“Nero è il cuore del papavero”, presentato ad Avezzano il primo romanzo della scrittrice abruzzese Patrizia Tocci



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Avezzano. “Tornare al passato remoto e dimenticare il passato prossimo. Così si propone l’appassionata tessitrice di queste pagine, per dire che, in un mondo che non conosce più nomi della neve, degli alberi e delle stelle, è fatale cercare rifugio nelle radici”.

Con queste parole il giornalista Paolo Rumiz introduce “Nero è il cuore del papavero”, il primo romanzo della scrittrice, giornalista e poetessa, Patrizia Tocci, vincitrice del premio nazionale “Vittoriano Esposito”, presentato ieri, 21 ottobre,  all’interno dell’Aula Magna del Liceo Classico di Avezzano, a cura del “Comitato per la comunicazione culturale Città di Avezzano”. A moderare la presentazione è stata la giornalista e speaker radiofonica Roberta Maiolini che magistralmente ha intervistato l’autrice, scavando anche nella sua intimità più profonda e permettendo al pubblico in sala di iniziare ad assaporare un libro che insegue le tracce della memoria, attraverso la figura del padre che non c’è più e la fine di un mondo contadino che si intreccia ai profumi, agli odori, ai rumori e colori scomparsi nella realtà ma non dalla memoria.

“Ho iniziato a scrivere questo romanzo durante la malattia di mio padre e a seguito del sisma che ha colpito la mia città, L’Aquila. Sentire la terra muoversi sotto i nostri piedi mette in crisi le nostre categorie mentali, ed è qualcosa che resta dentro  – afferma l’autrice – “ la scrittura è stata per me come una zattera e mi ha aiutato molto a superare questi momenti. Ed è per questo, anche, che ho scelto un titolo così particolare; cercavo un simbolo forte in cui identificarmi e ho scelto il papavero, che è un fiore sostanzialmente bistrattato, che mi ha insegnato a comprendere la fragilità, ma il seme del papavero è in realtà il seme della scrittura”.

In questo continuo muoversi all’interno dello spazio e del tempo, affiorano i ricordi, grazie anche alle letture di Adriano Sabatini di alcuni dei brani più evocativi, e la Tocci racconta anche l’Abruzzo, il territorio, il mondo contadino, la quotidianità contadina, la convivenza con gli animali che facevano parte della famiglia “in modo francescano”, il tutto condito con semplici parole e senza invenzioni di alcun genere, come lei stessa ha tenuto a sottolineare: “ Non ho bisogno di parole altisonanti per raccontare la verità ed esprimere le mie sensazioni, basta utilizzare le parole più semplici e dirette che arrivino al cuore dei lettori. Non ho aggiunto nulla di fantasioso, nulla è finzione all’interno del mio romanzo, nemmeno il dolore, perché quando si scrive non si può fingere”. Ma l’Abruzzo, secondo la professoressa che oggi insegna e vive a Pescara, non può essere racchiuso in una sintesi che vede gli abruzzesi “forti e gentili”, piuttosto la vera essenza di questo popolo unito, ma così differente nella sua singolarità, la si può riscontrare nelle parole dei testi di Ignazio Silone.

Riprendendo le parole di Rumiz, “Secondo Omero, gli dèi hanno inventato il dolore perché gli uomini cantassero e poetassero in modo più sublime. Questo libro non nasce solo dalla sofferenza di un distacco – che non è solo il distacco dal padre ma anche dalla madre terra rivoltata dal sisma – ma dalla coscienza bruciante del nesso fra sofferenza e la scrittura”, e con questo romanzo Patrizia Tocci va a soddisfare le parole del poeta Omero e racconta al lettore in maniera sublime, anche se umile e semplice, la sua storia, la sua sofferenza e il suo dolore, ma allo stesso tempo rievoca in chi legge la propria storia, la propria memoria, stralci di una vita ormai passata che non si può far altro che ricordare, anche in funzione del presente e del futuro.




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