Villa San Sebastiano – Sono stati celebrati ieri, a Villa San Sebastiano, i funerali di don Aldo Antonelli, scomparso nei giorni scorsi, a causa dell’aggravarsi di alcune patologie che da tempo lo affliggevano. Aveva 84 anni. Alla celebrazione hanno partecipato numerosi fedeli, amici e rappresentanti delle comunità che negli anni hanno conosciuto e condiviso il suo cammino pastorale. A presiedere la Messa esequiale è stato il vescovo dei Marsi, Giovanni Massaro, che nell’omelia ha ricordato la figura del sacerdote e il suo impegno accanto alla gente e ai più poveri. Queste le sue parole:
“Carissimi, ci ritroviamo oggi pomeriggio attorno all’altare del Signore con il cuore colmo di gratitudine e di dolore. Gratitudine per il dono che è stato per noi don Aldo; dolore per il distacco che ci fa sentire più poveri. Ma la Parola di Dio che abbiamo ascoltato illumina questo momento e, direi, racconta in profondità anche la sua vita. Il profeta Geremia ci ha consegnato parole forti: «Maledetto l’uomo che confida nell’uomo… Benedetto l’uomo che confida nel Signore» (Ger 17,5-10).
Don Aldo è stato un uomo che non ha confidato nei privilegi, nei riconoscimenti, nelle sicurezze umane. Ha scelto, con decisione, di confidare nel Signore e di piantare la sua vita lungo il corso dell’acqua viva del Vangelo. Come l’albero di cui parla il profeta, ha attraversato stagioni difficili, incomprensioni, solitudini. Ma non ha smesso di portare frutto.
La sua parola era sferzante, sì. Non accarezzava le coscienze per addormentarle. Ma era una parola per il bene. Come è stato scritto di lui, la sua scrittura “non ci lascia riposare sui divani del ‘si è sempre fatto così’ o nelle cattedrali incensate di una religione ridotta a cerimonialismo liturgico”. Le sue provocazioni erano una terapia d’urto. E quanto bisogno abbiamo, fratelli e sorelle, di una fede che non si riduca a cerimonia, ma diventi vita.
Nel Vangelo abbiamo ascoltato la parabola del ricco e del povero Lazzaro (Lc 16,19-31). È una pagina che sembra scritta per lui e che lui avrebbe commentato senza sconti. Il ricco non è condannato perché cattivo in modo eclatante, ma perché indifferente. Vive nel lusso mentre alla sua porta giace un povero che non vede, che non riconosce. Don Aldo ha passato la sua vita a indicarci quel Lazzaro. A dirci: guardatelo. Non potete celebrare l’Eucaristia e poi ignorare il fratello ferito.
Lo scriveva con parole che non lasciano equivoci:
«È facile adorare il Cristo presente nell’ostia della Messa. Ma a che serve se non si riconosce la presenza di Cristo nei fratelli abbandonati e vittime della povertà ingiusta della nostra società?». Era la sua coerenza. Era il suo tormento. Era la sua fedeltà al Vangelo. Mi ha colpito molto, nell’ultimo incontro con lui, mercoledì scorso, all’Hospice San Luca di Roma. Era lucidissimo. Abbiamo parlato a lungo. Mi ha raccontato i suoi inizi come viceparroco in Cattedrale, poi il trasferimento a Poggio Filippo e quindi ad Antrosano, dove ha speso tanti anni della sua vita. Mi ha detto con semplicità: «Sono sempre stato vicino alla gente e la gente mi ha voluto bene».
Quando gli proposero una sistemazione più comoda ad Avezzano, preferì restare nella canonica di Poggio Filippo, in condizioni più precarie, pur di stare in mezzo alla sua gente. Non su un piedistallo. Non distante. In mezzo. In uno dei suoi scritti racconta di quando si fermò all’ultimo banco della sua parrocchia, per vivere la Messa da semplice fedele. E scrive parole che sono quasi il suo testamento spirituale: riscoprire la “doppia cittadinanza”, sentirsi al contempo padre e figlio, insegnante e alunno, prete e laico, credente ed ateo. «È una sfida, concludeva, Provateci».
Don Aldo ci ha provato davvero. È stato parroco e parrocchiano, predicatore e ascoltatore, guida e compagno di strada anche di tanti che si dicevano non credenti. Non ha mai smesso di imparare. Non ha mai smesso di lasciarsi interrogare. Anche la sua partecipazione ai tanti convegni sui temi della pace, della giustizia, della solidarietà non era per protagonismo. Diceva: «Partecipo non per piacere ma per dovere». Sentiva la responsabilità di un cristianesimo vigile, informato, impegnato. Alla luce del Vangelo di oggi, possiamo dire che ha scelto la parte di Lazzaro, non quella del ricco. Ha condiviso la precarietà, ha abitato le periferie, ha difeso i diritti, soprattutto dei più poveri. È stato una presenza talvolta scomoda. E sì, ci mancherà anche questo: qualcuno che, con libertà evangelica, ci richiama alla coerenza.
Ma oggi la Parola ci dice anche qualcosa di decisivo: tra il ricco e Lazzaro, dopo la morte, la situazione si rovescia. Non è l’ultima parola l’ingiustizia. Non è l’ultima parola l’incomprensione. L’ultima parola è di Dio, che conosce il cuore, come ci ha ricordato Geremia: «Il Signore scruta la mente e saggia i cuori per dare a ciascuno secondo la sua condotta, secondo il frutto delle sue azioni». Noi affidiamo don Aldo a questo Dio che scruta il cuore. Un Dio che vede le fatiche nascoste, le notti insonni, le battaglie combattute per amore della verità e dei poveri. Un Dio che non si lascia ingannare dalle apparenze, ma guarda la fedeltà.
Se oggi vogliamo davvero onorarlo, non bastano le parole di elogio. Il modo più vero per dirgli grazie sarà raccogliere la sua provocazione. Non adagiarci nei “si è sempre fatto così”. Non ridurre la fede a ritualismo. Non passare accanto ai Lazzaro del nostro tempo senza fermarci. Don Aldo, ora che contempli il volto di quel Cristo che hai cercato nell’Eucaristia e nei poveri, intercedi per la tua Chiesa. Perché sia più libera, più povera, più vera. E aiutaci ad accettare la sfida che ci hai lanciato: quella di vivere con questa “doppia cittadinanza”, con i piedi tra la gente e il cuore radicato in Dio. Amen”


