperiale.
Dalla seconda metà del Novecento la storiografia ha progressivamente abbandonato il modello tradizionale della semplice decadenza per affermare quello della tarda antichità. In questa prospettiva, compresa in modo indicativo tra il III e il VII o VIII secolo, il mondo romano non viene considerato soltanto come una civiltà in declino, ma come una società attraversata da trasformazioni profonde e capace di produrre nuove forme politiche, religiose e culturali. Peter Brown ha rappresentato uno dei principali interpreti di questa impostazione, sostenendo che tra mondo antico e Medioevo non vi fu una rottura improvvisa, ma un lungo processo di trasformazione nel quale molte strutture romane continuarono a vivere nei regni romano-barbarici. Anche Walter Goffart ha insistito sulla possibilità di interpretare l’insediamento dei barbari come parte di processi di integrazione all’interno dell’ordine imperiale, almeno nelle loro fasi iniziali.
A questa interpretazione della trasformazione senza frattura si sono però contrapposte letture che hanno rivalutato il carattere distruttivo delle invasioni. Peter Heather sostiene che le difficoltà interne dell’Impero non fossero sufficienti, da sole, a spiegare la sua dissoluzione. L’economia rurale del IV secolo, secondo le evidenze archeologiche utilizzate da Heather, non mostrava infatti un declino generalizzato, ma in molte regioni una fase di forte sviluppo. La crisi fiscale e militare dell’Occidente sarebbe divenuta particolarmente grave soprattutto nel V secolo, in conseguenza delle devastazioni e della perdita delle province dalle quali proveniva una parte decisiva delle entrate fiscali. La pressione esercitata dagli Unni avrebbe inoltre contribuito a spingere all’interno dei confini imperiali diverse popolazioni germaniche, favorendo la formazione di coalizioni politiche e militari più ampie e più difficili da controllare per l’esercito romano.
Secondo Heather, il collasso fu quindi il risultato dell’interazione tra limiti interni dell’Impero e una pressione esterna di intensità eccezionale. Le difficoltà politiche, economiche e militari non resero inevitabile la caduta, ma impedirono allo Stato romano di reagire efficacemente alla crisi del V secolo. Le invasioni produssero una progressiva perdita di territori e di gettito fiscale, riducendo la capacità dello Stato di mantenere un esercito adeguato. La crisi si alimentò così attraverso un processo cumulativo nel quale l’indebolimento militare favoriva nuove perdite territoriali e queste ultime riducevano ulteriormente le risorse disponibili. Bryan Ward-Perkins ha sviluppato una lettura in parte convergente, insistendo sugli effetti materiali della crisi e sottolineando il peggioramento delle condizioni di vita, la contrazione dei commerci e il declino di molte città dell’ex Impero occidentale.
Altre interpretazioni recenti hanno invece attribuito maggiore importanza ai fattori interni. Michel De Jaeghere considera la crisi dello Stato romano, la pressione fiscale, la trasformazione della proprietà agraria, la crescente dipendenza da eserciti mercenari e l’indebolimento delle capacità politiche delle istituzioni come elementi decisivi. In questa prospettiva le invasioni barbariche non rappresenterebbero la causa originaria della crisi, ma un fattore che intervenne su uno Stato già profondamente indebolito.




