Bisogna tener conto in questo periodo che, Ermenegildo Piccioli, anche se inseguito incessantemente dalle truppe francesi, dopo i misfatti perpetrati dai suoi seguaci a danno dei paesi marsicani, raggiunse le alture intorno al piccolo borgo di Cocullo, deciso a reclutare nuovi accoliti per la sua banda.
Sceso in paese, dopo aver fucilato il deputato di polizia Giovanni Berardo Squarcia, minacciò un massacro generale. Solo l’intervento del medico Don Giovanni Paolo Gentile riuscì a placare la sua rabbia, offrendogli ben seicento ducati, denaro che permise la liberazione dei cittadini tenuti in ostaggio. Subito dopo, con il sopraggiungere della cavalleria francese, fuggì con tutta la sua comitiva armata (1).
Nel frattempo, ad Avezzano (16 settembre 1806), le massime autorità militari misero una taglia di cinquecento ducati sulla testa di Fra Diavolo (vivo o morto). In proposito, dal quartiere generale di Chieti, anche Giovanni Enrico Dabrowski, comandante dell’armata di Napoli, fece affiggere manifesti minacciosi in tutto l’Abruzzo nei quali specificava, tra l’altro:
«E’ pure mia positiva intenzione, che se nel termine di giorni dieci, a datare dalla pubblicazione del presente, i nominati Michele Pezza (Fra Diavolo) ed Ermenegildo Piccioli, conosciuti fino ad ora per i soli Capi, che perturbano la tranquillità pubblica in queste Provincie, non depongono le armi con i loro seguaci, e non rientrano nell’obbedienza, e dovere, sia lecito a tutti di arrestarli, e prometto, che darò la somma di Ducati tremila a chiunque ne avrà procurato l’arresto, e a chi li consegnerà ai diversi Comandanti Francesi (…) Chieti li 3 Ottobre 1806» (2).
Qualche giorno dopo, nonostante la «Real indulgenza» proclamata da Giuseppe Bonaparte e pubblicata a Celano il 13 ottobre 1806, rimasero alla macchia ben cinquecento guerriglieri della banda di Giuseppe Monaco di Introdacqua, già capitano della cavalleria borbonica. In seguito, frate Domizio Jacobucci sparì nel nulla mentre Ermenegildo Piccioli si arrese per essere condotto prigioniero a Castel dell’Ovo (Napoli).
Nel frattempo, con un’audacia che sorprende, molti ribelli filoborbonici rimasero sordi ad ogni richiamo. In un rapporto del regio governatore del circondario di Acciano (poi trasmesso all’intendente provinciale) si legge, tra l’altro, che «i briganti» della banda Monaco erano circa cinquecentocinquanta (quaranta a cavallo), preceduti sempre dall’ardito guerrigliero con la bandiera rossa spiegata al vento e con «due casse battenti». Accanto a lui, il fedele Felice Ruggeri, alias Giovinotto, pronto a saccheggiare le case dei giacobini di Aielli, Gagliano Aterno, Raiano, Castel Vecchio Subequo, Rovere e Ovindoli.
Occorre ribadire che, nonostante gli insuccessi, i volteggiatori del capitano Genot li inseguivano alacremente da un punto all’altro della Marsica; ma invano si cercò di sorprendere la comitiva di ribelli nelle impervie zone di Valle d’Arano, Baulle, Monte Tranquillo e lungo tutta la linea della frontiera pontificia.
NOTE
1) Archivio di Stato di L’Aquila, Intendenza, Serie I, cat.27, b.4313 b, fasc.2.
2) F.D’Amore, Gli ultimi disperati. Sulle tracce dei briganti marsicani prima e dopo l’unità, Amministrazione Provinciale, L’Aquila 1994, p.41.




