Nei Luoghi della memoria: le poesie dei bambini di Terezin



La cittadina cecoslovacca di Terezin, quando nel 1941 venne invasa dai tedeschi, divenne un ghetto per gli ebrei. Di 15.000 ragazzi sotto i quindici anni strappati alle famiglie e destinati ad Auschwitz, solo un centinaio riuscirono a sopravvivere. Questo luogo dove si perpetrarono crimini contro l’infanzia, come ha testimoniato Liliana Greve, bimba sopravvissuta al genocidio, durante il suo discorso come cittadina onoraria di Avezzano, denuncia il dramma di una fanciullezza a cui è stato negato il diritto alla felicità e sovente alla vita. Dante disse che tre sono le cose più belle al mondo: “I fiori, le stelle e i bambini”. In effetti in ogni epoca e nei vari Paesi le nuove generazioni sono considerate la luce, la poesia e la spensieratezza del nostro presente e del nostro avvenire. Ma così non fu durante gli anni dell’olocausto crudeltà resa ancora più inaudita dall’indifferenza degli altri che come disse Primo Levi “Uccide più della violenza”.

Eppure sono le voci degli innocenti a conservare aperta nella catastrofe la porta della speranza perché si abbia la consapevolezza che nei puri c’è il seme buono del domani: “Partecipo al dolore di milioni di uomini, eppure quando guardo il cielo, penso che tutto si volgerà al bene, che anche questa spietata durezza cesserà, che ritorneranno l’ordine, la pace e la serenità” (Diario di Anna Frank).

Come i poeti, i bambini, pur essendo realmente presenti nel loro tempo, riescono ad evadere con la fantasia per generare nuova vita.
Se il male moderno ha un bisogno sostanziale del consenso o della partecipazione passiva di molti, la voce di un bimbo è più rivoluzionaria di ogni archeologia del contemporaneo.
A voi lettori la poesia di Pavel Frieddan deportata e morta a soli dodici anni, i cui versi come direbbe l’ebrea tedesca, Nelly Sachs, Premio Nobel, sono stati vagliati col fuoco: “Nelle sue ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti”.
L’idea della metamorfosi necessaria è la sola alternativa alla morte. “Ecco allora l’inno alla farfalla, il più fragile degli esseri, “buona notte di tutte le creature”, e tuttavia “un altro mondo / è dipinto nella tua polvere” sulla sua mortale inconsistenza, poiché “tutti saremo trasformati” (1 Cor. 15,51-52) 

La Farfalla.

L’ultima, proprio l’ultima,

Di un giallo così intenso, così

Assolutamente giallo,

Come una lacrima di sole quando cade

Sopra una goccia bianca

-Così gialla, così gialla!!-

L’ultima

Volava in alto leggera,

Aleggiava sicura

Per baciare il suo ultimo mondo.

Tra qualche giorno

Sarà già la mia settima settimana

Di ghetto:

I miei mi hanno trovato qui

E qui mi chiamano i fiori di ruta

E il bianco candeliere del castagno

Nel cortile.

Ma qui non ho visto nessuna farfalla.

Quella dell’altra volta fu l’ultima:

Le farfalle non vivono nel ghetto.

(Pavel Frieddan).



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