Verrà il Primo Maggio: la memoria, la lotta!

L’Aquila – Anche quest’anno un Primo Maggio senza cortei, piazze, bandiere e comizi. Anche quest’anno un Primo Maggio all’insegna dell’emergenza sanitaria, dell’obbligo del distanziamento che ci impedisce di svolgere la celebrazione della Festa dei Lavoratori nei luoghi consueti. La pandemia, però, non può fermare il nostro impegno al fine di conservare la memoria, di praticarla, rinnovarla e tramandarla.

Perché il Primo Maggio è giornata di festa, di ricordo e di lotta che viene dal passato e guarda al futuro. La lotta del movimento operaio compiuta per l’emancipazione, per il riscatto, per l’unità della classe lavoratrice e per affermare i valori di libertà, uguaglianza, giustizia sociale e solidarietà, patrimonio di tutte e tutti. La storia ci insegna quanto le lavoratrici ed i lavoratori abbiano impegnato le loro vite per conquistare e riconquistare la democrazia, liberare i popoli dalle oppressioni e rendere dignitoso il lavoro.

Il Primo Maggio è la nostra storia, fatta di donne e uomini liberi, uniti dalla condizione di essere soggetti salariati. In un’epoca non molto lontana ci saremmo chiamati proletari, ma se la modernità rende facilmente desuete le parole, non ne modifica i contenuti e le circostanze. Nella fase che stiamo attraversando occorre ripercorrere la storia, farla rivivere per renderla protagonista affinché si possa costruire il futuro.

Sfruttamento del lavoro, disuguaglianze, impoverimento e disoccupazione sono le conseguenze di un sistema produttivo antisociale, la cui definizione è nell’accumulazione dei profitti e nella svalorizzazione della forza lavoro. Nella narrazione quotidiana della tragedia pandemica la parola più abusata è stata “fragilità”.

Fragilità del sistema sanitario, di quello produttivo, socio economico, dello stato sociale, delle abitazioni, del sistema dei servizi, delle reti materiali e immateriali, delle strutture scolastiche, come se le fragilità nascessero da una condizione asettica, neutra, a cui basta una denuncia per essere superate. Ciò non basta, occorre cambiare, modificare, essere radicali nelle scelte e nelle decisioni. Come radicale è la festa del Primo Maggio, la sua storia, il suo significato.

In particolare, dal 1945 la festa dei lavoratori ed il ricordo della Liberazione hanno un solo significato che risiede nella ripresa della lotta dei lavoratori contro ogni oppressione economica e politica, fino alla completa liberazione. Antifascismo, resistenza e liberazione sono le fondamenta del nostro ordinamento costituzionale, tradotti sul piano giuridico nei principi, valori e diritti che connotano la nostra Carta Costituzionale.

Romano Pascutto, con un racconto sul Primo Maggio, volle trasmettere il senso della festa che ci apprestiamo a celebrare; un anziano compagno rivolgendosi ad una giovane staffetta partigiana le disse: “tu sei giovane, non conosci queste cose, non puoi sapere quante lotte ricorda il Primo Maggio che è la festa dei lavoratori di tutto il mondo…Verrà un giorno in cui tutti gli uomini, tutti, tutti, capiranno ciò e celebreranno il loro Primo Maggio di fraternità e di pace.

Il Primo Maggio è legato indissolubilmente alla lotta della classe operaia, alle sue conquiste, alla sua perenne ricerca di miglioramento delle condizioni di lavoro, di salario e di vita. Una storia del Primo Maggio in Italia costituirebbe una storia di tutto il movimento operaio, noi ci limiteremo a ripercorrere alcuni fasi, con la speranza che questo giorno trascorra come un momento di riflessione del suo senso più profondo. Molteplici furono negli anni i tentativi di sopprimere o limitare la festa dei lavoratori, perché in essa si legava la lotta di milioni di lavoratori e lavoratrici in tutto il mondo e di conseguenza il loro destino.

Nel 1890, per la prima volta in Italia (e non solo), manifestando per il Primo Maggio, masse imponenti di lavoratrici e lavoratori scesero nelle vie cantando l’Inno dei Lavoratori, nonostante i divieti stabiliti dal Governo Crispi. All’epoca Crispi non riuscì a prevedere la portata di tale evento ed i cortei riuscirono a sfilare liberamente e pacificamente per le città; ma l’anno seguente proibì con maggiore durezza le manifestazioni, dando istruzioni puntuali e severe a Prefetti e Questori. A Roma, Milano, Firenze, Bologna come in tante altre città si ordinò lo scioglimento delle manifestazioni arrivando a caricare la folla e ad operare diversi arresti.

Il Primo Maggio dal 1891 si inserì nella storia del fosco periodo umbertino: il popolo che ogni anno lo festeggiava dovette affrontare i moschetti monarchici, domandando con le otto ore di lavoro, anche la libertà di associazione, di organizzazione, di riunione, il suffragio universale e provvedimenti urgenti contro la disoccupazione.

Il Primo Maggio del 1898 coincise con le dimostrazioni per la fame; seguì il grave fermento in tutta Italia che culminò con i massacri di Milano. Tre anni dopo le celebrazioni della Festa dei Lavoratori trovarono una nuova situazione, che Antonio Gramsci sintetizzò con questa frasela borghesia dovette rinunziare ad una dittatura troppo esclusivista, troppo violenta, troppo diretta”.

Poi, di nuovo, mutò la scena; i lavoratori tornarono ad essere i nemici della patria perché contrari alla guerra imperialista. Il Primo Maggio del 1915 fu una anticipazione di ciò che sarebbe accaduto sotto il fascismo. Passò la guerra e quando i lavoratori chiesero di non pagarne le spese arrivò lo squadrismo.
Nel 1921 e nel 1922 le celebrazioni del Primo Maggio si trasformarono, a causa degli attacchi da parte degli squadristi, in episodi di guerra civile.

Il fascismo, tra i suoi primi atti, soppresse la festa dei lavoratori, istituendo la festa del Natale di Roma. Una volta soppressa la Festa del Primo Maggio, dal 1923 l’astenersi in quel giorno dal lavoro significò per le lavoratrici ed i lavoratori sfidare non solo il licenziamento, ma la “bastonatura”, l’olio di ricino ed il fermo. Eppure nei grandi centri industriali una parte considerevole di operai continuò a scioperare.

Nel 1925, dopo la svolta totalitaria del regime fascista, si intensificarono gli arresti e le provocazioni squadriste nei confronti dei lavoratori e delle lavoratrici. Le parole di Pietro Secchia sul Primo Maggio del 1925 ci rendono facilmente comprensibile il clima dell’epoca; egli racconta che mentre consegnava, davanti ad una fabbrica, due pacchi di manifesti ad un compagno arrivarono gli squadristi : “Imbestialiti, a pugni, a calci ed a nerbate mi cacciarono in camera di sicurezza. Ma all’indomani migliaia e migliaia di quegli stessi manifesti ricoprivano egualmente i muri della città. E in molte fabbriche gli operai sospesero il lavoro.”
Fu quello l’ultimo anno in cui qualche aperta manifestazione fu possibile.

Per tutta la durata del Fascismo il Primo Maggio continuò ad essere celebrato solo nel carcere e al confino, continuò a vivere nel cuore delle lavoratrici e lavoratori, nel loro nostalgico ricordo e nella loro segreta speranza. Umberto Massola ci lascia una testimonianza del 1 maggio del 1927 a Torino: “d’un tratto irrompe un folto stuolo di agenti, pistola alla mano il loro capo ci dichiara in arresto, ci fa perquisire, ammanettare e portare in questura. È raggiante il capo degli agenti, dice di averci sorpresi a festeggiare il Primo Maggio . Non è esatto, ma sufficiente a farmi scontare 13 mesi di carcere.”

Ancora una testimonianza ci porta al 1945, nell’Italia Liberata, mentre Luigi Longo parla del futuro impegno comune nell’opera di ricostruzione del Paese alle lavoratrici e lavoratori di Milano che erano insorti ed avevano liberato la loro città, Teresa Noce racconta il suo Primo Maggio nel Campo della Morte di Holleischen: “E’ la sera del primo maggio del 1945, mentre nell’Italia già liberata si festeggiava con esultanza la festa dei lavoratori, nel Campo della Morte di Holleischen la debole voce della vecchia comunista parlò, nel silenzio della notte, della festa del lavoro…. E quando, dopo di lei, le voci fievoli ma argentine delle nostre giovani compagne intonarono i canti della lotta, della libertà e del lavoro, un soffio di speranza penetrò nella lurida baracca, a riscaldare la fede, a riaccendere la vacillante fiammella della vita…. Cinque giorni dopo eravamo liberate.”

Questa è solo una parte minima e molto parziale della storia del Primo Maggio ma utile a rappresentarne l’importanza, il senso del sacrificio di donne e uomini, il valore prospettico che la Festa dei Lavoratori deve contenere.

Anche quest’anno il nostro pensiero va ai tanti lavoratori e alle tante lavoratrici private del reddito, del lavoro, della speranza di futuro. A loro è dedicata questa giornata affinché possano riconquistare serenità attraverso il lavoro ed un salario. La CGIL continuerà a stare al loro fianco, continuerà a sostenere le lotte per i diritti, per un reddito a tutte e tutti, per la piena occupazione, per la difesa delle comunità.

L’Italia si cura con il Lavoro” questo è lo slogan scelto da CGIL CISL e UIL perché riteniamo necessario ripartire dall’unità, dalla coesione sociale, dalla responsabilità collettiva. Centrale deve essere il lavoro, sostenuto da un rinnovato spirito di equità e solidarietà per affrontare le gravi conseguenze della crisi che stiamo vivendo. Sempre più attuali sono la festa del Primo Maggio e la Festa della Liberazione perché pongono al centro del dibattito politico l’inviolabilità dei valori e dei principi fondativi della nostra Repubblica; la crisi che stiamo attraversando può essere superata riattivando la partecipazione della società per il compimento e la realizzazione dei principi sociali contenuti nella nostra Costituzione.

La pandemia da Covid 19 ci consegna un Paese più ingiusto, iniquo e povero; serve ora e subito un grande sforzo comune, occorre ricostruire una comunità di intenti per rimettere al centro le questioni materiali e i bisogni delle persone, che sono elementi politici, tornando presto nelle piazze a discutere, lottare, manifestare per un cambiamento radicale della società.

Rivolgiamo a tutte le lavoratrici e a tutti i lavoratori l’anelito di Giuseppe Di Vittorio: “il Primo Maggio è la festa e la grande rassegna delle forze del Lavoro nel mondo intero. Da un capo all’altro del globo i lavoratori di tutti i paesi, di tutti i sindacati, di tutte le razze, manifestano in forma solenne la stessa volontà di emancipazione. Lo stesso anelito di giustizia, di libertà, di pace, di liberazione. Attraverso rivendicazioni particolari di carattere economico, sociale, nazionale, morale, i lavoratori del mondo intero esprimono una identica volontà, una fede comune. Basta con l’ingiustizia sociale, per cui pochi uomini detengono immense ricchezze, mediante le quali assoggettano la grande maggioranza degli uomini che quelle ricchezze producono condannandoli ad un lavoro penoso, alle privazioni, spesso alla fame.”

Comunicato stampa Francesco Marrelli, Segretario CGIL Provincia dell’Aquila