Stare a casa riduce drasticamente la diffusione del Coronavirus



Avezzano – Il Covid-19, ci ha trasformati un po’ tutti in reclusi, più o meno volontari.  Ci costringe a stare chiusi in casa a fare diligentemente la nostra parte per evitare la diffusione del virus. Fra le mura domestiche, c’è chi riscopre la bellezza del tempo che scorre lentamente e chi invece impazzisce, arrivando a prendere il cane di peluche del figlio per portarlo fuori a far pipì. Qualsiasi scusa pur di evadere qualche minuto. Ma il DCPM parla chiaro, fino a 3 mesi di reclusione per chi esce senza una giustificata ragione.

La lentezza del tempo, per alcuni può diventare un vero e proprio incubo, per altri invece, si trasforma in un’opportunità per leggere, discutere, guardare un film in famiglia, e intrattenersi sui social, fra un flash mob sul balcone e qualche maldestro tentativo di improvvisare l’ultima ricetta di masterchef.  

L’ansia di questi giorni, la paura del nemico invisibile, l’incertezza del futuro, sta suscitando una serie di riflessioni, in casa, con gli amici al telefono, ma anche sui social, in cui molti iniziano a chiedersi se non sia il caso di ricorrere al tracciamento, tramite telefonino, dei soggetti positivi, per individuare velocemente i contatti avuti. Non sarebbe neanche complicato farlo, al netto di chi insorgerebbe, legittimamente, invocando il rispetto della privacy.

Si aprirebbe un tema di discussione vastissimo circa la sacrosanta tutela della salute pubblica, da parte dello Stato, a scapito della tutela della privacy del singolo cittadino, riconosciuta anch’essa dallo Stato. Due principi inseriti all’interno della nostra costituzione. Articoli 13, 15, 16, 32 tanto per citarne alcuni.

In Cina, per esempio, sul tuo cellulare, hai due applicazioni, Wechat e Alipay, la cui attivazione richiede l’identificazione visiva del documento di riconoscimento e lo scan del viso, e le utilizzi per i pagamenti. Quando esci o entri in un negozio, quando prendi un taxi, la metro, l’autobus, fai lo scan di un QR code esposto al pubblico. Ogni tuo spostamento è tracciato, niente autocertificazioni da esibire all’autorità.

La app invia i dati al servizio centrale di controllo che verifica la tua identità e la incrocia con i tuoi dati registrati presso la polizia locale della tua città di residenza. Inoltre analizza lo storico delle tue temperature corporee, e in tempo reale, ti dice se sei idoneo o meno a entrare in un posto o a viaggiare con i treni, aerei e ogni altro mezzo pubblico.

Il controllo si fa automaticamente al pagamento del servizio. Alla app e al numero di cellulare sono collegati tutti i dati anagrafici e la storia sanitaria dell’utente ai fini dell’emergenza. Tutto incredibilmente facile almeno fino a che non ti si rompe o non smarrisci il cellulare, eventualità affatto remota che diventa una catastrofe nella catastrofe.

Tutto questo accade in Cina, un paese dove le libertà non hanno la nostra stessa radice culturale, un paese dove il dottor Li Wenliang, il medico che per primo lanciò l’allarme dell’epidemia a Wuhan, mettendo in guardia amici e parenti, fu screditato, minacciato e arrestato dalla polizia, salvo essere riabilitato dopo essersi ammalato. 

Questa è la stessa Cina che oggi si prodiga per aiutare il nostro paese a fronteggiare la crisi sanitaria senza risparmiare risorse, come riconoscenza dell’aiuto ricevuto nel 1983, dopo il terremoto di Sichuan, quando l’Italia realizzò il più grande pronto soccorso di Pechino