Storia della Marsica dal medioevo ai giorni nostri



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Il medioevo è stato un periodo storico molto importante per la Marsica ed i suoi abitanti. Non solo il periodo romano ha segnato il destino di questo popolo ma anche il cosiddetto “secolo oscuro”. Nel 591 la Marsica, fu inserita nella nuova provincia Valeria passando sotto il Ducato longobardo di Spoleto. Nacque così la Gastaldia dei Marsi, (circoscrizione amministrativa) affidata ad un funzionario della corte regia con residenza nella civitas marsicana.

Nel 774 Carlo Magno donò la Valeria ed il ducato di Spoleto allo Stato Pontificio. Sorse allora la contea dei Marsi i cui rappresentanti si sostituirono ai gastaldi. I feudi della contea marsicana rimasero sotto il ducato di Spoleto fino al 950, quando divennero indipendenti fino al 1143, quando arrivarono i Normanni. Anche San Francesco toccò questa terra, nell’inverno tra il 1215 e il 1216, quando a San Benedetto dei Marsi , in località “Luogo” ( i loche”) dormì nei pressi dell’anfiteatro romano, diffondendo il suo ordine dei frati minori. Un successivo viaggio nella Marsica, a Pescina, Celano e San Benedetto dei Marsi, ci fu probabilmente, tra il 1221 ed il 1222. Secondo il suo primo biografo Tommaso da Celano e, dopo, Bonaventura di Bagnoregio, San Francesco avrebbe guarito, operando un miracolo, un cavaliere che lo ospitò nel palazzo celanese di sua proprietà.

Mentre nel 1225 a Pescina, San Francesco, fondò il convento adiacente la chiesa di “Sant’Antonio da Padova” ancora esistente. Altro evento degno di nota avvenne Il 23 agosto del 1268 nei piani Palentini che furono teatro della famosa battaglia di Tagliacozzo tra Corradino di Svevia e Carlo d’Angiò che segnò la disfatta definitiva degli svevi a favore degli angioini. Furono proprio gli aragonesi a regolamentare il sistema dei tratturi già esistenti: Celano-Foggia, Pescasseroli-Candela. Nel XV secolo, tutto il territorio marsicano, è tristemente teatro delle lotte tra le famiglie romane degli Orsini e dei Colonna. Il ducato dei Marsi era abbastanza vasto, controllava numerosissime terre da Ajelli a Morrea e da Rocca di Botte ad Opi. Il 2 agosto 1806 Giuseppe Bonaparte abolì i feudi, pochi anni dopo, nel 1811, Gioacchino Murat, istituì il distretto di Avezzano. La Marsica vide e visse anche il brigantaggio. Un insurrezione generale negli Abruzzi, scatenata da Fra’ Diavolo, Sciabolone ed Ermenegildo Piccioli, con l’intento di riportare Ferdinando IV di Borbone sul trono, scatenò in tutta la Marsica rivolte, tumulti e combattimenti veri e propri intorno alle città di Avezzano e Celano.

Il tenente francese Enrico Alò, di stanza ad Avezzano, cercò di bloccare i cosiddetti “sanfedisti” fedeli al re napoletano e alla Chiesa. ) .Il 25 settembre 1806, i briganti ribelli di Fra’ Diavolo, frate Domizio Jacobucci e Piccioli si riunirono nel piccolo villaggio di Canistro (a Casali di Santa Croce( circa 1000 uomini). Poi, per mancanza di sussistenza e di strategie militari, i “briganti” si sciolsero andando ognuno per la propria strada. I ribelli furono inseguiti dal maggiore Joseph Léopold Sigisbert Hugo, in direzione di Tagliacozzo, Sulmona e Castel di Sangro. L’esecuzione di Fra’ Diavolo, la resa di Sciabolone e l’arresto di Piccioli, mise fine ad un periodo intenso di guerriglia anti-giacobina molto sanguinoso per tutto il territorio marsicano. Con il rientro di Ferdinando IV (Ferdinando I), l’8 dicembre 1816, la Marsica tornò a far parte del Regno delle Due Sicilie.

Il governo napoleonico, nonostante la crisi della giustizia e dell’ordine pubblico che investì per un decennio tutta la Marsica, andò avanti, con un nuovo assetto amministrativo civile, finanziario e giudiziario, con forti contraddizioni diffuso nel regno di Napoli. Nei comuni della Marsica i vecchi “Parlamenti” settecenteschi furono sostituiti con il “Decurionato”, una specie di giunta comunale, composta da capi famiglia benestanti. Nell’ottobre del 1806, tutte le istituzioni dell’antico regime, furono completamente abolite e si stabilì che: “I decurioni sarebbero stati estratti a sorte da liste di contribuenti con una rendita non inferiore a ventiquattro ducati”. Tuttavia, sia i Tribunali Straordinari sia le Commissioni Militari non eliminarono le scorrerie dei briganti, capitanate da Felice Ruggieri, alias Giovinotto di Ovindoli, Giuseppe Del Monaco, Pelino Petrella, alias Muscillo e Giovanni Ventresca. L’eccidio di Gioia Vecchio del 10 settembre 1807, scatenò una dura repressione messa in atto dal generale comandante della provincia incaricato dell’Alta polizia Huard.

Il 24 settembre dello stesso anno, una commissione militare con poteri illimitati emise proclami e taglie sulla testa dei maggiori capibanda. Giustiziato Gioacchino Murat (13 ottobre 1815), subito dopo il congresso di Vienna, che ristabilì i diritti alla corona del Borbone, il 17 giugno 1815 il re Ferdinando IV col nome di Ferdinando I, rientrò nel regno di Napoli. In questo periodo di Restaurazione, nella Marsica si proclamarono amnistie e castighi per i “briganti” rimasti ancora alla macchia, mentre già le prime incursioni del famigerato capobanda laziale Antonio Gasbarrone e le sette carbonare prendevano piede in tutto il territorio.

L’11 maggio 1820, il sottintendente di Avezzano allarmò i soldati che pattugliavano i territori di Collelongo e San Giovanni Valle Roveto, proprio perché sui passi montani che collegavano le due aree limitrofe, avvenivano continuamente gli assalti dei briganti. Vittime del brigantaggio rimasero anche i territori di Castellafiume, Capistrello, Cappadocia, Tagliacozzo e Morino. I movimenti carbonari furono molto attivi, fino al 1861 anno dell’Unità d’Italia. In quell’anno, l’8 dicembre, la cattura a Casale Mastroddi, alle porte di Sante Marie e la successiva fucilazione a Tagliacozzo del generale catalano José Borjés e dei suoi soldati sconvolse l’Europa. Victor Hugo firmò un atto d’accusa contro il Governo italiano scrivendo: “solo in Italia si fucilano i legittimisti!”.

Con l’Unità d’Italia nacque il circondario di Avezzano composto di 9 mandamenti. In questi territori come in altre province meridionali si sviluppò il fenomeno del brigantaggio postunitario che cessò solo durante la terza guerra d’indipendenza e dopo la presa di Roma nel 1870. Otto anni dopo, nel 1878, venne ufficialmente dichiarato prosciugato il lago del Fucino. Il banchiere romano, Principe Alessandro Torlonia, dopo aver studiato e modificato il progetto dell’imperatore romano Claudio, prosciugò definitivamente il Fucino diventando proprietario di gran parte delle terre emerse (16.507 ettari) per 99 anni. Furono anni di nuove tensioni sociali. Da un brano di “Fontamara” di Ignazio Silone:” In capo a tutti c’è Dio, padrone del cielo. Questo ognuno lo sa.

Poi viene il principe Torlonia, padrone della terra. Poi vengono le guardie del principe. Poi vengono i cani delle guardie del principe. Poi, nulla. Poi, ancora nulla. Poi, ancora nulla. Poi vengono i cafoni. E si può dire ch’è finito.” Dopo le lotte contadine del secondo dopoguerra, e appena dopo l’eccidio di Celano che fece registrare due morti e diversi feriti tra i braccianti radunati in piazza, arrivò finalmente la riforma agraria del 1950 che portò alla formazione, il 28 febbraio 1951, dell’ente della Maremma e del Fucino, con l’espropriazione terriera fatta in anticipo ai danni dei Torlonia. Il Fucino riorganizzato in appezzamenti più grandi fece segnare un boom delle produzioni agricole. Il XX secolo fu segnato dal fenomeno dell’emigrazione.

Nel dicembre del 1907 avvenne il più grave incidente minerario degli Stati Uniti, il disastro di Monongah, che gettò nel lutto le famiglie di numerosi minatori di Civitella Roveto, Civita d’Antino, Canistro e dell’Abruzzo intero, costretti ad emigrare per poter lavorare. All’epoca della tragedia di Monongah la legislazione sulla sicurezza nelle miniere degli Stati Uniti era labile. Per lungo tempo, le condizioni lavorative dei minatori non cambiarono. Nell’agosto del 1956 la sciagura si ripetè a Marcinelle, in Belgio, dove morirono 262 persone.

Tra queste 136 vittime furono italiane, molte delle quali abruzzesi della zona di Manoppello ed un marsicano di Ovindoli. Queste disgrazie rappresentano due tra le più grandi tragedie dell’emigrazione italiana. Oggi siamo qui, dopo aver attraversato la storia, non certo indenni, ma ci siamo, forti e resistenti marsicani, pronti ad affrontare la sfida del nuovo millennio e sicuri di superare ancora una volta tutto quello che Dio metterà sul nostro cammino. E per sconvolgere gli scritti di Silone diremo che prima vengono gli eredi dei cafoni e dopo tutto il resto.




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